Marco Milanese, friulano, classe 1987, ha studiato al Liceo Scientifico e contemporaneamente svolto esperienza professionistica come rugbista. Ha inziato Scienze Forestali , poi la montagna lo “ha chiamato” con prepotenza: è quindi divenuto Guida Alpina dal 2011, slackliner dal 2013, base jumper, pilota in tuta alare e speedflyer dal 2014.

Marco si sta facendo notare,da un paio d’anni, per imprese molto interessanti e che hanno avuto una discreta eco sui social : non è tipo da postare molti video o farsi pubblicità ma nelle sue imprese, e nei video realizzati, è sempre presente un carattere di sperimentazione o esplorazione in senso lato, come il base dal Campanile di Val Montanaia, lo speedflying di un vulcano,un viaggio in Turchia con molti base e wingsuit jump  ; la sua più recente impresa, questa Estate del 2018,  è stata la scalata in freesolo delle Tre Cime di Lavaredo con discesa tramite base e wingsuit base jump da tutte e tre le vette .

Quella che segue è un’intervista che ci ha gentilmente rilasciato – e che speriamo riesca a farvi comprendere più a fondo il percorso, le motivazioni, le emozioni che Marco Milanese mette in gioco nella sua intensa vita tra Terra e Cielo, alla ricerca di un Equilibrio.

La tua progressione, Marco, ha qualcosa di veramente impressionante. Leggendola, ho l’idea di un monaco laico, nell’allenamento alle singole discipline che hai affrontato, considerando la complessità e durezza nel destreggiarsi in ognuna di esse. E’ così ? Hai un approccio metodico comune, su ogni tuo progetto ? E se si, quali sono le tue maggiori difficoltà, i limiti che ti riconosci ?

Provengo dal rugby professionistico quindi all’inizio della mia attività ho spostato questo tipo di approccio nella scalata e nell’alpinismo in generale, tuttavia ultimamente, complice anche il lavoro come guida alpina, non riesco ad allenarmi cosi costantemente. Fortunatamente mi è rimasto ancora un po’ di margine fisicamente parlando, ultimamente però sto allenando soprattutto la mente, che è una cosa che non puoi fare in un pannello di arrampicata , devi andare la fuori, devi essere esposto. Non ho un approccio comune ai progetti se non per il fatto che quando iniziano a girarmi in testa non mi lasciano più in pace, pratico troppe attività diverse che richiedo approcci molto diversi. I limiti che mi riconosco sono sicuramente non avere un fisico fatto per scalare ad alti livelli, e una mente che non sopporta troppo le lunghe sfacchinate. Sono più un tipo da Fast & furious però chissà piu avanti…

Ho una curiosità sul tuo percorso : Da modesto ex paracadutista e appassionato all’evoluzione delle discipline collegate, so che in genere sono considerati indispensabili almeno un 200 salti dall’aereo, prima del transito al base. Ma ci sono eccezioni. Puoi raccontarci qualcosa a proposito ? Cosa o chi ti hanno ispirato verso questa strada, che si è fortemente intersecata con quella di alpinista ?

Ho sempre avuto un attrazione molto forte verso il vuoto, mi rilassa, mi fa ragionare più chiaramente. L’ho ricercato all’inizio con la scalata perché era la cosa più ovvia, poi con l’highline e infine, complice un infortunio al polso sinistro che non mi permetteva di scalare ma di aprire un paracadute si, mi sono lanciato in questa avventura.

Il percorso “normale” per saltare dalle montagne con una tuta alare è lungo. Servono 200 salti dall’aereo prima di potere indossare una tuta piccola da principianti, come ne servono 200 per poter fare un corso di Base jumping. Dopodiché si uniscono le due cose, il basejumping e la tuta alare. Io diciamo che ho velocizzato un pochino le tappe ma ci tengo a dire che non ho mai saltato nessuno step!

Gli incoscienti invece sono un altra cosa, è di poco fa la notizia di un suicida ( perché non è possibile assimilarlo al mondo del BASE) che con 5 salti dall’aereo e nessuno esperienza di montagna ne di tuta alare a deciso di provarci, facile no? Lo avrà visto molte volte nei video. La fine ve la lascio immaginare. Unire alpinismo e BASE è poi diventato qualcosa di naturale per me.

marco milanese base jump 

Per quanto riguarda il mestiere di Guida Alpina, immagino sia anche un tuo solido punto fermo per il tuo sostentamento economico e il finanziamento delle altre attività. E’ così o stai anche avendo soddisfazioni con qualche sponsor per le spedizioni che hai fatto ?

Si , diciamo che al momento il solo sostegno economico è il lavoro da guida alpina, ogni tanto faccio qualche show di Highline con la mia ragazza che danza sui tessuti aerei ma niente di più , a parte Monvic che generosamente mi fornisce i vestiti per scalare e PhoenixFly che mi fornisce le tute alari a prezzi molto bassi. Semplicemente nessuno sponsor mi ha cercato e io non ho cercato loro. Se ne hai qualcuno per le scarpe e i vestiti in goratex fammi un fischio, non ho bisogno di molto di più.

marco climbing

Recentemente hai compiuto un viaggio in Turchia, su Facebook hai postato immagini molto belle di un Paese in grande crescita, per quanto riguarda la presenza di bellissime montagne e siti adatti al volo alare o al Base. Ci riassumi in breve esperienze e numeri, quanti km di avvicinamento, quanti lanci, in quanti giorni ? Per farsi un’idea di quanto possa essere intensa un’esperienza del genere.

Questa esperienza è stata un vero viaggio di esplorazione nelle montagne del lontano nord est della Turchia. Grazie a un jumper locale il governo della regione ci ha appoggiati con tutti i mezzi possibili, pickup , bulldozer per pulire le strade, ambulanze agli atterraggi, barche per il salvataggio in acqua. La prima settimana siamo stati a Uzundere dove praticamente andavamo in giro, guardavamo una montagna trovavamo un modo per salirla( generalmente molto facile perché hanno costruito strade sterrate ovunque per i piloni dell’elettricità) e la saltavamo con o senza tuta alare. Io personalmente nel giorno del mio compleanni ho aperto due exit nuovi. Poi abbiamo saltato castelli diroccati, antenne e pareti più basse. Tutto quello che vedevamo salvabile lo saltavamo, che esperienza!

marco milanese and friends jumping in Turkey

La seconda settimana invece eravamo nel parco di Kamalye, già conosciuto per la scalata (poca), bici, e il base, qui le persone conoscevano l’inglese e non erano cosi conservatori come nel primo villaggio che abbiamo visitato. 15 jumpers sballati sono stati accolti a braccia aperte con il saluto delle autorità e l’inizio dei salti con la tuta alare sopra il paese. Successivamente abbiamo saltato da un cavo teso sopra l’eufrate con una piccola seggiovia creata per l’occasione. Ci mandavano in centro con questo seggiolino e poi saltavamo! wooooow.

jumping from a cable..car up Eufrate River

Numeri non saprei, facevamo almeno 3 salti al giorni di media. Km tantissimi anche perché le due località distavano 600 km l’una dall’altra. Tanto kebab a sopratutto era pieno di turchi! (ride,ndr)

Il dibattito sulla estrema pericolosità della tuta alare usata nel BASE, ancor più in contesti alpini, è piuttosto vivace, lo hai sperimentato personalmente in un articolo sulle motivazioni di qualche tempo fa, con commenti sui social che mostrano un brutale cinismo per chi pratica una disciplina così estrema (e aggiungo io, spesso dettati da ignoranza nel senso più stretto della parola). Te lo chiedo brutalmente: cerchi linee di proximity sempre più difficili, exit più complesse, lancio dopo lancio ? O ti imponi una sorta di controllo sui tuoi limiti ? Come prepari un lancio da una exit nuova, da solo o con i compagni cambiano le cose ?

É uno sport nuovo che deve ancora conoscere i suoi limiti, le persone parlano perché non conoscono bene quello di cui si parla, come sempre. Quante volte anche noi “alpinisti” o “ arrampicatori” abbiamo sentito dire che siamo degli incoscienti.

La verità è che c’è un mondo dietro che pochi conoscono, e spesso viene travisato da giornalisti criminali o da pazzi suicidi che voglio buttarsi a tutti i costi perché fa figo. Ma nessuno parla di gente di 60 anni che ha fatto la storia di questo sport con una quantità di salti impressionante ( si parla di 3-4000 salti solo di basejump).

Comunque tornando a noi, in generale cerco sempre un buon motivo per saltare, questo può essere un exit difficile o una linea di proximity estetica ma può anche essere fare salti con amici e seguirsi a vicenda, oppure fare capriole solo per il gusto di vedere il tuo amico farle a fianco a te. Ultimamente cerco invece di trovare una bella montagna da scalare e saltare, non serve abbia un salto difficile.

Un lancio nuovo lo preparo molto attentamente, abbiamo molti dati a disposizione sia sui nostri voli grazie a speciali gps e programmi di voli sia con laser per misurare i nuovi exit e sapere se sono saltabili, studio e ristudio i dati fino a quando sono sicuro che sia fattibile con un adeguato margine di sicurezza, aspetto le condizione atmosferiche e di termiche buone e poi via!

Come hai preparato il trittico sulle Cime di Lavaredo ? Ho letto su planetmountain che hai sentito Thomas Huber, che nel 2008 disegnò una prima idea di concatenazione con base jump..da quanto avevi in mente questo progetto?

Questo progetto è nato alcuni anni fa quando per la prima volta saltai la cima grande. Il concatenamento è stata un idea naturale che mi è saltata in mente. Ho dovuto solo aspettare il momento giusto, quando cioè avevo alle spalle già un po di allenamento con questo stile. L’anno scorso per esempio ho scalato il socondo spigolo in Tofana e in cima ho saltato con la tuta, in totale da macchina a macchina ho impiegato 2 ore e 15 minuti se non sbaglio, li ho capito che avrei potuto provarci anche sulle tre cime.
Si ho sentito Huber per chiedergli del salto dalla ovest di Lavaredo ma poi ho deciso di cambiare programma ed è finita che ho aperto un nuovo exit sulla ovest.

La logistica di questo bel trip non è stata facile perchè avendo due soli paracaduti ho dovuto ripiegarne uno, inoltre uno dei problemi principali era che dovevo trovare il punto da dove saltare sulla piccola e sulla ovest.
Arrivato alla partenza del sentiero per la cima piccola di Lavaredo ho lasciato un paracadute e sono salito con l’altro, ho scalato la normale che è una via di IV, ho fatto una calata e trovato l’exit ho saltato. Ho ripiegato il paracadute nei pressi della chiesetta e mi sono diretto sulle due nord, lasciato un paracadute alla base dello spigolo Dibona mi sono diretto sullo spigolo Demuth, scalato questo fino a metà ho trovato un exit perfetto e ho saltato, non è possibile saltare da nessuna parte più in alto degli strapiombi gialli perchè poi li la parete si appoggia. Infine sono tornato sullo spigolo Dibona e con la tuta e l’altro paracadute ho salito lo spigolo, tra l’altro visto che stava arrivando una brutta nuvola ho corso come un matto salendolo in meno di un ora. In cima ho indossato la tuta e via verso l’ultimo salto con atterraggio su morbida erba.
Un esperinza quasi mistica ma vissuta abbastnaza serenamente, rivedendo i video ho scoperto che ho canticchiato spesso scalando 🙂 

Ringraziandoti molto per la tua disponibilità, la domanda finale è : dove stai andando ? Non mi interessa tanto sapere il futuro progetto prossimo, ma capire da te se hai individuato un percorso o qualche obiettivo di medio o lungo termine.

L’obiettivo ultimo è sempre come si dice in inglese “having a good time” ma sicuramente il climb and fly avrà un luogo centrale, lo ritengo la forma più pura per salire una montagna. Slegato con un paracadute in schiena, senza usare chiodi soste e corde, veloce sia nella salita che nella discesa. Non serve lasciare tracce sulla montagna, come a dire “io sono passato di qui” piantando un chiodo. Si lascia tutto intatto. Puro.

marco con tuta alare in uno stretto canale dolomitico

Traduciamo questa importante e controversa intervista, rilasciata da Tom Livingstone a Rockandice e pubblicata il 21 Agosto.Ringraziamo per la disponibilità Michael Levy, Associate Editor della prestigiosa testata statunitense.

Tom Livingstone, insieme agli alpinisti sloveni Aleš Česen e Luka Stražar, ha effettuato la seconda ascesa confermata di Latok I, e la prima salita in assoluto confermata dal nord. (C’è la possibilità che la squadra russa di Alexander Gukov e Sergey Glazunov abbia raggiunto la vetta attraverso la cresta nord, anche se Gukov crede di aver completato la cresta Nord ma ritiene di non aver raggiunto la vera cima. La squadra anglo-slovena ha scalato tre quarti della famigerata cresta, prima di traversare verso il colle tra Latok I e II e finire la loro nuova via verso la cima sulla parete sud.
Rock and Ice ha raggiunto Livingstone tramite WhatsApp ed e-mail, e il giovane britannico ha espresso alcune suggestive intuizioni sul Latok I, la loro scalata e la sfortunata spedizione di Alexander Gukov e Sergey Glazunov.

 

strazar-livingstone-cesen (ph livingstone)

Congratulazioni per la scalata ! Puoi raccontarci dei piani che avevate, rispetto alla spedizione [sul Latok,ndT]?

Entriamo sempre in questi progetti con una mente aperta, ma certamente l’obiettivo principale era scalare Latok I dal lato nord, dal ghiacciaio Choktoi. Il secondo obiettivo era scalarlo nel migliore stile percorrendo tutta, o una parte della Cresta Nord. Volevamo fare un’ascensione pulita in stile alpino ,in sette giorni o meno.

Eravate già al Campo Base quando è avvenuto il salvataggio di Gukov?

Sì, eravamo al Base quando è successo.
Quando siamo arrivati,il 13 luglio, una squadra russa di due aveva cominciato l’attacco alla parete la notte prima. Un’altra squadra russa , composta da tre alpinisti, ha cominciato la notte dopo. Sebbene abbiamo cercato di ignorare i russi e di non essere messi sotto pressione dalle altre squadre sul nostro obiettivo, era impossibile non provare un pò di rivalità amichevole. Quando il team in duo ha vissuto la sua tragica epopea (Sergey è morto, e Alexander è rimasto bloccato in parete), abbiamo offerto tutta la nostra assistenza per aiutare loro, e appoggio ai tre russi che erano a campo base.

La morte di Sergey e il successivo salvataggio di Alexander hanno rafforzato in noi l’evidenza dei pericoli di spingersi troppo lontano su un percorso del genere. La cresta nord superiore è complessa, ad alta quota, e inevitabilmente hai scalato moltissimo e per molti giorni, per arrivarci.
Il processo decisionale non è facile, specialmente con la parte finale e sommitale. Il tempo peggiora inevitabilmente ,dopo tanto tempo trascorso a quell’altitudine: le finestre di opportunità sono generalmente piccole nel Karakorum. Sono comunque sicuro che l’intera cresta nord può essere ancora scalata.

Voglio fare le mie condoglianze alla famiglia di Sergey, e augurare ad Alexander una rapida guarigione.
Tuttavia sono molto critico nei confronti delle azioni e delle parole di Alexander.
Anche se ho cercato di zittirmi, sento che è importante per me parlarne.

Alexander ha avuto un’avventura epica sulla cresta nord già l’anno scorso. Ha trascorso 15 giorni sulla montagna, e i suoi due partner hanno sofferto pesantemente. Uno ha perso un paio di dita dei piedi, l’altro tutte le dita dei suoi piedi e alcune parti delle dita della mano. Il commento finale di Alexander, in un rapporto, recitava : “Sono fiducioso di avere una buona possibilità la prossima volta”. Questo ci ha fatto arrabbiare (a me e ai miei amici sloveni). Sembrava non curarsi dell’ordalia e del pericolo che aveva appena attraversato. Uno dei suoi amici [russi,ndT] al Campo Base,quest’anno, ci ha detto: “Non è capace di capire quando ritirarsi”. Ha anche rafforzato le voci sullo “stile russo”, cioè il successo a tutti i costi, qualunque sia il prezzo.

Quando Alexander e Sergey stavano scalndo, quest’anno e si trovavano in alto sulla montagna, hanno ripetutamente affermato che stavano facendo ambiziosi e irrealistici “tentativi di vetta”. Erano molto al di sotto della vetta (circa 6.800 m), e nonostante i tentativi nei giorni precedenti, hanno di nuovo e ancora (per forse tre giorni di fila) spinto per la cima. Li abbiamo osservati attraverso il binocolo al campo base, ed eravamo nervosi per il loro atteggiamento, così rischioso.

Il loro ritmo rispetto ai nove giorni precedenti era incredibilmente lento. Era improbabile che il loro ritmo fosse migliorato sensibilmente durante i tentativi di vertice, e stavano scalando distanze molto ridotte ,ogni giorno di più. E’ arrivato maltempo, in alta quota, ed erano molto stanchi, dopo molti giorni, senza molto cibo.
La loro perseveranza è stata impressionante, ma crediamo che avrebbero dovuto ritirarsi qualche giorno prima.
Infatti, quando è comparso il maltempo, hanno comunque fatto un tentativo di vertice.
Abbiamo scosso la testa e abbiamo pensato che si stessero spingendo troppo lontano, a un’altitudine troppo alta, per troppo tempo.
Pensavamo che avrebbero avuto una discesa da ordalia.
Persino i loro amici russi al Campo base erano preoccupati e fecero organizzare il volo di un elicottero per controllare le loro condizioni e tentare di lanciare rifornimenti .

Poco dopo, Sergey è caduto ed è morto.

Sei giorni dopo, Alexander soccorso in elicottero.
Penso che questo fosse il suo diciottesimo giorno sul muro. Quando è stato portato sul ghiacciaio, Aleš ha detto: “Non ho mai visto nessuno così vicino alla morte, ma ancora vivo”.

Sono orgoglioso della nostra ascesa a Latok I. Aleš, Luka e io siamo saliti in pieno controllo mentale. Abbiamo preso decisioni strategiche e sensate. Eravamo indipendenti. Abbiamo scelto la linea più semplice. Siamo tornati sani e salvi dopo sette giorni. Non abbiamo perso le dita delle mani o dei piedi. L’alpinismo è un gioco pericoloso. Se non torni a casa in sicurezza, perdi. Se le dita dei piedi vengono amputate a causa del congelamento, perdi. Certo, era impossibile non essere toccati dal dramma russo.
Ma quando abbiamo discusso delle nostre motivazioni una volta conclusa l’intera epopea, abbiamo deciso di continuare con il nostro piano: scalare Latok I attraverso la nostra linea, che era quella che avevamo sempre immaginato.

Puoi parlarci un po ‘della scalata della tua squadra?

L’itinerario stesso era abbastanza moderato per l’arrampicata. E ‘stato divertente e siamo rimasti molto contenti di quanto velocemente siamo passati attraverso tutto. Eravamo in simul-climbing e procedevamo velocemente.
C’erano naturalmente le solite parti di ripido ghiaccio marcio e non tante protezioni, ma c’è da aspettarselo su una via alpina. Altrimenti ,generalmente, siamo passati su difficoltà moderate.
Dal ​​campo base alla cima e ritorno in sette giorni. Cinque su, due giù. Abbiamo ripetuto il percorso di salita, scendendo.

La discesa è stata semplice o c’è stato qualche intoppo?

Da sempre è la parte dell’arrampicata che mi piace meno. Quindi siamo stati abbastanza strategici durante la salita. Sono piuttosto contento di come siamo saliti al momento giusto e riposati quando non c’erano condizioni sicure.
Quindi, ad esempio, siamo scesi durante la notte, perché le condizioni erano più sicure, tutto era congelato. Poi siamo passati dalla cresta Nord ,a un’altezza di circa tre quarti, fino al colle .
Lo abbiamo fatto perché era più sicuro.

Josh Wharton e Thomas Huber hanno commentato in passato che le condizioni su Latok I sono state diverse quando sono andate in montagna rispetto a quello che aveva fatto la spedizione americana del 1978. Quali sono state le condizioni per voi ragazzi?

È un buon punto. Questa è stata la mia prima volta ,ho idea che le condizioni fossero effettivamente buone, più di quanto si pensasse, in generale. Visto un percorso così lungo, inevitabilmente incontrerai condizioni sfavorevoli. Ma noi abbiamo trovato buone condizioni per la maggior parte della scalata. Ovviamente è una parete nord, ma riceve parecchio sole e attraversa un sacco di cicli temporaleschi.

Se le condizioni siano cambiate da 40 anni fa ad oggi, non lo so..ma me l’aspetto. Josh Wharton e Thomas Huber ci sono stati diverse volte – se dicono che le condizioni sono cambiate, immagino abbiano ragione. Non sarei sorpreso se il riscaldamento globale abbia avuto un effetto sulla via. Il ghiaccio era ghiacciato, la roccia era asciutta e rocciosa.
Penso che anche i russi abbiano avuto buone condizioni. Forse siamo stati fortunati e questo è stato un buon anno, non saprei…

Com’è nata la tua collaborazione con Aleš e Luka?

Ho incontrato Luka a un incontro invernale internazionale BMC in Scozia alcuni anni fa. Anche se non avevamo scalato insieme, siamo andati d’accordo subito e ci siamo incontrati parecchie volte negli anni seguenti.
Luka mi ha invitato in Pakistan, sono andato a scalare in Slovenia lo scorso inverno e in primavera con lui e Aleš. Ci è sembrato subito che andassimo bene, c’era poco da dire e ci siamo goduti la compagnia reciproca.
Non vedo l’ora di salire di nuovo con loro. Sono scalatori forti, esperti e sensibili, e ora buoni amici.

Latok I è la scalata di cui sei più orgoglioso ?

Lo è certamente.

Quali sono i tuoi progetti futuri ?

Vado in India tra tre settimane – con Uisdean Hawthorne e Will Sim – e sono davvero contento dell’idea. Un po ‘presto dopo essere tornato dal Pakistan, ma ne ero consapevole. Abbiamo un permesso per una montagna chiamata Barnaj II, che si trova nel Kishtwar. È stato scalato da alcuni americani negli ultimi due anni, ma la parete nord è inviolata.

LATOK I : The (Un)Finished Business

“the unfinished business of last generation”, così Jeff Lowe, autore del primo storico tentativo di 100 tiri, su 103 previsti più o meno, definisce la cresta Nord del Latok I.

Avevano superato le difficoltà maggiori ma brutto tempo e le condizioni di salute dello stesso Jeff Lowe, costrinsero i 4 grandi alpinisti americani al rientro.

Uno dei più grandiosi fallimenti in stile alpino, che ha ispirato generazioni di alpinisti di tutto il mondo a riprovarci, senza mai avvicinarsi non alla vetta ma nemmeno ai 7000 su 7145 mt del 1978.

foto jim donini
Jeff Lowe, George Lowe, Michael Kennedy on Latok 1, 1978 (ph Jim Donini)

Le prime anticipazioni della clamorosa salita di un trio Anglo Soveno, composto da Ales Cesen, Luka Strazar e Tom Livingstone . parlano di una variante che ha evitato la parte finale della cresta ; quale sia la via scelta, questa impresa è comunque storica, stupefacente. E’ la seconda assoluta al Latok I.

Basti dire che per Tom Livingstone era la prima grande spedizione, anche se il giovane 27enne gallese ha nel suo carnet un’invernale allo Sperone Walker. numerose difficili invernali in Scozia, e una spedizione in Alaska. Di Ales Cesen, 36 anni che dire? Un fuoriclasse capace di scalare tutto in Yosemite, in Himalaya, in Karakorum il Giv ; Luka Strazar, a 22 anni nel 2011 una prima sul K7 e molto altro.

È con una certa emozione, dunque, che aspettiamo di vedere la partitura scelta in quest’opera, compiuta in una settimana, dal giovane trio, che anche se non chiude l’ ” unfinished business”, renderà Jeff Lowe molto contento, anche per il salvataggio del russo Guzov che su Facebook lo stesso Lowe ha seguito e commentato con apprensione : è a lui, a George Lowe, a Jim Donini, a Michael Kennedy, che va il tributo riconoscente e ammirato per un’ispirazione durata 40 anni.

..ma il nostro pensiero speciale va al giovane alpinista russo Sergey Glazunov , morto recentemente mentre scendeva in doppia, dopo un tentativo con Alexander Gukov , quest’ultimo salvato dopo una terribile settimana in parete da piloti pakistani militari…

Secondo le testimonianze di Alexander Gukov, che ha dimostrato un’onestà sincera, Sergey è uscito dalla parete raggiungendo2 l’anticima del Latok I, appena 50 metri sotto ; Sergey era convinto fosse la cima, ma Alexander, secondo di cordata, dalla sua prospettiva si è accorto che la cima vera era poco più distante. Detto questo, capiamo come i russi abbiano quasi sicuramente superato il limite raggiunto dagli americani nel 1978 e percorso integralmente la cresta Nord.

Purtroppo, sappiamo cosa è successo in seguito.

Salvataggio in longline di Alexander Gukov sul Latok I (ph Askari Aviation)

Anna Piunova, redattrice in capo del prestigioso sito russo mountain.ru, instancabile organizzatrice e punto focale anche per i soccorsi all’alpinista russo bloccato a 6200 metri, ha ricevuto il seguente SMS da Aleš Cesen:

” Abbiamo seguito la cresta nord per 2/3, poi ci siamo spostati a destra, salendo il colle tra il Latok I e II, infine abbiamo continuato sulla parete Sud fino alla cima. Per noi, era la linea più logica e sicura in quella situazione. Ci abbiamo messo sette giorni, tra scalata e discesa.”

Nei prossimi giorni sapremo di più sulla seconda salita assoluta del Latok I da Cesen & Co., avremo maggiori dettagli sulla salita di Gukov e non dimentichiamo che alla base della montagna pakistana dovrebbe esserci un certo Thomas Huber ….

Latok I (e II , sulla destra dietro alla cresta Nord del Latok I) blackdiamondequipment credit

Le vie sui Latok

In una documentata ricerca di Stefano Lovison su alpinesketches pubblicata nel 2014, che riprende a sua volta uno splendido articolo di Montagne 360° di Carlo Caccia, troviamo una cronologia dei tentativi al Latok I, per la maggior parte sulla inviolata cresta Nord (cit), che riportiamo, integrandola con i tentativi salienti, dal 2015 fino ad oggi. Prima,  ringraziando ancora Stefano Lovison, riprendiamo la sua bella mappa fotografica, con indicazione di alcune vie e vari tentativi, aggiungendo le probabili linee delle 2 spedizioni recenti, la russa e la angloslovena di questo Agosto 2018 :

1.Jim Donini, Michael Kennedy, Jeff Lowe e George Lowe, 1978;
2.Cresta nord ovest del Latok II, Álvaro Novellón e Óscar Pérez, 2009;
3.Tentativo di Josh Wharton, Colin Haley e Dylan Johnson, 2009; Giri-Giri boys, 2010;
4.Tentativo di Fumitaka Ichimura, Yusuke Sato e Katsutaka ‘Jumbo’ Yokoyama, 2010; Maxime Turgeon e Louis-Philippe Menard avevano tentato la linea nel 2006 fermandosi a circa 5300 metri;
a. linee in progetto di Josh Warthon;
b. progetto della spedizione russa 2012.
In rosso, Glazunov/Gukov Luglio2018 Cesen/Livingstone/Strazar Agosto 2018 (presunte e stimate)
(foto di Josh Warthon)

Luglio-Settembre 1975
Un team giapponese guidato da Makoto Hara circumnaviga il gruppo dei Latok via Biafo, Simgang, Choktoi, Panmah e ghiacciai Baltoro. Valanghe e frane impediscono qualsiasi tentativo significativo.

Luglio-Agosto 1976
Un team giapponese guidato da Yoshifumi Itatani tenta il couloir tra i Látok I e III (Látok Est), raggiungendo circa 5.700 m. prima di tornare indietro di fronte alla caduta di seracchi.

Agosto-settembre 1977
Un team italiano guidato da Arturo Bergamaschi esplora il percorso tentato dai giapponesi nel 1976 ma decide che è troppo pericoloso. Fanno la prima salita della Latok II dal ghiacciaio Baintha Lukpar.

Giugno-Luglio 1978
Gli americani Jim Donini, Michael Kennedy, Jeff Lowe e George Lowe tentano la lunghissima cresta nord, impiegando 26 giorni in capsula-style . Raggiungono in punto più alto finora raggiunto a circa 7000 m.

Giugno-luglio, 1979
Un team giapponese guidato da Naoki Takada compie la prima (e finora unica) salita del Latok I attraverso la parete sud. Dopo un lungo assedio e con l’impiego di molte corde fisse e tre campi a sinistra del canalone tra Latok I e III, sei alpinisti raggiungono la cima.

Luglio 1982
I britannici Martin Boysen, Choe Brooks, Rab Carrington e John Yates tentano la cresta nord due volte, la seconda fino ad un punto a circa 5.800 m.

Luglio 1986
I norvegesi Olav Basen, Fred Husøy, Magnar Osnes e Oyvind Vlada tentano la cresta nord, fissando almeno 600 metri di corde fisse e di raggiungendo i 6.400 m. dopo 18 giorni di scalata. Passano altri 10 giorni tra bufera e neve pesante prima di arrendersi.

Luglio-Agosto 1987
I francesi Roger Laot, Remy Martin e Laurent Terray installano corde fisse sui primi 600 metri della cresta nord. Per una forte nevicata tornano indietro da un’altezza di circa 6.000 m.

Giugno, 1990
I britannici Sandy Allan, Rick Allen, Doug Scott e Simon Yates e l’austriaco Robert Schauer compiono una serie di ascensioni nella zona ma non tentano quello che è il loro obiettivo primario a causa di condizioni difficili e pericolose e per la molta neve sulla cresta nord del Latok I.

Luglio-Agosto 1992
Jeff Lowe e Catherine Destivelle tentano la cresta nord, incontrando enormi funghi di neve sul percorso. Carol McDermott (Nuova Zelanda) e Andy McFarland, Andy MacNae e Dave Wills (Gran Bretagna) raggiungono circa i 5900 m. sulla cresta durante due tentativi nella stessa spedizione.

Luglio-Agosto 1993
Gli americani Julie Brugger, Andy DeKlerk, Colin Grissom e Kitty Calhoun tentano la cresta nord, tornando a circa 5.500 m. a causa del brutto tempo.

Agosto-settembre 1994
Gli alpinisti britannici Brendan Murphy e Wills Dave tentano la cresta nord raggiungendo i 5600 m. sul loro secondo tentativo.

Luglio-Agosto 1996
Murphy e Wills ritornano sulla cresta nord, raggiungendo circa 6100 m. metri prima del ritiro a causa della perdita di uno zaino. Due tentativi successivi sono ostacolati a 5900 m. dal cattivo tempo.

Agosto 1997/1998
Gli americani John Bouchard e Mark Richey tentano la cresta per tre volte, l’ultima con Tom Nonis e Barry Rugo, raggiungendo il punto più alto a 6100 m. A differenza delle precedenti spedizioni, riscontrano temperature elevate e condizioni di asciutto che portano alla caduta di rocce dalla parte alta della parete.
Seguendo un pilastro di roccia dal fondo della parete, trovano una linea superba con difficoltà fino a 5.10. Torneranno l’anno successivo sulla North Ridge per un altro infruttuoso tentativo a causa del maltempo.

Agosto 2001
Wojciech Kurtyka (Polonia) e Yasushi e Taeko Yamanoi (Giappone) hanno un permesso per la cresta nord ma non riescono ad attaccare a causa di avverse condizioni meteorologiche.
Stein Gravdal, Halvor Hagen, Ole Haltvik e Trym Saeland (Norvegia) raggiungono circa 6.250 m. dopo 15 giorni sulla via.

2004/2005/2006
I fratelli Benegas (Argentina) tentano la cresta nord per tre anni di fila. I primi due anni avversati dal cattivo tempo nonostante le ottime condizioni della montagna.
Nell’agosto del 2006 una forte tempesta li ferma a circa 5500 m.

Agosto 2006
Maxime Turgeon e Louis-Philippe Menard (Canada) tentano la futuristica parete nord, ritirandosi da 5.300 m. a causa del gran caldo e delle condizioni estremamente pericolose della parete. Rivolgono quindi la loro attenzione sulla cresta nord ma si ritirano per la troppa neve fresca.

2007
Tentativo degli americani Bean Bower e Josh Wharton

Luglio 2008
Secondo tentativo di Wharton e Bowers che tentano la cresta ma sono avversati dal maltempo. Due soli giorni di bel tempo non permettono che il raggiungimento di 5500 m. di quota prima del ritiro.

Luglio 2009
Josh Wharton, Colin Haley e Dylan Johnson sono respinti dalla cresta nord del Latok I , dopo aver bivaccato a quota 5830 metri.

Luglio-agosto 2009
Álvaro Novellón e Óscar Pérez tentano la cresta raggiungendo circa i 5.800 m per le pessime condizioni della neve.
Decidono quindi di cambiare obiettivo focalizzandosi sul Latok II (7.108 m) dove riusciranno nella prima salita completa della cresta nord-ovest. Questa notevole scalata purtroppo finirà in tragedia, quando per una caduta durante la discesa rimane gravemente ferito Pérez. Nell’impossibilità di trasportare il compagno, Novellón scende da solo per chiedere aiuto, creando una grande mobilitazione internazionale di salvataggio.
Immobilizzato a 6500 metri sulla cresta nord-ovest del Latok II con una gamba e una mano fratturate, abbandonato alla sua sorte, per Óscar Pérez non fu più possibile alcun soccorso.

Luglio 2010
I Giri-Giri Boys Fumitaka Ichimura, Yusuke Sato e Katsutaka ‘Jumbo’ Yokoyama si ritirano dalla cresta nord a circa 5.900 metri per le condizioni di neve molto pericolose. Prima di questo tentativo la squadra aveva provato l’impressionante parete nord raggiungendo un’altezza di circa 5.900 metri.

Giugno-luglio 2011
Ermanno Salvaterra, Andrea Sarchi, Cege Ravaschietto, Marco Majori e Bruno Mottini.
Dopo aver passato 6 giorni in parete e aver raggiunto quota 5.300 metri circa sono costretti al ritiro per il maltempo e pericolo di valanghe.

Luglio-agosto 2012
Tentativo dei russi Oleg Koltunov, Vyacheslav Ivanov, Shaman Valera e Ruslan Kirichenko.

2015
Thomas Huber rinuncia al tentativo per condizioni impossibili della parete

Agosto 2016
Thomas Huber al Latok I con Toni Gutsch, Sebi Brutscher, Max Reichel e gli statunitensi Jim Donini, George Lowe e Thom Engelbach . George e Jim, reduci del 1978, assieme a Thom per una scalata commemorativa in un 6000 della zona. Il dramma sull’Ogre II e la scomparsa dei fortissimi Adamson e Webster, spingono Thomas Huber a prendere parte a un tentativo di salvataggio, con salita della cresta a 6200 mt sull’Ogre II, dopo le infruttuose ricerche in elicottero. Il team, nonostante Huber volesse fare un tentativo, decide di non affrontare la cresta del Latok I per le condizioni della parete, oltre al segno lasciato dal dramma sull’Ogre II

Luglio-Agosto 2018
Tentativo dei russi Alexander Gukov e Sergey Glazunov. Sergey Glazunov guida da primo l’ultimo tiro su una torre in uscita dalla cresta Nord, convinto di essere in cima . Al rientro, Glazunov muore per caduta e Gukov rimane bloccato per giorni a 6200 metri, prima del salvataggio in extremis, compiuto dai coraggiosi piloti dell’Askari Aviation militare, tramite longline. Proprio in questi giorni Gukov, dall’ospedale, testimonia che secondo lui hanno scalato tutta la cresta ma che la torre era circa 50 metri più in basso della vera cima. Analizzando la topologia, se verrà confermata questa versione, la cresta nord è stata integralmente scalata. Il team anglo sloveno composto da Cesen, Livingstone e Strazar, compie una salita della cresta nord “per 2/3, poi traversando sul colle tra Latok I e II, transitando sulla Sud per arrivare in cima..la linea più sicura e logica per noi..” . Insomma, una variante della via del 1978 con probabili innesti su vie già percorse, parzialmente, ma comunque seconda assoluta del Latok I. Thomas Huber è in arrivo sulla montagna, al momento in cui scriviamo: vuole effettuare un tentativo dopo la consueta stagione, convinto che il riscaldamento globale possa aver posticipato i tempi proficui per un tentativo alla cresta Nord. Non sappiamo se ha cambiato idea…

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Le eccezionali immagini del drone pilotato da Bartek Bargiel, fratello dell’alpinista Andzrej ( impegnato nel tentativo di scalata del K2 e successiva discesa integrale in sci) , che mostrano Rick Allen sul Broad Peak , dato per disperso e probabilmente morto a seguito del mancato ritorno dal suo tentativo di vetta solitario.
Rick Allen, pellaccia durissima scozzese, era caduto per qualche centinaio di metri , fortunatamente senza gravi ferite, ma si era trovato fuori via.
Grazie all’aiuto del drone (e del cuoco della spedizione, il primo ad aver avvistato il suo zaino col telescopio da Campo Base) i soccorsi hanno felicemente incontrato e aiutato a scendere Rick, poi evacuato in elicottero.

bartek bargiel, pilot of drone

 

COMUNICATO UFFICIALE / DA LUDOVIC GIAMBASI, MANAGER DI ELIZABETH REVOL

Dopo aver parlato con Elisabeth, ecco la mia opinione sulla patologia che è stata probabilmente causa della morte di Tomek.

Tomek era  malato da alcuni giorni, con problemi digestivi. Come ogni altro problema di salute, anche minimo, questo ha  influenzato la capacità del corpo di acclimatarsi.

Elisabeth evoca molto bene l’enorme fatica che Tomek ha mostrato al suo arrivo sotto la vetta con l’aumento di ritmo respiratorio … “.

Ciò è dovuto alla dispnea (anormale mancanza di respiro sentito – uno dei primi segni di HAPE (edema polmonare di alta quota).

Immediatamente, all’inizio della discesa, Tomek aveva una tosse associata a dispnea, un segno di Irritazione alveolo-bronchiale dovuta alla presenza di liquido negli alveoli polmonari (essudato dai vasi) In questa fase, l’evoluzione patologica è sistematicamente fatale in assenza di una discesa veloce di quota, in quanto tutto il meccanismo di acclimatazione è sconfitto.

La cecità di Tomek può essere stata causata da diverse cose ( oftalmia della neve o emorragia o problema di ischemia retinica , in questo contesto).
Lo stato di Tomek è quindi peggiorato nonostante la discesa intorno ai 7300 metri.

Si può immaginare che Tomek avesse una soglia di acclimatazione (altitudine al di sopra della quale il suo corpo non è in grado di acclimatarsi fisiologicamente) che era tra l’altitudine massima raggiunta da Tomek in passato e la cima del Nanga Parbat (soglia inferiore, comunque, a causa dello stato infiammatorio puntuale dovuto al suo problema gastrico.

Elisabetta descrive molto bene di aver notato “tracce di sangue nella barba di Tomek …. ” è il sintomo finale dell’edema polmonare … un ” essudato schiumoso rosa ” che corrisponde alle secrezioni bronchiali ,con un po ‘di sangue dalle lesioni alveolari.

L’HAPE di TOMEK era nella sua fase finale, la sua saturazione di ossigeno doveva essere particolarmente compromessa e la sua capacità di progredire a causa della mancanza di carburante (= ossigeno) al suo minimo (da qui l’abbandono per risalire fino a raggiungere campo 2 o 3)

Sembra che Tomek non abbia avuto edema cerebrale in alta quota perché non ci sono segni neurologici presenti in quello che mi dice Elisabeth: è rimasto coerente, non delirante e cosciente fino a molto tardi. nella fessura probabilmente dovuta alla profonda ipossia).

Tomek molto probabilmente è morto nelle ore successive (3,4,5 ore) addormentandosi senza soffrire affatto.

tomek mackiewitz

 

Un po ‘di opinione personale sulle allucinazioni di Elizabeth . Questi non sono dovuti a edema cerebrale secondo me  … ha recuperato la sua scarpa e ha avuto la lucidità di scendere.

L’edema cerebrale, come l’edema polmonare, sarebbe aumentato senza alcun miglioramento e si sarebbe trasformato in coma, poi in certa morte senza una rapida e completa discesa.

Dott. Frédéric CHAMPLY
medico dell’unità medica di alta montagna degli Ospedali del Paese del Monte Bianco
Capo del dipartimento di emergenza / Medicina di montagna
Responsabile di SEMES SEMI_
Ospedali del Monte Bianco
380 Hospital Street
74700 SALLANCHES

“SOS frostbite” è una linea aperta H24 / 7J al termine della quale un medico di montagna del nostro team risponde e fornisce consigli sul congelamento, sul congelamento del grado (stadio) e consiglia … la consulenza è gratuita – +33 4 50 47 30 97

La brutalità degli avvenimenti sul Nanga Parbat, lo sviluppo frenetico dei soccorsi, la solidarietà sui Social e la contemporanea ondata di polemiche sul senso di queste imprese, sulle accuse e ai dubbi avvelenati, sui costi e sui Governi eccetera.

L’Epopea di Sopravvivenza e delle scelte tragiche, la straordinarietà delle prestazioni umane e alpinistiche, la commozione e la gioia per un salvataggio incredibile.

Il dolore per la morte di Tomek Mackiewitz, così tragica e allo stesso tempo già in corso di elaborazione trasfigurante, il processo collettivo di realizzazione improvvisa della sua figura complessa e contradditoria eppur così pura e spirituale, della sua ossessione e del suo sogno, leggero e innovativo, ascetico, folle.

tomek mackiewitz

“Il Custode del Nanga”, ora lo chiamano : non più il matto, il drogato, lo sconsiderato.

Il rispetto e l’ammirazione per una donna come Elizabeth Revol, capace di sopportare un fardello gigantesco di responsabilità, attaccata alla vita con una determinazione incrollabile, dignitosa e in piedi, rifiutando le stampelle, prima di essere portata in Ospedale. Ora dovrà affrontare le dure conseguenze fisiche e psichiche di un’avventura ai limiti della sopportazione umana, e che già viene assillata sui Media da giudici improvvisati, che reclamano spiegazioni e prove.

L’ipocrisia e l’ignoranza di coloro che urlano rabbia perchè nessuno ha voluto salvare Tomek, ecco credo che queste cose offendano proprio la sua Memoria. Tomek sapeva perfettamente cosa faceva e cosa rischiava. Nelle sei volte precedenti che ha tentato il suo sogno sul Nanga Parbat, aveva sempre dimostrato di sapere quando era il momento di rientrare a valle, di non rischiare inutilmente la pelle. Amava follemente i suoi figli e sua moglie, voleva tornare a casa.

Da quello che sappiamo ha cominciato a star male in vetta, a 8126 metri. Quando Elizabeth l’ha lasciato, la mattina dopo, dopo un bivacco all’aperto a 7500 metri e una discesa disperata fino ai 7200 metri, non era più in grado di muoversi, di vedere e i congelamenti erano gravi. Per quanto fosse un uomo di resistenza straordinaria, sappiamo dalla letteratura medica e dai precedenti, che nel giro di 48 ore la morte è certa, in caso di edema cerebrale, se non si viene curati e portati immediatamente a quota bassa.

Potremo parlare in futuro, e succederà, su quanto fossero adeguatamente acclimatati, sul fatto che la finestra di bel tempo era troppo ristretta, che hanno attaccato la vetta da troppo lontano.

A volte è solo maledetta sfortuna, perchè Elizabeth non solo non ha accusato problemi, ma è sopravvissuta i giorni successivi in condizioni inumane e mortali.

Tomek Mackiewitz ed Elizabeth Revol hanno aperto e completato, in stile alpino, la via iniziata da Messner ed Eisendle sul lato estremo del Diamir, arrivati alla sella a 7500 metri sul Basin , sono scesi davanti al trapezio sommitale, incontrando la via Kinshofer, sono saliti in vetta .

D’ora in avanti parleremo della via Mackiewitz-Revol e di una delle prime invernali in puro stile alpino.

I polacchi. Non si devono spendere troppe parole, come bruscamente ha ricordato Wielicki. “Abbiamo fatto quello che dovevamo fare”. Hanno salvato una vita umana e hanno nobilitato enormemente lo spirito della vera comunità alpinistica, la Brotherhood of Rope.

Dove un russo, poi naturalizzato kazako, poi un po’ italiano bergamasco, poi naturalizzato polacco, è corso incontro a una francese , trovandola al buio della parete e salutandola in inglese “Elizabeth ! Nice to meet you”

denis urubko,eli revol,adam bielecki

 

Sabato 3 Giugno 2017 , in 3 ore e 56 minuti, Alex Honnold ha compiuto l’impresa che sognava e preparava da una vita: scalare completamente slegato, scarpette e magnesite unici strumenti, la mostruosa parete di El Captain, Yosemite Valley. Ha scelto la via Freerider, che percorre la “antica” via Salathé per poi aggirarla, 30 tiri con difficoltà 7C .

Vi proponiamo la traduzione della prima intervista rilasciata per National Geographic , una chiacchierata con Mark Synnott , scrittore e climber.

 Tutte le foto (c) Tom Evans per elcapreport.com 

alex sveglia un cameraman durante la scalata de El Cap

 

Lo scrittore e scalatore Mark Synnott ha invitato Alex Honnold nella sua prima spedizione internazionale di arrampicata a Low’s Gully ,Borneo nel 2009, e in successivi viaggi a Ciad, Oman e Terranova. Nel corso degli anni hanno mantenuto un dialogo serrato sui temi più delicati dell’arrampicata e hanno discusso i pericoli della salita in “free solo”, senza corde o altri dispositivi di sicurezza.

E’ significativo che i primi momenti dopo l’ esser stato il primo uomo a scalare El Captain slegato, Alex Honnold si è seduto con il suo vecchio amico al Manure Pile, un popolare luogo di scalata ai piedi di El Capitan. Ha mangiato una mela, ha ascoltato gli uccelli e ha descritto l’esperienza sognata da una vita. La loro conversazione è stata editata per  chiarezza.

Hai appena avuto la giornata migliore della tua vita. Oppure è il miglior giorno della tua vita.

Onestamente, credo che questo sia il momento di maggior soddisfazione nella mia vita. Esattamente quello che speravo. Mi sentivo così bene. È andata molto meglio di quanto pensassi.

La montagna ti è sembrata spaventosa questa mattina?

No, non credo che la montagna sembrasse spaventosa questa mattina. Tutto sembrava uguale. Non avevo nulla addosso, e l’arrampicata è stata incredibile. Non come al solito, trascinando 60 metri di corda dietro di me per tutta la montagna, mi sono sentito molto più energico e fresco.

Come ti sei sentito all’inizio?

Non perfettamente. Forse non ho bevuto abbastanza ieri, ero disidratato forse. Ho avuto mal di testa quando sono andato a letto. Non mi sentivo stressato perché in un certo senso avevo già inserito l’autopilota .

Camminando verso la base della parete, era ancora abbastanza buio. Ho iniziato leggermente prima di quanto dovuto perché volevo essere sicuro di essere il primo (scalatore) alla base. Ho visto un orso fuggire sul sentiero. Penso di averlo spaventato.

Dimmi com’era il tuo stato d’animo.

In fondo ero leggermente nervoso. Voglio dire , è un grosso muro che ti sovrasta. È qualcosa di enorme. E poi sulla Freeblast (placche lisce di granito senza prese), ero leggermente teso, ma mi sono sentito veramente bene, alla fine.

Hai già realizzato la cosa ?

Sinceramente ora mi sento come se fossi in grado di rifarlo daccapo. Mi sento a mio agio.

 

Un altro giro sulla parete ? Yikes!

Mi sento così bene.

Stai per scalare ancora, oggi?

Probabilmente no. Ma oggi è un giorno di allenamento, mi devo appendere un po ‘. (Nota dell’editore: per allenarsi gli scalatori usano una “hangboard”, una tavola con prese varie per migliorare la loro forza nelle dita)

Quindi non è finita qui per te ?

Penso di no. Voglio dire che voglio ancora una volta fare cose dure. Voglio dire che non ti ritiri appena sei tornato giù.

(Ridendo) Questa è la frase del giorno finora. Penso che tu sia veramente bravissimo.

Noooo

C’erano alcuni gruppi di scalatori sulla parete. Ha parlato con qualcuno?

Ho passato cinque persone addormentate – ma non ho veramente chiacchierato con nessuno.

Si sono svegliati?

(Ridendo) Nessuno ha veramente detto niente. Tutti sono rimasti tranquilli e cool.

A un certo punto ti guardavo attraverso un telescopio. A Heart Ledge sembrava che stessi cercando una bottiglia d’acqua che avevi nascosto senza svegliare nessuno.

Ho svegliato un ragazzo e lui ha detto “oh hey”. Poi, quando sono passato, penso che abbia svegliato discretamente i suoi amici, perché quando ho guardato giù erano tutti tre in piedi lì come per dire ‘ma cosa ca****’?

Nelle foto uno dei climber sembra indossare un costume da unicorno [ndT: vedi foto di elcapreport.com]

Quale costume? Non ci ho fatto caso…

Com’era l’atmosfera quando sei arrivato in cima ?

Abbiamo finito per scambiarci abbracci per un po ‘. Eravamo tutti abbastanza sconvolti.

Ieri cosa hai fatto, prima dell’impresa ?

Sono andato a fare escursioni con mia madre e alcuni dei suoi amici. Poi ho guardato l’ultimo film degli Hobbit .

Non hai nemmeno trascorso un giorno di riposo prima che di fare questa scalata da solista ?

No, ed era parte del piano. Non vuoi arrivare a fare una cosa del genere non preparato. Ci voleva esercizio leggero. Perché fisicamente (la salita) non è così difficile da eseguire. È molto più il fatto che si deve essere esattamente nel posto giusto (mentale), quindi stavo cercando di creare il posto giusto.

Come hai dormito la notte scorsa?

Oh, ho dormito come un bambino. Mi sono svegliato intorno alle 2:30 o alle 3:30, pensando , ‘Facciamolo!’ E poi guardo l’orologio e penso , ‘oh’, quindi sono tornato a dormire e poi mi sono svegliato alle 4:30.

Quando avrai 70 anni, andrai a Yosemite con i tuoi nipoti che vedranno El Capitan. E tu che gli dirai?

Bambini, questa parete richiede circa quattro ore per salire da soli – dopo anni di sforzo. (ride)

Quali sono i momenti di questa impresa che ti rimarranno impressi fino ai 70 anni ?

Il Monster è stato uno dei momenti migliori perché ti senti completamente sicuro e senza corde mi è sembrato davvero facile . Scommetto che non è mai stato scalato così velocemente. _Mentre ero lì pensavo “è proprio scorrevole”, mi divertivo molto.

Dal Round Table fino alla cima è sta quasi una celebrazione di scalata . Era come fare il giro della vittoria allo Stadio. Mi sentivo Karate Kid.

Mai un momento di dubbio?

Non ci sono stati momenti di dubbio. Il Freeblast è stato certo impegnativo . E sul primo tetto (all’inizio del terzo tiro), ero  un po’ teso perché ero solo all’inizio del percorso. E il problema di Boulder che certamente è il punto cruciale della scalata [ndT vedi immagine di copertina di montagnamagica su Facebook]. Probabilmente è stata quella la cosa più difficile.

Hai pensato a qualcosa di diverso dall’arrampicata mentre salivi sul muro?

Durante tutto il terreno facile, nel mezzo, attraverso il Mostro e fino alla Spire, stavo pensando a roba casuale – tutto il gruppo  di persone che mi hanno sostenuto su questa cosa. Ho ricevuto una email da (amico e compagno di scalata) Conrad Anker questa mattina. Quindi stavo pensando a Conrad e al suo intero ethos “di essere gentili, essere buoni, essere felici.”

E ho anche pensato in termini di obiettivi di vita. Questo è stato il mio obiettivo di vita più grande per anni. E l’altro è quella di salire una via di 9a . (Nota dell’editore: 9A si riferisce ad uno dei livelli più alti e fisicamente più esigenti dell’ arrampicata sportiva.) Quindi sono a metà del muro e penso che sia il momento di concentrarsi sul 9a. È così eccitante lavorare su qualcosa di duro e nuovo.

Così hai già un nuovo obiettivo?

Per tutto il tempo in cui ho lavorato a El Cap una strategia è stata proprio quella di guardare oltre. Pensare a quello che è al di là di ciò che sto facendo mi eccita. 

Altrimenti pensi che ti lasceresti andare, se non facessi così ?

Non puoi metterti molta pressione in momenti della vita dove tutto si concentra su “questo momento”. Questo è stato il mio grande obiettivo per anni e il mio grande sogno per anni, ma vorrei ora lavorare sui miei limiti fisici e scendere dal treno dell’avventura per un po ‘di tempo.

Quindi lavorerai su questo con la sicurezza della corda.

Penso che non mi fisserò su progetti di free solo per un pò.

Ho parlato con Peter Croft, pioniere del salire slegati. Era uno dei tuoi eroi quando eri un ragazzo. Non c’è niente altro da fare ora,per quanto lo riguarda . Ha detto che El Cap è stato il passo finale.

È così che ho sempre sentito, ma chissà se tra un paio di anni …chissà ?

Pensi di diventare mai veramente appassionato di alpinismo davvero tosto ?

Davvero ne dubito. Non è successo finora.

Cosa altro hai in mente come obiettivi ? C’è qualche cosa di personale?

Non lo so. Immagino possa esserlo avere una famiglia.

Tua mamma sa cosa hai fatto su El Cap?

Non ho ancora parlato con lei. Non credo neppure che sappia di questo progetto, sai? Mi sento un po’ strano al proposito. La chiamerò .Anche se non so nemmeno cosa dirle. “Hey, a proposito …” Potrebbe pensare che l’avessi già fatto. Lei non sa davvero la differenza tra libera arrampicata e la libera in solo.

Cosa pensi che sia stato questo progetto per Jimmy Chin e la squadra  che ti ha ripreso?

Per me è stato meglio non pensare a cosa passavano gli altri…. Sono sicuro che quello che ho fatto sia stato estremamente stressante per tutti gli altri coinvolti, ma per me è stata una sfida abbastanza grande persino percorrere la base e mettere le scarpe. Perché quando arrivi e guardi su pensi, “questo è un muro grandissimo.”

Tutti sono rimasti freddi e concentrati. Penso che questo sia stato praticamente “l’equipaggio” migliore che avrei potuto avere.

Ho fiducia in chiunque sia stato nel progetto. E poi dopo un anno e mezzo di lavoro, arrivi a fidarti di tutti.

Avete idea di quanto sia grande quello che hai fatto?

Questa è la cosa divertente. Non ti sembra un grosso affare quando finalmente lo fai, perché ci hai messo tanto sforzo dentro… Voglio dire che il punto è quello di non impazzirci sopra, a pensare..

Pensi che il mondo abbia bisogno di qualcosa di nuovo come quello che hai fatto, di questi tempi ?

Quello che il mondo ha bisogno è che gli Stati Uniti restino negli Accordi di Parigi. Ci sono problemi più grandi. Ma penso che sia sempre bello per qualcuno il lavorare a qualcosa di difficile e raggiungere il proprio sogno. Speriamo che le persone possano trarre ispirazione da questo.

Cosa farai oggi pomeriggio?

Probabilmente mi eserciterò con l’hangboard.

Stai andando a fare un allenamento ??

Voglio dire, tra un po ‘, sì. Voglio mangiare un po’, voglio andare all’ombra e poi probabilmente mi appendo e alleno per un po’. Sono perfettamente riscaldato, ho appena fatto quattro ore di esercizi leggeri, sai? 

L’intero processo di raggiungimento di questo sogno mi ha permesso di vivere i momenti migliori della mia vita, che mi fa sperare di migliorarmi. Solo perché ho raggiunto un sogno non significa che voglio abbandonare la ricerca di una “versione migliore” di me stesso. Voglio essere il ragazzo che si allena e rimane in forma e motivato. Solo perché hai finito un percorso grande non significa che dopo abbandoni il cammino.

Una persona normale si prenderebbe probabilmente il pomeriggio libero, dopo aver scalato slegato El Cap.

Ma io mi appendo alla tavola e mi alleno ogni giorno, e domani sarà un altro giorno…

Ora che hai liberato in solo El Cap, potresti farlo di nuovo?

Se avessi una ragione, potrei probabilmente salire di nuovo a El Cap, nessun problema.  Quell’ ostacolo mentale è stato eliminato. Se qualcuno mi offre $ 250.000 domani, direi, ” facciamolo, ca *** ,yeah”. Ci andrei di corsa.

Fai il bravo, Alex. Non c’è bisogno di farlo di nuovo. Perché è pericoloso, giusto?

Mi sono sentito molto meno spaventato di molte altre scalate che ho fatto slegato.

Quale?

Probabilmente tutte. Perché ci ho messo così tanto lavoro in questo che avevo una grande confidenza.

Beh, è ​​fantastico.

Non avevo incertezza su questo. Sapevo esattamente cosa fare tutto in tutto il percorso. Molte delle prese della via le ho sentite come vecchi amici.

alex esce in vetta su El Cap

 

 

 

Una piccola trasmissione radiofonica – non sull’etere ma digitale – che parlerà di storie di montagna, di donne e uomini, delle loro tempeste interiori alla conquista di alte Cime.

Sintonizzatevi col vostro browser su NINO WEB RADIO , progetto noprofit di Michele Pompei, giornalista radiofonico – con una serie di illustri ospiti come Amedeo Ricucci (inviato TG1 Esteri/Internazionale), Marco Cattaneo (direttore de Le Scienze), Luca Pellegrini (direttore Istituto Storico “Parri” Bologna) e tanti altri.

 

 

  

 

A prestissimo col primo appuntamento !

di Rodolphe Popier ( Himalayan Database Researcher and Inquirer,Kairn.com editor ) tradotto da Federico Bernardi

 


 1.Non ci sono elementi diretti ( qualsiasi dato dal tracker GPS , fotografie, telefono satellitare, time laps notturni dal Campo Base,etc) né indiretti ( luci viste dal Campo Base, tracce sulla neve) che dimostrino che Ueli Steck abbia lasciato il suo bivacco [a 6900mt circa, sotto la headwall e le maggiori difficoltà tecniche,NdR] la notte tra l’8 e il 9 Ottobre del 2013. L’ossservazione diretta ha confermato la sua posizione a 6900 mt alle 17 circa, poi ripresa la mattina dopo a circa 6500 metri alle 9 di mattina con Ueli in discesa verso CB. Il suo bivacco è stato trovato daifrancesi Graziani e Benoist che hanno salito la stessa parete due settimane dopo, senza trovare altri segni di passaggio oltre i 6900 metri. I francesi hanno confermato , ascoltati separatamente.

2.Le testimonianze di Tenji Sherpa e Ngima Sherpa – che riferirono di aver visto una luce frontale sulla parete e poco sotto la cima durante la discesa sono in contraddizione con quanto riferito dagli altri membri del team che ugualmente erano usciti dalle tende quella notte, in un caso insieme (Bowie e Tenji intorno a mezzanotte). Nessuno degli altri membri della spedizione ha confermato di aver visto luci quella notte. Tra l’altro nessuno ne avrebbe ha parlato la mattina dopo, prima dell’avvistamento di Steck già a circa 6500 metri in discesa.

3 .Tutti gli elementi raccontati da Steck della sequenza temporale di tutta la salita sono intrinsecamente vaghi, a causa della mancanza di misurazione oggettiva, sia da parte di Steck (nonostante l’uso teorico di GPS all’inizio – vedi parte 6 ) che dai membri al Campo Base (senza immagini time-lapse durante la notte). Si può concludere tuttavia, sulla base di questi elementi vaghi, che Steck è stato in grado di salire al di sopra 7000m durante la notte più velocemente e su terreno più difficile di quanto fatto da lui sotto i 7000m durante il giorno. Se Ueli è stato almeno 2 volte più veloce dei 2 team francesi (Beghin / Lafaille 1992  e Benoist / Graziani 2013) nella parte bassa della parete, nella metà superiore – durante la notte . lo svizzero risulterebbe almeno 3 volte più veloce (per i francesi sono stati necessari 2 giorni e mezzo solo per la headwall nel 2013, salendo di giorno; Steck circa 6:45 ore dal suo campo verso l’alto).

Il tempo di discesa di Steck dalla cima al suo bivacco ( da 8091 a 6900) è stato di 3 ore, con 8 doppie Abalakovs  per tutta la parete  (senza lasciare qualsiasi vite da ghiaccio o altro )… Graziani / Benoist hanno avuto bisogno di 2 giorni per la stessa sezione , compiendo discesa in corda doppia e usando la maggior parte del loro materiale.

4 . Le condizioni meteo eccezionali riportate che hanno permesso la salita non sono state confermate da nessuna foto: nel pomeriggio dell’ 8 ottobre e quindi la mattina del 9, nessun segno di uno strato sottile di neve che copriva il muro principale [come riportato da Ueli,NdR]. Comunque, una comparazione di immagini  nei pressi dell’inizio della headwall mostrano migliori condizioni di ghiaccio per lo svizzero che per i francesi del 2013 (nel 1992 i francesi avevano di gran lunga le condizioni più secche).

5 .Ci sono 3 dichiarazioni contraddittorie  per questa salita :

– sulla vetta: 4 versioni diverse (nella prima Ueli riferisce di aver controllato grazie all’altimetro, nella seconda – che corregge la prima, Steck accenna a essersi fermato alla seconda delle 3 cornici di vetta; nella terza Steck dice di essersi fermato direttamente sulla cresta sommitale appena uscito dal lato sud, una quarta mostra disegni della via che si fermano all’anticima est 

– la perdita della fotocamera: 2 versioni (una a 6700m; l’ altra dopo aver passato i 7000m sull’ headwall)

– il numero di calate in doppia, Ueli ha fornito 3 versioni (8 ad Andreas Kubin, 10 a Manu Rivaud, 4 o 5 Stephan Siegrist)

6. Pur essendo una condizione molto soggettiva, può essere degno di menzione il fatto che Steck non abbia manifestato alcun segno di stanchezza dopo la salita. Ha corso verso l’ ABC per il CB  il 9 ottobre. Ha compiuto la consueta sessione di training la mattina dopo con Patitucci. Poi direttamente a Pokhara il giorno 11. Solo la sera del 9, Patitucci dice che Steck andò a letto prima degli altri, durante la festa in onore della sua impresa.

 


 

 

Il report dettagliato e completo di Rodolphe Popier può essere letto qui

 

 

Questi giorni di un caldo e soleggiato Aprile 2017 come non mai , sembrano voler preludere a grandi eventi per l’Alpinismo Internazionale – e non parliamo soltanto dei due prestigiosi appuntamenti del titolo ma della notevole serie di annunci relativi a varie spedizioni in Himalaya , tra cui senz’altro i più clamorosi sono quelli del tentativo di traversata Everest-Lhotse di Ueli Steck e Tenji Sherpa , con ideale percorso di salita da C1 del Khumbhu, poi l’Hornbein Colouir fino alla cima di Chomolungma, discesa al C4 del Colle Sud e salita del Lhotse per la variante Urubko) e la spedizione di Simone Moro e Tamara Lunger, il cui progetto incredibile è la salita delle 4 vette del massiccio del  Kangchenjunga percorrendo la cresta che parte a Est con lo Yalung Kang e che non scende mai sotto agli 8200 metri. Vi sono poi Hervè Barmasse con -David Gottler a tentare una nuova via sulla sud del Shisha Pangma, progetto già tentato dal tedesco con Ueli Steck.

Non possiamo tacere del fatto che il rilascio della “Bibliografia” , ad opera del comitato Piolets D’Or, che precede l’annunciato Forum Internazionale il 13 Aprile – il cui obiettivo è discutere sulle “Prove nell’Alpinismo”, rivedendo polemiche e contestazioni passate, affrontando quelle presenti e soprattutto rivedendo anche i criteri stessi del Capitolo Piolets D’Or, prestigioso premio di alpinismo però al centro da anni di polemiche.

La “Bibliografia” a cui ci riferiamo è evidentemente quella riferita a due exploit recenti ad opera proprio del summenzionato “Swiss Machine” Ueli Steck: in poche parole, vi sono report poderosi, con una massa di dati e calcoli statistici su velocità di ascesa, tempi, dichiarazioni, interviste, indagini che contestano apertamente due delle più importanti salite in velocità dichiarate da Ueli, la Sud della Shisha Pangma e soprattutto la salita a tempo di record , completando la via visionaria di Lafaille dell’Annapurna Sud.

E’ noto a tutti che per entrambe le imprese Ueli non ha rilasciato foto di vetta né alcun tipo di dato estratto dal suo GPS da polso Suunto, tuttavia per quanto riguarda la Custode Mrs. Hawley le salite sono convalidate e ufficialmente riconosciute: non dimentichiamo poi che per l’Annapurna Sud Ueli vinse proprio il Piolet D’Or ! Non anticipiamo nulla e invitiao tutti a leggersi i PDF della Bibliografia, alcuni succinti, altri molto difficoltosi e impegnativi ma assai documentati.

Il Forum, pieno di esperti, alpinisti e giornalisti internazionali, tra cui Rolando Garibotti e Kelly Cordes – noti per il loro rigoroso (e durissimo) lavoro sul Cerro Torre – dovrà affrontare a viso aperto una questione che il sottoscritto, al di là delle accuse al singolo, ritiene non più eludibile nell’Alpinismo Contemporaneo.

Ovvero: la tecnologia è sempre più pervasiva, l’alpinismo moderno se ne avvale ampiamente e diffusamente per previsioni meteo più precise, per misurare le proprie prestazioni e percorsi sin nelle passeggiate urbane ; i GPS sono sempre più precisi, la possibilità di scattare foto e video di vetta non più così condizionata da peso dell’attrezzatura o difficoltà d’uso.  Dunque, se l’Alpinismo iper professionista non accetta l’idea che a fronte di dichiarati obiettivi debba fornire la più ampia documentazione disponibile , nascondendosi dietro la “purezza” il “farlo per se stessi e non per il record”, la “fiducia”, temo che l’impasse durerà ancora a lungo, le contestazioni e dispute sempre più aspre e in generale la credibilità di una parte (ripetiamo: quella super professionista, che non significa affatto mercenaria o di marketing) importante dell’Alpinismo sarà intaccata pesantemente.

Il 27 Aprile inizierà il 65mo Festival della Montagna di Trento, con un ricchissimo programma e una quantità di film in concorso e non da record.

110 eventi, la serata inaugurale affidata al gigantesco Reinhold Messner , in una conferenza su varie cime dal titolo “il Fascino dell’impossibile” (quanto mai azzeccato viste anche le annunciate spedizioni sopra !) , con la regia di Alessandro Filippini (maestro di cerimonie impagabile e eccellente regista degli eventi clou da tempo), il 27 Aprile. La sera dopo, il 28, parata di stelle dell’arrampicata tra cui Adam Ondra per discutere dell’arrampicata nei Giochi Olimpici. Messner presenterà il suo ìfilm da regista “Still Alive – Dramma sul Monte Kenya” il 1 Maggio. Il 4 serata dedicata a Lowe “Metanoia”, celebrato anche come Piolet D’Or alla carriera quest’anno, per chiudere il cerchio.

MontagnaMagica seguirà alcuni giorni del Festival e cercherà, soprattutto, di ascoltare e raccogliere pareri su questo fermento e il dibattito, potenzialmente esplosivo, sulle “Prove nell’alpinismo”.