storia di una valle nascosta del Karakorum circondata da splendide pareti di granito

di Matteo Bedendo – alpinista, fotografo / edit Federico Bernardi per MontagnaMagica

Il Karakorum, alpinisticamente parlando, nell’immaginario collettivo , è spesso associato alle grandi vette che si ergono lungo il Ghiacciaio Baltoro, teatro di epiche spedizioni e scalate sin dall’inizio del 1900.

Il K2, i Gasherbrums, il Broad Peak, il Chogolisa e le Trango Towers , il Laila Peak : le montagne che richiamano alla mente grandi sfide del passato e del presente.

Eppure il Karakorum include decine di vallate più nascoste e meno conosciute, meno accessibili ma con vallate, ghiacciai, montagne e pareti di granito di straordinaria bellezza e potenzialità alpinistica, di altezze comprese tra i 4500 metri e gli oltre 7000, che riservano – ai pochi che vi si avventurano – emozioni e ricchezza di possibilità di esplorazione praticamente inesauribili.

Matteo Bedendo, un giovane e talentuoso fotografo e alpinista, ha esplorato, fotografato e scritto di uno di questi luoghi, nel 2016 : la Nangma Valley, situata a circa 50 km a sud e parallela al grande ghiacciaio del Baltoro e del K2.

Vi proponiamo di seguito il suo straordinario report storico e in calce all’articolo la gallery fotografica.

                                                  Nangma Valley – segnaposto sulla cima Amin Brakk (Google Maps)

La scorsa estate ho avuto il privilegio di fotografare la valle più sorprendente che abbia mai visto.

La valle di Nangma è un luogo esteticamente sublime, segretamente incastonato nel cuore del Karakorum.

Benché abbia visto qualche esploratore occidentale già negli anni sessanta, questa valle rimane tutt’ora sconosciuta a buona parte degli appassionati di alpinismo e arrampicata. Chiunque conosca questa catena montuosa ha probabilmente sentito parlare della valle di Charakusa, dominata dall’immensa parete nord del K6; tuttavia la valle che arriva a questa montagna da sud – chiamata Nangma – deve ancora mostrare a buona parte del mondo il suo immenso potenziale alpinistico e naturalistico.

Quando Eduard Koblmiller mise piede nella valle durante la vincente spedizione al K6 del 1970, la descrisse come un luogo di “insolita e primordiale bellezza”.

La valle di Nangma sembra un dipinto impressionista, fatta di contrasti di colore estremi e linee astratte che puntano il cielo con stupefacente verticalità. Qualcuno la definisce la “Yosemite del Pakistan” benché qua, oltre a chilometrici castelli di granito, ci sia posto anche per l’alpinismo d’alta quota – tecnico e difficile – tipico delle montagne del Karakorum. La bellezza della valle è quasi commovente e, al contrario di altri e ben più celebri luoghi, i campi base sono solo ad un intensa giornata di cammino dalla strada.

La valle è raggiungibile dal villaggio di Kande, lungo la valle di Hushe. Deve esserci stato un lungo momento di crisi di creatività dal momento che quasi tutti i villaggi si chiamano Kande, Khane, Kunde o Kanday. Il Kande che dovrete raggiungere è l’ultimo.

Avere con sé una guida è obbligatorio, benché secondo la legge questa sia un “open zone”: al checkpoint militare lungo la valle i militari fermano chiunque ne sia sprovvisto. Fortunatamente non è richiesto alcun ufficiale di collegamento o alcun briefing/debriefing a Islamabad – tutto può essere quindi organizzato direttamente a Skardu, con gran risparmio di tempo, costi e burocrazia. La valle di Hushe vede ogni anno qualche alpinista/trekker in uscita dal Gondogoro La, celebre passo d’alta quota che conduce – con percorso alternativo al classico – a Concordia e al K2. Ma a Kande non esiste alcuna guesthouse o struttura per turisti; pochi anni fa l’intero villaggio è stato distrutto da una frana ed è stato ricostruito poco più a nord. La vostra guida, se siete fortunati come lo siamo stati noi, potrà rimediarvi una stanza degli ospiti a casa di qualche contadino. Campeggiare lungo la valle è sicuramente un opzione; eventuali portatori possono essere reclutati direttamente la sera prima, nel villaggio.

Benché si abbia il grande sospetto che questa valle diventerà famosa per il granito, le vie di pura roccia e le immense torri come l’Amin Brakk, non si può iniziare a parlare di una montagna diversa dal K6 (7282m).

Non solo la prima salita al K6 è stata effettuata proprio da questa valle, ma è tutt’ora l’unica salita alla cima principale. L’impressionante via aperta da Raphael Slawinski e Ian Westeld nel 2013 sulla parete nord – che li ha portati alla vittoria del Piolet d’Or – si è conclusa sulla cima Ovest.

La vera cima del K6 è stata raggiunta solamente nel 1970 da una spedizione Austriaca che ne ha calcato la vetta con quattro membri: Eduard “Edi” Koblmueller, Gerhard Haberl, Christian von der Hecken and Gerd Pressl. Per Koblmuller si tratta del primo grande successo in Asia, che sarà seguito da una serie di impressionanti salite di altissimo livello soprattutto in Karakorum: sarà il primo a raggiungere la vetta principale del Chogolisa (salvandosi miracolosamente dopo il cedimento di una cornice) e salirà vie difficili su leggendarie montagne quali Batura, Cho Oyu, Diran, Rakaposhi e Nanga Parbat. La “via Austriaca” attraversa tutta la base della montagna e supera un colle fino ad attaccare la “spalla” dalla valle adiacente (l’accesso diretto da qua si sarebbe rivelato molto più lungo) e raggiungere poi la cresta sud-est.

I salitori valutano alcuni tratti nella parte alta come V+ /A2. Molte corde fisse sono state usate. L’anno prima una spedizione Italiana ha tentato di scalare il K6 da un’altra via: invece di proseguire verso la “spalla” la via sale bruscamente a sinistra lungo una rampa di ghiaccio e poi segue la cresta ovest (attraversando il K6 West) fino ad una serie di pinnacoli rocciosi che, apparentemente, si sono rivelati troppo difficili. Il primo tentativo risale invece ad una spedizione inglese del 1961. Da segnalare una nuova recente via (Bennet – Zimmerman, USA, 2015) al K6 West, con difficoltà di misto fino ad M6 e ghiaccio fino a 90°.

Kapura (6544m) è una elegante piramide di roccia e ghiaccio che si innalza dalla cresta ovest del K6. Celebre per essere stata salita solo in tempi recenti – nel 2004 – da Steve House, ha visto una sola salita dalla Nangma Valley nel 2013, da parte di una coppia di alpinisti Portoghesi. Paulo Roxo e Daniela Teixeira hanno realizzato una via che termina sulla cima sud a circa 6350m di quota: si chiama “Never Ending Dreams”, si sviluppa per 1300 metri e presenta difficoltà di M4 e ghiaccio fino a 70°.

La valle di Nangma, come ho detto prima, ha potenziale per diventare una Yosemite dell’Oriente, con pareti perfette e asciutte che si innalzano direttamente dal campo base. Tuttavia la montagna simbolo di questa valle non ha una parete comoda, né tanto meno vicinissima ad un eventuale campo base.

La cima è una confusa festa di cornici e l’uscita dalla parete non può avvenire senza un equipaggiamento da ghiaccio e una discreta abilità nel muoversi su questo tipo di terreni.

L’Amin Brakk è uno dei monoliti di roccia più imponenti del Karakorum e del pianeta. Nonostante la quota non estrema (circa 6000 metri, nonostante sulle mappe figuri un po’ più basso), essa è il vero protagonista di questo remoto angolo di Pakistan. La sua parete ovest ha l’aspetto di un siluro alto milleduecento metri e terribilmente verticale. Anzi, la prima parte presenta un caso più unico che raro di placche strapiombanti. La compattissima “pancia” che si innalza dalle marce e ghiacciate rocce basali non ha infatti l’aspetto di qualcosa che possa essere scalato in libera da un essere umano, benché non sia da escludere un sistema di fessure che la attraversi. E’ un El Capitan dell’asia, ma è ben più difficile – e grande: le guide locali ribadiscono fieramente che esso è “ben più arduo delle Torri di Trango”.

Scoperta di recente, ha visto un primo tentativo spagnolo arenarsi a 300 metri dalla cima nel 1996, dopo quindici giorni di permanenza in parete. E’ solo nel 1999 che altri Spagnoli, Silvia Vidal, Pep Masip e Miguel Puigdomenech, raggiungono la cima dopo trenta giorni consecutivi in parete. La loro via, “Sol Solet” ha uno sviluppo di ben 1650 metri e buona parte dei tiri sono stati scalati in artificiale, con difficoltà in artificiale fino ad A5 ed in libera fino a 6c+. Oltre 500kg di materiale sono stati trasportati in parete (quasi la metà era acqua) e una trentina di spit sono stati piantati durante la salita, concentrati soprattutto nei tiri dove il granito si è rivelato compatissimo e liscio; due giorni di calata sono stati necessari per scendere e ripulire interamente la parete. La montagna è stata chiamata Amin Brakk come omaggio al loro cuoco, Amin. Pochi giorni dopo la cima è stata raggiunta di nuovo da una cordata Ceca: “Czech Express” sale più a destra rispetto a “Sol Solet” e ha difficoltà di artificiale di A3 e uno sviluppo maggiore rispetto alla via degli Spagnoli. Il ghiaccio arriva a 70°.
La via “Namkor” di Adolfo Madinabeitia e Juan Miranda sale invece tra le due vie sopracitate, ha uno sviluppo di 1550 metri ed ha richiesto trentun giorni di permanenza in parete, di cui buona parte passati nel portaledge a causa del maltempo. Ben diciassette dei trentuno tiri sono stati saliti in libera (fino al 6b+), mentre le difficoltà maggiori sono state incontrate nei due tiri di A5.
Nel 2004 una spedizione Russa, dopo aver salito la montagna in parte per una nuova via, ha visto il primo e unico B.A.S.E jump della sua storia. Valery Rozov (scomparso di recente durante un salto sull’Ama Dablam) si è lanciato da un punto vicino alla cresta sommitale a trecento metri dalla cima e, nonostante sia passato pericolosamente vicino ad una cengia durante i primi secondi di volo, l’intera spedizione si è conclusa con un successo.

Il campo base classico delle spedizioni sul lato destro orografico della valle è un luogo pittoresco e magico. Le pareti che lo sovrastano sono di per sé un obiettivo appagante per un purista della roccia. Zang Brakk e Denbor Brakk sono due cime di 4800 metri che non passano certo inosservate per estetica e verticalità – e sono anche un ottimo ripiego nel caso gli obiettivi più ambiziosi della valle (leggasi Amin Brakk) si rivelassero.. troppo ambiziosi, appunto. Il granito è compatto e colorato e le possibili vie da salire sono ancora tantissime.

Zang Brakk è sicuramente una delle torri più erotiche della valle, complice un aspetto davvero attraente e – soprattutto – l’accesso istantaneo: la parete inizia letteralmente al campo base. Lo sviluppo delle vie che arrivano dalla base alla cima oscilla tra i 540 e i 750 metri. La prima salita si deve nuovamente a Pep Masip e Silvia Vidal che nel 1998 hanno perlustrato l’area per poter poggiar lo sguardo personalmente sull’Amin Brakk, che avrebbero scalato l’anno successivo. La via è lunga 540 metri e la maggior parte dei tiri ha difficoltà in artificiale fino ad A3. La coppia riferisce di aver trovato, pochi metri oltre l’attacco della via, dei vecchi spit di orgine sconosciuta. Nel 2000 sono nate tre nuove vie. Due vie sono state aperte da un team Coreano e presentano difficoltà simili – 6a + A4-. La terza via è stata aperta da una coppia di arrampicatrici britanniche e termina a poca distanza dalla cima. “Ramchikor” è lunga 600 metri ed è stata gradata 5c + A2 dalle apritrici. Una recente addizione è la via “Hasta la Vista David”, di Silvestro Stucchi, Elena Davila, Anna Lazzarini ed Enea Colnago. La via percorre la parete sud ovest per ben 750 metri con difficoltà di VI+ e A1.
Libby Peter e Louise Thomas, autrici di “Rachikor” sullo Zang Brakk, sono anche le prime salitrici del Denbor Brakk – per una via piuttosto laboriosa (sfasciumi e cresta) dalle difficoltà tecniche moderate. Nel 2009 l’ovvia cresta sud della montagna è stata scalata (fino alla cima sud) dagli Americani Estes e Hepp, che l’hanno descritta come una delle peggiori arrampicate della loro vita, buona parte a causa dell’intenso lavoro di “giardinaggio” che i due si sono trovati a dover praticare. Una via Polacca più diretta si svolge sul più grosso dei tre pilastri che caratterizzano la montagna ed è stata chiamata Dancer in the Dark. Benchè il Denbor Brakk sia anch’esso vicinissimo al campo base, esso richiede (salvo fare un giro molto più lungo) l’attraversamento di un impetuoso fiume-cascata glaciale. Necessaria una corda fissa per evitare grossi rischi ad ogni attraversamento.

Dopo questo lungo elogio al granito perfetto della valle è il caso di spezzare l’articolo con una stupenda piramide di ghiaccio: Drifika (6447m). La montagna, il cui nome è una storpiatura di una parola locale che significa “Palazzo dei Fantasmi” è piuttosto nascosta. La sua presenza non è intuibile dalla valle principale e per arrivarci bisogna superare di un bel pezzo l’Amin Brak – attraversando infiniti pendi morenici. Le poche persone che hanno posato gli occhi sul suo profilo perfetto probabilmente l’hanno fatto da Nord, dalla valle di Charakusa – dove sono avvenute anche la prima e seconda ascensione (rispettivamente, Giapponesi e Italiani). Da sud la montagna si presenta altrettanto splendida, ma ultimamente un po’ flagellata – nella stagione estiva – dal torrido caldo Pakistano: foto del 2004 mostrano ripidi couloir di neve abbondante che, allo stato attuale, sono stati sostituiti da cumuli di sfasciumi in costante crollo. La roccia qua non è più granito ma, con una buona copertura, il Drifika mostra una serie di linee logiche e interessanti. Delle poche spedizioni che la montagna ha visto da questo versante, è quella Slovena del 2004 che più si è avvicinata al successo. Il loro dietro front a poche decine di metri dalla cima è stato obbligato dopo l’aver assistito all’incidente mortale capitato ad un membro della spedizione basca, poche centinaia di metri sotto di loro. La via di Matija “Matic” Jost e compagni si chiama “White River” ed è tanto logica quanto bella: l’esposizione è garantita per i 1200 metri di via (60° ghiaccio, un breve salto a 90° su seracco). Allo stato attuale la parte bassa non è percorribile nei mesi più caldi a causa degli interminabili crolli di sfasciumi. Nel 2007 una nuova via Ceca raggiunge la cima Ovest attraverso la cresta sud-ovest (M4, roccia marcia).

Nella valle glaciale che vede fronteggiarsi Amin Brakk e Drifika, c’è spazio per un altra salita su ghiaccio. Korada Peak (5944m) è stato salito dagli stessi Sloveni di “White River”, Gregor Blazic, Matija Jost, Vladimir Makarovic. Pur non essendo enorme per gli standard del Karakorum (ha il difetto di trovarsi tra due montagne stupende) ha un’aspetto remoto e attraente. La via è stata salita e scesa in 25 ore e benché per buona parte sia “solo” un ripido pendio di ghiaccio, supera una difficile fascia rocciosa alta sessanta metri. E’ valutata TD+ dagli apritori.

Una montagna piuttosto evidente nella valle si chiama Shingu Charpa (o “Great Tower”, ca. 5800m).

Scalata per la prima volta dai Coreani Shin Dong-Chul, Bang Jung-Ho e Hwang Young-Soon nel 2000. Dopo aver scartato l’idea di salire la cresta nord, hanno attrezzato con corde fisse l’ovvio couloir nevoso sulla parete ovest e hanno poi proseguito su roccia delicata – sempre a rischio crolli a causa anche delle frequenti precipitazioni. Il vero motivo dell’interesse verso questa montagna rimane però la sua cresta nord. Essa è alta quasi milleseicento metri ed è un capolavoro di estetica. Tanto logica quanto ciclopica, la sua storia rimane un po’ controversa. Nota e tentata già dal 2000, ha visto un team russo percorrerla quasi integralmente fino alla cima nel 2006. I russi però hanno effettuato la salita in due tempi, cioè scendendo a circa un terzo e poi tornando nello stesso punto attraverso una scorciatoia lungo la parete est. Inoltre, benché Igor Chaplinsky sostenga di aver raggiunto la cima in libera, è ormai noto che i tre non hanno scalato gli ultimi cento metri di ghiaccio a causa di “mancanza di materiale”. Anche l’aver salito in libera tutta la cresta si è rivelato un falso. Destino simile per gli Americani Kelly Cordes e Josh Wharton che nello stesso anno sono stati respinti dal durissimo ghiaccio nero sommitale dopo aver faticosamente percorso tutta la cresta (con molti tratti in artificiale). Percorrere questa cresta integralmente, fino alla cima, rimane una delle sfide aperte più ambiziose della valle.
La seconda salita della montagna è avvenuta l’anno successivo da parte di Alexander Klenov, Mikhail Davy e Alexander Shabunin – team Russo – attraverso la parete est. La via si chiama “Never More” e interseca sul finale la cresta nord: il grado è altissimo e lo sviluppo piuttosto elevato (1600m, 7a, M5, A3).

Le possibilità nella valle sono infinite, sono da citare però la misteriosa Changui Tower (spesso “Changi Tower”), la cui parete est è già stata scalata almeno due volte.

L’altezza della torre dovrebbe attestarsi sui 5800 metri, sebbene alcune vecchie mappe e report indichino 5300. La montagna si trova sul versante meno celebre dell’Amin Brakk, dove la valle curva in direzione del K6, ed è probabilmente la seconda struttura più alta dell’aggressivo e complesso massiccio di granito. Una seconda Changi Tower (6500m), nota già negli anni settanta e invisibile dalla valle di Nangma, si alza alla base più orientale del K6, e presenta una difficile scalata d’alta quota su misto e ghiaccio, con roccia molto compatta.
Una delle torri dall’accesso più rapido (perlomeno tra quelle di aspetto definito e imponente) è la Logmun Tower (o “Green Tower”, ca 4600m). Avendo posto il campo base sul fondo della valle e non sulla destra orografica (quindi nel caso Amin Brakk, Zang Brakk e compagni non siano di vostro interesse..) questo enorme pilastro triangolare è la struttura verticale più ovvia. Le poche vie tracciate presentano arrampicata libera fino al 6a/6b+ e qualche punto in artificiale fino ad A3: l’arrampicata è sempre molto continua ed impegnativa, e spesso le fessure sono da ripulire dalla vegetazione. Lo sviluppo resta notevole anche se si tratta di un pilastro di quota non esagerata: si parte da un minimo di 600 metri ad un massimo di 850.

Lungo tutta la valle esistono centinaia di torri e pareti vergini di granito perfetto, nonché una discreta scelta di boulder. Nonostante un buon numero di remotissime pareti di ghiaccio e una montagna difficile, alta e leggendaria come il K6, è ovviamente il granito a fare da padrone da queste parti.

La Yosemite del Pakistan è pronta ad accogliere gli scalatori più esigenti che, oltre ad una buona dose di fantasia e abilità tecnica, sono alla ricerca di un nuovo paradiso terrestre, remoto ma accessibile, dove vivere un alpinismo moderno ed esplorativo allo stesso tempo

 

GALLERIA DELL’ESPLORAZIONE NELLA NANGMA VALLEY

tutte le foto sono di Matteo Bedendo – vietata la diffusione senza esplicito consenso – tutti i diritti riservati (c) Matteo Bedendo Photography

hushe valley
nangma valley
amin brakk

E’ morto a 91 anni Cesare Maestri, leggendario alpinista italiano

Cesare Maestri, il leggendario scalatore italiano e il “Ragno delle Dolomiti”, è morto a 91 anni a Tione di Trento.

“Questa volta Cesare ha firmato il libro della vetta della sua scalata della vita”, ha scritto ieri, 19 gennaio 2021, sui social Gianluca Maestri, figlio di Cesare.

 Il giovane Cesare Maestri – foto P.Melucci

Nelle ore successive, sotto il post di Gianluca e su altri ricordi nei social network, si è accumulato un’enorme afflusso di cordoglio, affetto e di ricordi: commenti scritti da persone che scrivevano quanto dovevano a Cesare il loro amore e rispetto per la montagna, oppure il ricordo di bambini affettuosamente accompagnati in montagna sotto la sua paterna e gentile guida. Dopo aver smesso di arrampicare – ma solo “pubblicamente” nel 1978 – Maestri, oltre a dedicarsi all’amata moglie Fernanda, al figlio Gianluca e alla nipote Carlotta, ha trascorso  lunghi anni scrivendo, insegnando educazione ambientale e guidando i bambini sui sentieri e dando lezioni di arrampicata sulle Dolomiti. Era un punto di riferimento solido e amato a Madonna di Campiglio, con la Bottega di famiglia. Si intratteneva volentieri con la gente, umile, cordiale e generoso.

Maestri è  diventato famoso in tutto il mondo anche per le polemiche che circondano le salite sul Cerro Torre in Patagonia, ma i suoi innumerevoli exploits sulle Dolomiti lo rendono una figura di assoluto spicco nell’arrampicata mondiale. Ha scalato circa 3.500 vie nella sua vita, un terzo delle quali in solitaria.

Le Dolomiti furono il suo palcoscenico: nel 1950, all’età di 21 anni, irruppe in scena salendo in solitaria la Via Preuss al Campanile Basso. Famose in tutto il mondo le sue prime solitarie della Via Solda-Conforto (5.9 A2, 650 metri) sulla Marmolada e della Via delle Guide al Crozzon di Brentawas, entrambe nel 1953. Scende in solitaria fino al VI UIAA (5.10 circa) sul Crozzon di Brenta e sul Sass Maor. Nel 1954 completa una traversata in solitaria dell’Ambiez-Tuckett (16 vette in 18 ore), con difficoltà fino al VI grado. Ha effettuato una salita invernale in solitaria della cresta sud-ovest del Cervino. L’elenco potrebbe continuare.

Maestri nacque a Trento, in Italia, nel 1929, in un quartiere chiamato Casoni, dove da bambino iniziò a scalare i muri degli edifici e dei pali della luce, rimediando cadute, graffi e visite ospedaliere. In una videointervista a Nereo Pederzolli, Maestri rideva ricordando un medico dell’ospedale che chiese a suo padre Toni : “Che fine ha fatto il piccolo Cesare? È una settimana che non lo vediamo in ospedale, è malato o cosa? “

 

Entrambi i suoi genitori erano attori itineranti. Sua madre morì quando aveva 7 anni, lasciandolo alle cure di suo padre, Toni. Nel 1943, una condanna a morte fu emessa nei confronti di Toni dall’autorità tedesca di occupazione e la famiglia fuggì a Ferrara, città natale della moglie. Quando, qualche tempo dopo, la polizia fascista fu incaricata di arrestarlo, la famiglia tornò a Trento e il giovane Cesare si unì ai partigiani che combattevano contro i tedeschi.

Dopo la guerra il padre di Cesare lo mandò a Roma per studiare storia dell’arte. Lì si dedicò alla politica con il PCI ma, dopo due anni a Roma, rinunciò agli studi e alle passioni politiche – lui così anarchico, libero , irrequieto – e fece rientro a Trento. Fu allora che Cesare iniziò a scalare, un modo per sfuggire agli stress terribili che si portava dietro dalla guerra e dal suo non riuscire a collocarsi in società in ruoli troppo soffocanti per lui.

Ben presto, il suo talento naturale ed esplosivo nell’arrampicata lo vide ripetere – e spesso in solitaria – vie storiche e difficili sulle Dolomiti. Nello stile di Paul Preuss, ne ha discese la maggior parte senza corda e protezioni, in solitaria, dopo essere salito in cima. Ha aperto nuove vie difficili che hanno aperto nuovi orizzonti nel Sesto Grado (UIAA grado VI).

Maestri era un innovatore, insofferente per le regole, curioso e in poco tempo iniziò una nuova fase nel suo stile di arrampicata. Con un clamoroso “salto di stile” si dedicò all’arrampicata artificiale, portata all’estremo, inventando soluzioni, nuovi attrezzi, in un groviglio di staffe, corde, chiodi, scalette affrontava difficoltà impossibili allora in libera, con ostinazione. Le Direttissime , cioè vie a piombo sulle pareti, senza seguire le naturali conformazioni più logiche della roccia, diventarono il suo terreno di gioco.

Così all’interno dell’arrampicata di Maestri è esistita un’apparente contraddizione: da un lato amava lo stile puro di Preuss, ma dall’altro abbracciava le tecniche di arrampicata artificiale estrema. Questa dicotomia incarna il carattere vulcanico, contradditorio eppur così libero di Cesare Maestri.

Gianpaolo Motti, grande alpinista e scrittore italiano, ha scritto nel secondo volume del suo libro, Storia dell’alpinismo:

Maestri è ambizioso, narcisista, polemico, geloso, invidioso, sensibile, intollerante con chi è più forte di lui, permaloso. Ma allo stesso tempo è generoso come pochi sono, semplice come un bambino, forse ingenuo, sensibile al punto da essere ferito da uno spillo, deluso da certi valori in cui crede e che forse non esistono.Quando Maestri ha iniziato ad arrampicare, voleva essere il più forte ed era ansioso di dimostrarlo. Ha fatto una spettacolare serie di salite solitarie, compiute sulle vie più ardue delle Dolomiti, spesso svolte senza alcuna protezione, degne del maestro Preuss. … In effetti, si può senza dubbio dire che è stato uno dei più forti alpinisti del dopoguerra.Amava  essere personaggio , si attribuì e fece relazioni drammatiche e abbellite delle sue salite, tanto che per il grande pubblico divenne noto come il” Ragno delle Dolomiti “. Eppure se c’è un personaggio simpatico, è Cesare Maestri. La sua rabbia, le feroci polemiche, gli atteggiamenti dittatoriali, le reazioni infantili, lo rendono troppo umano per definirlo sgradevole. Purtroppo Maestri ha sempre prestato la sua parte alle provocazioni e si è trovato a giocare, senza rendersene conto, il gioco di chi lo provocava.

I risultati di Maestri sono stati in gran parte oscurati da una serie di polemiche, iniziate con la sua salita al Cerro Torre del 1959, realizzata con l’asso dell’arrampicata su ghiaccio Toni Egger e Cesarino Fava. Fava ha assistito gli altri due fino al primo nevaio, poi è sceso al campo base in attesa che finissero la salita.

Là Fava aspettava e aspettava. Sei giorni dopo non c’era traccia dei due uomini. Finalmente, un giorno, già temendo la morte dei suoi amici, mentre stava per abbandonare il campo, Fava notò Maestri disteso nella neve sotto la parete est del Cerro Torre. Maestri affermò di essere salito con Toni Egger in vetta al Cerro Torre – un’impresa storica – e che, durante la discesa, Egger fu spazzato via da una valanga.

Presto arrivarono dubbi sull’affermazione di Maestri secondo cui lui e Egger avevano raggiunto la vetta del Cerro Torre. Le accuse più forti arrivarono da Carlo Mauri, grande scalatore dei Lecco Spiders, compagno di Walter Bonatti nella prima salita del Gasherbrum IV nel 1958, e in qualche modo “rivale” già in Patagonia nella spedizione con Bonatti che si concluse con il ritiro dal Cerro Torre, definito “impossibile” da Mauri (accusando di fatto Maestri di non averlo salito).

Maestri presto si trovò, rispondendo inizialmente con sdegno , in un turbine di feroci polemiche contro il crescente coro di detrattori , nel decennio successivo, e tornò al Cerro Torre nell’inverno del 1970, trasportando quello che divenne un famigerato trapano- compressore da 60 chilogrammi alimentato a gas, nel tentativo di mettere le cose in chiaro e mettere a tacere i critici. Voleva dimostrare che anche quella parete era scalabile. Quella stagione, Maestri e i suoi compagni  combatterono in Inverno contro il maltempo sul Cerro Torre per 54 giorni, salendo per 600 metri sulla parete sud-est, prima di mettere in pausa il loro assedio. Tornati di nuovo in primavera, chiodando la parte alta della loro nuova via con il compressore, Maestri lasciò centinaia di chiodi a breve distanza, anche su punti apparentemente non necessari. Si fermò verso la fine del muro di roccia, rifiutando di scalare l’ ultimi fungo di ghiaccio e rime fino alla cima. Maestri lasciò il compressore ancorato alla parete e durante la discesa distrusse alcuni dei suoi stessi spit in un gesto iconoclasta e oltraggioso.

Negli anni a seguire, Maestri ha difeso le sue dichiarazioni, in seguito si è rifiutato di parlare  sulla sua salita dichiarata nel 1959 del Cerro Torre, che non è più riconosciuta valida dalla comunità alpinistica, sulla base di una serie di indagini di fotografie e confronti delle descrizioni dei percorsi di Maestri e delle successive ascensioni del percorso dichiarato. Nel 2012, gli alpinisti americani Hayden Kennedy e Jason Kruk hanno distrutto oltre 100 spit dalla Via del Compressore dopo aver completato la prima salita discreta della parete sud-est , causando  plauso di una parte della comunità alpinistica e contemporaneamente grande sdegno dalla comunità locale (furono bloccati e mandati via da El Chalten) e da altri alpinisti, una questione che si è trascinata per anni.

Nel 1978 Maestri decide di abbandonare definitivamente l’arrampicata. “Il miglior scalatore è [quello] che muore nel suo letto”, come  Maestri ricorda nella sua video intervista a Nereo Pederzolli citata sopra.

Tragicamente, la controversia sul Cerro Torre ha imbrigliato Maestri come.. un ragno intrappolato nella sua stessa tela.

Io stesso sono stato , a suo tempo, sconcertato e sfiduciato dalle affermazioni, dalle relazioni sul Torre di Maestri ; dalla lettura delle relazioni di Garibotti, Ermanno Salvaterra, il libro di Kelly Cordes 

Ma a un certo punto, approfondendo le mie letture, allargando lo sguardo a una vita così ricca e complessa, e non sopportando più le ossessive “analisi” sull’affaire Torre, esattamente con la schiodatura del 2012, ho sentito che era stato veramente passato un limite . Dal cancellare la toponomastica del “colle della conquista”, all’insulto con la via “Diretta della Menzogna” (!), all’ossessione di andare a cercare “la vera causa e il punto dove è morto Egger” (!) e all’insultare con definitivo giudizio un uomo, un’alpinista, senza aver mai tentato di empatizzare con l’immensa tragedia che visse con Egger. Arrivare, anche pochi anni fa, ad accanirsi e chiedere di dire “tutta la verità” a un uomo ultra ottantenne, ritirato dall’alpinismo da anni, omettere un periodo importante della sua vita di cui questi detrattori nulla sapevano, nulla hanno cercato di capire. Così come liquidavano sempre, in capziose premesse, “certo, un’alpinista importante, bravissimo ma” la sua luminosa carriera alpinistica e il suo essersi dedicato agli altri, il suo essere stato soccorritore, compagno di cordata, guida generosa.  

Maestri si è ritrovato letteralmente a essere il capro espiatorio di un alpinismo che ha scheletri nell’armadio come in ogni attività umana : la sua scelta, dopo le prime sdegnose battaglie, è stato un libero, insindacabile, intimo silenzio.

La sua molto criticata Compressor Route è stata completata in vetta per la prima volta dagli alpinisti americani Jim Bridwell e Steve Brewer nel 1979. Durante il Festival di Trento alcuni anni fa, Luca Signorelli, un mio caro amico, ha avuto l’opportunità di parlare brevemente con il leggendario Bridwell.

Riguardo alla ripetizione del percorso del compressore, ha chiesto a Bridwell: “Era una via senza senso, con tutti gli spit? Ha ricordato che Bridwell ha risposto:” Nah, è una salita fottutamente brillante. Grandi tiri, grandi movimenti. L’ho amata !.”

Maestri e Messner, Trento Film Festival 2015 (A.Filippini)

Alessandro Filippini, giornalista italiano veterano di alpinismo, ha ricordato in un post su Facebook che Reinhold Messner, a sua volta accusatore di Maestri sulla sua salita al Cerro Torre del 1959, ha detto ,nel 2015:

“Al di là dei grandi meriti per le sue tante salite e per i suoi tanti “assoli” da ottimo arrampicatore, va ricordato che, essendo una persona che parlava apertamente, Maestri ci ha permesso di aprire una discussione seria sullo sviluppo dell’alpinismo. Ci sono persone che dicono la metà di quello che pensano e non consentono il confronto aperto. Cesare era esattamente l’opposto. “

 

Nel mio viaggio personale, leggendo e imparando a conoscere questo personaggio incredibile e complesso, le seguenti straordinarie righe, un vero e proprio manifesto di libertà  sono quelle che serberò più care , perchè  catturano la sua anima , la sua contraddizione, il suo essere uomo, imperfetto, come tutti ma con un ideale fortissimo di eguaglianza:

Sono sempre stato un sostenitore del principio secondo il quale ogni alpinista dovrebbe essere libero di andare in montagna come vuole: giorno o notte, con i pioli o senza, per trovare Dio o negarlo, per conforto o disperazione. In questo modo ne avremmo tanti per di alpinismo in quanto vi sono persone che vanno in montagna e nessuna singola forma precluderebbe o attenuerebbe nessuna delle altre. L’idea di “Questo non è alpinismo solo perché è diverso dalla mia definizione” è un atto di intolleranza molto presunzione che umilia tutto il nostro sport. … Analizzando l’alpinismo, ho cercato di scoprire quali fossero i mali che lo minacciano, rendendomi conto che sono gli stessi che minano la nostra società: intolleranza, ignoranza, autoritarismo, bigottismo. Oggi, il confine tra permissività e libertà è così sfumato che rasenta l’abuso e l’arbitrio … Siamo tutti guidati da un unico ideale, fare della società di oggi un insieme di uomini con gli stessi diritti e gli stessi doveri. Ecco perché ho scalato e perché continuo a salire.

 

 

Mulatero , Casa Editrice piemontese fondata nel 1984 , arricchisce il suo ampio e variegato catalogo di libri di “montagna” (in tutte le sue espressioni, dallo scialpinismo all’alpinismo )  con un “colpo editoriale” straordinario.

 

La pregevole edizione italiana del libro diBernadetteMcDonald , canadese, una delle più autorevoli scrittrici d’alpinismo estremo :

“Winter 8000 – Himalaya d’inverno: gli alpinisti che hanno sfidato la montagna nella stagione impossibile”  ( pp.335, € 23 )

 

Il volume rappresenta la “sintesi” di un monumentale lavoro di ricerca della scrittrice canadese sull’alpinismo invernale d’alta quota ; si concentra sui quattordici Ottomila e la sua struttura è articolata nella storia dei 13 successi e dell’unico, ad ora, fallimento – il K2 è ancora inviolato nella stagione invernale, non a caso stiamo per assistere al tentativo di ben cinque spedizioni, per un totale di quasi 100 persone – tra alpinisti, sherpa, personale al Campo Base – di risolvere l’ultimo grande problema invernale .

Come scrive nella premessa la McDonald, affrontare la vastità della storia di duecento spedizioni invernali, per un totale di circa 1500 alpinisti negli ultimi quarant’anni, è stato un compito assai difficile . La scelta è stata quella di raccontare i successi invernali sugli Ottomila in ordine cronologico. La sua ispirazione per questo argomento nacque in un incontro col leggendario alpinista polacco Andrzej Zawada – il primo uomo al mondo a superare quota 8000 in inverno, sul Lhotse e capo spedizione della primissima invernale sugli Ottomila, quella dell’Everest.

zawada-mulatero-mcdonald                                                               Andzrej Zawada (c)Mulatero Editore – Bernadette McDonald    

Bernadette, nella premessa, riassume mirabilmente cosa significa arrampicare in alta quota d’inverno, in Himalaya e nel Karakorum, e il perchè ha voluto scriverne :

In Inverno le temperature sugli ottomila sfidano l’umana comprensione. 

Fa così freddo che si ha la sensazione di avere i polmoni in fiamme. Le ciglia si cospargono di ghiaccio e si attaccano. La pelle esposta si congela in pochi minuti. Le estremità diventano terribilmente fragili ; se stanno troppo ferme o costrette in una qualche posizione, si ghiacciano fino a diventare dure come il legno. Dita di mani e piedi perdono completamente sensibilità, diventano nere e devono essere amputate. E’ un freddo tale da non mostrare nessuna pietà.

[..] Su quelle vette i furiosi venti invernali non smettono quasi mai di soffiare. [..]

Inverno vuol dire buio. I giorni sono corti e le notti così lunghe da sembrare eterne. [..] In un bivacco all’aperto a ottomila metri le emozioni che possono avere il sopravvento sono paura, paranoia e persino cattiveria.

In una parola, sofferenza. [..]

Per riprendere le parole dello scalatore polacco Voytek Kurtyka, l’inverno sulle vette himalayane è  <<l’arte di soffrire>>. [..]

Ciononostante, non solo gli ottomila metri riscuotuono l’entusiamo di decine di scalatori, ma c’è chi perfino ne fa un’ossessione. C’è chi freme dalla voglia di provare quel noiosissimo isolamento. [..]

La danza che intrattengono con la sofferenza è una combinazione di istinto, conoscenza profonda delle montagne e formidabile desiderio di sopravvivere. Sono i <<guerrieri del ghiaccio>> [..]

Conosco – e in certi casi, troppi, conoscevo – molti di quegli alpinisti invernali. [..]

Questo libro è il testamento della loro sofferenza e delle loro battaglie, delle loro vittorie e sconfitte.

Come accennato in precedenza, la struttura del libro segue cronologicamente gli Ottomila scalati in invernale ; il contenuto non è meramente una fredda (sic!) cronaca delle imprese ma un viaggio profondo nel cuore e nel fisico dei personaggi, uno sguardo su amicizie, rotture di rapporti, emozioni e sofferenze narrate con lo stile coinvolgente e profondamente empatico della McDonald. 

La lettura procede avvincente ed emozionante, dalle prime, estenuanti e lunghe spedizioni polacche alle spedizioni più veloci e tecniche, dallo stile più pesante a quello più leggero e in qualche caso, al puro stile alpino, senza ossigeno.

Dalla grande scuola polacca ai successi incredibili dell’italiano Simone Moro, assoluto “Winter Maestro” con le sue quattro prime invernali su tredici, passando dai giovani come il polacco Adam Bielecki , autore di due prime invernali in Karakorum. E purtroppo, passando per le grandi tragedie avvenute in queste sfide estreme contro il clima e l’alta quota.

        Cory Richards (c) Mulatero Editore – Bernadette McDonald

L’edizione italiana è riuscita, a mio parere, a eguagliare se non superare l’edizione originale inglese (che ho letto per prima, straordinaria ovviamente per la bellezza dello stile di scrittura di Bernadette McDonald) ; sia per la grande cura editoriale, l’attenta ed esperta supervisione nell’editing e nell’adattamento – affidata da Mulatero al grande storico d’alpinismo Roberto Mantovani – sia per la traduzione efficace e fedele di Piernicola D’Ortona ed Elisabetta Palaia e infine per l’elegante Art Direction, curato dallo studio Heartfelt.it

Un libro avvicente, curatissimo in ogni dettaglio, assolutamente imperdibile per gli amanti dell’alpinismo e in generale agli appassionati di storie umane vissute al limite. Complimenti vivissimi a Davide Marta, attuale guida di Mulatero e a tutto il suo staff !

Voto: 10/10

 

 

Premessa 

Il 25 Novembre scorso è stato pubblicato sul sito dell’American Alpine Club  un articolo di estrema importanza, scritto da Damien Gildea ; l’articolo sintetizza i risultati e i proponimenti della lunga ricerca operata da un autorevole Team internazionale di ricercatori di alpinismo, coordinati da Eberhard Jurgalski ( autore del sito 8000ers.com e cronista delle statistiche di tutte le scalate in Himalaya e Karakorum ) e composto da Rodolphe Popier ( ricercatore francese, collaboratore di 8000ers,membro Himalayan Database e Piolet D’Or ), Tobias Pantel ( tedesco, membro dell’Himalayan Database ), Thaneswar Guragai ( manager agenzia Seven Summit Treks, collaboratore per il Nepal del Guinness World Records, collaboratore 8000ers,HDB ), Damien Gildea (australiano,alpinista, esperto di Antartide) e Bob Schelfhout Aubertjin ( alpinista, ricercatore,scrittore, collaboratore di 8000ers.com).

Questa ricerca è in corso da anni e ha incluso interviste con decine di alpinisti d’alta quota, analisi fotografiche e comparative di migliaia di scatti, verifiche di immagini e mappe satellitari, verifica dei resoconti degli scalatori, ricerche cartografiche e topografiche.

Già nel 2019 , Eberhard Jurgalski sollevò il problema delle “Zone di Tolleranza” ( vedi documenti relativi su 8000ers.com ) per alcune vette di Ottomila particolarmente “problematiche” nella loro topografia e riconoscimento della vetta. La ricerca è poi proseguita analizzando decine e decine di scalate del passato , dal più remoto (rispetto alla storia dell’alpinismo sugli 8000) al più recente.

Il dibattito, particolarmente problematico, le resistenze di molti alpinisti nell’affrontare la questione spinosa, in alcuni casi anche le minacce di cause legali – per alcuni la questione metterebbe in causa la reputazione personale dell’alpinista – hanno portato alla necessità di un chiarimento e di una sintesi.

Damien Gildea è senz’altro riuscito nel difficile compito ; tuttavia, non si può non notare la dirompente forza di questo scritto e le implicazioni che esso pone nella comunità dell’Alpinismo di Alta Quota.

Vedremo, ora, se la comunità avrà sufficiente coraggio e saggezza nell’affrontare le tematiche e i problemi sollevati dalla ricerca pluriennale del gruppo di ricercatori e cronisti.

Con il gentile permesso di Dougald MacDonald, editor dell’American Alpine Club Journal e dell’autore (e amico) Damien Gildea, di seguito la mia traduzione dell’articolo in questione. Buona lettura.

LA STORIA DELL’ALPINISMO SULLE MONTAGNE PIÙ ALTE DEL MONDO NON È QUEL CHE SEMBRA

Negli ultimi anni, un gruppo internazionale di ricercatori si è reso conto di un grosso problema nella storia delll’alpinismo d’alta quota, in particolare quello degli Ottomila. Il gruppo, che si è formato attorno a Eberhard Jurgalski – principale cronista delle statistiche sull’alpinismo dell’Himalaya e del Karakorum, e il suo sito Web 8000ers.com – ha stabilito che su diverse vette di 8.000 metri molti alpinisti non hanno raggiunto la vetta, e che questo problema esiste da decenni. Solitamente l’errore è dovuto a una comprensibile ignoranza o confusione circa la natura esatta della topografia della vetta. Purtroppo, questa ricerca ci ha portato alla conclusione incredibile che è possibile che NESSUN ALPINISTA abbia raggiunto il vero punto più alto di TUTTE le vette degli Ottomila.

Sento di dover chiarire subito che la vetta è il punto più alto della montagna – e generalmente ce n’è uno solo. Quindi, in questo articolo, non scriverò “vetta principale” o “vera cima”, ma solo “vetta”. Tutto il resto è una anticima, un picco, un dosso o una cresta, ma non la vetta. Qualcuno potrebbe pensare che può fermarsi a 30 metri di distanza e 10 metri sotto il punto più alto e affermare convintamente di aver “scalato la montagna”: NO, non sei stato in cima.

Le domande che sono sorte negli ultimi anni non riguardano i già noti problemi con gli alpinisti che si fermano alla anticima rocciosa del Broad Peak o al picco centrale dello Xixabangma (Shishapangma): in realtà sono coinvolti altri 3 Ottomila.

Questa ricerca ha reso evidente che solo circa la metà degli scalatori che hanno rivendicato la vetta dell’Annapurna (8.091 metri) sono stati nel punto più alto e che quasi tutti gli alpinisti sul Manaslu (8.163 metri) non hanno proseguito fino alla vetta. Confusione anche sulla vetta del Dhaulagiri (8.167 metri).

I dossier completi che delineano i problemi storici e attuali con questi tre Ottomila sono disponibili gratuitamente su 8000ers.com.

Molte di queste “non vette” si sono verificate negli ultimi anni, durante il boom delle spedizioni commerciali sugli Ottomila, ma alcune delle scalate in questione coinvolgono anche alcuni dei più grandi nomi e scalate nella storia dell’arrampicata d’alta quota. Per quegli alpinisti che hanno salito solo uno o due 8000, queste vette mancate potrebbero non essere un problema. Tuttavia, i ricercatori ritengono che questi problemi abbiano un’importanza significativa per la documentazione storica di coloro che rivendicano, o che tentano di scalare, tutti i 14 Ottomila.

Va detto che nella stragrande maggioranza dei casi, il gruppo di ricerca ritiene che queste scalate incomplete [“non vette”,NdT] siano dovuti a errori compiuti in buona fede o per giustificabile ignoranza, piuttosto che a intenzionale disonestà. Al di sopra degli 8.000 metri, gli alpinisti sono provati sia fisicamente che mentalmente, non certo in uno stato ideale per condurre accurati rilievi topografici o confronti storici. La scarsa visibilità, il maltempo, la paura per la discesa e la preoccupazione per i partner aggravano le difficoltà.

Il team non vuole che queste problematiche, scoperte nella lunga ricerca effettuata, portino gli alpinisti a spingersi oltre la sicurezza in una data scalata. Inoltre, c’è anche una lunga storia di alpinisti che si sono fermati appena sotto le vette di alcune vette importanti, per rispetto delle credenze e tradizioni locali (ad esempio, il Kangchenjunga) o perché il punto più alto è una cornice instabile; tuttavia, queste preoccupazioni non si applicano ai tre Ottomila in discussione.

I ricercatori sono anche consapevoli della realtà socio-economica che è alla base della moderna scalata himalayana : vi è una notevole pressione finanziaria sugli Sherpa e su altre guide e lavoratori d’alta quota impiegati da tanti aspiranti agli Ottomila, per rassicurare i loro clienti sul “successo”. A seconda dell’Agenzia e del cliente, il “successo” può significare un bonus economico per la vetta, il che può incoraggiare gli Sherpa ad accettare cime più basse della vetta – specialmente se altri gruppi si fermano lì [ad esempio allestendo le corde fisse fino a un certo punto, NdT] o un bonus per portare il loro cliente oltre gli 8.000 metri di quota, il che potrebbe ridurre motivazione a continuare fino al punto più alto. Con un cliente lento e stanco, in una fila di alpinisti simili, tutti vicini alla cima della montagna e tenendo in mente la sicurezza, c’è un’enorme pressione sugli Sherpa per “chiamare buona la prima” [ ..della vetta, NdT] e un cliente grato ma inesperto potrebbe non sapere di non aver raggiunto la vetta, o semplicemente non preoccuparsene.

NUOVE FONTI DI INFORMAZIONE

Questi problemi sono emersi solo di recente per diversi motivi. L’ultimo decennio ha visto una proliferazione di foto condivise e propagate da social media degli Ottomila,tutte disponibili online. Questo nuovo materiale e altre informazioni hanno reso più facile per i ricercatori confrontare ascensioni e affermazioni e gettare nuova luce sulle ascensioni dei decenni passati.

Questa ricchezza di informazioni non era disponibile per i ricercatori, scrittori  o alpinisti fino a tempi molto recenti, un fattore che il gruppo di ricerca prende in considerazione nel giudicare ciò che chiunque avrebbe potuto sapere in precedenza sull’esatta ubicazione delle vette.

Per decenni, la cronaca dell’alpinismo in Nepal, sede di otto Ottomila, è stata metodicamente svolta dalla rinomata Elizabeth Hawley. Mentre la Hawley per lo più accettava la parola degli alpinisti, li “cuoceva alla griglia” senza pietà quando aveva dubbi, in particolare per i successi più grandi, e come capitò a un alpinista americano che tentò l’Everest nel 2003, non considerò l’essere giunto a  otto metri dalla vetta come accettabile.

Tuttavia, per le informazioni sulle topografie delle vette, la Hawley si è basata esclusivamente sui rapporti di alpinisti precedenti di cui si fidava per la loro esperienza e reputazione, e da foto relativamente scarse fornite dagli scalatori nel corso degli anni. Il gruppo di ricerca si è ora reso conto che questi alpinisti in alcuni casi si sono sbagliati e le foto devono essere attentamente esaminate e confrontate per comprendere appieno le varie topografie sommitali di ciascuna montagna.

Più di dieci anni fa, nel 2007, Eberhard Jurgalski notò nelle foto di “vetta” che gli alpinisti sul Manaslu sembravano fermarsi prima del punto più alto che i giapponesi raggiunsero nella prima salita del 1956 di quella montagna. Dopo ulteriori ricerche e discussioni con un gran numero di alpinisti esperti, la supposizione di Jurgalski si è dimostrata vera; infatti è apparso evidente che moltissimi alpinisti, sul  Manaslu si sono fermati in diversi punti prima della vetta, e che questo accadeva da anni.

Successivamente, nel 2012 e nel 2015, gli Sherpa che guidavano i clienti sull’Annapurna hanno pubblicato presunte foto e video della vetta che non sembravano essere sul punto più alto della cresta sommitale. Nelle successive discussioni e ricerche, Jurgalski si è rivolto al Centro aerospaziale tedesco (DLR), che aveva recentemente pubblicato nuove significative immagini satellitari e analisi fotografiche di alcune regioni himalayane. [Un risultato di questi lavori è un libro, Mountains: Die vierte Dimension (“Mountains: The Fourth Dimension”), pubblicato nel 2016]. Queste immagini si sono rivelate particolarmente interessanti sull’Annapurna.

ANNAPURNA

Cattura video del lato nord dell’Annapurna, che mostra le varie cime lungo la cresta sommitale, da C0 all’estremità orientale a Ridge Junction (RJ) a ovest. C2 e C3 segnano la vetta di 8.091 metri. (A) cresta superiore est. (B) Gully che porta a C1. (C) “French Couloir.” (SFE) Uscita sud. Foto di Joao Garcia

I nuovi dati del DLR hanno rivelato la topografia peculiare della lunga cresta sommitale dell’Annapurna, dimostrando che  due piccole cime, distanti appena 30 metri, potevano realisticamente essere considerate  il punto più alto della montagna, una situazione rara. Da allora, l’esame delle foto e dei rapporti degli alpinisti effettuato dal ricercatore Rodolphe Popier ha dimostrato che, per decenni, molti alpinisti dell’Annapurna non si sono fermati su nessuna di queste cime gemelle: alcuni si sono fermati vicino, altri significativamente più lontano.

Nella fotografia mostrata qui della cresta sommitale dell’Annapurna, ripresa dal lato nord nel 2010 da un aeroplano, i vari punti lungo la cresta sono stati etichettati da Popier come da C0 a C4, con “C” che denota “cornice”, poiché questa è la natura di gran parte della cresta. Viene anche mostrato il punto di uscita comune dalle ascensioni della parete sud (SFE), a est della vetta, così come lo svincolo di cresta (RJ) all’estremità occidentale. Gli alpinisti che si avvicinano alla vetta dell’Annapurna dalle vie del versante nord, come la maggior parte, sono saliti alla cresta sommitale in tre varianti: la cresta superiore est, un sottile canalone che porta al C1 e il “Couloir francese” all’estremità occidentale della parete, nel senso che finiscono in punti diversi su quella cresta, con viste diverse di quello che sembra essere il punto più alto. Il dossier di Popier sull’Annapurna, disponibile sul sito 8000ers.com di Jurgalski, entra molto più in dettaglio su questa topografia, identificando i punti di riferimento chiave e analizzando le foto di molti alpinisti per accertare la loro posizione più alta sulla cresta sommitale. L’analisi mostra che molti – circa la metà – non si sono mai fermati su nessuna delle due cime (C2 e C3) che ora si è dimostrato essere la vetta.

È importante ribadire qui che l’intento di ricerca e la pubblicazione di queste informazioni non è quello di denigrare nessuno scalatore, né di riscrivere completamente la storia dell’arrampicata di 8.000 metri, comprese le ascensioni storiche sull’Annapurna e su altre vette. L’arrampicata è molto di più che le mere altezze topografiche: riguarda le persone e la storia dell’alpinismo d’alta quota ; è un grande arazzo di persone, delle loro gesta ed esperienze, sopra e intorno a quelle grandi altezze. Come in altri filoni dell’alpinismo, alcuni alpinisti degli Ottomila hanno posto più enfasi sullo scalare una via difficile o aprirne una nuova, rispetto al mero arrivare sulla vetta ;  per tali alpinisti,l’aver raggiunto una cresta sommitale o una cima distinta ma non sommitale, o l’aver intersecato e unito la propria via a una precedentemente scalata , può essere stato sufficiente per rivendicare il successo. Il posto di questi alpinisti nella Storia è scolpito e le domande sui dettagli topografici precisi di alcune di queste scalate non cambiano l’importanza culturale delle loro imprese.

DHAULAGIRI

Dhaulagiri da nord, che mostra gli arrivi tradizionali alla cresta nord-est (A) e gli arrivi più comuni di oggi (B) alla cresta ovest della vetta. (P) Palo di metallo a est della sommità. (S) La vetta di 8.167 metri del Dhaulagiri. (WRF) Vetta rocciosa occidentale. Foto di Boyan Petrov

Per anni, molti alpinisti sulla regolare via della cresta nord-est del Dhaulagiri hanno seguito la parte finale di questa cresta verso la vetta ma alcuni di loro si sono fermati in un punto considerevolmente lontano, non raggiungendo la vetta vera e propria. A partire dalla fine degli anni Ottanta, in quel punto più basso era fissato un paletto, che indubbiamente ha creato confusione. Elizabeth Hawley respinse la richiesta di omologazione della vetta di una coppia italiana [Nives Meroi e Romano Benet,NdT] che si fermò dove era fissato il paloper errore nel 2005. La coppia tornò nel 2006 e completò la salita in vetta, come hanno fatto altri alpinisti sul Dhaulagiri [e per ragioni simili su Xixabangma e Broad Peak], perché costoro compresero e accettarono che se volevano che la loro cima fosse universalmente accettata o che fosse inclusa in qualsiasi elenco definitivo di salitori dei 14×8000, avrebbero dovuto proseguire la scalata fino al punto più alto, la VETTA.

Più recentemente, sul Dhaulagiri, la maggior parte degli alpinisti ha evitato la cresta nord-est superiore e ha invece attraversato in alto e a destra la parte superiore della parete Nord, prima di tagliare a sinistra,in uno dei due colouir per raggiungere la cresta sommitale. Su 8000ers.com, il dossier Dhaulagiri di Rodolphe Popier delinea le vari vie per la vetta e altre anticime. Come si vede nella foto sopra, gli alpinisti che prendono il canale Est arrivano sulla cresta sommitale a Ovest di un piccolo picco, il Western Rocky Foresummit (WRF), e devono continuare a spostarsi verso Est per raggiungere la vetta. Se gli alpinisti prendono il canale Ovest, escono sulla cresta più lontani dalla vetta e, dopo essere tornati verso Est, devono superare un’ulteriore piccola cima prima di incontrare il WRF  per poi proseguire fino alla vetta.

Avvicinandosi da uno dei due canali, alcuni alpinisti si sono fermati al WRF, non rendendosi conto che il punto circa 30 metri più a Est fosse la vetta. Diversi hanno notato che la vetta è solo circa uno o due metri più alta del WRF, e dato che queste cime sono ricoperte da un considerevole manto nevoso nella stagione post-monsonica, il gruppo di ricerca ha proposto che il Dhaulagiri dovrebbe essere considerato allo stesso modo dell’ Annapurna, con due vette accettabili che sono abbastanza vicine orizzontalmente e insolitamente vicine verticalmente.

 

MANASLU

La distanza tra C2, dove la maggior parte degli alpinisti del Manaslu interrompe la salita, e C4, la vetta di 8.163 metri, è di circa 20 metri in orizzontale e da tre a sei metri in verticale, a seconda delle condizioni della neve. Foto di Guy Cotter

Durante l’ultimo decennio, il Manaslu, l’ottava montagna più alta del mondo, è diventata un’alternativa più affidabile e accessibile al Cho Oyu (8.188 metri) per gli aspiranti alpinisti di 8.000 metri, molti dei quali si uniscono a spedizioni commerciali e usano la scalata per prepararsi per un futuro tentativo sull’Everest. Tuttavia, come capita con lo Xixabangma, una salita abbastanza semplice termina con un’ultima cresta difficile, una situazione che rende il Manaslu forse meno adatto a clienti guidati commercialmente, di quanto non sembri a prima vista.

Su 8000ers.com, il dossier Manaslu di Tobias Pantel esamina questa cresta sommitale. Uno scalatore che si avvicina alla cresta finale sul Manaslu non può vedere la vetta, ma può vedere il punto prominente C2, come mostrato nella foto a fianco, e alcune piccole cime prima di esso. La cresta sommitale continua oltre C2, su un’altra cima intermedia, prima di salire al punto più alto, indicato nelle foto qui come C4 – questa è la vetta di 8.163 metri del Manaslu. Per oltre un decennio, la maggior parte degli alpinisti che hanno rivendicato la vetta del Manaslu non sono arrivati ​​a questo punto –  perché non si erano resi conto che C2 non era la vetta, oppure non erano in grado di salire ulteriormente per raggiungere la vetta (C4), o semplicemente perchè non volevano rischiare.

Il gran numero di scalatori che c’è attualmente sul Manaslu ha reso questa situazione ancora più problematica. Sebbene possa essere fattibile per uno scalatore, una guida o uno sherpa fissare una corda da C2 alla vetta anche nella neve post-monsonica, probabilmente non è fattibile e certamente non sicuro avere dozzine di persone che attraversano una tale corda avanti e indietro nel ristretto lasso di tempo dell’”assalto finale”- e se negli ultimi anni circa 250-300 persone all’anno hanno rivendicato la vetta del Manaslu, in realtà la maggior parte di loro si è fermata intorno al punto C2. Questo è un esempio concreto di una delle insidie ​​e del paradosso delle spedizioni commerciali di massa: la vetta viene venduta ai clienti in base alla sua apparente fattibilità e quindi attrae un gran numero di clienti, ma quei grandi numeri finiscono per rendere il raggiungimento della vetta meno realizzabile.

La situazione sembra aggravarsi nella stagione autunnale post monsonica sul Manaslu, quando su quell’ultima cresta sommitale si formano neve alta e grandi cornici. Le condizioni primaverili pre-monsoniche di aprile e maggio di solito hanno meno cornici, rendendo la stretta traversata finale relativamente più sicura, ma le Agenzie di Guide Commerciali sono impegnate sull’Everest nella stagione primaverile pre-monsonica, quindi preferiscono preparare i clienti su una montagna più bassa durante l’ autunno precedente.

Se gli alpinisti vogliono solo scalare più in alto della quota 8.000 metri, sul Manaslu, come preparazione per l’Everest, allora può essere sufficiente seguire le corde fino al “selfie spot” drappeggiato con le bandiere di preghiere che nell’immagine è il punto C2. Ma se uno scalatore vuole essere riconosciuto inequivocabilmente come scalatore di  tutti i 14 Ottomila, o vuole accreditarsi come scalatore della vetta del Manaslu, allora è giusto che debba andare inequivocabilmente sulla vetta. Questo può significare andarci nella stagione pre-monsonica, pronti ad allestire la propria corda sulla cresta finale.

ZONE DI TOLLERANZA?

Il gruppo di ricerca 8000ers.com ha considerato e discusso il concetto di una “Zona di tolleranza” (TZ), una piccola regione intorno alla vetta, solitamente lungo una cresta che include cime leggermente più basse, che sarebbe accettabile raggiungere allo scopo di rivendicare una vetta e sufficiente per i cronisti d’alpinismo per registrare una salita di successo. Ma dove andrebbero stabiliti i confini di una tale zona?  10 metri dalla vetta vanno bene? Perché non 20 metri? 5 metri in verticale sono accettabili ma 30 metri in orizzontale sono troppo lontani? Date le diverse topografie di ciascuna area sommitale – il Manaslu è minuscolo e ripido, l’Annapurna lungo e indistinto – dovrebbero esserci parametri diversi per ogni montagna, e ciò potrebbe rivelarsi impraticabile.

Per i futuri scalatori, il quadro è chiaro. Dato che la natura delle regioni sommitali su queste vette problematiche è ora nota – e disponibile da alcuni anni, aiutata da supporti tecnologici per l’arrampicata – il gruppo di ricerca ritiene che non ci siano scuse per rivendicare una vetta di queste montagne senza raggiungere in modo verificabile il punto più alto, in particolare per coloro che vogliono rivendicare la salita tutti i 14 degli 8.000. Quindi non dovrebbe esserci nessuna zona di tolleranza su nessuna di queste vette per la rivendicazione di salite dopo il 2020. La vetta è la vetta. Quando si guarda alle salite passate, tuttavia, il gruppo di ricerca ritiene che sia giusto e pratico dare spazio a comprensibili confusioni o errori, e quindi le rivendicazioni della vetta dovrebbero essere rispettate per gli scalatori che storicamente hanno terminato nelle seguenti zone:

  • Annapurna: C1 a est fino al Ridge Junction (RJ) a ovest
  • Dhaulagiri: il Western Rocky Foresummit (WRF) e la vetta
  • Manaslu: da C2 a C4  (vedi foto precedenti)

È ora chiaro dai dossier su 8000ers.com che un numero di persone precedentemente considerato come scalatore di tutti i 14 Ottomila, in realtà non lo ha fatto, anche se si tiene conto della Zona di Tolleranza. Sebbene il gruppo di ricerca abbia tentato di acquisire il maggior numero possibile di foto e resoconti di alpinisti, per gran parte di questo non è stato possibile. Alcuni di questi alpinisti sono morti  ; quindi, causa la mancanza di informazioni da alcuni alpinisti, è impossibile affermare con audacia che nessuno ha scalato tutti e 14 gli Ottomila, ma è anche possibile che questa sia la verità. L’elenco più accurato e completo di collezionisti degli Ottomila è quello di Jurgalski su 8000ers. com.

Tuttavia, qualsiasi elenco di questo tipo è solo un elenco di pretendenti: al momento, non può esserci un elenco definitivo di alpinisti che sia stato verificato inequivocabilmente nell’ aver raggiunto tutte le vette.

Una lista può mai essere “definitiva”? La revisione è comune e continua in tutte le forme di Storia, inclusa la Storia dell’Alpinismo: i fatti sono raramente definitivi e ci sono molti aspetti nelle vicende da considerare. Un elenco definitivo per questo particolare argomento è probabilmente un’illusione, un’illusione di precisione che non può esistere, un’illusione di controllo sulla Storia che non potrà mai esistere.

Yannick Graziani festeggia sulla vetta dell’Annapurna dopo una salita in stile alpino di otto giorni della parete sud con Stéphane Benoist. I due sono usciti dalla parete ad est della vetta, oltre il punto C1 visibile in lontananza lungo la cresta sommitale, per poi arrancare fino alla vetta. Per essere certi di aver raggiunto il punto più alto, Graziani ha proseguito per C3 Ovest, poi è tornato a questo punto per iniziare la lunga discesa. Foto di Stéphane Benoist

TUTTO QUESTO E’ IMPORTANTE  ?

Il gruppo di ricerca ha cercato di giungere a conclusioni topograficamente accurate, eticamente corrette e socialmente accettabili, ma tutto ciò si è dimostrato estremamente difficile. Il gruppo è riluttante a imporre regole artificiose agli altri o a far luce sui piccoli passi falsi degli alpinisti ispiratori del passato. Ma sentono fortemente che è necessario tracciare una linea da qualche parte per chiarire il record storico, per rendere praticabile la cronaca futura delle ascensioni e per rispettare l’impegno di coloro che si sono sforzati di andare fino alla vetta, in particolare per coloro che sono tornati su una montagna dopo aver realizzato un errore precedente, con tutti i rischi, le spese e gli sforzi che ciò ha richiedeva.

Se si vogliono  trascorrere le vacanze facendo un po ‘di arrampicata divertente, è meglio andare sulla Sierra Nevada o a Chamonix che sull’Himalaya o sul Karakorum. Se si vogliono sperimentare le Grandi Catene Montane, si può andare in una qualsiasi delle altre cento vette o semplicemente fare trekking. Gli Ottomila sono duri, pericolosi, costosi e raramente divertenti, anche per gli standard strani e masochisti degli alpinisti.

Sulle montagne alte più di 8.000 metri, le persone mirano quasi sempre a salire in vetta. La stragrande maggioranza non sta esplorando nuovi terreni o spingendo i confini nel mondo dell’alpinismo. Questi sono picchi – trofeo, e non ottieni un trofeo per esserti fermato a 90 metri nello sprint dei 100 metri. Quasi tutti gli alpinisti che tentano vette di 8.000 metri, oggigiorno, sono lì per raggiungere un obiettivo unico – la vetta – non solo per ridere con gli amici o godersi la scalata.

Quindi, se noi alpinisti vogliamo esser onesti con noi stessi sul motivo per cui andiamo su queste montagne, allora dovremmo mantenere tale onestà durante tutto il processo ; il successo su un Ottomila significa andare fino al punto più alto.

SPAZIO PER.. RESPIRARE

Poiché questo articolo è stato completato nella tarda primavera del 2020, tutte le spedizioni primaverili ed estive in Nepal e nell’Himalaya indiano sono state annullate a causa del COVID-19; la stagione del Karakoram era molto probabile che iniziasse -e anche le stagioni del monsone in Nepal-Tibet sarebbero state cancellate. Questa pausa unica, a livello mondiale, ha dato alla comunità degli alpinisti una rara possibilità di fermarsi e tracciare una linea tra le pratiche che hanno distorto la nostra cultura e la Storia dell’Alpinismo.

La community potrebbe dichiarare che, dal 2021 in poi, se gli alpinisti vogliono essere inseriti nelle liste ufficiali delle vette e nelle cronologie definitive, verranno considerate solo le salite verificate in vetta, non in punti più bassi.

Quest’anno ci dà anche spazio per pensare al perché lo facciamo, perché scaliamo. È davvero per l’esperienza, per tutti i motivi intangibili a cui alludiamo nella letteratura o sui social media? O è semplice come voler spuntare un elenco, per qualche motivo? Diamo valore al primato sulla qualità, ai risultati sull’esperienza? La vetta è la vetta, ma l’arrampicata è più che la vetta.

Chi l’Autore: Damien Gildea è un alpinista australiano, autore di “Alpinismo in Antartide” e collaboratore dell’American Alpine Journal.

 

 

Dopo la bella prima del K6 Central di Jeff e Priti Wright, un altro duo francese ha effettuato una notevole prima in Karakorum ! 

“Revers gagnant”

Fine Pierrick
Welfringer Symon

2500m / 90° / M4+ / WI4+
16-20/10/2020

Ecco il loro racconto, ringraziando Ali Saltoro di Alpine Adventure Guides per la solita disponibilità nell’aggiornarci :

 

Fine Pierrick/Welfringer Symon in cima al Sani Pakkush (ph Fine/Welfringer)

Arrivati ​​all’inizio di ottobre sul ghiacciaio Toltar ci siamo acclimatati intorno al nostro campo base situato alla base della massiccia parete sud del Sani Pakkush (6953mt), finora inviolata.

Dopo due settimane di acclimatamento ci siamo sentiti pronti per cimentarci in questa grande sfida alpinistica. Le cattive condizioni meteorologiche ci hanno fatto aspettare alcuni giorni ma finalmente il sole e bel tempo per una settimana ci hanno permesso di tentare la difficile prova.
Il primo giorno, dopo una partenza anticipata alle 2 del mattino dal nostro campo base , abbiamo incontrato le prime difficoltà a quota 5000m proprio all’inizio della parete, con alcuni tiri di ghiaccio sostenuti; seguiti poi da alcuni più facili tratti innevati e di misto. A circa 5600m abbiamo fatto uno dei tiri più difficili di M4 + / M5 ,per poi trovare una piccola cengia che ci ha concesso un bivacco un pò scomodo.
Il secondo giorno siamo riusciti a salire in parete e abbiamo fatto due fantastici tiri di ghiaccio puro. A circa 6200m cercavamo un bivacco disperato ma non riuscivamo a trovarlo !

Alla fine siamo stati costretti ad aspettare l’alba appoggiati al muro.
Il terzo giorno eravamo davvero esausti, dopo questi due brutti bivacchi. Abbiamo deciso di mettere la nostra tenda a quota 6400m sulla cresta sommitale, dove finalmente abbiamo trovato uncomodo crepaccio per riposarci.
Il 19 ottobre abbiamo deciso di tentare la vetta leggeri, senza tanti attrezzi. Abbiamo lasciato il bivacco e abbiamo percorso gli ultimi 500 m sulla cresta sommitale innevata. Cresta di qualità in cambiamento costante, sempre più difficile arrivare in vetta, ma dopo 7 ore di duro lavoro, a volte scavando nella neve fresca, siamo arrivati ​​alle 14  completamente esausti sulla cima del Sani Pakkush a 6953mt !

Abbiamo trascorso il nostro ultimo giorno scendendo da questa massiccia parete di 2500 m, effettuando dalle 20 alle 25 doppie .

Nel tardo pomeriggio del 20 ottobre, siamo tornati sani e salvi al campo base, vuoti di tutte le nostre energie e di molte emozioni nelle nostre menti.

la parete sud del Sani Pakkush ph Fine/Welfringer)

Roberto Delle Monache: il mio alpinismo, il mio amico Daniele Nardi e la via sul Baghirathi

Roberto Delle Monache è un alpinista abruzzese…”appenninico” : cresciuto sulle montagne di casa, il Gran Sasso.

Come il suo grande amico Daniele Nardi, proviene dall’Italia Centrale. Persona riservata e sensibile, ha affrontato nella sua carriera vari infortuni ma continuando a perseguire un alpinismo leale e a sviluppare una grande esperienza di alte quote. Con Daniele Nardi ha ideato e creato una linea sulla parete Ovest del Baghirathi III ,tra imponenti muri di scisto e ghiaccio, terreno di sfida per gli alpinisti più esperti, che secondo me rappresenta il punto più alto della sua carriera e di quella di Daniele Nardi.

Per questa via, i due hanno vinto il prestigioso Premio Consiglio, assegnato dagli Accademici del CAI , e ricevuto una nomination per i Piolet D’Or. E’ una via “incompiuta”, non hanno raggiunto la vetta: ma per come è stata scalata e discesa dai due, è una summa di creatività, improvvisazione, tenacia, tecnica e amicizia alpinistica su una parete iconica per ogni alpinista d’alta quota.

Dopo la morte di Daniele Nardi sullo sperone Mummery, assieme a Tom Ballard, Roberto Delle Monache non ha mai voluto partecipare a incontri, conferenze, commemorazioni per sua intima scelta;  il dolore provato, che espresse al tempo con una scarna e commovente dichiarazione, non ha mai voluto esternarlo in pubblico. 

Roberto, da sempre, è un’alpinista schivo e umile. Scala per amore di scalare, senza alcun altro fine. Ricordo di averlo “visto” per la prima volta nel video di Nardi, diretto da F.Santini “Verso l’ignoto”, in occasione di uno dei tentativi allo sperone Mummery del Nanga Parbat. Roberto appare umanissimo, e ben presto rinuncia alla scalata, per problemi alla schiena e perchè evidentemente non se la sentiva. (Incredibile che quell’anno, il 2015, questa rinuncia di Roberto finì per portare Daniele Nardi ad aggregarsi, su invito, al team di Alex Txikon e Ali Sadpara che tentava l’invernale  sulla via “normale” Kinshofer. I 3 arrivarono a 200 metri dalla vetta e si ritirarono per l’errore di Ali Sadpara nel trovare il canalone giusto e per le sue condizioni fisiche problematiche.)

 

Così, il fatto che per la prima volta Daniele , su mio discreto invito, in occasione del suo compleanno nel mese di Luglio, abbia accettato di ricordare quella esperienza e parlare del suo amico Nardi, rappresenta un momento di elaborazione del lutto e nello stesso tempo di celebrazione di una vera amicizia sulle montagne. E’ con grande piacere, e commozione, che vi propongo il suo racconto.

Il racconto di Roberto : su Daniele, assiem sul Baghirathi III

Dopo l’uscita dell’ultimo libro di Daniele, ho declinato tutti gli inviti alle presentazioni, non riuscivo a parlare di quello che è successo intorno al Nanga.  Io e Daniele ci siamo conosciuti venti anni fa, e siamo praticamente cresciuti insieme sia alpinisticamente e sia come persone. Eravamo Amici.

 Probabilmente ho sbagliato nel non andare a nessuna presentazione, ma purtroppo è stato più forte di me. 

Questa è la prima volta che scrivo qualcosa su Daniele e sul nostro rapporto.

La spedizione  del 2011 in india è nata un pò per scherzo un pò per caso. Nel 2010 mi hanno ricostruito la spalla destra che mi ero distrutto due anni prima sempre con Daniele al Monte Bianco. A gennaio del 2011 ero in Val di Cogne con amici per cascate di ghiaccio quando mi arriva una telefonata, era Daniele.

 Dove sei?

 Io gli rispondo che ero a Cogne per ricominciare a scalare un pò.

 Allora lui mi dice: “ va bene fammi organizzare un po’ di cose e tra un paio di giorni sto su.”

Dopo due giorni era al parcheggio dell’albergo, e li ha cominciato tutta la sua opera di convincimento. Quando si metteva una cosa in testa andava fino in fondo, alla fine mi ha preso per sfinimento.

Agosto 2011 siamo in India, è stato un viaggio fantastico, ci siamo divertiti. Dovevamo fare tutt’altro  ma le condizioni meteo non ci permettevano di scalare su roccia, si era creata una condizione di freddo umido che aveva incrostato tutto di ghiaccio,  allora un giorno durante un giro per sgranchire un pò le gambe la nostra attenzione è stata catturata dall’eleganza di una line bianca.

In un attimo siamo tornati al campo base, i siamo organizzati, abbiamo detto all’ufficiale di collegamento che andavamo a vedere quella cosa e che in una giornata massimo con un bivacco fuori poi saremmo rientrati. Il giorno dopo eravamo sulla via. E’ stato un viaggio fantastico! Ci siamo accorti subito che il ghiaccio non era dei migliori, ma abbiamo pensato che con l’aumentare della quota sarebbero migliorate anche le condizioni del ghiaccio, poi la curiosità di vedere dove ci portava quella linea era troppo forte, solo al momento del primo bivacco ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti :” questa volta ci siamo messi veramente nei casini” e ci siamo messi a ridere.

Tutto lo spirito di quella scalata è stato positivo, ci siamo resi conto che il ghiaccio non avrebbe tenuto il peso delle nostre doppie, non avevamo materiale sufficiente per attrezzare soste su roccia, pero sapevamo di avere l’esperienza e la capacita di capire che l’unica via di uscita era verso la cresta e che avevamo i mezzi per farlo. In fondo tra tutti e due li c’erano 20 – 8000  di esperienza. Cosi ci siamo detti! Abbiamo scalato tanto tutti e due, abbiamo risolto problemi e affrontato i pericoli sempre insieme, sempre legati. E nonostante tutto abbiamo continuato a divertirci e a sorridere.

Quando siamo sbucati in cresta erano quasi le 22:30, creata la truna per il bivacco ci siamo sistemati come potevamo, li ci siamo accorti di avere un principio di congelamento a mani e piedi.

Abbiamo preparato una tazza di acqua tiepida a testa e abbiamo mangiato quel poco che era rimasto, erano già 52 ore che eravamo in giro. Anche se eravamo quasi sfiniti e congelati eravamo contenti di aver scalato quella linea bianca lungo una parete di 1200 metri quella linea che ci aveva affascinato dal basso.

IL mattino seguente abbiamo tentato di seguire la cresta per arrivare in cima ma  fatto pochi metri ci siamo resi conto che era troppo pericoloso, sul filo di cresta c’era oltre un metro di neve della consistenza dello zucchero.

Abbiamo capito che la cresta era impraticabile sia per arrivare in cima come anche per scendere, essendo anche l’unica via di discesa che ci avrebbe riportato verso il Bhagirathi III e di li poi verso il campo base, allora abbiamo deciso di puntare giù dritti verso la verticalità della parete est con il poco materiale che avevamo.

Quella discesa è stata un’altra spedizione, quando siamo arrivati alla base della parete avevamo nebbia neve e vento forte con una visibilità di meno di 100metri, eravamo scesi dall’altra parte della montagna non avevamo punti di riferimento.

Quelle sedici ore del ritorno al campo base sono state le più dure, sentivamo il peso degli zaini ci facevano male le mani ed i piedi, avevamo bisogno di mangiare bere e dormire. Allora abbiamo deciso di camminare un po’ e di sederci circa 2 minuti, tempo in cui riuscivamo a dormire. Sono state 16 ore molto pesanti.

Quando in piena notte l’ufficiale di collegamento ci vede abbiamo realizzato che ci aveva dati per dispersi. Eravamo usciti per una ricognizione di una giornata  e con quello che serviva, alla fine siamo stati in giro per 68 ore in totale isolamento.

 

In questa avventura la nostra priorità non è mai stata la corsa dietro il risultato, eravamo solo due amici dentro uno parete grandiosa attratti dalla sua eleganza, per me è stata l’esperienza alpinistica più gratificante. Sicuramente ha cambiato il mio rapporto con la montagna e con l’alpinismo, ha sicuramente definito con chiarezza che tipo di alpinista sono. Sono stati tre giorni di grande alpinismo.

 Il giorno dopo arriva al campo base la notizia della morte di Walter Bonatti e ci è sembrato giusto dedicargli  “Il seme della follia…fa l’albero della saggezza!

Dopo qualche giorno per riprenderci ed organizzare il rientro, con piedi che a malapena entravano nelle scarpe, le mani gonfie e doloranti, malincuore e naso in su per quante altre possibilità di scalata c’erano in quel paradiso di roccia e ghiaccio siamo costretti a rientrare.

Roberto Delle Monache : La mia storia alpinistica

Ho cominciato relativamente tardi nel 94 con amici per curiosità, prima falesie poi le montagne di casa il Gran Sasso, e le prime esperienze in Monte Bianco, Monte Rosa e Cervino.

Nel 98 la prima esperienza extraeuropea Zanskar India  Kun 7077, il tentativo si ferma a 6000 metri.

Poi nel 2000 arriva l’Argetina, Aconcagua 6962 metri per il versante dei polacchi, la spedizione va a buon fine.

Durante gli allenamenti x l’Aconcagua ho incontrato Daniele, e nel giugno del 2001 ci troviamo hai piedi del Gasherbrum II 8035 metri, il nostro tentativo finisce x maltempo ma soprattutto per inesperienza a 7400metri.

Nel 2003 Shisha Pangma 8013metri  il mio tentativo si ferma 7300metri , unaltra cima mancata x un mio stupido errore.

Tornato a casa durante l’inverno mi sono infortunato al ginocchio destro per una caduta con gli sci, fermo per quasi due anni.

Nel 2006 vado al Cho Oyu 8201 metri il mio tentativo si ferma a campo 2, 7200 metri per un forte dolore al fianco. A questo punto il mio morale era sotto terra, tre tentativi andati male.

A Katmandu incontro Silvio Mondinelli Gnaro, con il quale avevo già condiviso due spedizioni, che mi dice vieni in primavera al broad peak cosi io faccio l’ultimo e tu fai il primo. A primavera facevo il trekking lungo il ghiacciaio del Baltoro e il 12 luglio del 2007  con mille difficiltà metto piede a 8000metri , cima middle del Broad Peak 8040 metri.

Nel 2008 e 2009 giro un pò le alpi con Daniele facedo belle ascensioni tra cui Cresta Hirondelles e Pilone Centrale del Freney, e infortunandomi alla spalla.

2010 sono stato operato alla spalla.

Nel 2011 con Daniele in India   Bhagirathi.

Nel 2012 mi sono rotto il legamento crociato del ginocchio sinistro.

E poi nel 2015 Daniele mi chiede di andare con lui al Nanga per dargli una mano con Federico Santini, fotografo cineoperatore e regista del docufilm “Verso l’ignoto”. Io nel mentre ho trovato anche tempo per farmi male anche alla schiena, non dovevo scalare, pero poi mi sono ritrovate sotto lo sperone.

Ho aggiunto anche i miei infortuni perché questi hanno segnato seriamente la mia carriera.

L’autore ringrazia di cuore Roberto Delle Monache.

Campo Base Spantik / Base Camp (c) Graham Wyllie

“Il meno difficile” dei 7000 ?

Nell’Agosto del 2019 ho seguito e poi letto la storia di una salita allo Spantik, una montagna di 7027mt nella Hunza Valley in Pakistan ; lo Spantik è una meta piuttosto comune per chi si approccia alle alte quote, per la sua relativa assenza di grandi difficoltà tecniche lungo la via normale, tuttavia niente affatto facile per il lunghissimo sviluppo e alcune sezioni tecniche.

Portatori sul ghiacciaio (c) Graham Wyllie

Se poi la via non è atttrezzata con corde fisse e traccia, come nel caso in questione, la “relativa facilità” viene del tutto meno ; i due alpinisti, infatti, affronteranno l’attacco alla vetta partendo da 5500mt su terreno completamente vergine e sconosciuto, senza corde né traccia. Per Graham, dopo una partenza fulminante e in gran forma, nel lungo attacco alla vetta, arriveranno i sintomi di mal di montagna ben conosciuti: allucinazioni e sfinimento – fortunatamente gestiti in modo eccellente e con l’aiuto della grandissima esperienza di Giampaolo, che scegliendo la tattica di salita e discesa altrettanto veloce e senza bivacchi, ha portato i due al Campo Base felicemente e senza conseguenze.

Protagonisti di questa storia sono due alpinisti di ben diversa esperienza: Graham Wyllie, 31enne e forte alpinista scozzese ma senza esperienza di alta quota e il veterano Giampaolo Corona, guida alpina Della Valle Del Primiero nelle Dolomiti ,47enne che ha scalato parecchi ottomila e altre vette importanti in Himalaya e Karakorum. Entrambi partiti in solitaria per lo Spantik, condividendo la logistica con altre spedizioni, si sono conosciuti e hanno deciso di attaccare la vetta assieme : quella che segue è la storia di questa salita scritta da Graham ; un esempio di buono stile, di una nuova amicizia e di grande perseveranza su un terreno a lui sconosciuto, con l’aiuto – comunque reciproco – di “Jumpy” Corona.


Pur non rappresentando una impresa di particolare rilevanza alpinistica, penso che questa storia racchiuda alcuni dei valori più importanti nell’alpinismo . Ringraziando Graham per l’intervista , le splendide foto e il permesso di tradurre l’articolo apparso nel suo blog l’anno scorso,e Giampaolo per la lunga chiacchierata, il suo racconto e la visione del video ancora inedito dell’impresa (di cui sopra vedete il trailer), vi auguro buona lettura.

Giampaolo Corona, il veterano

Giampaolo Corona è una Guida Alpina con un curriculum impressionante , ma si è sempre tenuto un po’ sotto “ai radar” dei grandi media.

Ha raccontato la scalata con Graham allo Spantik QUI.  Durante una lunga e piacevolissima chiacchierata al telefono, credo di aver capito alcune cose fondamentali della filosofia di Giampaolo ; prima di tutto, la distinzione tra le spedizioni agli 8000 e quelle a cime più basse ma molto più tecniche : nelle prime, spesso Giampaolo parte da solo, aggregandosi per la logistica del Campo Base ad altre spedizioni commerciali, ma non utilizzando – o facendolo al minimo possibile – corde fisse né aiuto dei portatori. Scala sempre in stile alpino e leggero, in entrambi i casi. Ma sugli 8000 o sui 7000 come lo Spantik, trova generalmente in loco qualche compagno estemporaneo nella salita, e lo sceglie “molto a pelle”. La sua esperienza gli permette subito di capire se può condividere la salita. Nelle spedizioni più tecniche, invece, prepara e sceglie accuratamente il team di scalatori. Mi ha spiegato quanto sia importante per lui fare nuove amicizie, conoscere nuove persone e godersi molto il viaggio. Ma la sua preparazione è sempre accurata e approfondita. Dalla sua prima esperienza himalayana mi ha detto di essersi immerso in testi e trattati tecnici sulla preparazione per l’alta quota. Per lui è importante ottimizzare molto il tempo di acclimatamento e poi salire il più velocemente possibile, portandosi dietro lo stretto necessario.

Infatti scrive :

“Considero il mio corpo come un motore da preparare, l’attrezzatura è il mio hardware, la testa è il mio software. Hai la testa o no. Senza di essa è meglio non andarsene.
Sto cercando la semplicità, l’essenziale. La perfezione si ottiene quando non c’è più niente da togliere, non quando non c’è più niente da aggiungere. L’arrampicata veloce e leggera sembra facile, in realtà è il risultato di un enorme lavoro a monte (preparazione sia tecnica che fisica oltre che psicologica). Nulla è inventato.”

E poi spiega:

La via di salita per Spantik è lunga e complessa (cresta, zone miste, ripidi pendii di neve e ghiaccio, lunghissimo “altopiano”). Un percorso che si snoda per 8 chilometri, 2500 metri di salita. Dopo soli 8 giorni dall’arrivo al campo base, mi sentivo pronto. Avrei usato un solo punto di supporto a 5500 m di altitudine dove avevo lasciato la mia tenda e gli elementi essenziali nudi per un bivacco, saltando il classico campo 1 e 3. Mi ero imposto una volta raggiunto la cima per scendere dritto a il campo base.

Avrei persino accettato di provare ad arrampicare completamente da solo.

Per caso ho incontrato lì un giovane e forte alpinista scozzese Graham Wyllie, che era d’accordo con me su leggerezza e semplicità, quindi mi sono detto perché non provarci insieme?

Alla fine, Giampaolo si è trovato molto bene con il giovane Graham, ed è nata una vera amicizia. 

Questo, per Giampaolo, è il vero valore aggiunto nel vivere un alpinismo pulito e leale. 

Intervista a Graham Wyllie

Graham Wyllie con due portatori pakistani , Arandu Bridge – avvicinamento allo Spantik

D. Questa è stata la tua prima esperienza in Karakorum/Himalaya ? Come hai organizzato la spedizione e quanto tempo hai dedicato a prepararti, logistica, attrezzature, etc ?

R.Questo è stato il mio secondo viaggio sulle grandi montagne dell’Asia. La mia prima volta è stata nel 2008, quando ho fatto parte di una squadra di 4 persone che ha tentato un picco a sud del Masherbrum chiamato Cathedral Peak (6247 m). Il tempo era brutto e abbiamo raggiunto solo poco più di 5500mt in quota. Avevo 19 anni allora, la spedizione mi ha dato una preziosa esperienza e un punto di riferimento su cui basare le mie future spedizioni. Mi ha aiutato molto per lo Spantik ,avendo molte meno incognite dal punto di vista logistico. Alcuni amici di arrampicata erano interessati al viaggio verso la fine del 2018, ma quando alla partenza nel giugno 2019 siamo rimasti in due, il sottoscritto e Andra.

Abbiamo usato la stessa agenzia locale usata nel 2008 e abbiamo acquistato solo un servizio logistico per il campo base. Questo ci ha sollevato dallo stress nell’avvicinamento alla montagna e ci siamo rilassati e concentrati sull’acclimatamento e sul godersi la bellezza impressionante dei luoghi. Avevamo una tenda, niente portatori e niente corde fisse.

 Tenda comune al BC (c) Graham Wyllie

Abbiamo scalato il più possibile in stile alpino e avevo con me l’attrezzatura e il vestiario simile a quello che uso in Scozia in inverno. A prima vista, lo “stile alpino”  dovrebbe essere leggero, ma quando si sposta una tenda, un sacco a pelo, un fornello, un cibo, ecc. non è proprio così! Per l’equipaggiamento da spedizione come radio, tenda d’altitudine, telefono satellitare, ecc., Andra è membro del Club alpino olandese (NKBV) che ci ha permesso di prendere in prestito praticamente tutto il kit specifico di cui avevamo bisogno, il che è stato fantastico.

C1 (c) Graham Wyllie

D.Come ti sei preparato – se l’hai fatto – per l’alta quota e per questa spedizione ?

R.Per l’altitudine non ho fatto nulla di specifico prima del viaggio. Il punto più alto della Scozia è 1345 mt, quindi cercare di ottenere un po ‘di acclimatazione naturale avrebbe significato andare all’estero. Ero più concentrato sulla mia forma fisica e sui miei livelli di energia. Nell’estate del 2018 avevo lasciato il lavoro  e trascorso 2 mesi nelle Alpi. Ciò, combinato con molte arrampicate invernali in Scozia, mi ha fornito una grande base specifica di fitness aerobico. Ho dovuto fare alcuni lunghi viaggi di lavoro durante la primavera, ma era un lavoro piuttosto fisico e potevo anche usare la palestra, quindi sono riuscito a rimanere abbastanza allenato. Il mese prima del viaggio ho fatto un po’ di corsa in collina e qualche arrampicata su roccia. Dopo essermi sforzato molto in inverno e poi con i viaggi con il lavoro, sono stato attento a non esaurirmi e ho puntato ad arrivare nel Karakorum ben riposato.

D.Quanti anni hai e qual’è, in breve, la tua storia con l’arrampicata e l’alpinismo ?

R. Ho 31 anni e frequento e amo le montagne dall’età di 9 anni , quando mio padre iniziò a portarmi in collina in Scozia. Durante l’ adolescenza andavamo in vacanza sulle Alpi. Vedere picchi come il Dent du Géant e il Weisshorn mi ha davvero ispirato ad arrampicarmi e acquisire le competenze necessarie per affrontare le grandi montagne europee. È stato in questo periodo che ho iniziato a leggere la letteratura alpinistica che ha aggiunto più combustibile al fuoco della passione. Alla fine del 2007 ho intrapreso la mia prima via invernale facile in Scozia e ho iniziato il lungo processo di costruzione dell’esperienza e delle conoscenze tecniche alpinistiche. Nel 2008 ho cominciato i miei primi 4000 mt sulle Alpi e ho partecipato alla mia prima spedizione extraeuropea. Ho proseguito lentamente scalando molte vie, anche sulle Alpi. Attualmente mi concentro sull’arrampicata più tecnica in Scozia, sia in estate che in inverno, e spero di potermi dedicare a obiettivi seri ed entusiasmanti sulle Alpi e sulle Catene Asiatiche nei prossimi anni.

Spantik : il racconto di Graham

Ritorno dal C2 (c) Graham Wyllie

Ero più alto di quanto non fossi mai stato. Da qualche parte sopra i 6500 m sulla cresta sommitale dello Spantik. Ci sono volute tre settimane per arrivare a questo punto. Tre settimane di volo, guida, trekking, arrampicata e acclimatazione. Mi sentivo in gran forma quando abbiamo lasciato il Campo 2 a 5500 m verso le 01:30 di mattina, ma ora l’altitudine rendeva i pochi passi che stavo facendo pieni da pause e respiro pesante. I progressi erano lenti e ho avuto l’allucinazione di vedere Messner con una giacca con cappuccio davanti a me.

Andra sulla via C2 (c) Graham Wyllie

A parte il mio corpo, anche la mia mente sentiva l’altitudine, giocando brutti scherzi e inquinando la mia concentrazione con confusione e giocandosi di me. Non era Messner che vedevo ogni tanto, era “Jumpy” (“Giampi” Corona,NdR) una guida italiana delle Dolomiti.

Questo è stato il nostro primo giorno in assoluto di scalata insieme: ci siamo incontrati appena una settimana fa ma le circostanze ci hanno uniti.

“Jumpy” Corona (c) Graham Wyllie

Insieme a sensazioni di de-ja-vu sentivo un’altra presenza familiare con noi, una donna anziana, forse la madre di qualcuno che seguiva la nostra scia zigzagante attraverso la neve profonda fino alla caviglia.

C’era una sezione rocciosa con neve ripida davanti. Non sembrava mai arrivare, anche se vicina. Continuavo a seguire le tracce di Jumpy, ora ero troppo indietro per fare il mio turno aprendo la pista. Se fosse stato più vicino forse gli avrei detto che sarei tornato indietro.

Tra C2 e C3, sezione ripida e tecnica (c) Graham Wyllie 

Passò un pò tempo con ben pochi progressi. Una lotta costante e le stesse allucinazioni. In poco tempo il vento gelido diventò un problema e ogni 5-10 minuti facevamo sosta per scaldarci le mani gelide. Piano piano, avanzammo verso lo sperone roccioso. Solo altri 20 o 30 metri di lotta poi la vetta e finalmente scendere ! Alla fine abbiamo superato la sezione ripida ma la cresta continuava verso l’alto. Ho raggiunto Jumpy. Ha detto che ci sarebbero voluti altri 50 m di altitudine. Ho provato a fare la traccia ma mi ha sorpassato.

Sul plateau prima della sezione sommitale (c) Graham Wyllie

 

La lotta è andata avanti così ,a lungo ,poi siamo arrivati. Un nudo altopiano di neve. Ho colto finalmente il frutto di un’idea che ho avuto, in solitudine, in un bar di Canazei più di un anno fa e da allora c’è stata tutta la pianificazione, il viaggio e la spedizione, la scalata. Mi sono emozionato. La pura gioia , sperimentata ben poche volte prima di ciò : quando i sogni vengono realizzati, quando sei esattamente dove sai che dovresti essere.

Graham in vetta

Giampaolo in vetta

Non abbiamo trascorso molto tempo in vetta, forse dieci minuti poi la discesa alle 1130 circa. La prima parte della discesa è andata bene.
Abbiamo ripercorso i nostri passi lungo la cresta e raggiunto i nostri materiali lasciati sull’altopiano. Quindi ci siamo spostati verso la cima della cresta SE e verso la via normale per il Campo 3. La sezione tra questo e il Campo 2 è il punto cruciale del percorso: Andra (l’alpinista olandese suo iniziale partner,NdR) e io avevamo vissuto un po ‘di epopea qui la settimana precedente, quando abbiamo cercato di installare il Campo 3. Per la maggior parte degli scalatori questa sezione è stata percorsa in sicurezza da corde fisse, ma nessuna squadra l’ha sistemata in quasi un mese ,lasciandola ora incompleta e tratti pericolosi. Arrampicarsi in buone condizioni è facile, arrampicarsi mentre si è esausti e dopo che il sole di mezzogiorno ha reclamato il suo pedaggio sullo stato del ghiaccio è una questione diversa.

 Giampaolo zona C3

Jumpy proseguiva. Non poteva fare molto per me. Procedevo metodicamente in avanti lungo il ripido ghiaccio zuccherino , fermandomi spesso per le pause. Ho accarezzato l’idea di fare un abalakov in corda doppia ma non era una soluzione pratica, avrebbe significato estrarre e srotolare la corda, che era ancora stivata nel mio sacco da tutto il giorno. Alla fine ho raggiunto un terreno più facile oltre un bergschund e ho fatto rapidi progressi lungo un pendio nevoso, quindi ho raggiunto lo sperone roccioso che corre per circa 100 metri al centro della parete. Passato questo punto, la metà inferiore della parete è più ghiacciata, sebbene meno ripido rispetto alla sezione più in alto. Senza stanchezza normalmente avrei fatto un rapido lavoro su questo terreno nonostante le sue pessime condizioni. Ma in questa giornata è andata diversamente. Avanzai affrontando il pendio e lottando costantemente per il mio equilibrio d’appoggio. La prima sezione è andata bene. Partendo dalla sezione successiva i miei ramponi hanno ceduto e ho iniziato a scivolare giù per il pendio. Dopo 10-15 m con una manovra d’arresto con piccozza mi sono fermato con una piccola valanga di ghiaccio zuccherino che scorreva intorno a me. Ho puntato rapido verso il resto del pendio.
Il resto della via fino a campo 2 è trascorso senza ulteriori incidenti. Qualche crepaccio ma ovvio e facile da attraversare o da evitare. L’unico altro problema era la neve. Resa molle dal caldo del sole era una tortura. Non importa, mi dissi, presto sarei potuto felicemente crollare nella mia tenda al campo 2. Verso le 16:30, quando arrivai, Jumpy aveva già smontato la sua tenda e mi stava aspettando. Mi informò del maltempo in arrivo e che quindi dovevamo scendere direttamente al campo base. Era l’ultima cosa che volevo sentire, ma aveva ragione e restare non era proprio un’opzione. Ho fatto i bagagli, messo le attrezzature per cucinare e dormire da parte e mi sono trovato con uno zaino piuttosto pesante.

 In discesa sulla Cresta SE

Ormai conoscevo bene la via dal campo 2. Andra e io avevamo viaggiato alcune volte nei nostri sforzi per acclimatarci e prepararci per il nostro tentativo di vertice. Tra il campo 2 a 5500 mt il campo 1 a 5050 m il percorso è una dorsale ondulata di neve lunga quattro chilometri. È abbastanza esposta e scenica in alcuni punti. Ci sono crepacci e cornici occasionali ma nulla di eccessivamente serio. Il problema principale quando si scende a questo orario è la condizione della neve. Jumpy proseguiva. Mi teneva d’occhio per assicurarsi che stessi proseguendo – ma non aveva senso che entrambi andassimo al mio ritmo, metodico ed esausto. A volte mentre sprofondavo sulle mie ginocchia nella neve capivo che eravamo vicini e mi sentivo un po ‘meglio.
Alla fine sono arrivato al primo campo e si stava facendo buio, quindi ho indossato la torcia frontale. Ho iniziato a sentirmi un po ‘meglio e sono riuscito a muovermi un po’ più velocemente. Forse questo era l’effetto benefico della bassa quota c o il fatto che il percorso da qui fosse praticamente in discesa. Il percorso fino al campo base da qui è stato buono. Era ripido in alcuni punti ma ben segnalato e privo di neve ; costituito principalmente da terra, ghiaia e roccia frantumata anche se abbastanza stabile. Vidi due luci che si avvicivano. Era Andra ad accoglierci e congratularsi, assieme a un emotivo Paco (il nostro cuoco / riparatore locale), che è emerso dall’oscurità e mi ha abbracciato. Penso di non aver mai incontrato una persona più felice a vedermi! Mi ha preso il sacco per le restanti poche centinaia di metri al campo base arrivando poco dopo il 21:00, dove siamo stati accolti dalla spedizione catalana, dai cuochi di Jagged Globe e da altri portatori che si congratularono con noi.

 Il Campo Base visto da C1

Alla fine sono molto soddisfatto dello stile della mia salita. Una lunga spinta dal campo 2 in vetta non sarebbe stata facile, soprattutto per tornare in BC lo stesso giorno. Con il senno di poi, io e Andra siamo riusciti a stabilire il campo 3, quindi credo che avremmo comunque fatto vetta insieme. Questo, tuttavia, ci avrebbe costretto a rimanere bloccati al campo 3 per un fine settimana di maltempo. Una lunga spinta dal campo 2 è diventata l’unica opzione dato il tempo che ci restava e questo non è stato certamente il modo più semplice per scalare lo Spantik. La mancanza di corde fisse significava anche che il rischio di una difficile discesa fino al campo 2 dall’altopiano, quando i livelli di energia erano bassi, e doveva essere attentamente valutata nella sua fattibilità. Sia per Jumpy, che ha una notevole esperienza sulle vette di 8000 m, sia per me lo Spantik è stato più duro di quanto la sua reputazione suggerisca. Ciò può essere riconducibile alla lunga scalata in stile alpino che è stata la nostra ascesa ; ho comunque percepito che non è certo una montagna da sottovalutare. Si tratta di una vetta di 7000 m con un lungo percorso e passaggi tecnici soggetti al clima e alle condizioni del Karakorum.

Ci vuole un sacco di tempo e fatica per scalare picchi di questa scala. Ci sono volute 4 settimane di viaggio, trekking, acclimatazione e arrampicata e questo solo per avere una possibilità in vetta , senza includere la preparazione prima del viaggio per logistica, kit, permessi e visti. Il modo in cui si fa acclimatazione, il rimanere in salute ed essere abbastanza in forma sono tutti fattori decisivi e, naturalmente, si collegano al livello di rischio che si è disposti a correre in un ambiente ostile. Il tempo ha sempre voce in capitolo e puoi facilmente passare giorni seduti al campo aspettando che cambi, come ho fatto in una precedente spedizione senza successo a una vetta della zona. La metà del nostro tempo passato sullo Spantik è stata spesa riposando o aspettando le finestre di bel tempo al campo base. Anche il viaggio stesso, vale a dire i luoghi e le persone incontrate, devono essere fattori apprezzati perché se tutto fosse vissuto come “un intermezzo” per arrivare in cima, il viaggio risulterebbe assai deludente !

Matteo “Berna” Bernasconi, classe 1982, Ragno di Lecco dal 2003, guida alpina dal 2011 è morto ieri 12 Maggio 2020, travolto da una valanga nel Canale della Malgina in Valtellina.

Matteo Bernasconi (nato a Lecco nel 1982 , Ragno di Lecco nel 2003, Guida alpina dal 2011)
– 2006 nuova cascata di ghiaccio sulla parete SE del Baratro in Val di Mello con Giovanni Ongaro
– 2006 con Hervé Barmasse, Lorenzo Lanfranchi e Giovanni Ongaro ha aperto una nuova via sull’allora inviolata parete nord del San Lorenzo (Patagonia)
– 2008 con Fabio Salini compie la prima ripetizione italiana – e settima assoluta – della leggendaria via dei Ragni sul Cerro Torre (Patagonia)
– tra il 2010 e il 2013 tre tentativi di salire l’ultima grande parete ancora inviolata nel massiccio del Cerro Torre, ovvero la Ovest della Torre Egger, risolta infine dai compagni Matteo della Bordella e Luca Schiera nel marzo 2013 pochi giorni dopo il rientro in Italia di Bernasconi per impegni lavorativi.
– 2017 in Patagonia con Matteo Della Bordella e David Bacci apre una nuova via sulla parete est del Cerro Murallon
– 2020 (febbraio) in Patagonia con Matteo Della Bordella e Matteo Pasquetto ha aperto Il dado è tratto sulla nord dell’Aguja Standhardt, poco prima di ripetere la Via del 40esimo dei Ragni di Lecco sulla parete nord dell’Aguja Poincenot.

Ho già avuto modo di accennare alla parte più buia della mia passione nel raccontare Storie di Montagna, il confronto con la morte di donne, uomini, amiche, amici, famigliari ; la scarsa attitudine di confrontarsi col mistero della scomparsa fisica, l’ineluttabilità degli eventi che in montagna travolgono anche i più prudenti.

Non si è mai preparati quando muore un giovane padre, una figura così amata come quella di Berna : con i suoi riccioli, il suo sorriso e la sua simpatia travolgente, la sua disponibilità umile e professionale di alpinista e guida alpina.

Stamattina, mentre sorseggiavo il caffè, ho visto un post muto sulla bacheca di Riky Felderer, c’era una foto del Berna . Un pugno nello stomaco.

Nel 2013 ho cominciato a scrivere grazie a una serie di messaggi scambiati con Matteo Bernasconi, che l’anno prima aveva sfiorato la clamorosa impresa sulla Parete Ovest della Torre Egger assieme a Matteo Della Bordella, quando i due rimasero appesi alla vita “With a Little Help from…a friend” dopo una caduta, appesi entrambi a un friend dello 0.3mm .

Matteo Bernasconi e Matteo Della Bordella (arch Ragni Lecco)

Così è cominciata la mia personale vicenda di modesto scrittore e cronista di cose di montagna : per la simpatia travolgente, per la professionalità, la passione che Matteo Bernasconi mi trasmise immediatamente – e lo stesso vale per l’attuale Presidente dei Ragni di Lecco, il suo grande amico Matteo Della Bordella.

Il fatto che anche il suo soprannome sia anche un po’ il mio, “Berna”, sembra buffo e sciocco, contava qualcosa di speciale per me. Non lo scrivo per retorica, lo penso davvero: senza di te, probabilmente, non avrei trovato il coraggio di scrivere ad alpinisti famosi, esperti, per cominciare il mio cammino in questa passione per persone straordinarie, capaci di imprese straordinarie, come te. GRAZIE BERNA.

  Tentativo sulla Siula Grande, Matteo Bernasconi (arch Ragni Lecco)

Matteo, sei andato avanti troppo presto.

Un immenso abbraccio alla tua piccola, alla tua compagna, ai Ragni di Lecco e a tutti gli amici.

 

 

 

 

Denis Urubko ha rilasciato una importante intervista a Russianclimb.com ; col suo personale permesso e quello di Elena Laletina, editor dell’importante sito russo, la traduzione del suo pensiero

Non mi piacciono le Montagne : ho perso troppi amici lassù

Denis Urubko – Traduzione Federico Bernardi con la collaborazione di ..alcuni amici russi

Vedo molte speculazioni negli ultimi tempi, la gente parla di me … “blah blah blah” , lo fanno per promuovere se stessi.

Per favore!  Quante bugie … sia da cineasti sia da altri alpinisti.

E i giornalisti propongono al loro pubblico queste speculazioni come la verità ultima. Ma la maggior parte di esse sono sbagliate. L’unico su cui garantisco è Bohuslav Magrel (Capo del Club Alpino Polacco), perché mi conosce bene. E ora preferisco dire la mia per fare chiarezza.

Non c’è nulla di definitivo per me. Al contrario.

Tutto quello che faccio in montagna è mutevole : tattica, tecnica e stile di arrampicata. Solo l’obiettivo rimane costante.

Pertanto, nessuno si dovrà sorprendere se riapparirò in Himalaya, una o un paio di volte… Per esempio: perché non battere il record di Juanito Oiarzabal e scalare il Cho Oyu quattro volte in una stagione?

Una cosa del genere sarebbe molto più sicura e divertente di quello che ho fatto finora.

Ma l’alpinismo estremo, le prime e le salite invernali alle vette dell’Himalaya non fanno più per me.

Tuttavia lascio una porta aperta, nel caso in cui mia moglie, Maria Jose Cardell, mi chieda di aiutarmi a tracciare una nuova via in stile alpino. In questo caso la aiuterò.

Quello che è certo è che avevo deciso di chiudere con l’alpinismo estremo ancor prima di provare il Broad Peak.

Scherzavo con i miei due “soci”, Don  Bowie e Lotta Hintsa, sul fatto che questa era la mia ultima spedizione : contavo i giorni… Gli dicevo:  altri 45, 30, 20 giorni prima della fine della mia carriera himalayana.

Comunque ho messo molta, molta forza e tutta la mia anima in questo ultimo tentativo. Ho fatto gran parte del lavoro di apertura della via. Avete visto i miei tre tentativi di vetta, incluso due assolo quando Don è stato male.

Ho dedicato molti anni all’alpinismo estremo, ne ho abbastanza. Ho soddisfatto le mie ambizioni e non vedo nient’altro che potrei fare.

Cosa sono riuscito a fare in eccellenza ? “Shine on you crazy diamonds”:  i miei “diamanti” sono le mie  cinque nuove vie aperte in stile alpino sugli ottomila metri. Ho  fatto scalate in alta velocità e ho stabilito record di velocità da 4.000 a 8.000 m.

Ha fatto due salite invernali a 8.000 m.

Ho scalato vie estremamente difficili su roccia  dai 2.000 ai 7.000 mt, su bastioni e pareti in diverse parti del mondo, come il Kush-Kaya, lo Ushba, il Vittoria Peak, il Kali-Himal. Sono abbastanza soddisfatto di quello che ho fatto.

Dal punto di vista quantitativo… L’età è un problema da cui nessuno scappa. Non riesco a fare quello che potevo fare quando avevo 30 anni ! È importante capirlo e non provare a correre come uno criceto su una ruota.

Ho lavorato come allenatore per 14 anni e ho riunito squadre forti. Ma tanti organizzatori e partecipanti spesso non hanno fatto abbastanza sforzi. Troppi confondono la libertà come un  “fare nulla”, senza sforzo.

Un altro motivo per cui smetto è la responsabilità. Mia moglie, i miei figli e i miei genitori hanno bisogno di maggiore attenzione e sostegno. Dopotutto, mi dicono giustamente : un buon alpinista è un alpinista vivente.

Voglio dedicare più tempo ai miei cari.

Soprattutto, sono stanco di perdere tempo. Questo è successo troppo spesso. Ho trascorso molto tempo ad allenarmi e per la mia famiglia e i miei amici sono mancato troppo spesso.

Le spedizioni sono durate da due a tre mesi, i miei partner si sono spesso rivelati delle..zavorre, come è successo molte volte con Simone Moro.

Ed è stato lo stesso durante l’ultimo tentativo di scalare il K2 o al Broad Peak quest’anno, e intendo Don Bowie. Essere una brava persona è importante, ma non è abbastanza per raggiungere la vetta. Ho dovuto fermarmi così tante volte a causa dell’irresponsabilità delle altre persone. Ora preferisco passare il mio tempo facendo  altro.

Non mi piacciono le montagne. Soprattuto, ci ho perso molti amici lassù. Mi piace l’azione e voglio essere libero di scegliere la mia libertà, il mio modo di essere libero.

Non mi piacciono le montagne: ci ho perso molti amici lassù. Mi piacciono le azioni e voglio sentirmi libero di scegliere… il mio modo di essere libero.

Ora intendo vivere una vita comune a quella degli altri : lavoro, bambini, hobby.. mi godrò la vita. E arrampicare su roccia, a livelli alti, ma in sicurezza. Sogno di arrivare, in arrampicata, a raggiungere l’ 8a.

Sì, è vero, ho salvato una dozzina di persone ; e ne ho anche salvate molte da congelamento e altre lesioni. E per tre volte altri mi hanno salvato, per cui ringrazio i miei amici e compagni di spedizione. Ho salvato una dozzina di persone, ma questo andrebbe visto in modo diverso : pensiamo, ad esempio, ai medici dei reparti di emergenza che salvano centinaia di persone ogni giorno. L’assistenza medica è la norma nella vita per molte persone, questo rende la nostra vita migliore a Wroclaw o in altri posti.

Tutto questo mentre io e altri alpinisti , in realtà, realizziamo semplicemente le nostre ambizioni egoistiche o sportive.

Quando ho salvato Anna e Marchin, ovviamente, entrambi avevano bisogno del mio aiuto, ma loro stessi hanno trovato forza in quelle situazioni. Senza i propri sforzi, quando si è in difficoltà, tutto richiederebbe più tempo e il rischio sarebbe rischio enorme.

Mi dispiace per le persone che mentono prima, durante e dopo la spedizione. Trascorrere tre mesi in una squadra piena di alpinisti deboli, perdenti ingannevoli e pigri? Preferirei aver rifiutato.

C’erano tre o quattro buoni scalatori nella squadra K2. Questi sono Marchin, Adam, Rafal e il giovane Maciej. Ma era impossibile agire nella palude creata dagli altri alpinisti, dall’organizzazione e dalla direzione della spedizione. In effetti, negli ultimi anni abbiamo osservato [ dal punto di vista dei risultati, NdT] quasi a uno zero completo nel vero stile polacco dell’arrampicata in alta quota. Sì, c’è stato Andrzej Bargel. Apprezzo quello che fa, ma è qualcosa di diverso.

Molte parole, troppe scuse, questa è è stata la realtà che ho visto. Si sono spese molte parole sul passato eroico, sui successi di Chihi, Kukuchka, Kurtika e altri, ma l’ultima generazione non è pronta per l’arrampicata sportiva.

Successi recenti per l’alpinismo polacco? Peter Moravsky e la scalata invernale sullo Shishapangma e la mia nuova via sul Gasherbrum II . Non mi sembra tanto, giusto? Nel caso in cui dimenticassi qualcosa, chiedo scusa…

Non voglio costringere nessuno a fare gli ottomila, ma devo dire la verità. Spero che tutto ciò cambi presto, i polacchi hanno buone possibilità di fare scalate invernali sul Broad Peak, sul G1 e sul K2 . Nuove vie sula parete ovest dell’Annapurna,sulla nord  del Kanchenjunga. Scalate ad alta velocità sul Broad Peak e sul Cho Oyu  attendono i veri alpinisti. E questa potrebbe essere “la nostra musica” [per i polacchi,NdT] in Himalaya e Karakorum.

 

Ringrazio Denis Urubko ed Elena Laletina di Russianclimb.com per avermi dato il permesso a tradurre questo testo ; un particolare ringraziamento a Matteo Gallizioli per la sua gentilezza.

 

Korra Pesce e Jorge Ackermann

 

Corrado “Korra” Pesce , classe 1981, novarese trapiantato a Chamonix da oltre un decennio, è un fortissimo alpinista ; ormai “transalpino”, come lui stesso si sente, è diventato infatti Guida Alpina in Francia , famiglia sul versante francese del Monte Bianco. Predilige vie difficili e tecniche, ha scalato tantissimo sulle Alpi e in Patagonia. Ha appena pubblicato un bel racconto, molto interessante, della sua ultima scalata sul Cerro Torre su Instagram – in inglese – e mi ha gentilmente concesso di tradurlo in italiano . E’ veramente interessante per uno sguardo sull’attualità e sulle prospettive future dell’arrampicata patagonica. Va ricordato che per tutto il mese di Gennaio il tempo è stato pessimo, pertanto la finestra di bel tempo ha causato….

 

Una Giornata di Traffico sul Cerro Torre 

di Korra Pesce , traduzione Federico Bernardi

 

Febbraio finalmente ha portato una lunga finestra di bel tempo qui a Chaltén. Assieme a Jorge Ackermann siamo saliti su Noruegos con lo stesso zaino pesante che avevamo già riportato a valle scappando via da questo posto folle.

Noruegosapproccio a Noruegos, “Campo Base” per il Cerro Torre

Sapevamo che le condizioni non erano affatto buone su roccia, specialmente sul Cerro Torre.

Così abbiamo “lanciato i dadi” su Tiempos Perdidos, una via che porta sul lato sud del Colle della Speranza, aperta da Andy Parkin e François Marsigny nel 1994. Una meraviglia di ghiaccio lunga 800 metri, purtroppo minacciata da un enorme seracco.

Questo percorso ha visto ripetizioni da parte di alcuni dei migliori scalatori di ghiaccio che abbiano mai visitato la zona, personaggi come Bruno Sourzac, Bjorn Eivin Artun e non è stata completata sino alla vetta fino al 2005, quando Kelly Cordes e Colin Haley hanno collegato questa via con la via dei Ragni.

Siamo partiti il 4 febbraio [da El Chalten], il 5 siamo partiti da Noruegos nel pomeriggio e dopo esserci crogiolati al sole sotto Mocho, ci siamo fatti lentamente strada verso la nostra linea sognata. Non eravamo sicuri delle condizioni della neve, fino a quando non abbiamo superato la crepaccia terminale verso le 21:30.

tiempos perdidos su Tiempos Perdidos

Il percorso era in mega condizioni, neve incredibilmente buona fino in cima ma impossibile da attrezzare regolarmente con buone protezioni. Abbiamo proceduto in simulclimbing la via in 4 ore e mezza, poi siamo saliti lungo la via dei Ragni fino a un buon posto per bivaccare sotto l’Elmo. Alle 2:30 del 6 febbraio ci siamo infilati nel nostro kit da bivacco leggero e abbiamo aspettato la luce dell’alba.

Colle Dell'Elmo                                                                                        bivacco al Colle Dell’Elmo

Dopo alcune ore di sonno ci siamo resi conto rapidamente che c’erano parecchie persone sopra di noi ! La via dei Ragni è una delle linee più ambite della zona, per ovvie ragioni, tutti volevano arrivare in cima il più presto possibile.

Cerro Torre

Era chiaramente un disastro, 7 cordate e un mucchio di alpinisti , in queste circostanze sembrava di scalare l’ Ama Dablam o un ottomila tecnico.

Abbiamo iniziato a scalare alle 8:30 e ci siamo uniti al gruppo che guidava due tiri sotto la cima – che aveva fatto un ottimo lavoro nel pulire una quantità notevole di brina fino a quel punto. Da lì ha proceduto uno degli scalatori della seconda cordata. Anche se le cordate sottostanti non sembravano molto entusiaste di vederci passare, ci siamo sentiti i benvenuti lassù. Presto ci è parso chiaro che qualcuno avrebbe potuto ritrovarsi molto stanco e bagnato, scavando il tunnel sull’ultimo tiro del fungo.

Fungo Sommitale Tunnel scavando il tunnel sul fungo sommitale

Mi sembrava che la mia presenza e quella di Jorge, lassù, fosse vista come molto utile, perché avevamo già aperto il fungo sommitale negli anni passati. In effetti, stavamo solo per mostrare agli altri che anche dopo aver già scavato il tunnel, chiunque non sarebbe stato entusiasta nel farlo nuovamente, a meno che non fosse davvero l’unica opzione disponibile.

Da quanto posso ricordare, non sono convinto di essere particolarmente bravo ad arrampicare sul rime – e sono rimasto molto colpito dall’ottimo lavoro fatto da Fabian Buhl e ora Christophe Ogier. Non osavamo certo chiedere di guidare, quindi non ci siamo offerti, ma eravamo lì nel caso in cui gli altri esaurissero i proiettili. Avrebbe potuto esserci la possibilità di crogiolarsi al sole , invece era un po’ freddo e nuvoloso ; abbiamo incoraggiato Christophe e quindi aspettato.

Uscita Sommitale Fungo                                                                                           in uscita dal fungo sulla vetta

La prima parte , un mezzo tubo naturale è stata scalata velocemente. Poi c’è la parte a strapiombo e per evitare il rischio di una lunga caduta, abbiamo incoraggiato Cristophe a scavare un tunnel verticale. Dopo ore di scavo è tornato umido e stanchissimo per l’esilarante avventura ,che ha incluso un volo frusta da 10 mt -che ci ha un po’ preoccupato.

Nel frattempo un folto gruppo di italiani si è radunato sotto al fungo. Contrariamente alle prime cordate, non avevano alcun equipaggiamento per il bivacco ed erano ovviamente eccitati per salire in vetta al più presto. Edoardo Saccaro ha fatto un ottimo lavoro scavando la sua parte di tunnel. Nel frattempo le cordate attrezzate o con tende si sono preparate per un bivacco.

Affollamento in Cima                                                                                         affollamento sul Cerro Torre

Quando Edo ha superato tutte le incertezze finali, la tensione è svanita : tutti sapevamo istintivamente che saremmo andati in vetta. Abbiamo ovviamente lasciato passare tutti gli alpinisti senza kit bivacco e con Jorge ci siamo infilati nel sacco per la notte .

La mattina seguente non c’erano una, non due, ma ben tre corde fisse, ed è stato chiaro che a nessuno importava più nulla di seguire la rigida etica dell’arrampicata e ci siamo tutti sparati verso l’alto ! Onestamente era evidente già da molto tempo che l’ “esperienza” del Torre era cambiata oltre il punto di non ritorno…

Jorge ha fatto un tiro usando il microtraxion e io ho fatto l’unica cosa a cui potevo pensare, ho scaldato il mio corpo congelato facendo jumar e fotografando la parete nord. Siamo arrivati in cima subito dopo l’alba.

Cerro Torre Cumbre                                                                              Korra e Jorge in vetta sul Cerro Torre

La discesa è andata molto bene e abbiamo incrociato molti altri climbers impegnati in salita. Mi chiedo se la situazione reale sul Cerro Torre sia poi così diversa dal tempo in cui c’erano tutti i chiodi sulla via del compressore!

Ho notato che dall’80 al 90 percento delle persone sulla via dei Ragni non ha certo affrontato il vero carico di lavoro richiesto da questa salita. Molti climbers con abilità limitate lo stanno ancora scalando. Buon per tutti fino a quando nessuno si farà del male. Ho visto come l’arrampicata su ghiaccio bagnata da acqua stia diventando un po’ troppo popolare, e credo che sorgeranno problemi con questo sovraffollamento. Più climbers non qualificati verranno a provare, ci saranno più salite guidate, più droni.

Personalmente non tornerò sulla Via dei Ragni a metà stagione.

Grandissimo lavoro per Fabian Buhl [che è sceso col parapendio,NdR], Edoardo Saccaro e Christophe Ogier , sono loro che sono saliti sul Torre, fatto il duro lavoro, su cui noi ci siamo “meramente appoggiati”.. Ad ogni modo, sono entusiasta di aver scalato in simulclimb la maggior parte dei 1300 metri con Jorge. Korra Pesce e Jorge Ackermann                                                                                           Korra Pesce e Jorge Ackermann

Ringrazio molto Korra Pesce per la disponibilità. Tutti i diritti riservati a Korra Pesce, testo e foto precedentemente pubblicati su Instagram @korra_pesce