Dopo la bella prima del K6 Central di Jeff e Priti Wright, un altro duo francese ha effettuato una notevole prima in Karakorum ! 

“Revers gagnant”

Fine Pierrick
Welfringer Symon

2500m / 90° / M4+ / WI4+
16-20/10/2020

Ecco il loro racconto, ringraziando Ali Saltoro di Alpine Adventure Guides per la solita disponibilità nell’aggiornarci :

 

Fine Pierrick/Welfringer Symon in cima al Sani Pakkush (ph Fine/Welfringer)

Arrivati ​​all’inizio di ottobre sul ghiacciaio Toltar ci siamo acclimatati intorno al nostro campo base situato alla base della massiccia parete sud del Sani Pakkush (6953mt), finora inviolata.

Dopo due settimane di acclimatamento ci siamo sentiti pronti per cimentarci in questa grande sfida alpinistica. Le cattive condizioni meteorologiche ci hanno fatto aspettare alcuni giorni ma finalmente il sole e bel tempo per una settimana ci hanno permesso di tentare la difficile prova.
Il primo giorno, dopo una partenza anticipata alle 2 del mattino dal nostro campo base , abbiamo incontrato le prime difficoltà a quota 5000m proprio all’inizio della parete, con alcuni tiri di ghiaccio sostenuti; seguiti poi da alcuni più facili tratti innevati e di misto. A circa 5600m abbiamo fatto uno dei tiri più difficili di M4 + / M5 ,per poi trovare una piccola cengia che ci ha concesso un bivacco un pò scomodo.
Il secondo giorno siamo riusciti a salire in parete e abbiamo fatto due fantastici tiri di ghiaccio puro. A circa 6200m cercavamo un bivacco disperato ma non riuscivamo a trovarlo !

Alla fine siamo stati costretti ad aspettare l’alba appoggiati al muro.
Il terzo giorno eravamo davvero esausti, dopo questi due brutti bivacchi. Abbiamo deciso di mettere la nostra tenda a quota 6400m sulla cresta sommitale, dove finalmente abbiamo trovato uncomodo crepaccio per riposarci.
Il 19 ottobre abbiamo deciso di tentare la vetta leggeri, senza tanti attrezzi. Abbiamo lasciato il bivacco e abbiamo percorso gli ultimi 500 m sulla cresta sommitale innevata. Cresta di qualità in cambiamento costante, sempre più difficile arrivare in vetta, ma dopo 7 ore di duro lavoro, a volte scavando nella neve fresca, siamo arrivati ​​alle 14  completamente esausti sulla cima del Sani Pakkush a 6953mt !

Abbiamo trascorso il nostro ultimo giorno scendendo da questa massiccia parete di 2500 m, effettuando dalle 20 alle 25 doppie .

Nel tardo pomeriggio del 20 ottobre, siamo tornati sani e salvi al campo base, vuoti di tutte le nostre energie e di molte emozioni nelle nostre menti.

la parete sud del Sani Pakkush ph Fine/Welfringer)

Roberto Delle Monache: il mio alpinismo, il mio amico Daniele Nardi e la via sul Baghirathi

Roberto Delle Monache è un alpinista abruzzese…”appenninico” : cresciuto sulle montagne di casa, il Gran Sasso.

Come il suo grande amico Daniele Nardi, proviene dall’Italia Centrale. Persona riservata e sensibile, ha affrontato nella sua carriera vari infortuni ma continuando a perseguire un alpinismo leale e a sviluppare una grande esperienza di alte quote. Con Daniele Nardi ha ideato e creato una linea sulla parete Ovest del Baghirathi III ,tra imponenti muri di scisto e ghiaccio, terreno di sfida per gli alpinisti più esperti, che secondo me rappresenta il punto più alto della sua carriera e di quella di Daniele Nardi.

Per questa via, i due hanno vinto il prestigioso Premio Consiglio, assegnato dagli Accademici del CAI , e ricevuto una nomination per i Piolet D’Or. E’ una via “incompiuta”, non hanno raggiunto la vetta: ma per come è stata scalata e discesa dai due, è una summa di creatività, improvvisazione, tenacia, tecnica e amicizia alpinistica su una parete iconica per ogni alpinista d’alta quota.

Dopo la morte di Daniele Nardi sullo sperone Mummery, assieme a Tom Ballard, Roberto Delle Monache non ha mai voluto partecipare a incontri, conferenze, commemorazioni per sua intima scelta;  il dolore provato, che espresse al tempo con una scarna e commovente dichiarazione, non ha mai voluto esternarlo in pubblico. 

Roberto, da sempre, è un’alpinista schivo e umile. Scala per amore di scalare, senza alcun altro fine. Ricordo di averlo “visto” per la prima volta nel video di Nardi, diretto da F.Santini “Verso l’ignoto”, in occasione di uno dei tentativi allo sperone Mummery del Nanga Parbat. Roberto appare umanissimo, e ben presto rinuncia alla scalata, per problemi alla schiena e perchè evidentemente non se la sentiva. (Incredibile che quell’anno, il 2015, questa rinuncia di Roberto finì per portare Daniele Nardi ad aggregarsi, su invito, al team di Alex Txikon e Ali Sadpara che tentava l’invernale  sulla via “normale” Kinshofer. I 3 arrivarono a 200 metri dalla vetta e si ritirarono per l’errore di Ali Sadpara nel trovare il canalone giusto e per le sue condizioni fisiche problematiche.)

 

Così, il fatto che per la prima volta Daniele , su mio discreto invito, in occasione del suo compleanno nel mese di Luglio, abbia accettato di ricordare quella esperienza e parlare del suo amico Nardi, rappresenta un momento di elaborazione del lutto e nello stesso tempo di celebrazione di una vera amicizia sulle montagne. E’ con grande piacere, e commozione, che vi propongo il suo racconto.

Il racconto di Roberto : su Daniele, assiem sul Baghirathi III

Dopo l’uscita dell’ultimo libro di Daniele, ho declinato tutti gli inviti alle presentazioni, non riuscivo a parlare di quello che è successo intorno al Nanga.  Io e Daniele ci siamo conosciuti venti anni fa, e siamo praticamente cresciuti insieme sia alpinisticamente e sia come persone. Eravamo Amici.

 Probabilmente ho sbagliato nel non andare a nessuna presentazione, ma purtroppo è stato più forte di me. 

Questa è la prima volta che scrivo qualcosa su Daniele e sul nostro rapporto.

La spedizione  del 2011 in india è nata un pò per scherzo un pò per caso. Nel 2010 mi hanno ricostruito la spalla destra che mi ero distrutto due anni prima sempre con Daniele al Monte Bianco. A gennaio del 2011 ero in Val di Cogne con amici per cascate di ghiaccio quando mi arriva una telefonata, era Daniele.

 Dove sei?

 Io gli rispondo che ero a Cogne per ricominciare a scalare un pò.

 Allora lui mi dice: “ va bene fammi organizzare un po’ di cose e tra un paio di giorni sto su.”

Dopo due giorni era al parcheggio dell’albergo, e li ha cominciato tutta la sua opera di convincimento. Quando si metteva una cosa in testa andava fino in fondo, alla fine mi ha preso per sfinimento.

Agosto 2011 siamo in India, è stato un viaggio fantastico, ci siamo divertiti. Dovevamo fare tutt’altro  ma le condizioni meteo non ci permettevano di scalare su roccia, si era creata una condizione di freddo umido che aveva incrostato tutto di ghiaccio,  allora un giorno durante un giro per sgranchire un pò le gambe la nostra attenzione è stata catturata dall’eleganza di una line bianca.

In un attimo siamo tornati al campo base, i siamo organizzati, abbiamo detto all’ufficiale di collegamento che andavamo a vedere quella cosa e che in una giornata massimo con un bivacco fuori poi saremmo rientrati. Il giorno dopo eravamo sulla via. E’ stato un viaggio fantastico! Ci siamo accorti subito che il ghiaccio non era dei migliori, ma abbiamo pensato che con l’aumentare della quota sarebbero migliorate anche le condizioni del ghiaccio, poi la curiosità di vedere dove ci portava quella linea era troppo forte, solo al momento del primo bivacco ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti :” questa volta ci siamo messi veramente nei casini” e ci siamo messi a ridere.

Tutto lo spirito di quella scalata è stato positivo, ci siamo resi conto che il ghiaccio non avrebbe tenuto il peso delle nostre doppie, non avevamo materiale sufficiente per attrezzare soste su roccia, pero sapevamo di avere l’esperienza e la capacita di capire che l’unica via di uscita era verso la cresta e che avevamo i mezzi per farlo. In fondo tra tutti e due li c’erano 20 – 8000  di esperienza. Cosi ci siamo detti! Abbiamo scalato tanto tutti e due, abbiamo risolto problemi e affrontato i pericoli sempre insieme, sempre legati. E nonostante tutto abbiamo continuato a divertirci e a sorridere.

Quando siamo sbucati in cresta erano quasi le 22:30, creata la truna per il bivacco ci siamo sistemati come potevamo, li ci siamo accorti di avere un principio di congelamento a mani e piedi.

Abbiamo preparato una tazza di acqua tiepida a testa e abbiamo mangiato quel poco che era rimasto, erano già 52 ore che eravamo in giro. Anche se eravamo quasi sfiniti e congelati eravamo contenti di aver scalato quella linea bianca lungo una parete di 1200 metri quella linea che ci aveva affascinato dal basso.

IL mattino seguente abbiamo tentato di seguire la cresta per arrivare in cima ma  fatto pochi metri ci siamo resi conto che era troppo pericoloso, sul filo di cresta c’era oltre un metro di neve della consistenza dello zucchero.

Abbiamo capito che la cresta era impraticabile sia per arrivare in cima come anche per scendere, essendo anche l’unica via di discesa che ci avrebbe riportato verso il Bhagirathi III e di li poi verso il campo base, allora abbiamo deciso di puntare giù dritti verso la verticalità della parete est con il poco materiale che avevamo.

Quella discesa è stata un’altra spedizione, quando siamo arrivati alla base della parete avevamo nebbia neve e vento forte con una visibilità di meno di 100metri, eravamo scesi dall’altra parte della montagna non avevamo punti di riferimento.

Quelle sedici ore del ritorno al campo base sono state le più dure, sentivamo il peso degli zaini ci facevano male le mani ed i piedi, avevamo bisogno di mangiare bere e dormire. Allora abbiamo deciso di camminare un po’ e di sederci circa 2 minuti, tempo in cui riuscivamo a dormire. Sono state 16 ore molto pesanti.

Quando in piena notte l’ufficiale di collegamento ci vede abbiamo realizzato che ci aveva dati per dispersi. Eravamo usciti per una ricognizione di una giornata  e con quello che serviva, alla fine siamo stati in giro per 68 ore in totale isolamento.

 

In questa avventura la nostra priorità non è mai stata la corsa dietro il risultato, eravamo solo due amici dentro uno parete grandiosa attratti dalla sua eleganza, per me è stata l’esperienza alpinistica più gratificante. Sicuramente ha cambiato il mio rapporto con la montagna e con l’alpinismo, ha sicuramente definito con chiarezza che tipo di alpinista sono. Sono stati tre giorni di grande alpinismo.

 Il giorno dopo arriva al campo base la notizia della morte di Walter Bonatti e ci è sembrato giusto dedicargli  “Il seme della follia…fa l’albero della saggezza!

Dopo qualche giorno per riprenderci ed organizzare il rientro, con piedi che a malapena entravano nelle scarpe, le mani gonfie e doloranti, malincuore e naso in su per quante altre possibilità di scalata c’erano in quel paradiso di roccia e ghiaccio siamo costretti a rientrare.

Roberto Delle Monache : La mia storia alpinistica

Ho cominciato relativamente tardi nel 94 con amici per curiosità, prima falesie poi le montagne di casa il Gran Sasso, e le prime esperienze in Monte Bianco, Monte Rosa e Cervino.

Nel 98 la prima esperienza extraeuropea Zanskar India  Kun 7077, il tentativo si ferma a 6000 metri.

Poi nel 2000 arriva l’Argetina, Aconcagua 6962 metri per il versante dei polacchi, la spedizione va a buon fine.

Durante gli allenamenti x l’Aconcagua ho incontrato Daniele, e nel giugno del 2001 ci troviamo hai piedi del Gasherbrum II 8035 metri, il nostro tentativo finisce x maltempo ma soprattutto per inesperienza a 7400metri.

Nel 2003 Shisha Pangma 8013metri  il mio tentativo si ferma 7300metri , unaltra cima mancata x un mio stupido errore.

Tornato a casa durante l’inverno mi sono infortunato al ginocchio destro per una caduta con gli sci, fermo per quasi due anni.

Nel 2006 vado al Cho Oyu 8201 metri il mio tentativo si ferma a campo 2, 7200 metri per un forte dolore al fianco. A questo punto il mio morale era sotto terra, tre tentativi andati male.

A Katmandu incontro Silvio Mondinelli Gnaro, con il quale avevo già condiviso due spedizioni, che mi dice vieni in primavera al broad peak cosi io faccio l’ultimo e tu fai il primo. A primavera facevo il trekking lungo il ghiacciaio del Baltoro e il 12 luglio del 2007  con mille difficiltà metto piede a 8000metri , cima middle del Broad Peak 8040 metri.

Nel 2008 e 2009 giro un pò le alpi con Daniele facedo belle ascensioni tra cui Cresta Hirondelles e Pilone Centrale del Freney, e infortunandomi alla spalla.

2010 sono stato operato alla spalla.

Nel 2011 con Daniele in India   Bhagirathi.

Nel 2012 mi sono rotto il legamento crociato del ginocchio sinistro.

E poi nel 2015 Daniele mi chiede di andare con lui al Nanga per dargli una mano con Federico Santini, fotografo cineoperatore e regista del docufilm “Verso l’ignoto”. Io nel mentre ho trovato anche tempo per farmi male anche alla schiena, non dovevo scalare, pero poi mi sono ritrovate sotto lo sperone.

Ho aggiunto anche i miei infortuni perché questi hanno segnato seriamente la mia carriera.

L’autore ringrazia di cuore Roberto Delle Monache.

Campo Base Spantik / Base Camp (c) Graham Wyllie

“Il meno difficile” dei 7000 ?

Nell’Agosto del 2019 ho seguito e poi letto la storia di una salita allo Spantik, una montagna di 7027mt nella Hunza Valley in Pakistan ; lo Spantik è una meta piuttosto comune per chi si approccia alle alte quote, per la sua relativa assenza di grandi difficoltà tecniche lungo la via normale, tuttavia niente affatto facile per il lunghissimo sviluppo e alcune sezioni tecniche.

Portatori sul ghiacciaio (c) Graham Wyllie

Se poi la via non è atttrezzata con corde fisse e traccia, come nel caso in questione, la “relativa facilità” viene del tutto meno ; i due alpinisti, infatti, affronteranno l’attacco alla vetta partendo da 5500mt su terreno completamente vergine e sconosciuto, senza corde né traccia. Per Graham, dopo una partenza fulminante e in gran forma, nel lungo attacco alla vetta, arriveranno i sintomi di mal di montagna ben conosciuti: allucinazioni e sfinimento – fortunatamente gestiti in modo eccellente e con l’aiuto della grandissima esperienza di Giampaolo, che scegliendo la tattica di salita e discesa altrettanto veloce e senza bivacchi, ha portato i due al Campo Base felicemente e senza conseguenze.

Protagonisti di questa storia sono due alpinisti di ben diversa esperienza: Graham Wyllie, 31enne e forte alpinista scozzese ma senza esperienza di alta quota e il veterano Giampaolo Corona, guida alpina Della Valle Del Primiero nelle Dolomiti ,47enne che ha scalato parecchi ottomila e altre vette importanti in Himalaya e Karakorum. Entrambi partiti in solitaria per lo Spantik, condividendo la logistica con altre spedizioni, si sono conosciuti e hanno deciso di attaccare la vetta assieme : quella che segue è la storia di questa salita scritta da Graham ; un esempio di buono stile, di una nuova amicizia e di grande perseveranza su un terreno a lui sconosciuto, con l’aiuto – comunque reciproco – di “Jumpy” Corona.


Pur non rappresentando una impresa di particolare rilevanza alpinistica, penso che questa storia racchiuda alcuni dei valori più importanti nell’alpinismo . Ringraziando Graham per l’intervista , le splendide foto e il permesso di tradurre l’articolo apparso nel suo blog l’anno scorso,e Giampaolo per la lunga chiacchierata, il suo racconto e la visione del video ancora inedito dell’impresa (di cui sopra vedete il trailer), vi auguro buona lettura.

Giampaolo Corona, il veterano

Giampaolo Corona è una Guida Alpina con un curriculum impressionante , ma si è sempre tenuto un po’ sotto “ai radar” dei grandi media.

Ha raccontato la scalata con Graham allo Spantik QUI.  Durante una lunga e piacevolissima chiacchierata al telefono, credo di aver capito alcune cose fondamentali della filosofia di Giampaolo ; prima di tutto, la distinzione tra le spedizioni agli 8000 e quelle a cime più basse ma molto più tecniche : nelle prime, spesso Giampaolo parte da solo, aggregandosi per la logistica del Campo Base ad altre spedizioni commerciali, ma non utilizzando – o facendolo al minimo possibile – corde fisse né aiuto dei portatori. Scala sempre in stile alpino e leggero, in entrambi i casi. Ma sugli 8000 o sui 7000 come lo Spantik, trova generalmente in loco qualche compagno estemporaneo nella salita, e lo sceglie “molto a pelle”. La sua esperienza gli permette subito di capire se può condividere la salita. Nelle spedizioni più tecniche, invece, prepara e sceglie accuratamente il team di scalatori. Mi ha spiegato quanto sia importante per lui fare nuove amicizie, conoscere nuove persone e godersi molto il viaggio. Ma la sua preparazione è sempre accurata e approfondita. Dalla sua prima esperienza himalayana mi ha detto di essersi immerso in testi e trattati tecnici sulla preparazione per l’alta quota. Per lui è importante ottimizzare molto il tempo di acclimatamento e poi salire il più velocemente possibile, portandosi dietro lo stretto necessario.

Infatti scrive :

“Considero il mio corpo come un motore da preparare, l’attrezzatura è il mio hardware, la testa è il mio software. Hai la testa o no. Senza di essa è meglio non andarsene.
Sto cercando la semplicità, l’essenziale. La perfezione si ottiene quando non c’è più niente da togliere, non quando non c’è più niente da aggiungere. L’arrampicata veloce e leggera sembra facile, in realtà è il risultato di un enorme lavoro a monte (preparazione sia tecnica che fisica oltre che psicologica). Nulla è inventato.”

E poi spiega:

La via di salita per Spantik è lunga e complessa (cresta, zone miste, ripidi pendii di neve e ghiaccio, lunghissimo “altopiano”). Un percorso che si snoda per 8 chilometri, 2500 metri di salita. Dopo soli 8 giorni dall’arrivo al campo base, mi sentivo pronto. Avrei usato un solo punto di supporto a 5500 m di altitudine dove avevo lasciato la mia tenda e gli elementi essenziali nudi per un bivacco, saltando il classico campo 1 e 3. Mi ero imposto una volta raggiunto la cima per scendere dritto a il campo base.

Avrei persino accettato di provare ad arrampicare completamente da solo.

Per caso ho incontrato lì un giovane e forte alpinista scozzese Graham Wyllie, che era d’accordo con me su leggerezza e semplicità, quindi mi sono detto perché non provarci insieme?

Alla fine, Giampaolo si è trovato molto bene con il giovane Graham, ed è nata una vera amicizia. 

Questo, per Giampaolo, è il vero valore aggiunto nel vivere un alpinismo pulito e leale. 

Intervista a Graham Wyllie

Graham Wyllie con due portatori pakistani , Arandu Bridge – avvicinamento allo Spantik

D. Questa è stata la tua prima esperienza in Karakorum/Himalaya ? Come hai organizzato la spedizione e quanto tempo hai dedicato a prepararti, logistica, attrezzature, etc ?

R.Questo è stato il mio secondo viaggio sulle grandi montagne dell’Asia. La mia prima volta è stata nel 2008, quando ho fatto parte di una squadra di 4 persone che ha tentato un picco a sud del Masherbrum chiamato Cathedral Peak (6247 m). Il tempo era brutto e abbiamo raggiunto solo poco più di 5500mt in quota. Avevo 19 anni allora, la spedizione mi ha dato una preziosa esperienza e un punto di riferimento su cui basare le mie future spedizioni. Mi ha aiutato molto per lo Spantik ,avendo molte meno incognite dal punto di vista logistico. Alcuni amici di arrampicata erano interessati al viaggio verso la fine del 2018, ma quando alla partenza nel giugno 2019 siamo rimasti in due, il sottoscritto e Andra.

Abbiamo usato la stessa agenzia locale usata nel 2008 e abbiamo acquistato solo un servizio logistico per il campo base. Questo ci ha sollevato dallo stress nell’avvicinamento alla montagna e ci siamo rilassati e concentrati sull’acclimatamento e sul godersi la bellezza impressionante dei luoghi. Avevamo una tenda, niente portatori e niente corde fisse.

 Tenda comune al BC (c) Graham Wyllie

Abbiamo scalato il più possibile in stile alpino e avevo con me l’attrezzatura e il vestiario simile a quello che uso in Scozia in inverno. A prima vista, lo “stile alpino”  dovrebbe essere leggero, ma quando si sposta una tenda, un sacco a pelo, un fornello, un cibo, ecc. non è proprio così! Per l’equipaggiamento da spedizione come radio, tenda d’altitudine, telefono satellitare, ecc., Andra è membro del Club alpino olandese (NKBV) che ci ha permesso di prendere in prestito praticamente tutto il kit specifico di cui avevamo bisogno, il che è stato fantastico.

C1 (c) Graham Wyllie

D.Come ti sei preparato – se l’hai fatto – per l’alta quota e per questa spedizione ?

R.Per l’altitudine non ho fatto nulla di specifico prima del viaggio. Il punto più alto della Scozia è 1345 mt, quindi cercare di ottenere un po ‘di acclimatazione naturale avrebbe significato andare all’estero. Ero più concentrato sulla mia forma fisica e sui miei livelli di energia. Nell’estate del 2018 avevo lasciato il lavoro  e trascorso 2 mesi nelle Alpi. Ciò, combinato con molte arrampicate invernali in Scozia, mi ha fornito una grande base specifica di fitness aerobico. Ho dovuto fare alcuni lunghi viaggi di lavoro durante la primavera, ma era un lavoro piuttosto fisico e potevo anche usare la palestra, quindi sono riuscito a rimanere abbastanza allenato. Il mese prima del viaggio ho fatto un po’ di corsa in collina e qualche arrampicata su roccia. Dopo essermi sforzato molto in inverno e poi con i viaggi con il lavoro, sono stato attento a non esaurirmi e ho puntato ad arrivare nel Karakorum ben riposato.

D.Quanti anni hai e qual’è, in breve, la tua storia con l’arrampicata e l’alpinismo ?

R. Ho 31 anni e frequento e amo le montagne dall’età di 9 anni , quando mio padre iniziò a portarmi in collina in Scozia. Durante l’ adolescenza andavamo in vacanza sulle Alpi. Vedere picchi come il Dent du Géant e il Weisshorn mi ha davvero ispirato ad arrampicarmi e acquisire le competenze necessarie per affrontare le grandi montagne europee. È stato in questo periodo che ho iniziato a leggere la letteratura alpinistica che ha aggiunto più combustibile al fuoco della passione. Alla fine del 2007 ho intrapreso la mia prima via invernale facile in Scozia e ho iniziato il lungo processo di costruzione dell’esperienza e delle conoscenze tecniche alpinistiche. Nel 2008 ho cominciato i miei primi 4000 mt sulle Alpi e ho partecipato alla mia prima spedizione extraeuropea. Ho proseguito lentamente scalando molte vie, anche sulle Alpi. Attualmente mi concentro sull’arrampicata più tecnica in Scozia, sia in estate che in inverno, e spero di potermi dedicare a obiettivi seri ed entusiasmanti sulle Alpi e sulle Catene Asiatiche nei prossimi anni.

Spantik : il racconto di Graham

Ritorno dal C2 (c) Graham Wyllie

Ero più alto di quanto non fossi mai stato. Da qualche parte sopra i 6500 m sulla cresta sommitale dello Spantik. Ci sono volute tre settimane per arrivare a questo punto. Tre settimane di volo, guida, trekking, arrampicata e acclimatazione. Mi sentivo in gran forma quando abbiamo lasciato il Campo 2 a 5500 m verso le 01:30 di mattina, ma ora l’altitudine rendeva i pochi passi che stavo facendo pieni da pause e respiro pesante. I progressi erano lenti e ho avuto l’allucinazione di vedere Messner con una giacca con cappuccio davanti a me.

Andra sulla via C2 (c) Graham Wyllie

A parte il mio corpo, anche la mia mente sentiva l’altitudine, giocando brutti scherzi e inquinando la mia concentrazione con confusione e giocandosi di me. Non era Messner che vedevo ogni tanto, era “Jumpy” (“Giampi” Corona,NdR) una guida italiana delle Dolomiti.

Questo è stato il nostro primo giorno in assoluto di scalata insieme: ci siamo incontrati appena una settimana fa ma le circostanze ci hanno uniti.

“Jumpy” Corona (c) Graham Wyllie

Insieme a sensazioni di de-ja-vu sentivo un’altra presenza familiare con noi, una donna anziana, forse la madre di qualcuno che seguiva la nostra scia zigzagante attraverso la neve profonda fino alla caviglia.

C’era una sezione rocciosa con neve ripida davanti. Non sembrava mai arrivare, anche se vicina. Continuavo a seguire le tracce di Jumpy, ora ero troppo indietro per fare il mio turno aprendo la pista. Se fosse stato più vicino forse gli avrei detto che sarei tornato indietro.

Tra C2 e C3, sezione ripida e tecnica (c) Graham Wyllie 

Passò un pò tempo con ben pochi progressi. Una lotta costante e le stesse allucinazioni. In poco tempo il vento gelido diventò un problema e ogni 5-10 minuti facevamo sosta per scaldarci le mani gelide. Piano piano, avanzammo verso lo sperone roccioso. Solo altri 20 o 30 metri di lotta poi la vetta e finalmente scendere ! Alla fine abbiamo superato la sezione ripida ma la cresta continuava verso l’alto. Ho raggiunto Jumpy. Ha detto che ci sarebbero voluti altri 50 m di altitudine. Ho provato a fare la traccia ma mi ha sorpassato.

Sul plateau prima della sezione sommitale (c) Graham Wyllie

 

La lotta è andata avanti così ,a lungo ,poi siamo arrivati. Un nudo altopiano di neve. Ho colto finalmente il frutto di un’idea che ho avuto, in solitudine, in un bar di Canazei più di un anno fa e da allora c’è stata tutta la pianificazione, il viaggio e la spedizione, la scalata. Mi sono emozionato. La pura gioia , sperimentata ben poche volte prima di ciò : quando i sogni vengono realizzati, quando sei esattamente dove sai che dovresti essere.

Graham in vetta

Giampaolo in vetta

Non abbiamo trascorso molto tempo in vetta, forse dieci minuti poi la discesa alle 1130 circa. La prima parte della discesa è andata bene.
Abbiamo ripercorso i nostri passi lungo la cresta e raggiunto i nostri materiali lasciati sull’altopiano. Quindi ci siamo spostati verso la cima della cresta SE e verso la via normale per il Campo 3. La sezione tra questo e il Campo 2 è il punto cruciale del percorso: Andra (l’alpinista olandese suo iniziale partner,NdR) e io avevamo vissuto un po ‘di epopea qui la settimana precedente, quando abbiamo cercato di installare il Campo 3. Per la maggior parte degli scalatori questa sezione è stata percorsa in sicurezza da corde fisse, ma nessuna squadra l’ha sistemata in quasi un mese ,lasciandola ora incompleta e tratti pericolosi. Arrampicarsi in buone condizioni è facile, arrampicarsi mentre si è esausti e dopo che il sole di mezzogiorno ha reclamato il suo pedaggio sullo stato del ghiaccio è una questione diversa.

 Giampaolo zona C3

Jumpy proseguiva. Non poteva fare molto per me. Procedevo metodicamente in avanti lungo il ripido ghiaccio zuccherino , fermandomi spesso per le pause. Ho accarezzato l’idea di fare un abalakov in corda doppia ma non era una soluzione pratica, avrebbe significato estrarre e srotolare la corda, che era ancora stivata nel mio sacco da tutto il giorno. Alla fine ho raggiunto un terreno più facile oltre un bergschund e ho fatto rapidi progressi lungo un pendio nevoso, quindi ho raggiunto lo sperone roccioso che corre per circa 100 metri al centro della parete. Passato questo punto, la metà inferiore della parete è più ghiacciata, sebbene meno ripido rispetto alla sezione più in alto. Senza stanchezza normalmente avrei fatto un rapido lavoro su questo terreno nonostante le sue pessime condizioni. Ma in questa giornata è andata diversamente. Avanzai affrontando il pendio e lottando costantemente per il mio equilibrio d’appoggio. La prima sezione è andata bene. Partendo dalla sezione successiva i miei ramponi hanno ceduto e ho iniziato a scivolare giù per il pendio. Dopo 10-15 m con una manovra d’arresto con piccozza mi sono fermato con una piccola valanga di ghiaccio zuccherino che scorreva intorno a me. Ho puntato rapido verso il resto del pendio.
Il resto della via fino a campo 2 è trascorso senza ulteriori incidenti. Qualche crepaccio ma ovvio e facile da attraversare o da evitare. L’unico altro problema era la neve. Resa molle dal caldo del sole era una tortura. Non importa, mi dissi, presto sarei potuto felicemente crollare nella mia tenda al campo 2. Verso le 16:30, quando arrivai, Jumpy aveva già smontato la sua tenda e mi stava aspettando. Mi informò del maltempo in arrivo e che quindi dovevamo scendere direttamente al campo base. Era l’ultima cosa che volevo sentire, ma aveva ragione e restare non era proprio un’opzione. Ho fatto i bagagli, messo le attrezzature per cucinare e dormire da parte e mi sono trovato con uno zaino piuttosto pesante.

 In discesa sulla Cresta SE

Ormai conoscevo bene la via dal campo 2. Andra e io avevamo viaggiato alcune volte nei nostri sforzi per acclimatarci e prepararci per il nostro tentativo di vertice. Tra il campo 2 a 5500 mt il campo 1 a 5050 m il percorso è una dorsale ondulata di neve lunga quattro chilometri. È abbastanza esposta e scenica in alcuni punti. Ci sono crepacci e cornici occasionali ma nulla di eccessivamente serio. Il problema principale quando si scende a questo orario è la condizione della neve. Jumpy proseguiva. Mi teneva d’occhio per assicurarsi che stessi proseguendo – ma non aveva senso che entrambi andassimo al mio ritmo, metodico ed esausto. A volte mentre sprofondavo sulle mie ginocchia nella neve capivo che eravamo vicini e mi sentivo un po ‘meglio.
Alla fine sono arrivato al primo campo e si stava facendo buio, quindi ho indossato la torcia frontale. Ho iniziato a sentirmi un po ‘meglio e sono riuscito a muovermi un po’ più velocemente. Forse questo era l’effetto benefico della bassa quota c o il fatto che il percorso da qui fosse praticamente in discesa. Il percorso fino al campo base da qui è stato buono. Era ripido in alcuni punti ma ben segnalato e privo di neve ; costituito principalmente da terra, ghiaia e roccia frantumata anche se abbastanza stabile. Vidi due luci che si avvicivano. Era Andra ad accoglierci e congratularsi, assieme a un emotivo Paco (il nostro cuoco / riparatore locale), che è emerso dall’oscurità e mi ha abbracciato. Penso di non aver mai incontrato una persona più felice a vedermi! Mi ha preso il sacco per le restanti poche centinaia di metri al campo base arrivando poco dopo il 21:00, dove siamo stati accolti dalla spedizione catalana, dai cuochi di Jagged Globe e da altri portatori che si congratularono con noi.

 Il Campo Base visto da C1

Alla fine sono molto soddisfatto dello stile della mia salita. Una lunga spinta dal campo 2 in vetta non sarebbe stata facile, soprattutto per tornare in BC lo stesso giorno. Con il senno di poi, io e Andra siamo riusciti a stabilire il campo 3, quindi credo che avremmo comunque fatto vetta insieme. Questo, tuttavia, ci avrebbe costretto a rimanere bloccati al campo 3 per un fine settimana di maltempo. Una lunga spinta dal campo 2 è diventata l’unica opzione dato il tempo che ci restava e questo non è stato certamente il modo più semplice per scalare lo Spantik. La mancanza di corde fisse significava anche che il rischio di una difficile discesa fino al campo 2 dall’altopiano, quando i livelli di energia erano bassi, e doveva essere attentamente valutata nella sua fattibilità. Sia per Jumpy, che ha una notevole esperienza sulle vette di 8000 m, sia per me lo Spantik è stato più duro di quanto la sua reputazione suggerisca. Ciò può essere riconducibile alla lunga scalata in stile alpino che è stata la nostra ascesa ; ho comunque percepito che non è certo una montagna da sottovalutare. Si tratta di una vetta di 7000 m con un lungo percorso e passaggi tecnici soggetti al clima e alle condizioni del Karakorum.

Ci vuole un sacco di tempo e fatica per scalare picchi di questa scala. Ci sono volute 4 settimane di viaggio, trekking, acclimatazione e arrampicata e questo solo per avere una possibilità in vetta , senza includere la preparazione prima del viaggio per logistica, kit, permessi e visti. Il modo in cui si fa acclimatazione, il rimanere in salute ed essere abbastanza in forma sono tutti fattori decisivi e, naturalmente, si collegano al livello di rischio che si è disposti a correre in un ambiente ostile. Il tempo ha sempre voce in capitolo e puoi facilmente passare giorni seduti al campo aspettando che cambi, come ho fatto in una precedente spedizione senza successo a una vetta della zona. La metà del nostro tempo passato sullo Spantik è stata spesa riposando o aspettando le finestre di bel tempo al campo base. Anche il viaggio stesso, vale a dire i luoghi e le persone incontrate, devono essere fattori apprezzati perché se tutto fosse vissuto come “un intermezzo” per arrivare in cima, il viaggio risulterebbe assai deludente !

Matteo “Berna” Bernasconi, classe 1982, Ragno di Lecco dal 2003, guida alpina dal 2011 è morto ieri 12 Maggio 2020, travolto da una valanga nel Canale della Malgina in Valtellina.

Matteo Bernasconi (nato a Lecco nel 1982 , Ragno di Lecco nel 2003, Guida alpina dal 2011)
– 2006 nuova cascata di ghiaccio sulla parete SE del Baratro in Val di Mello con Giovanni Ongaro
– 2006 con Hervé Barmasse, Lorenzo Lanfranchi e Giovanni Ongaro ha aperto una nuova via sull’allora inviolata parete nord del San Lorenzo (Patagonia)
– 2008 con Fabio Salini compie la prima ripetizione italiana – e settima assoluta – della leggendaria via dei Ragni sul Cerro Torre (Patagonia)
– tra il 2010 e il 2013 tre tentativi di salire l’ultima grande parete ancora inviolata nel massiccio del Cerro Torre, ovvero la Ovest della Torre Egger, risolta infine dai compagni Matteo della Bordella e Luca Schiera nel marzo 2013 pochi giorni dopo il rientro in Italia di Bernasconi per impegni lavorativi.
– 2017 in Patagonia con Matteo Della Bordella e David Bacci apre una nuova via sulla parete est del Cerro Murallon
– 2020 (febbraio) in Patagonia con Matteo Della Bordella e Matteo Pasquetto ha aperto Il dado è tratto sulla nord dell’Aguja Standhardt, poco prima di ripetere la Via del 40esimo dei Ragni di Lecco sulla parete nord dell’Aguja Poincenot.

Ho già avuto modo di accennare alla parte più buia della mia passione nel raccontare Storie di Montagna, il confronto con la morte di donne, uomini, amiche, amici, famigliari ; la scarsa attitudine di confrontarsi col mistero della scomparsa fisica, l’ineluttabilità degli eventi che in montagna travolgono anche i più prudenti.

Non si è mai preparati quando muore un giovane padre, una figura così amata come quella di Berna : con i suoi riccioli, il suo sorriso e la sua simpatia travolgente, la sua disponibilità umile e professionale di alpinista e guida alpina.

Stamattina, mentre sorseggiavo il caffè, ho visto un post muto sulla bacheca di Riky Felderer, c’era una foto del Berna . Un pugno nello stomaco.

Nel 2013 ho cominciato a scrivere grazie a una serie di messaggi scambiati con Matteo Bernasconi, che l’anno prima aveva sfiorato la clamorosa impresa sulla Parete Ovest della Torre Egger assieme a Matteo Della Bordella, quando i due rimasero appesi alla vita “With a Little Help from…a friend” dopo una caduta, appesi entrambi a un friend dello 0.3mm .

Matteo Bernasconi e Matteo Della Bordella (arch Ragni Lecco)

Così è cominciata la mia personale vicenda di modesto scrittore e cronista di cose di montagna : per la simpatia travolgente, per la professionalità, la passione che Matteo Bernasconi mi trasmise immediatamente – e lo stesso vale per l’attuale Presidente dei Ragni di Lecco, il suo grande amico Matteo Della Bordella.

Il fatto che anche il suo soprannome sia anche un po’ il mio, “Berna”, sembra buffo e sciocco, contava qualcosa di speciale per me. Non lo scrivo per retorica, lo penso davvero: senza di te, probabilmente, non avrei trovato il coraggio di scrivere ad alpinisti famosi, esperti, per cominciare il mio cammino in questa passione per persone straordinarie, capaci di imprese straordinarie, come te. GRAZIE BERNA.

  Tentativo sulla Siula Grande, Matteo Bernasconi (arch Ragni Lecco)

Matteo, sei andato avanti troppo presto.

Un immenso abbraccio alla tua piccola, alla tua compagna, ai Ragni di Lecco e a tutti gli amici.

 

 

 

 

Denis Urubko ha rilasciato una importante intervista a Russianclimb.com ; col suo personale permesso e quello di Elena Laletina, editor dell’importante sito russo, la traduzione del suo pensiero

Non mi piacciono le Montagne : ho perso troppi amici lassù

Denis Urubko – Traduzione Federico Bernardi con la collaborazione di ..alcuni amici russi

Vedo molte speculazioni negli ultimi tempi, la gente parla di me … “blah blah blah” , lo fanno per promuovere se stessi.

Per favore!  Quante bugie … sia da cineasti sia da altri alpinisti.

E i giornalisti propongono al loro pubblico queste speculazioni come la verità ultima. Ma la maggior parte di esse sono sbagliate. L’unico su cui garantisco è Bohuslav Magrel (Capo del Club Alpino Polacco), perché mi conosce bene. E ora preferisco dire la mia per fare chiarezza.

Non c’è nulla di definitivo per me. Al contrario.

Tutto quello che faccio in montagna è mutevole : tattica, tecnica e stile di arrampicata. Solo l’obiettivo rimane costante.

Pertanto, nessuno si dovrà sorprendere se riapparirò in Himalaya, una o un paio di volte… Per esempio: perché non battere il record di Juanito Oiarzabal e scalare il Cho Oyu quattro volte in una stagione?

Una cosa del genere sarebbe molto più sicura e divertente di quello che ho fatto finora.

Ma l’alpinismo estremo, le prime e le salite invernali alle vette dell’Himalaya non fanno più per me.

Tuttavia lascio una porta aperta, nel caso in cui mia moglie, Maria Jose Cardell, mi chieda di aiutarmi a tracciare una nuova via in stile alpino. In questo caso la aiuterò.

Quello che è certo è che avevo deciso di chiudere con l’alpinismo estremo ancor prima di provare il Broad Peak.

Scherzavo con i miei due “soci”, Don  Bowie e Lotta Hintsa, sul fatto che questa era la mia ultima spedizione : contavo i giorni… Gli dicevo:  altri 45, 30, 20 giorni prima della fine della mia carriera himalayana.

Comunque ho messo molta, molta forza e tutta la mia anima in questo ultimo tentativo. Ho fatto gran parte del lavoro di apertura della via. Avete visto i miei tre tentativi di vetta, incluso due assolo quando Don è stato male.

Ho dedicato molti anni all’alpinismo estremo, ne ho abbastanza. Ho soddisfatto le mie ambizioni e non vedo nient’altro che potrei fare.

Cosa sono riuscito a fare in eccellenza ? “Shine on you crazy diamonds”:  i miei “diamanti” sono le mie  cinque nuove vie aperte in stile alpino sugli ottomila metri. Ho  fatto scalate in alta velocità e ho stabilito record di velocità da 4.000 a 8.000 m.

Ha fatto due salite invernali a 8.000 m.

Ho scalato vie estremamente difficili su roccia  dai 2.000 ai 7.000 mt, su bastioni e pareti in diverse parti del mondo, come il Kush-Kaya, lo Ushba, il Vittoria Peak, il Kali-Himal. Sono abbastanza soddisfatto di quello che ho fatto.

Dal punto di vista quantitativo… L’età è un problema da cui nessuno scappa. Non riesco a fare quello che potevo fare quando avevo 30 anni ! È importante capirlo e non provare a correre come uno criceto su una ruota.

Ho lavorato come allenatore per 14 anni e ho riunito squadre forti. Ma tanti organizzatori e partecipanti spesso non hanno fatto abbastanza sforzi. Troppi confondono la libertà come un  “fare nulla”, senza sforzo.

Un altro motivo per cui smetto è la responsabilità. Mia moglie, i miei figli e i miei genitori hanno bisogno di maggiore attenzione e sostegno. Dopotutto, mi dicono giustamente : un buon alpinista è un alpinista vivente.

Voglio dedicare più tempo ai miei cari.

Soprattutto, sono stanco di perdere tempo. Questo è successo troppo spesso. Ho trascorso molto tempo ad allenarmi e per la mia famiglia e i miei amici sono mancato troppo spesso.

Le spedizioni sono durate da due a tre mesi, i miei partner si sono spesso rivelati delle..zavorre, come è successo molte volte con Simone Moro.

Ed è stato lo stesso durante l’ultimo tentativo di scalare il K2 o al Broad Peak quest’anno, e intendo Don Bowie. Essere una brava persona è importante, ma non è abbastanza per raggiungere la vetta. Ho dovuto fermarmi così tante volte a causa dell’irresponsabilità delle altre persone. Ora preferisco passare il mio tempo facendo  altro.

Non mi piacciono le montagne. Soprattuto, ci ho perso molti amici lassù. Mi piace l’azione e voglio essere libero di scegliere la mia libertà, il mio modo di essere libero.

Non mi piacciono le montagne: ci ho perso molti amici lassù. Mi piacciono le azioni e voglio sentirmi libero di scegliere… il mio modo di essere libero.

Ora intendo vivere una vita comune a quella degli altri : lavoro, bambini, hobby.. mi godrò la vita. E arrampicare su roccia, a livelli alti, ma in sicurezza. Sogno di arrivare, in arrampicata, a raggiungere l’ 8a.

Sì, è vero, ho salvato una dozzina di persone ; e ne ho anche salvate molte da congelamento e altre lesioni. E per tre volte altri mi hanno salvato, per cui ringrazio i miei amici e compagni di spedizione. Ho salvato una dozzina di persone, ma questo andrebbe visto in modo diverso : pensiamo, ad esempio, ai medici dei reparti di emergenza che salvano centinaia di persone ogni giorno. L’assistenza medica è la norma nella vita per molte persone, questo rende la nostra vita migliore a Wroclaw o in altri posti.

Tutto questo mentre io e altri alpinisti , in realtà, realizziamo semplicemente le nostre ambizioni egoistiche o sportive.

Quando ho salvato Anna e Marchin, ovviamente, entrambi avevano bisogno del mio aiuto, ma loro stessi hanno trovato forza in quelle situazioni. Senza i propri sforzi, quando si è in difficoltà, tutto richiederebbe più tempo e il rischio sarebbe rischio enorme.

Mi dispiace per le persone che mentono prima, durante e dopo la spedizione. Trascorrere tre mesi in una squadra piena di alpinisti deboli, perdenti ingannevoli e pigri? Preferirei aver rifiutato.

C’erano tre o quattro buoni scalatori nella squadra K2. Questi sono Marchin, Adam, Rafal e il giovane Maciej. Ma era impossibile agire nella palude creata dagli altri alpinisti, dall’organizzazione e dalla direzione della spedizione. In effetti, negli ultimi anni abbiamo osservato [ dal punto di vista dei risultati, NdT] quasi a uno zero completo nel vero stile polacco dell’arrampicata in alta quota. Sì, c’è stato Andrzej Bargel. Apprezzo quello che fa, ma è qualcosa di diverso.

Molte parole, troppe scuse, questa è è stata la realtà che ho visto. Si sono spese molte parole sul passato eroico, sui successi di Chihi, Kukuchka, Kurtika e altri, ma l’ultima generazione non è pronta per l’arrampicata sportiva.

Successi recenti per l’alpinismo polacco? Peter Moravsky e la scalata invernale sullo Shishapangma e la mia nuova via sul Gasherbrum II . Non mi sembra tanto, giusto? Nel caso in cui dimenticassi qualcosa, chiedo scusa…

Non voglio costringere nessuno a fare gli ottomila, ma devo dire la verità. Spero che tutto ciò cambi presto, i polacchi hanno buone possibilità di fare scalate invernali sul Broad Peak, sul G1 e sul K2 . Nuove vie sula parete ovest dell’Annapurna,sulla nord  del Kanchenjunga. Scalate ad alta velocità sul Broad Peak e sul Cho Oyu  attendono i veri alpinisti. E questa potrebbe essere “la nostra musica” [per i polacchi,NdT] in Himalaya e Karakorum.

 

Ringrazio Denis Urubko ed Elena Laletina di Russianclimb.com per avermi dato il permesso a tradurre questo testo ; un particolare ringraziamento a Matteo Gallizioli per la sua gentilezza.

 

Korra Pesce e Jorge Ackermann

 

Corrado “Korra” Pesce , classe 1981, novarese trapiantato a Chamonix da oltre un decennio, è un fortissimo alpinista ; ormai “transalpino”, come lui stesso si sente, è diventato infatti Guida Alpina in Francia , famiglia sul versante francese del Monte Bianco. Predilige vie difficili e tecniche, ha scalato tantissimo sulle Alpi e in Patagonia. Ha appena pubblicato un bel racconto, molto interessante, della sua ultima scalata sul Cerro Torre su Instagram – in inglese – e mi ha gentilmente concesso di tradurlo in italiano . E’ veramente interessante per uno sguardo sull’attualità e sulle prospettive future dell’arrampicata patagonica. Va ricordato che per tutto il mese di Gennaio il tempo è stato pessimo, pertanto la finestra di bel tempo ha causato….

 

Una Giornata di Traffico sul Cerro Torre 

di Korra Pesce , traduzione Federico Bernardi

 

Febbraio finalmente ha portato una lunga finestra di bel tempo qui a Chaltén. Assieme a Jorge Ackermann siamo saliti su Noruegos con lo stesso zaino pesante che avevamo già riportato a valle scappando via da questo posto folle.

Noruegosapproccio a Noruegos, “Campo Base” per il Cerro Torre

Sapevamo che le condizioni non erano affatto buone su roccia, specialmente sul Cerro Torre.

Così abbiamo “lanciato i dadi” su Tiempos Perdidos, una via che porta sul lato sud del Colle della Speranza, aperta da Andy Parkin e François Marsigny nel 1994. Una meraviglia di ghiaccio lunga 800 metri, purtroppo minacciata da un enorme seracco.

Questo percorso ha visto ripetizioni da parte di alcuni dei migliori scalatori di ghiaccio che abbiano mai visitato la zona, personaggi come Bruno Sourzac, Bjorn Eivin Artun e non è stata completata sino alla vetta fino al 2005, quando Kelly Cordes e Colin Haley hanno collegato questa via con la via dei Ragni.

Siamo partiti il 4 febbraio [da El Chalten], il 5 siamo partiti da Noruegos nel pomeriggio e dopo esserci crogiolati al sole sotto Mocho, ci siamo fatti lentamente strada verso la nostra linea sognata. Non eravamo sicuri delle condizioni della neve, fino a quando non abbiamo superato la crepaccia terminale verso le 21:30.

tiempos perdidos su Tiempos Perdidos

Il percorso era in mega condizioni, neve incredibilmente buona fino in cima ma impossibile da attrezzare regolarmente con buone protezioni. Abbiamo proceduto in simulclimbing la via in 4 ore e mezza, poi siamo saliti lungo la via dei Ragni fino a un buon posto per bivaccare sotto l’Elmo. Alle 2:30 del 6 febbraio ci siamo infilati nel nostro kit da bivacco leggero e abbiamo aspettato la luce dell’alba.

Colle Dell'Elmo                                                                                        bivacco al Colle Dell’Elmo

Dopo alcune ore di sonno ci siamo resi conto rapidamente che c’erano parecchie persone sopra di noi ! La via dei Ragni è una delle linee più ambite della zona, per ovvie ragioni, tutti volevano arrivare in cima il più presto possibile.

Cerro Torre

Era chiaramente un disastro, 7 cordate e un mucchio di alpinisti , in queste circostanze sembrava di scalare l’ Ama Dablam o un ottomila tecnico.

Abbiamo iniziato a scalare alle 8:30 e ci siamo uniti al gruppo che guidava due tiri sotto la cima – che aveva fatto un ottimo lavoro nel pulire una quantità notevole di brina fino a quel punto. Da lì ha proceduto uno degli scalatori della seconda cordata. Anche se le cordate sottostanti non sembravano molto entusiaste di vederci passare, ci siamo sentiti i benvenuti lassù. Presto ci è parso chiaro che qualcuno avrebbe potuto ritrovarsi molto stanco e bagnato, scavando il tunnel sull’ultimo tiro del fungo.

Fungo Sommitale Tunnel scavando il tunnel sul fungo sommitale

Mi sembrava che la mia presenza e quella di Jorge, lassù, fosse vista come molto utile, perché avevamo già aperto il fungo sommitale negli anni passati. In effetti, stavamo solo per mostrare agli altri che anche dopo aver già scavato il tunnel, chiunque non sarebbe stato entusiasta nel farlo nuovamente, a meno che non fosse davvero l’unica opzione disponibile.

Da quanto posso ricordare, non sono convinto di essere particolarmente bravo ad arrampicare sul rime – e sono rimasto molto colpito dall’ottimo lavoro fatto da Fabian Buhl e ora Christophe Ogier. Non osavamo certo chiedere di guidare, quindi non ci siamo offerti, ma eravamo lì nel caso in cui gli altri esaurissero i proiettili. Avrebbe potuto esserci la possibilità di crogiolarsi al sole , invece era un po’ freddo e nuvoloso ; abbiamo incoraggiato Christophe e quindi aspettato.

Uscita Sommitale Fungo                                                                                           in uscita dal fungo sulla vetta

La prima parte , un mezzo tubo naturale è stata scalata velocemente. Poi c’è la parte a strapiombo e per evitare il rischio di una lunga caduta, abbiamo incoraggiato Cristophe a scavare un tunnel verticale. Dopo ore di scavo è tornato umido e stanchissimo per l’esilarante avventura ,che ha incluso un volo frusta da 10 mt -che ci ha un po’ preoccupato.

Nel frattempo un folto gruppo di italiani si è radunato sotto al fungo. Contrariamente alle prime cordate, non avevano alcun equipaggiamento per il bivacco ed erano ovviamente eccitati per salire in vetta al più presto. Edoardo Saccaro ha fatto un ottimo lavoro scavando la sua parte di tunnel. Nel frattempo le cordate attrezzate o con tende si sono preparate per un bivacco.

Affollamento in Cima                                                                                         affollamento sul Cerro Torre

Quando Edo ha superato tutte le incertezze finali, la tensione è svanita : tutti sapevamo istintivamente che saremmo andati in vetta. Abbiamo ovviamente lasciato passare tutti gli alpinisti senza kit bivacco e con Jorge ci siamo infilati nel sacco per la notte .

La mattina seguente non c’erano una, non due, ma ben tre corde fisse, ed è stato chiaro che a nessuno importava più nulla di seguire la rigida etica dell’arrampicata e ci siamo tutti sparati verso l’alto ! Onestamente era evidente già da molto tempo che l’ “esperienza” del Torre era cambiata oltre il punto di non ritorno…

Jorge ha fatto un tiro usando il microtraxion e io ho fatto l’unica cosa a cui potevo pensare, ho scaldato il mio corpo congelato facendo jumar e fotografando la parete nord. Siamo arrivati in cima subito dopo l’alba.

Cerro Torre Cumbre                                                                              Korra e Jorge in vetta sul Cerro Torre

La discesa è andata molto bene e abbiamo incrociato molti altri climbers impegnati in salita. Mi chiedo se la situazione reale sul Cerro Torre sia poi così diversa dal tempo in cui c’erano tutti i chiodi sulla via del compressore!

Ho notato che dall’80 al 90 percento delle persone sulla via dei Ragni non ha certo affrontato il vero carico di lavoro richiesto da questa salita. Molti climbers con abilità limitate lo stanno ancora scalando. Buon per tutti fino a quando nessuno si farà del male. Ho visto come l’arrampicata su ghiaccio bagnata da acqua stia diventando un po’ troppo popolare, e credo che sorgeranno problemi con questo sovraffollamento. Più climbers non qualificati verranno a provare, ci saranno più salite guidate, più droni.

Personalmente non tornerò sulla Via dei Ragni a metà stagione.

Grandissimo lavoro per Fabian Buhl [che è sceso col parapendio,NdR], Edoardo Saccaro e Christophe Ogier , sono loro che sono saliti sul Torre, fatto il duro lavoro, su cui noi ci siamo “meramente appoggiati”.. Ad ogni modo, sono entusiasta di aver scalato in simulclimb la maggior parte dei 1300 metri con Jorge. Korra Pesce e Jorge Ackermann                                                                                           Korra Pesce e Jorge Ackermann

Ringrazio molto Korra Pesce per la disponibilità. Tutti i diritti riservati a Korra Pesce, testo e foto precedentemente pubblicati su Instagram @korra_pesce

 

LA VIA PERFETTA

Il libro

“La Via Perfetta / Nanga Parbat : sperone Mummery “ è il libro postumo di Daniele Nardi, scritto con Alessandra Carati ( scrittrice, editor e sceneggiatrice ) uscito a Novembre 2019 per Einaudi .

La tragica morte dell’alpinista laziale e del suo partner inglese Tom Ballard a fine Febbraio 2019 sullo Sperone Mummery del Nanga Parbat, ha trasformato quello che doveva essere il racconto di un lungo cammino verso un sogno, in un’autobiografia intima, piena di autocritica, sincera e consapevole, cruda nelle contraddizioni e amara nel racconto dei conflitti e nelle recriminazioni con gli altri ; nel contempo, piena di una passione inarrestabile, colma di amore per la propria moglie, di amicizia, stima e rispetto verso gli alpinisti con cui Daniele Nardi ha condiviso scalate impegnative, successi e fallimenti. Una storia piena di cadute e di successivi riscatti, contro avversità ben più temibili di qualche parete: malattie, fisiche e psichiche. Tutto questo, tra imprese alpinistiche di spessore crescente, certamente non da fuoriclasse  e in ambienti non banali, di esplorazione vera, soprattutto su vette meno famose ma affascinanti e difficili tra 6000 o 7000 metri, di Karakorum e Himalaya. 

Il gravoso carico emozionale e morale di completare e pubblicare il libro è stato preso sulle spalle da Alessandra Carati : senza precedente passione particolare per le Montagne, tantomeno verso l’alpinismo estremo, la sua conoscenza con Daniele Nardi – e con la sua famiglia, il suo ambiente nativo – si era trasformata in un’amicizia che l’ha portata a intraprendere il difficile trekking invernale verso il Campo Base del Nanga Parbat, per condividere alcune giornate con Daniele e Tom, nel Dicembre 2018 ; Alessandra ha voluto, non senza titubanze e problemi, provare veramente cosa significava l’alpinismo estremo invernale. La motivazione, lo spiega nell’intervista a seguire, era proprio capire cosa spinge un uomo a voler affrontare le brutali condizioni invernali su montagne colossali. Daniele, in quei giorni, le mostrò e poi le inviò un’email dove era scritto che se non fosse tornato dalla montagna voleva che lei finisse di scrivere il libro. 

“Perché voglio che il mondo conosca la mia storia”

La prima, netta sensazione al termine della lettura, è che Nardi abbia scritto un racconto sincero , una vera “messa a nudo”  – a differenza della gran parte dei libri scritti da alpinisti : pieni di retorica, autocelebrazione o noiosi trattati di motivazione , spesso mancanti di analisi di sé stessi ,delle proprie contraddizioni e miserie umane. Questo, assieme alla bella narrazione, è abbastanza inconsueto, visto che uno dei maggiori problemi di Daniele Nardi è sempre stato lo stile di comunicazione : spesso guascone e spaccone, carico di drammaticità, sopra le righe, amaro e a volte lamentoso , per la sindrome da isolamento sempre patita, lui alpinista “de Roma”, soprannominato “Romoletto” da Silvio Mondinelli, nei confronti dell’entourage alpinistico italiano, per la stragrande maggioranza “del Nord”. Con pochi sponsor e grandi difficoltà a finanziare le proprie imprese.

 E’ sicuramente grazie al grande mestiere di Alessandra Carati che la lettura scorre piacevole, incalzante e appassionante ; l’impianto narrativo è ben strutturato sui cinque tentativi di scalata dello sperone Mummery del Nanga Parbat, il grande indice di roccia che punta dritto alla vetta dalla base del Diamir, circondato da canali di scarico, sovrastato da enormi seracchi glaciali, accessibile soltanto da un ghiacciaio pericoloso e crepacciato . L’incipit di questi tentativi è rappresentato da una mail, affettuosa e preoccupata, di un amico di Nardi, il grande alpinista canadese Louis Rousseau, che tenta di dissuadere il laziale dal progetto del Mummery, con parole e motivazioni toccanti e impressionanti.

Il Mummery : sogno e ossessione di Daniele Nardi , attorno al quale tutto il resto della vita scorre e avviene; per ognuna di queste prove, lo sguardo pensieroso dell’alpinista sulla parete Diamir si sposta e indugia sugli avvenimenti della sua vita, la sua formazione come alpinista, la prima solitaria sulle Grandes Jorasses a 19 anni, frutto di una incontenibile e precoce passione, sviluppata durante le vacanze estive della famiglia sulle Alpi, e maturata quasi da autodidatta, anche sulle friabili e non facili pareti nord dell’Appennino Centrale, sul Gran Sasso e sul Camicia.

Capace di raggiungere l’Everest nel 2004, seppur con l’ossigeno, poi la cima di mezzo dello Shisha Pangma senza ossigeno. Nel 2006 scala il Nanga Parbat per la via Kinshofer e il Broad Peak. Nel 2007 è capospedizione sul K2 e sale in vetta senza ossigeno – ma un compagno di spedizione, Stefano Zavka, non torna più dalla montagna , dopo aver raggiunto la vetta ben dopo il tramonto. 

Nel libro traspare evidente l’autocritica di Nardi, inesperto nella gestione dell’emergenza e soprattutto del “dopo”, nel comunicare quanto è successo alla famiglia di Zavka. Un fantasma che lo accompagnerà a lungo. Il libro prosegue con i racconti asciutti sui passati successi , non indugia sulla descrizione alpinistica delle scalate –  tranne per quella che Daniele Nardi ha più amato, la via nuova tracciata sul Baghirathi III con Roberto Dalle Monache, via non conclusa sulla vetta ma notevole nel suo sviluppo e nelle difficoltà su una delle più belle e ambite vette himalayane. 

Paradossalmente, vincendo il prestigioso Premio Consiglio del Club Accademico Alpino Italiano per questa via, Nardi scrive nel libro che proprio qui cominciano “le interferenze” al puro amore per l’esplorazione dell’alta montagna : il suo desiderio di sentirsi accettato e riconosciuto da un ambiente che non lo considera quanto vorrebbe, la sua voglia di rivalsa,  la necessità di visibilità cominciano a intaccarne la mente.

La storia dei tentativi di realizzazione del suo sogno, la via dello Sperone Mummery – obiettivo per cui è stato deriso, additato come suicida, esaltato, illuso anche dopo la morte – prosegue tra belle pagine di montagna : specialmente nel racconto del primo tentativo, esaltante del 2013, effettuato in coppia con la grande alpinista francese Elizabeth Revol ; il duo toccò il punto più alto mai raggiunto sul Mummery, 6450 metri, a circa 250 metri dalla fine delle difficoltà tecniche e dall’uscita dello Sperone sul “grande bacino”, il plateau a 7000 metri, tra le impressionanti colonne, severe e pericolose, dei seracchi glaciali incombenti .   Sono poi narrate le vicende della mancata spedizione assieme a Tomek Mackiewicz ed Elizabeth Revol, il conflitto di visioni e obiettivi che li separa al Campo Base del Diamir ; conflitto che viene mitigato, dalle belle parole che Nardi riserva ad entrambi, piene di grande affetto e stima.

 1 – Kinshofer 2 – Mummery Spur 2013 Nardi/Revol 3 – Messner 1978 4 – Allen,Allan vetta dalla cresta Mazeno 5 -Allen,Allan tentativo Mazeno 

Il capitolo dedicato alla clamorosa rottura con Alex Txikon e Ali Sadpara a inizio 2016 , suoi compagni l’anno precedente nel tentativo di Prima Invernale fallito a duecento metri dalla vetta, è un racconto assai dettagliato di un “conflitto  annunciato” a livello umano : i tentativi di Nardi di mediazione tra Bielecki e Txikon, con quest’ultimo assillato da problemi economici, l’incidente in parete dove salva la vita allo stesso Bielecki ; la evidente scarsa motivazione di Nardi per la Kinshofer, i primi conflitti con Txikon e Sadpara e  la reciproca diffidenza, da subito, con Simone Moro , il fallimento di Elizabeth Revol e Tomek Mackiewicz quando a circa 7300 metri, con la concreta prospettiva di arrivare in vetta per la Messner-Eisendle, si ritirano ricevendo da Moro previsioni del tempo rivelatesi errate, forse la più strana vicenda avvenuta quell’anno . Confermata da Filippo Thiery, meteorologo di Nardi, che gli comunicò che era previsto bel tempo per 3 giorni ; si domandava come Karl Gabl – meteorologo di fama, da sempre di fiducia per Moro – avesse potuto sbagliare la previsione [ vedi le previsioni di quei giorni]. Mentre la francese e il polacco scesero velocemente i il 22 Gennaio ,  il 25 Gennaio Nardi, Txikon e Sadpara erano a C3, a 6700metri, con bel tempo . E la Revol abbandonò il Nanga : non aveva più tempo per riprovare la vetta. La coda polemica e di rottura tra Mackiewicz e Moro fu ancora più amara[ vedi Fonti (1) (2) (3) (4) (5)]

Poi la decisione di Moro e Lunger di aggregarsi alla via Kinshofer. Daniele Nardi ha aspettato tre anni prima di spiegare come secondo lui si arrivò prima alla decisione, poi alla rottura col resto del team, i conflitti con Txikon, la sfiducia totale di Moro vedendo Nardi che registrava i dialoghi , consegnando alla Carati  le registrazioni audio al Campo Base e la sua versione. Versione assolutamente discutibile, ovviamente, e di parte : ma nel libro c’è anche questa. E c’è una ulteriore critica a Moro per aver lasciato la Lunger ritirarsi da sola, in difficoltà, il giorno fatidico della Prima Invernale sul Nanga Parbat.

Al tempo, seguendo quella spedizione giornalmente, non mi sorprese la sfiducia nei confronti di Nardi da parte di Txikon, di Sadpara e infine di Simone Moro,  fino alla sua estromissione dal team . Ma nessuno esce indenne da errori e comportamenti ambigui, in questo capitolo , pur con diverse sfumature. E’, ovviamente, la sua versione : c’è tuttavia il particolare, non trascurabile, che i dialoghi sono fedeli trascrizioni di registrazioni audio, moralmente discutibili come ammette lo stesso Nardi, ma la co-autrice e l’editore Einaudi hanno ritenuto lecita e trasparente la loro pubblicazione [ podcast dal minuto 44:00 , intervista ad Alessandra su Radio24

 A tutt’oggi sono usciti diversi articoli della stampa specializzata sul libro ; è curioso, eufemisticamente parlando, notare che nessuno abbia avuto la curiosità di fare o farsi domande su questo capitolo scomodo, amaro, discutibile ma che è parte integrante, e ampia, del libro che Nardi ha scritto. 

Al lettore ogni riflessione o giudizio proprio, su una questione che non cambierà più nulla : la Storia è scritta e ha cancellato vecchie polemiche.  Questo capitolo della vita di Nardi svela un lato spiacevole che si preferisce generalmente occultare ; spoglia l’alpinismo dalla sua supposta idealizzazione , il suo essere non esente, come nessuna attività sociale umana lo è , da grandi rivalità, scorrettezze, miserie e opportunismo. Anzi : amplifica a dismisura pregi, qualità e paure, difetti. Di tutti, nessuno escluso. 

Certamente, Nardi non è stato capace di diplomazia e autocontrollo nei rapporti di “peso”, in spedizione. Ha pagato caro, questa sua spigolosità, anche in termini di credibilità. Va detto.

Il capitolo del “Quarto Tentativo” prosegue col racconto della conoscenza con Tom Ballard, che cercò Daniele Nardi, interessato al suo tipo di alpinismo : un’amicizia che si saldò nel 2017, in una bella spedizione nel Ghiacciaio remoto del Kondus, in Karakorum, una via di roccia su un 6000 sconosciuto e un tentativo su una montagna di 7000metri iconica, il Link Sar. I due, dopo aver aperto oltre 1500 metri di via sino alle prime difficoltà della parete Nord Est, si dovranno ritirare tra valanghe e maltempo continuo. Poi c’è il capitolo, doloroso, della tragedia di Tomek e il salvataggio di Elizabeth, dove Daniele contribuì in modo concreto, coordinando e coinvolgendo tutti i suoi contatti pakistani e fornendo indicazioni utili . I pensieri su Tomek, sulla sua personalità e la sua intima anima di sognatore, sono molto toccanti.   

Nel capitolo finale cambia il registro narrativo del libro: a raccontare, in prima persona, è Alessandra Carati.

Ripercorre il trekking al Campo Base, le difficoltà e il gelo, la sua intima esperienza come donna nel rapporto con i locali, l’enorme stima e rispetto che tutti i pakistani  tributano a Daniele, la consegna di materiali e beni umanitari nei poverissimi villaggi tra Skardu e la Valle del Diamir ; l’amicizia e il buon umore tra Tom e Daniele, i paurosi rombi delle valanghe che scaricava la montagna “la cui mole copre il cielo e ti sovrasta immensa”. Poi il ritorno in Italia, i messaggi fiduciosi di Daniele e quelli preoccupati per il materiale sepolto dalle valanghe.

Fino al momento decisivo : c’è una finestra di tempo discreto, è il 22 Febbraio, ormai da un mese i due sono fermi al Campo Base, allenandosi sui sassi facendo drytooling, camminando fino solo al Campo 1. Partono di gran lena e determinazione, fino al fatidico 24 Febbraio, dove salgono 300 metri di sperone dai 6000mt del C4, una tendina in parete. Sono ottimisti, pieni di gioia che comunicano ad Alessandra per satellitare, hanno trovato il sacco appeso in parete, in alto. Ma si sono sforzati forse troppo nei due giorni precedenti, con una tirata e tanto carico di materiali per l’attacco decisivo. E le ore finali , il silenzio. 

                                                                          Tom Ballard e Daniele Nardi , Nanga Parbat

L’epilogo lo conosciamo , Alex Txikon generosamente parte dal K2 con una squadra per soccorrere e cercare Daniele e Tom. Dopo giorni tremendi, tra ricognizioni a piedi e coi droni, mentre infuria un brutto dibattito mediatico, dove Messner, poi Moro e altri affermano la sicurezza che i due siano stati sepolti da una valanga, che la via era quasi suicida [vedi sezione Fonti sotto],che Tom era stato coinvolto in una impresa non sua e non era da farsi come prima esperienza su ottomila, le tifoserie sui Social eccetera –  i due sfortunati alpinisti vengono avvistati, morti, non travolti da una valanga ma appesi alle corde, probabilmente vittime di un incidente in discesa e ipotermia. La loro ultima telefonata pare fosse stata alle 20 di sera del 24 Febbraio , al Campo base: Daniele diceva che scendavano, le condizioni terribili. Qualunque fosse il motivo di abbandonare la tenda e sapere di andare incontro a ipotermia scendendo al buio, era evidentemente una tragica ed estrema necessità.

Il breve epilogo è  una testimonianza di vita, di sensazioni pure e sublimi sul Nanga e si conclude così :

“almeno una volta nella vita, a tutti dovrebbe capitare di incontrare un Daniele Nardi che con un sorriso ti spinge ad andare a vedere cosa c’è oltre la linea dell’orizzonte, e a camminare insieme a lui sul ghiacciaio” 

Daniele Nardi è uscito di scena con i suoi tanti difetti, la sua umanità brusca, diffidente, difficile e ambigua ; allo stesso tempo espansiva, positiva, piena di amore e di una incontenibile passione verso l’alpinismo e di sfida costante nell’affrontare i propri demoni. Una passione bruciante che gli è costata una breve vita – ma non vissuta da incosciente. 

Una vita che merita rispetto, che suscita e susciterà discussioni ma una vita degna: un uomo, alpinista che ha avuto coraggio sia in montagna che nel lasciare testimonianza, soprattutto, delle sue più intime debolezze senza smettere di pensare positivo, di cercare di rialzarsi a ogni caduta per ricominciare e migliorare ; che nella Storia dell’Alpinismo rimarrà come colui che ha tentato “una incredibile via invernale, direttissima, una via fottutamente visionaria su una delle montagne più temute del mondo” – come ci ha scritto l’alpinista Louis Rousseau : la Via dello Sperone Mummery.

 

Intervista alla co-autrice : Alessandra Carati 

                      Alessandra Carati,Daniele Nardi / Nanga Parbat CB

Alessandra, il tuo è un curriculum solido di esperienze nella scrittura per il cinema e il teatro e poi come editor e ghost writer su progetti editoriali molto vari ; nel 2016 sei stata coautrice, con il ciclista Danilo Di Luca, del suo libro autobiografico “Bestie da vittoria”, un duro atto di accusa (e autoaccusa) , di chi non ha più nulla da perdere e può finalmente parlare in vera libertà del “sistema” nei confronti del gigantesco problema del doping, un disvelarsi intimo di un’atleta che si confronta con l’ipocrisia di chi lo ha espulso dall’ambiente (squalificato a vita ) come capro espiatorio unico di quello che sembra un’intollerabile groviglio omertoso di interessi collettivi nello sport. Cito questo tuo impegno letterario perché ho l’idea che in parte l’incontro con Daniele Nardi ti abbia coinvolto e convinto a lavorare con lui, per la sua esperienza – altrettanto problematica, anche per diverse ragioni – nell’ambiente a cui ha dedicato la sua vita : l’Alpinismo . E’ così ? Quale è stata, comunque, la spinta decisiva – per una autrice assolutamente distante e non coinvolta da una passione personale per la montagna – a intraprendere la scrittura di un libro con un’alpinista ?

Quando mi sono accostata alla storia di Daniele, non conoscevo l’alpinismo e non sapevo nulla sulla qualità dell’ambiente. Ho scelto di abbracciare il progetto perché Daniele mi incuriosiva. Come ho scritto nel libro e come molte altre persone, mi chiedevo perché qualcuno scegliesse di mettersi così duramente alla prova, su una montagna di 8000 metri, in inverno, per cinque volte consecutivamente. Volevo capire che cosa lo muoveva, intimamente e come essere umano.

Leggendo il libro, ho trovato straordinario il coraggio di Daniele per la cruda e sincera auto analisi, che non risparmia dettagli inediti su un suo periodo di depressione e burnout , non si fa sconti sugli errori nella vita privata così come quelli in alcune spedizioni, a causa del suo carattere molto difficile. Eppure, il lato positivo, di pura passione sincera, guascone ed empatico emerge e si fa apprezzare. Come hai vissuto questo aspetto contradditorio di Daniele ? 

Daniele era tante cose insieme. La scrittura, per fortuna, resiste alla tentazione di ridurre in modo semplicistico le persone e mette al riparo dal giudizio. Così facendo ci permette di comprendere di più, accettare di più, amare di più. 

Mentre lavoravate al libro, hai dovuto litigare con lui su come voleva esporre le sue emozioni, le sue idee e i fatti accaduti nelle grandi montagne di Karakorum ed Himalaya ?

Non c’è stato il tempo di confrontarsi sulla forma con cui costruire il racconto. Abbiamo lavorato insieme nella raccolta e nella scelta dei materiali, poi ho proceduto alla scrittura da sola, con tutte le decisioni che ne discendono.

Non posso non affrontare un tema molto delicato e scottante. Da quando è uscito il libro, ho letto articoli e recensioni ma per chiunque lo abbia letto, c’è stato un silenzio quasi totale e assordante su una parte precisa: il Tentativo Quattro, ovvero la spedizione 2015-2016 con Txikon e Sadpara, vissuta tra polemiche amare ; quello che stupì, all’epoca, è che Daniele si difese molto tenacemente soltanto dalle accuse di Txikon (poi rivelatesi piuttosto labili e infondate) di mancata contribuzione economica o addirittura di essersi “inventato” la caduta sul muro Kinshofer . Daniele non replicò, puntualmente, alle forti accuse di Moro.Questo pesò molto nel giudizio collettivo verso di lui. Così come Daniele stesso scrive.

Nel libro hanno colpito i dialoghi brutali e polemici di quanto accadde . E divergono rispetto alle versioni di Simone Moro. Ho ascoltato la tua intervista alla trasmissione di Alessandro Milan su Radio24, dove affermi che i dialoghi sono riportati “alla virgola” perché provengono dalle registrazioni che Nardi ha fatto nella tenda comune, mentre era in corso la riunione definitiva con tutti gli altri. Che la cosa non è affatto illegale, tant’è che Einaudi l’ha valutata pubblicabile senza censure. Lo confermi ?  Qualcuno ti ha contattato per precisare o smentire quanto è scritto ? Cosa pensi della reazione della stampa, a proposito?

Le scene del quarto tentativo, che si svolgono nella tenda e in cui sono presenti Simone Moro, Alex Txikon, Tamara Lunger, Alì Sadpara e ovviamente Daniele, sono state ricostruite interamente a partire dalle registrazioni che Daniele aveva fatto. Non ho tratto le battute e il loro contenuto da un racconto mediato da Daniele, ma direttamente e fedelmente dagli audio. Sono le voci dei protagonisti.

Per esempio c’è un particolare del racconto su cui sono state date versioni discordanti, ed è il modo in cui si uniscono le due spedizioni. Moro ha dichiarato pubblicamente, nel suo libro ‘Nanga’ e in alcune interviste, di essere stato invitato da Alex Txikon, mentre negli audio ripete più volte che è lui a chiedere di potersi unire, tanto che insiste su quanti soldi deve pagare per il materiale e il lavoro fatto nell’attrezzare la montagna. È una differenza sottile, eppure sostanziale, perché definisce i rapporti di forza, i pesi e gli equilibri all’interno della squadra che tenterà la prima invernale del Nanga Parbat. Nessuno finora ha chiesto conto in alcun modo di quella parte del libro, tantomeno ne ha parlato la stampa. In onestà, se fossi un giornalista, sarei incuriosito, farei delle domande.

Veniamo alla parte più emozionante e dolorosa, quella che hai praticamente scritto da sola. Il tentativo finale: la tua decisione di fare il trekking e passare giornate al Campo Base per vivere veramente l’esperienza di una spedizione invernale ; l’atmosfera tra Daniele e Tom, le lunghe attese e il finale tragico.

Come hai vissuto quei terribili giorni? Hai pensato di mollare tutto, nonostante la richiesta di Daniele nella sua famosa email?

Durante le settimane dei soccorsi il progetto del libro non mi sfiorava nemmeno, ogni energia, ogni pensiero erano per Daniele e Tom. Mi angosciava saperli persi dentro il gigantesco massiccio del Nanga. E poi c’erano Daniela e Mattia, non riuscivo nemmeno a immaginare cosa potessero sentire in quel momento.

Più avanti sono stata tentata di lasciar perdere, ma la volontà espressa da Daniele era chiarissima e il suo mandato mi inchiodava. Avevo dato la mia parola.

Quale conclusione, se mai ci sia, hai elaborato nella tua anima, riguardo alla vita e alla morte di Daniele?

Non ho conclusioni, idee, tantomeno opinioni, sulla morte di Daniele. Tutto quello che ho sfiorato, intuito e a cui ho tentato di dare forma è dentro il libro. Ogni lettore può muovere da lì per lasciare emergere il sentimento con cui guardare alla sua figura, alla sua vita.

Intervista a Louis Rousseau 

Louis Rousseau è uno dei più forti alpinisti canadesi . E’ nato nel 1977 nel Quebec e ha cominciato a scalare a 15 anni. Tra il 1999 e il 2010 ha arrampicato moltissime cime sulle Ande, accumulando esperienza sui 6000. Dal 2007 ha cominciato a scalare le grandi montagne del Karakorum e dell’Himalaya, aprendo una parziale via nuova sul Nanga Parbat nel 2009, ha tentato una via nuova invernale sulla parete Sud del Gasherbrum I. Ha scalato Gasherbrum II , Broad Peak e tentato varie volte il K2. Ha scalato 7000 come il Khan Tengri e il Tilicho Peak . Sempre senza ossigeno, perseguendo lo stile alpino e un’etica molto ferrea. Ha scalato assieme ad Adam Bielecki, Gerfried Goschl,Alex Txikon, Rick Allen e tanti altri.

Che rapporto hai avuto con Daniele Nardi ?

Non ho mai conosciuto Daniele di persona. Dal 2015 abbiamo avuto contatti sporadici via internet. Ho sentito parlare di Daniele dopo la via al Bhagirathi III del 2011 e del tentativo invernale del 2013 con Elizabeth Revol.  Dopo di che, Alex Txikon mi ha contattato per unirsi a lui, Daniele e Ali Sadpara per il tentativo invernale di Nanga Parbat nel 2016. Ho detto di no. Daniele mi ha invitato per il tentativo di Nanga 2019 ma ancora una volta ho declinato l’invito e ho cercato di convincerlo a non ripartire. Durante la spedizione abbiamo avuto contatti regolari via WhatsApp, soprattutto quando hanno perso un sacco di attrezzature [seppellite dalle valanghe,ndR]. Gli ho proposto di spedirgli alcune attrezzature dal mio deposito in Pakistan. Dopo tutto ciò, erano ok, avevano l’essenziale per continuare la loro ascesa.

Cosa ne pensi di Daniele, quali impressioni e sentimenti lo hanno dato a te – come scalatore prima, poi come uomo? 

Era un alpinista davvero motivato e orientato all’obiettivo. Sapeva arrampicare sia su percorsi tecnici e difficili tanto quanto aveva ottime prestazioni in alta quota. Durante i nostri dialoghi, ho realizzato che era un uomo molto gentile. Molto idealista, un sognatore che voleva sempre migliorare e tendere ad essere una versione sempre migliore di sé stesso. Durante la nostra ultima conversazione mi ha detto una cosa importante, che voleva “cercare di aiutare le persone a cambiare la loro vita ispirandole”. Quindi di sicuro Daniele era un uomo che voleva cambiare il mondo che lo circondava : non si trattava di alpinismo, di raccogliere cime o cercare le prime salite, era molto più una ricerca intima e personale.

So che ti ha chiesto di unirti al suo sogno sul Nanga, il Mummery ; poi, dopo uno scambio di mail gli hai detto che non volevi partecipare e gli hai chiesto di ripensarci.  Puoi spiegarmi meglio, dopo la tua via nuova aperta sul Nanga nel 2009, cosa ti ha spinto alla decisione che avevi chiuso con quella montagna?

Inizierò la mia risposta con qualcosa che ho scritto a Daniele : “Lo troverete un po ‘esoterico, ma credo nella maledizione della montagna killer. C’è qualcosa sul Nanga Parbat che ci acceca come alpinisti e ci attira ancora di più verso il pericolo rispetto agli altri 8000m. Penso che sia a causa di tutto il folklore intorno a questa montagna. Si inizia a leggere molto su questa montagna che si trasforma in fascino e passione.           E ‘davvero attraente e nasce il desiderio di andarci. Quando però fui lì nel 2009, due alpinisti hanno perso la vita e dopo ci fu molta discordia, a riguardo. La storia recente dei tentativi invernali è piena di discordia, incidenti, giochi dietro le quinte e ora morti. È una vera tragedia. Non ci sono altre parole per descrivere gli ultimi anni. Basti pensare all’attacco terroristico del 2013. Ho visto Daniele “entrare” in questo spirito e volevo fare qualcosa per scoraggiarlo. Gli ho chiesto se avesse voglia di trovare,  con me, un progetto completamente diverso e positivo, ma lui mi rispose : “se cambi idea e vuoi unirti a me e Tom, fammelo sapere.”

Pensi che per un’ alpinista, il pericolo inizia nel momento in cui è troppo coinvolto per una montagna, un obiettivo particolare? 

Per un’alpinista, il pericolo inizia non appena entra nella jeep che lo porterà all’inizio del trekking verso il Campo Base ; il che significa che sin dall’inizio della spedizione ci sono pericoli. L’alpinismo è uno sport estremamente pericoloso. Non ci sono molti altri sport in cui si va in vacanza e si torna senza un tuo amico. Però, anche se ci si sente “troppo coinvolti emozionalmente” per un progetto o una montagna, questo non significa che ci si trovi in un pericolo maggiore. Questo può influenzare il nostro processo decisionale? Certamente sì, quando ci sono altri obiettivi oltre all’arrampicata e al sentirsi liberi, anche obiettivi che non ammetti a te stesso. Porterai sempre in una spedizione le cose che non hai risolto a casa. Nulla di ciò che farai in montagna può risolverli, al contrario.

So che Daniele e Tom erano professionisti e hanno voluto scalare il Nanga Parbat, in inverno, per una nuova via, purtroppo hanno avuto un terribile incidente. Non sapremo mai esattamente cosa è successo ed è terribile per le famiglie. Più di ogni altra cosa, non sapremo mai il loro stato d’animo prima dell’incidente. Fu una distrazione, è stato il risultato di decisioni errate, un incidente in montagna? Non lo sappiamo. Quello che sappiamo è che i due alpinisti erano veramente esperti e si completavano a vicenda molto bene . Daniele aveva una solida esperienza di alta quota  in ambiente invernale e Tom era uno dei migliori alpinisti su ghiaccio del mondo. Non credo che il loro stato emotivo abbia avuto nulla a che fare con la loro morte. È stato un tragico incidente.

Fonti e bibliografia varia

Daniele Nardi 

Nanga Parbat ed Elizabeth Revol, primo tentativo al Mummery : http://publications.americanalpineclub.org/articles/13201212505/Nanga-Parbat-Diamir-Face-Mummery-Rib-winter-attempt

Translimes Expedition con Tom Ballard, Kondus Glacier, Link Sar :

http://publications.americanalpineclub.org/articles/13201214726/Kondus-Glacier-Link-Sar-Northeast-Face-Attempt-Fiost-Brakk-and-Other-Ascents

Farol West,unclimbed peaks in Karakorum :

http://publications.americanalpineclub.org/articles/13201212928/Margheritas-Peak-5400m-South-Ridge-Open-Eyes-K7-West-6615m-Southwest-Pillar-Attempt-Farol-West-6370m-West-Face-Telegraph-Road

Baghirathi III :

https://www.planetmountain.com/it/notizie/alpinismo/bhagirathi-il-report-della-via-di-nardi-e-delle-monache.html

Thalay Sagar, con Alex Txikon, Ferran Latorre e altri :

http://publications.americanalpineclub.org/articles/13201213829/Thalay-Sagar-Northwest-Ridge-Partial-New-Route

Tom Ballard 

Le sei grandi pareti Nord in invernale, solo :

https://www.planetmountain.com/it/notizie/alpinismo/tom-ballard-completa-le-sei-nord-delle-alpi-in-inverno-ed-in-solitaria.html

Drytooling, la via più difficile al mondo :

https://www.planetmountain.com/it/notizie/alpinismo/tom-ballard-libera-una-via-di-d15-in-dolomiti-il-grado-di-drytooling-piu-difficile-al-mondo.html

Tomek Mackiewicz 

(4) il lungo post dopo la spedizione 2016, le polemiche sulla vetta, i messaggi satellitari di Moro sul maltempo :

http://czapkins.blogspot.com/2016/06/witajcie.html

Alessandra Carati 

Intervista a Radio 24, podcast, con Alessandro Milan (dal minuto 44:00 in avanti):

https://www.radio24.ilsole24ore.com/programmi/uno-nessuno-100milan/puntata/un-robot-servizio-diritti-civili-080538-AC8siq0

Simone Moro

su Mummery, Nardi e Ballard

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/03/10/daniele-nardi-e-tom-ballard-simone-moro-ho-visto-ogni-giorno-le-valanghe-che-cadono-sullo-sperone-mummery-fa-paura-andarci-e-un-suicidio/5026985/

https://www.desnivel.com/expediciones/expediciones-alpinistas/simone-moro-intentar-el-espolon-mummery-en-invierno-es-como-jugar-a-la-ruleta-rusa/

https://www.desnivel.com/expediciones/simone-moro-sobre-la-ruta-que-intentaban-daniele-nardi-y-tom-ballart-en-el-nanga-parbat-el-espolon-mummery-es-casi-suicida/

https://www.thetimes.co.uk/article/partner-of-lost-climber-tom-ballard-was-obsessed-with-killer-mountain-mtmzkflhr

su Nardi , 2016 expedition 

https://www.montagna.tv/93793/nanga-parbat-la-verita-di-simone-moro-a-filippo-facci/

http://alpinistiemontagne.gazzetta.it/2016/11/28/come-si-arrivo-alla-rottura-con-nardi/

Reinhold Messner

 https://www.ladige.it/news/cronaca/2019/03/09/tragica-morte-ballard-nardi-reinhold-messner-gl-iavevo-detto-non-andarci

Mckiewicz/Revol e il tentativo di vetta abbandonato per maltempo

(1) 19 Gennaio: “Giorni decisivi sul Nanga.Tomek Mackiewicz ed Elizabeth Revol hanno individuato il colouir che conduce alla piramide di vetta[..]” 

https://m.facebook.com/groups/185186314867223?view=permalink&id=1058684744184038

(2) 22 Gennaio: “Tomek ed Elizabeth sono a 7400 e stanno salendo[..]Alex,Alì e Daniele sono a C2[..]”
(3) 22 Gennaio: “Simone Moro avvisa che Tomek ed Elizabeth sono a 7300mt e il tempo sta peggiorando.Tentativo di vetta dunque abbandonato[..]”

sulla tragedia al Mummery 

http://montagnamagica.com/la-tragedia-sullo-sperone-mummery-fanatismi-e-alpinismi/

 

                                                                    Project Possible (c) : Bandiera kuwaitiana sull’Ama Dablam 

( articolo originariamente pubblicato, in una versione editata, su RockAndIce.com )

Pochi giorni dopo aver annunciato al mondo di aver completato la sua incredibile sfida presentata la scorsa Primavera – scalare tutte e 14 le montagne più alte di 8000 metri in 7 mesi – “Nims” Purja è tornato alla ribalta dei media internazionali in modo clamoroso, rumoroso e spettacolare :

il 13 Novembre , sull’AmaDablam , iconica montagna nepalese di 6832 mt, una gigantesca bandiera lunga 100 mt e larga 30 mt , viene esposta e srolotata dalla cima, sulla parete sommitale, visibile a oltre 10 km di distanza dalla valle 3km più in basso, filmata da elicottero.

La bandiera è del Kuwait : un team di “climbers” kuwaitiani – quasi tutti senza alcuna esperienza pratica in montagna, dal nome altisonante di KFLAG_HEROES – sponsorizzati dal colosso petrolifero Q8 e altri, si è rivolta alla agenzia “Elite Himalayan Adventures” , diretta da Nirmal Purja e composta da fortissimi sherpa, per ottenere un “Guinness Record” .

Solo uno dei kuwatiani sembra sia riuscito ad arrivare in vetta, Yousef Alshatti , idolo locale di “Spartan Race” di 35 anni , ex membro delle Forze Speciali e “brand ambassador” per il ricco Emirato che si affaccia sul Golfo Persico. 

(c) ub-cool.com /Yousef Alshatti, “Spartan Athlete” and ..climber (?)

Tutto il pericoloso lavoro, nel trasportare carichi da 25kg fino in cima la bandiera era composta da 6 parti, per un peso totale di 150kg) e la esibizione di patriottismo kuwaitiano è stata fatta.. da nepalesi !

CHI E’ NIRMAL “NIMS” PURJA E COSA E’ STATO “PROJECT POSSIBLE”

Nirmal “Nims” Purja ha 38 anni, è nato in Nepal e cresciuto nella parte meno montagnosa del paese, in una famiglia molto modesta.

Ha servito per anni come militare in un reparto di elite, i famosi Gurkha ; poi , primo ex Gurkha nella Storia –con passaporto britannico, da tempo – è stato selezionato come membro del corpo d’elite più duro e famoso dell’Esercito Britannico: lo Special Boat Service.

Nel 2012 Nirmal comincia ad appassionarsi alla montagna, scala il Lobuche East inizialmente come parte del training militare, specializzato in guerra di alta montagna.

In pochi anni scala vari 8000, e nel 2018 prende una decisione clamorosa : si congeda in anticipo dallo SBS , rinunciando a 500.000 sterline di liquidazione, e si dedica totalmente a una impresa folle che chiama “Project Possible” ; scalare tutti e 14 gli 8000 in 7 mesi.

E’ riuscito nella impresa nel tempo record di 6 mesi e 6 giorni.

Una impresa assolutamente eccezionale e storica, da ogni punto di vista ; sia per l’impegno finanziario, sia per quello logistico – organizzare elicotteri, permessi, trasferimento di materiale, allestimento dei Campi base , sia per lo sforzo fisico, sostenendo anche due missioni di salvataggio di scalatori in difficoltà in zona della morte ; infine anche per quello mediatico e diplomatico : Nirmal Purja ha dovuto lottare a lungo per ottenere, finalmente, uno speciale permesso dalle Autorità Cinesi per scalare lo ShishaPangma (chiuso alle spedizioni autunnali per decisione del Governo cinese), l’ultimo rimasto nella sua lista.

Nirmal Purja, GasherbrumII summit (c) ProjectPossible-Nirmal Purja

ELOGI E CRITICHE AL “PROJECT POSSIBLE”

Nims ha sempre dichiarato apertamente – e anche questo va detto, a suo favore – di far uso di ossigeno, elicotteri, corde fisse e un team senza il quale non avrebbe mai potuto compiere una simile impresa ; ha anche però affermato, in modo un po’ ambiguo, che il suo non è un progetto individuale ma per tanti nepalesi, a cui dà lavoro, per lo sviluppo e la promozione del turismo in Nepal e anche per l’attenzione all’ambiente , dichiarando di porre sempre in primo piano il lasciare la montagna il più possibile per come l’ha trovata, smontando le corde fisse e i campi alla fine di ogni sua spedizione.

Ovviamente, ha ricevuto sia entusiasti elogi che dure critiche ; la maggiore ha a che fare con lo “stile pesante” di cui abbiamo detto sopra e non solo in montagna : anche nel rapporto con i media – ben poche interviste concesse , molte dichiarazioni e video sui social dove mostra il suo lato più “spaccone” o quello di derivazione militare, tutto orgoglio e e per il fatto che tuttora, dopo aver terminato la sua impresa, non ha presentato pubblicamente dettagli sul suo record, foto e video di vetta di alcuni degli 8000 su cui è stato impegnato non risultano essere stati condivisi .

Reinhold Messner, leggendario primo salitore di tutti i 14 8000 senza ossigeno , ha dichiarato : “Nirmal ha lanciato una sfida diversa, per dimostrare che i nepalesi sono oramai in grado di prendere la leadership della scalate himalayane[..]a great capacity for economic management, leadership, logistics organization. And obviously, exceptional physical resistance.”

Simone Moro, alpinista veterano e maestro nelle scalate invernali sugli 8000, organizzatore ed elicotterista, ha scritto che “Io dico che Nirmal è stato davvero bravo, che ha fatto un qualcosa che finalmente spazza via tutti gli eroi di qualche ottomila[..] Per chi invece ama un alpinismo diverso, oltre che ringraziare Nirmal Purja e complimentarsi (mettete da parta il vostro orgoglio e toglietevi il cappello) cominciate a pensare a cosa si potrebbe e si deve fare di diverso rimettendo ora al centro il vostro “come” e il vostro stile.”

Sir Chris Bonington, il grande alpinista inglese ha invece dichiarato : Quello che ha fatto è certamente straordinario, ma non è alpinismo. L’alpinismo vero è esplorativo – trovare nuove vie su grandi cime… Non vedo quello che hatto Nims come un grande evento.”

Steven Venables added : Il fatto che abbia usato ossigeno supplementare diminuisce il valore dell’impresa. So che ha anche usato corde fisse. Non è esattamente alpinismo, se ho capito bene … Sarà certamente nel Guinness dei primati, ma nella storia dell’alpinismo, sarà solo una nota a piè di pagina.”

L’AGENZIA “ELITE HIMALAYAN ADVENTURES” E IL KFLAG “GUINNESS RECORDS” : QUALE FUTURO ?

Nirmal Purja ha scelto una missione molto spettacolare ma controversa, una esibizione di puro orgoglio nazionalista , per evidenti ragioni commerciali . Non c’è nulla di male nel voler recuperare i grandi sforzi economici sostenuti negli ultimi mesi ma quello che colpisce è stata una certa sottovalutazione dell’impatto negativo sulla sua immagine.

Nims ha “dovuto” fare un lungo post per controbattere le critiche, asserendo “che si, aveva aiutato gli amici kuwatiani per festeggiare la prossima ricorrenza del Giorno Nazionale in Kuwait che avverrà ” e “che la bandiera è stata rimossa dopo un’ora”. Il problema è che il Giorno Nazionale del Kuwait è il…25 Febbraio !

La critica più dura gli è stata fatta direttamente nei commenti della Pagina ufficiale Facebook di Nirmal Purja.

Alexander Hillary, fotografo e alpinista neozelandese, nipote del leggendario Sir Edmund Hillary, primo scalatore dell’Everest, che per i decenni successivi contribuì allo sviluppo, alla educazione e a opere di beneficienza per le popolazioni della zona , ha scritto:

Purtroppo questo non è del tutto vero Nims. Sto scrivendo questo messaggio dal Campo 1 sull’ Ama Dablam e ho sentito che la tua troupe stava chiedendo agli scalatori di andarsene in fretta, per non ostacolarvi. Non solo, tu e i clienti avete lasciato l’Ama Basecamp prima che la tua squadra esausta di Sherpa che portava i pezzi della bandiera dei 25 kg tornasse giù. Sono inorridito dalla mancanza di rispetto che avete mostrato ai vostri connazionali e dipendenti, per non parlare dell’inappropriato posizionamento di una bandiera straniera sull’ Ama Dablam. Sapevi anche che il giorno in cui hai fatto la tua bravata è stato il giorno santo di Mani Rimdu? La comunità Sherpa non era entusiasta di trovare la bandiera drappeggiata in piena vista, durante la cerimonia al Monastero di Tengboche. Nel complesso, non sono favorevolmente colpito dal tuo comportamento, che è stato irrispettoso. Vergogna su di te.

                                              Sir Edmund Hillary sulla vetta dell’Everest, 1953 : sulla piccozza, le bandierine di Regno Unito                    (nonostante fosse neozelandese, omaggiò la nazione organizzatrice della spedizione ; Nepal, e Nazioni Unite 

Timmy O’Neill, climber della Yosemite Valley e in quei giorni sull’AmaDablam , diversamente, ha scritto su Instagram:

Abbiamo visto come una bandiera massiccia è stata srotolata dalla vetta[..] Nessuna ulteriore spazzatura , né alcuna usura extra sulle corde fisse[..] Salendo verso la vetta, ho incontrato un paio di sherpa che portavano giù il carico con i pezzi di bandiera e, naturalmente, ho incontrato la montagna stessa, che era alta, indifferente e sorprendente come sempre”.

Per quanto mi riguarda, non mi sento affatto arrabbiato con Nims ma un po’ amareggiato.. Quanti facoltosi ed eccentrici clienti da tutto il mondo chiederanno i servizi di Purja e della sua Agenzia per fantasiosi record ? E quanto importante e influente potrebbe essere il suo ruolo, per uno sviluppo sostenibile ed economicamente vantaggioso delle spedizioni commerciali in Nepal ?

Nella sua ultima dichiarazione sui social, Nirmal Purja annuncia l’intenzione di aprire una nuova via sul Cho Oyu, attrezzarla per spedizioni commerciali dal lato nepalese – in alternativa alle vie sul versante cinese utilizzate fino ad ora – e questa è certamente un’idea per sviluppare una zona molto povera del suo Paese.

Mi auguro per il suo futuro più obiettivi di questo genere , magari anche by-fair-means , e spero che non vi sia ulteriore spazio per pagliacciate buone solo per Il Guinness dei …”Primati”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(foto Cala Cimenti, vitaly Lazo, Anton Pugovkin al Campo Base dopo la scalata e la discesa in sci lungo la via Kinshofer, Nanga Parbat)

 

Il 3 Luglio 2019, vari alpinisti di differenti spedizioni hanno raggiunto la vetta del Nanga Parbat, sulla via Kinshofer (cosiddetta “normale”) . Tra queste spedizioni, quella dell’italiano Cala Cimenti in team coi forti russi Vitaly Lazo e Anton Pugovkin , che avevano l’obiettivo di scalare senza ossigeno, effettuare riprese col drone e scendere con gli sci dopo la vetta ; poi la spedizione “Project Possible”, alquanto controverso progetto di un ex Gurkha, Nirmal Purja, che con una poderosa campagna marketing, facente leva soprattutto su sentimenti nazionalistici, approccio militare, ampio uso di elicotteri, bombole di ossigeno e un forte team di sherpa, sta tentando di scalare i 14 ottomila in 7 mesi .

Altri alpinisti presenti: i georgiani Archil Badriashvili and Giorgi Tepnadze, arrivati per primi al Campo Base sul Diamir, i francesi Tiphaine Duperier si è  e Boris Langenstein , Sergei Mingote,Moses Flamoncini e Stefi Troguet (in team con Ali Sadpara poi con Nirmal Purja causa infortunio ad Ali Sadpara).

Il francese Boris Langestein riferisce di esser salito per primo in vetta il 1 Luglio, avendo i francesi optato per non collaborare con le altre spedizioni al lavoro comune di sistemazione corde fisse e traccia sulla Kinshofer ; gli stessi francesi hanno riferito di non averle usate “salvo brevi tratti in salita e discesa”. Boris ha lasciato gli sci a 8060mt , è salito in cima, è sceso con gli sci fino a 7800mt recuperando la compagna Tiphaine che si era fermata, hanno raggiunto C4 ; da qui, dichiarano di esser scesi per la Kinshofer in sci, salvo un tratto verso C3 di corde fisse di 100mt e ovviamente il muro Kinshofer, verticale e non praticabile.

Il 3 Luglio, tutti gli altri in vetta ; Cala Cimenti e Vitaly hanno parzialmente disceso in sci la Kinshofer, lo stesso Vitaly ha girato suggestive immagini col drone (è in programma un film entro Settembre) .

Poi sono cominciate le polemiche, tutte scaturite da dichiarazioni molto discutibili dell’ex Gurkha Nirmal Purja, vedi intervista a Himalayan Times e successivi post su Facebook, alquanto autocelebrativi, col solito stile militaresco, nazionalista e piuttosto arrogante.L’ex Gurkha  ha praticamente asserito di aver allestito gran parte della via, ha omesso completamente i nomi e il lavoro svolto dal team italo/russo, ha dichiarato che senza il suo team NESSUNO (!) avrebbe raggiunto la vetta, e ha anche postato un breve video dal quale, secondo lui, si capisce che “o guidi, o segui sul Nanga” …oppure (implicito) non sei nessuno .

                      (c) Nirmal Purja

Cala Cimenti ci ha rilasciato questa intervista, raccontando in dettaglio come ha vissuto la spedizione e i fatti relativi alle varie fasi della scalata. Ha voluto rispondere, molto francamente e senza peli sulla lingua, alle affermazioni di Purja.

Va notato che note polemiche a parte, Cala Cimenti riconosce il valore degli sherpa, l’impresa del francese Langestein e che non è affatto animato da alcun sentimento di rivalsa ; si è sentito in dovere di rispondere e fare chiarezza rispetto a troppe dichiarazioni, secondo lui, errate e false.

1.Innanzitutto, complimenti a te, Vitaly e Anton per l’impresa ! La prima domanda parte dall’aver letto un report, pubblicato su The Himalayan Times, di Nirmal Purja, l’ex Gurkha che sta “correndo” per il suo record dei 14 8000mila in 7 mesi, usando ossigeno, una forte squadra di sherpa e trasferimenti in elicottero sui e tra i Campi Base. “Nims” non solo auto attribuisce alla sua squadra il merito di “aver attrezzato la via” ma sostiene che “senza il nostro [suo,NdR ] team nessuno sarebbe salito in vetta”.

Non cita minimamente il vostro team – cosa che fa pensare – né il fatto, che seguendo la tua cronaca , loro abbiano attrezzato al più sopra C3. Parla dei francesi ma non accenna al fatto che, da quanto si sa, non abbiano contribuito né concordato con voi,i georgiani, gli spagnoli e il team Project Possible dell’ex Gurkha, un piano di collaborazione. Puoi raccontarci come è andata, cosa siete riusciti a concordare, il contributo di ognuno dei team e cosa pensi di tutto questo ?

 

Le dichiarazioni di Nims fanno sorridere chi conosce un po’ questo mondo e la realtà del suo progetto sempre a corto di ossigeno (pecuniario, mentre dall’altra parte di ossigeno ne hanno molto 🙂 ) e bisognoso di nuovi finanziamenti per poter continuare. Sono chiaramente dichiarazioni autocelebrative volte ad attirare l’attenzione dei media e di finanziatori ingenui facili all’abbaglio dell’autocelebrazione.

Dire che senza di loro nessuno degli alpinisti presenti al campo base sarebbe andato in cima mi sembra un po’ presuntuoso e, se vogliamo anche un po’ offensivo, visto che Nims non conosce minimamente il valore di ognuno di noi, tra l’altro proprio ieri notavo che i due georgiani sono candidati al piolet d’or, ma probabilmente Nims non sa neanche cosa sia… 

Alcuni elementi della sua squadra sono veramente forti e bisogna riconoscere loro il merito di avere svolto un lavoro straordinario attrezzando tutta la via con le corde fisse per il l’85% tra C3 e C4, soprattutto sul lungo traverso verso destra che taglia tutta la parete e che a detta loro era pericoloso, mentre a me il manto nevoso sembrava abbastanza ben assestato, e poi ancora, aprendo l’ossigeno a manetta, di essere saliti come dei razzi, battendo la traccia da C4 fino in cima. Però da qui ad affermare che senza di loro noi non saremmo andati n cima mi sembra esagerato. Sicuramente ci avremmo messo più tempo, sicuramente non avremmo utilizzato così tanta corda fissa tra C3 e C4, ma sono sicuro che saremmo comunque arrivati in cima.

Questa spedizione per me è andata molto bene, mi sono trovato benissimo con la coppia russa e abbiamo formato una buona squadra, molto efficiente e veloce, forte. Non ho mai avuto il presentimento di non arrivare in cima, non ho mai avuto incertezze o paure con loro in montagna, in alta quota, tutto ha sempre funzionato molto bene e in armonia. In più c’era questo diversivo del film che Vitaly voleva girare e quindi ci portavamo dietro sempre del peso addizionale relativo al drone e alle telecamere professionali. Però la soddisfazione di vedere le immagini girate col drone intorno agli 8000 mt è unica.

Forse è questo che ha dato fastidio a Nims, il fatto che noi fossimo indipendenti e non ci piegassimo ai suoi dettami che tirava fuori come fosse il padrone del campo. Noi, io e i russi, seguivamo il nostro programma, indipendentemente da quello che facevano gli altri, poi ovviamente, abbiamo collaborato e in alcune occasioni abbiamo anche modificato i nostri programmi per venire incontro alle esigenze di tutti e dare il nostro contributo. 

Comunque è andata così: i georgiani sono stati i primi ad arrivare, quasi un mese prima di noi, e in un mese, a causa del brutto tempo e di altro, non sono mai andati oltre il C2, non posizionando mai nessuna corda fissa ma solo sistemando quelle vecchie sul muro Kinshofer.

Quando siamo arrivati noi ci hanno chiesto subito collaborazione e noi eravamo ben felici di collaborare ma seguendo il nostro programma di acclimatamento che ovviamente non combaciava con il loro che avevano già fretta di andare oltre i 6000 mt.

E hanno iniziato un po’ a risentirsi. Dopo  6 giorni comunque partiamo per andare a dormire al C2 portando su delle corde fisse  che, d’accordo con i Georgiani, sistemiamo nella parte bassa, mentre loro si devono occupare della parte alta, e quindi collaborando.

Dopo dieci giorni circa siamo già pronti per fare il secondo e ultimo giro di acclimamento e andare a dormire a C3 e magari a C4.Tutto sotto l’attenta supervisione dei georgiani che partono un giorno prima perché per loro è già troppo aspettare un giorno in più.

Nel frattempo, qualche giorno prima , arrivano al campo base Stefy Troguet [alpinista andorrana] accompagnata da Alì Sadpara, il vero signore di questa montagna e persona rispettabilissima e pjacevole. Come il vero signore della montagna prende in mano la situazione e inizia a coordinare e riesce ad ottenere l’aiuto di un portatore d’alta quota che era lì al servizio di un turista australiano per portare fino a C2 400 mt di corda che servirà poi ai georgiani per attrezzare sopra C2.

Sto poveretto poi scendendo scivolerà su un pendio ripido con la corda attorcigliata alla mano rompendosela e mettendo fine alla sua stagione lavorativa.

In tutto questo Nims non è ancora arrivato, o meglio arriverà la sera prima della nostra partenza alle 2:00 del mattino per il lungo tragitto fino a C2.

Arrivo a C2 proprio nel momento in cui i georgiani (che erano partiti un giorno prima) rientrano in tenda dopo una giornata di lavoro ad attrezzare verso C3, dicono che hanno attrezzato un sacco di via almeno fino a 6400, in realtà non hanno posizionato alcuna corda fissa ma solo disseppellito delle vecchie che non sono proprio in buono stato e sicuramente non sono arrivati a 6400 mt. Massimo a 6300.

Subito dicono che vogliono parlarci per mettersi d’accordo per l’indomani, hanno paura di fare un attimo più di fatica del dovuto, mi chiedono e mi stressano, alla fine dico loro di parlare con Vitaly che è lui il leader expedition, ed effettivamente lui è più diplomatico. Rimaniamo d’accordo che il giorno dopo partiamo noi per primi, finalmente si rilassano.

Il giorno dopo, la mattina nevica forte e tira vento, proviamo comunque a salire ma dopo mezz’ora Anton ci richiama a più miti consigli e ci fa rientrare in tenda. Il giorno dopo ancora il tempo è bellissimo, partiamo alla volta del C3 a cca 6600 mt. Si vede lontano un miglio che i georgiani attendono, fanno melina e aspettano che partiamo perché non sia mai che facciano un po’ più di fatica di quella che devono… .Noi svolgiamo il nostro programma: riprese col drone, riprese con la macchina foto e poi partiamo. Anton come sempre ultimo a chiudere il gruppo e controllare che tutto vada bene e poi risistemare eventuali corde fisse sistemate male. L’angelo custode. Vitaly invece in mezzo che perde tempo con inquadrature e riprese, e io che scalpito per salire veloce.

Chiaramente gli zaini sono pesanti ma io mi sento stranamente bene, salgo veloce, percorro tutto il tratto liberato dai georgiani ma mi stupisco che sia così breve, poco male, tanto la neve del giorno prima aveva coperto la vecchia traccia e ho dovuto ribattere tutto, quindi continuo, sempre io in testa, inizio a liberare la vecchia corda fissa e metro dopo metro mi accorgo che posso utilizzarla fino a quasi C3, chiaramente a volte è sotto la morsa del ghiaccio e mi devo fermare a liberarla. Finisce il tratto di roccia e inizia la parete ghiacciata che in 200 mt di dislivello porta a C3. Non molla mai è ripida, a volte è di ghiaccio blu e a volte è ricoperta da uno strato leggero di neve che facilita il compito, comunque anche qui la corda fissa da liberare da neve e ghiaccio. Svolgo sempre tutto io il lavoro e nel tardo pomeriggio siamo a montare la tenda al C3. Qui ci fermeremo 2 notti, poi tutti giù al BC in un giorno.

Devo segnalare anche, sotto il muro Kinshofer, alcune corde fisse sistemate male dagli sherpa, che nel frattempo si sono mossi fino a C2 facendo dei depositi. Naturalmente Anton ha dovuto fermarsi e perdere un sacco di tempo ed energia per risistemarle e io mi sono sentito tutta una serie di bestemmie in russo quando poi ci ha raggiunto a C1.

Arrivati al BC, il tempo di versarci una tazza di the che arriva Nims a presentarsi con Alì e dopo i convenevoli ci chiede subito che tipo di lavoro avevamo fatto e quanta corda fissa ci fosse su ecc ecc. 

Di tutto questo lavoro fatto fin qua però Nims nel suo report non tiene conto. Non importa, noi due giorni di riposo e poi saremo pronti per l’attacco alla vetta. Concordiamo con Nims un giorno per partire per la cima che poi verrà spostato per due volte per beccare la finestra di tempo favorevole ma anche per venire incontro alle esigenze dell’acclimamento di Stefy. Comunque il giorno prefissato e definitivo è il 30 giugno. Arrivano anche a popolare il BC come ultimi ospiti lo spagnolo Sergi Mingote, l’italiano Mattia Conte e il brasiliano Moses. Mattia è il meno acclimatato dei tre, arrivando direttamente da Milano, quindi decide di non cercare di seguire tutti sulla vetta ma di seguire un suo ciclo di acclimatamento diverso, mentre Sergi e Moses esattamente un mese prima erano in cima al Lhotse, quindi possono permettersi di fare come gli sherpa, di partire subito per la cima.

Partiamo tutti il 30 giugno, gli sherpa a mezzanotte, Sergi e Moses alle 2:00, noi alle 4:00. Arriviamo per ultimi chiaramente e volutamente, e appena il tempo di montare la tenda, entrarci e fare un pisolino che Nims viene a bussare alla porta e vuole parlare con me. Ma perché tutti vogliono parlare con me penso, è Vitaly il capo spedizione. Comunque gli apro e mi dice che l’indomani noi dobbiamo aprire la traccia con tutti gli altri (Sergi, Moses, i Georgiani) che poi loro, gli sherpa, ci pensano loro da C3 in su e che devo portare pure su 150 mt di corda.

I russi lo mandano educatamente a cagare, mentre io, più diplomatico, gli spiego che l’indomani mattina dobbiamo fare delle riprese col drone ecc. e che poi volentieri avrei dato il mio contributo, partendo dopo ma con la traccia già fatta avrei raggiunto la testa del gruppo e avrei collaborato, solo che non avevo fatto i conti con lo zaino pesantissimo e che alla fine non mi ha permesso di raggiungere la testa del gruppo per quanto mi sforzassi, ma di rimanere sempre ad un tiro di corda di distanza, facendo sembrare da dietro che facessi melina e non volessi apposta raggiungere la testa del gruppo. Anton mi aveva anche detto di fregarmene e di non prendere la corda, che loro due di sicuro non la prendevano, ma io invece sono troppo buono e l’ho fatto per mantenere buoni rapporti.

Arrivati a C4 sono anche stato redarguito da Nims che non avevo fatto il mio dovere ecc. C’è mancato poco che non gli tirassi la sua cazzo di corda in faccia. Il giorno dopo, da C3 fino alla cima nulla da dire, hanno fatto un ottimo lavoro.

 Vitaly Lazo, selfie cima del Nanga Parbat

Cala Cimenti, selfie in cima sul Nanga Parbat

Per quanto riguarda i francesi loro hanno sempre giocato un po’ fuori dal gruppo, arrivavano dalla cima dello Spantik e dalla sua probabile prima discesa con gli sci, quindi erano già abbastanza acclimatati, poi hanno ultimato la loro fase di acclimamento sul ghiacciaio Diama, costeggiando tutto il versante Diamir e salendo sulle pendici del Nanga Parbat da un altro versante arrivando fino a quota 7400 alla ricerca di una possibile nuova linea di discesa che avrebbero anche trovato. Loro hanno dichiarato fin da subito che non avrebbero usato le corde fisse e così dicono di aver fatto, sollevando i dubbi di praticamente tutti al BC.

Avendo tempi diversi di acclimatamento non hanno aspettato la partenza comune ma sono partiti prima per il tentativo finale alla vetta dalla via Kinshofer. Il giorno che noi siamo partiti per il C2 loro stavano facendo il primo tentativo di cima e alle 19:00 stavano ancora salendo intorno a quota 7900 nella bufera. Racconteranno poi che sarebbero arrivati intorno a quota 8000 e scesi poi nella notte col brutto tempo e senza lampada frontale fino a C4, che trovare la tenda è stata un’impresa. Il giorno dopo hanno riposato e poi il giorno dopo hanno provato di nuovo, Boris è arrivato in cima e Tiphaine si è fermata a 7800 mt. Noi eravamo appena arrivati al C3 che li vedevamo scendere dal pendio sommitale. Il giorno dopo sono scesi fino al BC e noi li abbiamo incontrati sul traverso che porta al C4. In totale hanno passato ben 4 notti a 7200 mt. Che assi. Scendendo sotto C3 poi, per non togliere gli sci, hanno fatto una variante alla via di salita scendendo su lingue di neve in mezzo a paurose zone di ghiaccio blu. Onore al merito, sono stati bravi. Devo anche fare una correzione ad una mia insinuazione precedente in cui asserivo che avevano usato le corde fisse posizionate da noi, e quindi sfruttato il nostro lavoro senza contribuire neanche un minimo, ebbene ecco il chiarimento che abbiamo avuto direttamente su Messenger: 

Tiphaine Duperrier: Hi Cala! 

Thanks for your text, it’s very of you. I can certify that we didn’t use the fixed ropes after camp 2. 

We were roped together and protect ourselves on the ice wall. 

Was so painfull! 

For the descent, we’ve just hold on the rope for 100m. Was to icy to ski. 

Would be nice to talk in front of a beer as you said, then you are welcome in val d’Isère for à ski session 

Anyway, I wish you the best for the next part of your trip, I hope everything will be fine. 

Tiph

 

 sulla Kinshofer (ph Vitaly Lazo)

 

Alla fine di tutto questo penso che io ho scalato il Nanga Parbat con i miei compagni ed è stato grandioso, ho condiviso questo viaggio con vecchi amici come Sergi, con nuovi come Moses e Mattia, e perché no, anche con i georgiani, e poi ho avuto modo di conoscere Stefy, e questo fenomeno strano che è Nims, che diciamo che proprio alpinista non è, e poi ho riincontrato sherpa che già conoscevo e con cui abbiamo riso e scherzato. Del Nanga mi rimarranno emozioni forti e questa incredibile sciata sotto le stelle, Di quello che dicono gli altri o dei meriti che si prendono non me ne curo più di tanto.

 

2.Dal tuo primo racconto, sappiamo che hai compiuto circa 600 metri in discesa con gli sci (da 8060mt a circa 7400mt ?); per quanto riguarda il resto della Kinshofer, che tratti sei / siete riusciti a sciare ?

Abbiamo sciato da C4 fino a C3, poi senza sci fino a sotto il muro Kinshofer, quindi sotto C2 e poi di nuovo sciato fino alla fine della neve o del ghiaccio.

Vitaly Lazo , Nanga Parbat
  1. detto che una discesa integrale della Kinshofer è virtualmente impossibile, non fosse altro per il famoso tratto di muro verticale tra C1 e C2, sono molto curioso della linea che avevi immaginato a fianco o in prossimità del Mummery . E’ possibile, secondo te, con le giuste condizioni meteo, una discesa quasi integrale fino al ghiacciaio ?

Sì è possibile ed è già anche stata realizzata, ad esempio hanno sciato la via che Messner fece in salita in solitaria in cinque giorni. La linea che avevo preso in considerazione io purtroppo era per metà ricoperta di ghiaccio. Chissà, magari in futuro e con le giuste condizioni di innevamento qualcuno la farà. 

  1. Il vostro team mi è apparso molto affiatato e con uno spirito molto più sereno e scanzonato degli altri protagonisti sul Nanga ; avete affrontato momenti duri e drammatici assieme, non solo la gioia della vetta : come è andata con Vitaly e Anton , cosa ti rimane umanamente di questa esperienza durissima ?

Durante questa spedizione Mattwey, il cameraman che è rimasto al BC,  mi ha fatto un sacco di interviste e in una di quelle finali mi ha fatto più o meno la stessa domanda, e io ho risposto quasi di getto dicendo che prima eravamo una squadra (team), adesso siamo amici. Ci siamo incontrati ad Islamabad che quasi non ci conoscevamo, poi giorno dopo giorno ci siamo avvicinati sempre di più, io sono entrato nelle loro dinamiche di coppia già affiatata in montagna e loro hanno incominciato sempre più ad apprezzare le mie qualità. Alla fine siamo diventati molto di più che una squadra, amici appunto.

 

  1. non è un argomento semplice ma vorrei chiederti se hai percepito in qualche modo, a livello mentale o emozionale la presenza di Tomek Mackiewicz, di Daniele Nardi e Tom Ballard ; o se nei momenti drammatici, come la valanga che vi aveva quasi colpito, hai pensato ai rischi su un 8000mila come questo.

Quando scali un 8000 è inevitabile fare pensieri sulla morte, ho perso diversi amici sugli 8000, e più che la presenza di Tomek o Nardi, che non conoscevo, il mio pensiero, quando sono su questi colossi Himalayani, va a loro.

 

  1. So che non è affatto finita la tua esperienza in Pakistan : ci racconti del trekking e di cosa stai per affrontare, dopo le fatiche sulla parete Diamir ?

Ora mi sposterò nel Baltoro, dopo il trekking che mi porterà al campo base dei Gasherbrum, con un mio amico che mi raggiungerà dall’Italia, proverò a scalare e poi a scendere con gli sci una montagna ancora inviolata. Più bassa rispetto al Nanga Parbat, 6900 mt, ma sarà una spedizione diversa, con ancora il sapore dell’esplorazione e senza avere assolutamente la certezza della riuscita. In ogni caso la cosa più importante è sempre e solo una: tirare delle belle curve in alta quota, e poco importa chi ha posizionato le corde fisse e quanti metri..

 

 

 

 

Everest 

                                                               

Ormai da qualche anno, il dibattito attorno a ciò che è diventata la stagione primaverile sui versanti nepalese e cinese dell’ Everest, ruota in circolo attorno agli stessi problemi:

  • numero enorme di permessi concessi dalle autorità (soprattutto quelle nepalesi, con quasi 400 permessi di salita per stranieri, il che significa oltre 1000 persone in vetta, contando sherpa e guide)
  • spregiudicatezza e incompetenza di molte Agenzie locali, materiali tecnici difettosi o insufficienti  
  • livello di preparazione di molti clienti sotto la minima soglia non di sicurezza ma del ridicolo 
  • utilizzo sconsiderato dell’ossigeno , con erogazione eccessiva sin da quote non elevatissime e conseguente rischio di esaurimento o erogazione insufficiente durante il percorso di discesa e alle quote più critiche  
  • incidenti causati dalle lunghe file sulle corde fisse nella zona della Morte – ovvero sopra Campo 4 , posizionato sui 7900 metri di quota – ( incidenti mortali legati all’80% a ossigeno mancante e mancato acclimatamento sufficiente )
  • inquinamento spaventoso dal Campo Base, vero e proprio villaggio con migliaia di presenze fino alla vetta
  • eccessiva esposizione sui media di notizie relative a presunti nuovi record, prove di endurance varia e spettacoli d’arte varia (?!)

Francamente, non mi interessa molto parlare degli incidenti mortali, se siano in linea con le statistiche o siano in aumento.

Sono stati relativamente pochi, considerate le potenzialmente esplosive condizioni sulla montagna, l’impreparazione dei clienti, i furti di bombole d’ossigeno lungo il percorso e l’affollamento mostruoso. 

David Göttler , alpinista professionale e di grande talento, ha recentemente pubblicato una riflessione ( sul suo profilo Facebook , 1° Giugno) , dove prende una posizione netta – che personalmente condivido (con alcuni piccoli distinguo) :

“nel contesto dello scalare gli Ottomila, non usare l’ossigeno [da quando Messner e Habeler scalarono l’Everest senza] dovrebbe essere il gold standard per ogni atleta professionista. Usare l’ossigeno supplementare è considerato doping in tuttio gli sport, e scalare un Ottomila non è diverso . Non applaudiamo atleti che fanno uso di doping in altri sport, allora perchè si continuano ad acclamare imprese effettuate con l’ossigeno su queste montagne ?”

Da notare che David ha tentato l’Everest senza ossigeno lungo la via normale, ritirandosi a circa 8700 metri per non incorrere nel rischio di rimanere intrappolato nelle lunghe code di “jumarers” (clienti delle spedizioni commerciali) , consapevole ovviamente che il periodo scelto era il peggiore – ma avendo un permesso inutilizzato e ancora valido lungo quella via, ha comunque voluto provare. 

Quest’anno , a parte Göttler , solo Cory Richards e Esteban Mona hanno tentato senza ossigeno, lungo una parziale via nuova, sul versante nord ; si sono ritirati dopo un tentativo terminato a circa 7600 metri , per mancanza di finestre di tempo stabile, dopo oltre 1 mese e mezzo di preparazione .

Nello stesso tempo, moltissimi media di Montagna e Alpinismo hanno rilanciato decine di aggiornamenti su presunti clamorosi “record” a opera di un ex Gurkha – Sherpa , consistenti nel salire e scendere in massima velocità, con abbondante uso di sherpa a battere strada e preparare le corde, elicotteri per trasferimenti tra Campi base, e ossigeno a profusione.

Altro “record”, una “traversata” Everest Lhotse – che tale non è assolutamente, parliamo del classico uso di C3 per salire all’Everest via jumar, tornare giù, salire le corde fisse fino alla cima del Lhotse sempre con abbondante uso di ossigeno supplementare.

Qualunque chiacchiera sulla “sicurezza” o sul fatto che non essendo l’alpinismo uno sport l’uso dell’ossigeno non è dopante ma usato “esclusivamente” per evitare edemi polmonari, ipossia, etc. , lascia veramente il tempo che trova.

L’uomo ha dimostrato di poter, al limite delle proprie forze, salire gli 8000mila senza usare l’ossigeno, lo ha fatto con materiali tecnici ridicoli rispetto al presente, senza poter contare su previsioni meteo precise come ora, senza gps, medicinali salva vita, etc. Usare O2 a 8000 metri, è dimostrato scientificamente, equivale a essere poco sopra i 6000 metri.

Certamente, non pensiamo vada vietato tout court l’uso dell’ossigeno – ma riteniamo che i media debbano smettere completamente di tenere accesi i riflettori su coloro che cercano “imprese” e “record” con questo sistema .

Riguardo alle limitazioni di permessi, anche qui, non siamo per il purismo né un facile giudizio sommario che non considera l’economia del Nepal, che è ipocrita rispetto a tutto il resto etc. ma sarebbero sufficienti criteri più stringenti nel concedere i permessi , come il requisito obbligatorio di dimostrare di aver scalato almeno un 7000 e un altro 8000mila , anche alzando i prezzi . 

Sappiamo però che è un discorso sostanzialmente inutile, che si scontra con la brutale realtà di un paese come il Nepal in cui il Governo e centinaia di altre persone coinvolte non hanno alcun interesse a diminuire il circo di agenzie, hotel, ostelli, servizi di ogni genere, business relativo ai soccorsi in elicottero, eccetera.

E’ amaro, ma non vediamo all’orizzonte alcun tipo di miglioramento in questo e se vogliamo essere sinceri, fino alla brutalità, vogliamo meravigliarcene, quando nei nostri “avanzati” paesi civilizzati siamo soffocati da plastica, inquinamento,motori e i nostri Governi disattendono completamente qualsivoglia obiettivo di contrasto al Global Warming e ai suoi effetti ? 

L’Everest è il nostro specchio , non ci piace quello che vediamo ma in un qualche senso siamo tutti noi. Riflette tutte le contraddizioni di una società globale colpita dagli stessi “bisogni”, da una vita completamente in disarmonia con la natura che cerca poi un improbabile senso “puro e cristallino” su di una Montagna, per quanto sacra in tutti i sensi. 

Noi tutti, non i “corrotti funzionari nepalesi” o “i finti sherpa” o “le guide americane che fanno pagare 80.000 $” .

Stile Alpino sugli 8000mila

E’ il grande “sconfitto”, almeno in questa stagione.

Pochissime spedizioni e tutte tornate indietro, fortunatamente senza incidenti.

Adam Bielecki e Felix Berg hanno dovuto rinunciare non solo al Langtang Lirung – duro 7000 propedeutico alla preparazione –  ma anche alla parete Nord Ovest dell’Annapurna, obiettivo iniziale. Condizioni durissime meteo, di neve e roccia non buona, hanno fermato i due dopo un mese di tentativi .

Come sopra detto, Cory Richards e Esteban Mona hanno rinunciato alla parziale via nuova sull’Everest in stile alpino, versante nord.

La terza, interessante spedizione di Hamor, Colibasanu e Gane si è ritirata dal tentativo alla cresta Nord Ovest del Dhaulagiri , dopo aver combattuto e scalato lo Sperone iniziale e giunta poco sopra i 6000 metri.

ph Adam Bielecki (c)

Settemila : dal trionfo sul Chamgal al dramma sul Nanda Devi 

                                                                ufoline halecek/hak (ph Halecek)

Il duo ceco composto da Marek Holeček e Zdeněk Hák ha portato a termine una stupenda nuova via sulla inviolata parete Nord-Ovest del Chamlang, vetta di 7.319 m situata nella parte sud del Mahalangur Himal dell’Himalaya nepalese. Il 21 maggio la vetta dopo la via verticale di 2000 metri “UFOLine” ;  sono rientrati al campo base dopo 8 giorni e una discesa difficile, senza cibo e in condizioni meteo difficili, con molta nebbia.

Halecek e Hak in vetta allo Chamgal (ph Halecek)

Sul Nanda Devi East, la tristissima notizia di questi giorni è la valanga che ha ucciso ben 8 alpinisti, 4 britannici, 2 americani, un indiano e un australiano –  i cui leader e guida era l’esperto alpinista scozzese  Martin Moran

Gli otto stavano tentando la salita di un picco innominato di circa 6400 metri nella zona ; dopo il mancato ritorno al campo base, Mark Thomas, l’altra guida inglese esperta della spedizione al Nanda Devi, assieme ai rimanenti membri, hanno effettuato una prima ricognizione scorgendo tende vuote e notando i segni di una grande valanga nella zona presumibilmente salita dal gruppo.

Ulteriori ricerche del team di soccorso indiano via elicottero hanno purtroppo confermato la presenza di 5 corpi e i segni di una enorma valanga .

Martin Moran era una guida, alpinista ed esploratore veramente esperto, anche prolifico autore di decine di pubblicazioni sull’American Alpine Journal (vedi ad esempio qua )in merito a interessanti e poco conosciute montagne di 6000 metri e oltre da lui scalate.

                                                                Nanda Devi Ovest (ph wikipedia)