Denis Urubko ha rilasciato una importante intervista a Russianclimb.com ; col suo personale permesso e quello di Elena Laletina, editor dell’importante sito russo, la traduzione del suo pensiero

Non mi piacciono le Montagne : ho perso troppi amici lassù

Denis Urubko – Traduzione Federico Bernardi con la collaborazione di ..alcuni amici russi

Vedo molte speculazioni negli ultimi tempi, la gente parla di me … “blah blah blah” , lo fanno per promuovere se stessi.

Per favore!  Quante bugie … sia da cineasti sia da altri alpinisti.

E i giornalisti propongono al loro pubblico queste speculazioni come la verità ultima. Ma la maggior parte di esse sono sbagliate. L’unico su cui garantisco è Bohuslav Magrel (Capo del Club Alpino Polacco), perché mi conosce bene. E ora preferisco dire la mia per fare chiarezza.

Non c’è nulla di definitivo per me. Al contrario.

Tutto quello che faccio in montagna è mutevole : tattica, tecnica e stile di arrampicata. Solo l’obiettivo rimane costante.

Pertanto, nessuno si dovrà sorprendere se riapparirò in Himalaya, una o un paio di volte… Per esempio: perché non battere il record di Juanito Oiarzabal e scalare il Cho Oyu quattro volte in una stagione?

Una cosa del genere sarebbe molto più sicura e divertente di quello che ho fatto finora.

Ma l’alpinismo estremo, le prime e le salite invernali alle vette dell’Himalaya non fanno più per me.

Tuttavia lascio una porta aperta, nel caso in cui mia moglie, Maria Jose Cardell, mi chieda di aiutarmi a tracciare una nuova via in stile alpino. In questo caso la aiuterò.

Quello che è certo è che avevo deciso di chiudere con l’alpinismo estremo ancor prima di provare il Broad Peak.

Scherzavo con i miei due “soci”, Don  Bowie e Lotta Hintsa, sul fatto che questa era la mia ultima spedizione : contavo i giorni… Gli dicevo:  altri 45, 30, 20 giorni prima della fine della mia carriera himalayana.

Comunque ho messo molta, molta forza e tutta la mia anima in questo ultimo tentativo. Ho fatto gran parte del lavoro di apertura della via. Avete visto i miei tre tentativi di vetta, incluso due assolo quando Don è stato male.

Ho dedicato molti anni all’alpinismo estremo, ne ho abbastanza. Ho soddisfatto le mie ambizioni e non vedo nient’altro che potrei fare.

Cosa sono riuscito a fare in eccellenza ? “Shine on you crazy diamonds”:  i miei “diamanti” sono le mie  cinque nuove vie aperte in stile alpino sugli ottomila metri. Ho  fatto scalate in alta velocità e ho stabilito record di velocità da 4.000 a 8.000 m.

Ha fatto due salite invernali a 8.000 m.

Ho scalato vie estremamente difficili su roccia  dai 2.000 ai 7.000 mt, su bastioni e pareti in diverse parti del mondo, come il Kush-Kaya, lo Ushba, il Vittoria Peak, il Kali-Himal. Sono abbastanza soddisfatto di quello che ho fatto.

Dal punto di vista quantitativo… L’età è un problema da cui nessuno scappa. Non riesco a fare quello che potevo fare quando avevo 30 anni ! È importante capirlo e non provare a correre come uno criceto su una ruota.

Ho lavorato come allenatore per 14 anni e ho riunito squadre forti. Ma tanti organizzatori e partecipanti spesso non hanno fatto abbastanza sforzi. Troppi confondono la libertà come un  “fare nulla”, senza sforzo.

Un altro motivo per cui smetto è la responsabilità. Mia moglie, i miei figli e i miei genitori hanno bisogno di maggiore attenzione e sostegno. Dopotutto, mi dicono giustamente : un buon alpinista è un alpinista vivente.

Voglio dedicare più tempo ai miei cari.

Soprattutto, sono stanco di perdere tempo. Questo è successo troppo spesso. Ho trascorso molto tempo ad allenarmi e per la mia famiglia e i miei amici sono mancato troppo spesso.

Le spedizioni sono durate da due a tre mesi, i miei partner si sono spesso rivelati delle..zavorre, come è successo molte volte con Simone Moro.

Ed è stato lo stesso durante l’ultimo tentativo di scalare il K2 o al Broad Peak quest’anno, e intendo Don Bowie. Essere una brava persona è importante, ma non è abbastanza per raggiungere la vetta. Ho dovuto fermarmi così tante volte a causa dell’irresponsabilità delle altre persone. Ora preferisco passare il mio tempo facendo  altro.

Non mi piacciono le montagne. Soprattuto, ci ho perso molti amici lassù. Mi piace l’azione e voglio essere libero di scegliere la mia libertà, il mio modo di essere libero.

Non mi piacciono le montagne: ci ho perso molti amici lassù. Mi piacciono le azioni e voglio sentirmi libero di scegliere… il mio modo di essere libero.

Ora intendo vivere una vita comune a quella degli altri : lavoro, bambini, hobby.. mi godrò la vita. E arrampicare su roccia, a livelli alti, ma in sicurezza. Sogno di arrivare, in arrampicata, a raggiungere l’ 8a.

Sì, è vero, ho salvato una dozzina di persone ; e ne ho anche salvate molte da congelamento e altre lesioni. E per tre volte altri mi hanno salvato, per cui ringrazio i miei amici e compagni di spedizione. Ho salvato una dozzina di persone, ma questo andrebbe visto in modo diverso : pensiamo, ad esempio, ai medici dei reparti di emergenza che salvano centinaia di persone ogni giorno. L’assistenza medica è la norma nella vita per molte persone, questo rende la nostra vita migliore a Wroclaw o in altri posti.

Tutto questo mentre io e altri alpinisti , in realtà, realizziamo semplicemente le nostre ambizioni egoistiche o sportive.

Quando ho salvato Anna e Marchin, ovviamente, entrambi avevano bisogno del mio aiuto, ma loro stessi hanno trovato forza in quelle situazioni. Senza i propri sforzi, quando si è in difficoltà, tutto richiederebbe più tempo e il rischio sarebbe rischio enorme.

Mi dispiace per le persone che mentono prima, durante e dopo la spedizione. Trascorrere tre mesi in una squadra piena di alpinisti deboli, perdenti ingannevoli e pigri? Preferirei aver rifiutato.

C’erano tre o quattro buoni scalatori nella squadra K2. Questi sono Marchin, Adam, Rafal e il giovane Maciej. Ma era impossibile agire nella palude creata dagli altri alpinisti, dall’organizzazione e dalla direzione della spedizione. In effetti, negli ultimi anni abbiamo osservato [ dal punto di vista dei risultati, NdT] quasi a uno zero completo nel vero stile polacco dell’arrampicata in alta quota. Sì, c’è stato Andrzej Bargel. Apprezzo quello che fa, ma è qualcosa di diverso.

Molte parole, troppe scuse, questa è è stata la realtà che ho visto. Si sono spese molte parole sul passato eroico, sui successi di Chihi, Kukuchka, Kurtika e altri, ma l’ultima generazione non è pronta per l’arrampicata sportiva.

Successi recenti per l’alpinismo polacco? Peter Moravsky e la scalata invernale sullo Shishapangma e la mia nuova via sul Gasherbrum II . Non mi sembra tanto, giusto? Nel caso in cui dimenticassi qualcosa, chiedo scusa…

Non voglio costringere nessuno a fare gli ottomila, ma devo dire la verità. Spero che tutto ciò cambi presto, i polacchi hanno buone possibilità di fare scalate invernali sul Broad Peak, sul G1 e sul K2 . Nuove vie sula parete ovest dell’Annapurna,sulla nord  del Kanchenjunga. Scalate ad alta velocità sul Broad Peak e sul Cho Oyu  attendono i veri alpinisti. E questa potrebbe essere “la nostra musica” [per i polacchi,NdT] in Himalaya e Karakorum.

 

Ringrazio Denis Urubko ed Elena Laletina di Russianclimb.com per avermi dato il permesso a tradurre questo testo ; un particolare ringraziamento a Matteo Gallizioli per la sua gentilezza.

 

LA VIA PERFETTA

Il libro

“La Via Perfetta / Nanga Parbat : sperone Mummery “ è il libro postumo di Daniele Nardi, scritto con Alessandra Carati ( scrittrice, editor e sceneggiatrice ) uscito a Novembre 2019 per Einaudi .

La tragica morte dell’alpinista laziale e del suo partner inglese Tom Ballard a fine Febbraio 2019 sullo Sperone Mummery del Nanga Parbat, ha trasformato quello che doveva essere il racconto di un lungo cammino verso un sogno, in un’autobiografia intima, piena di autocritica, sincera e consapevole, cruda nelle contraddizioni e amara nel racconto dei conflitti e nelle recriminazioni con gli altri ; nel contempo, piena di una passione inarrestabile, colma di amore per la propria moglie, di amicizia, stima e rispetto verso gli alpinisti con cui Daniele Nardi ha condiviso scalate impegnative, successi e fallimenti. Una storia piena di cadute e di successivi riscatti, contro avversità ben più temibili di qualche parete: malattie, fisiche e psichiche. Tutto questo, tra imprese alpinistiche di spessore crescente, certamente non da fuoriclasse  e in ambienti non banali, di esplorazione vera, soprattutto su vette meno famose ma affascinanti e difficili tra 6000 o 7000 metri, di Karakorum e Himalaya. 

Il gravoso carico emozionale e morale di completare e pubblicare il libro è stato preso sulle spalle da Alessandra Carati : senza precedente passione particolare per le Montagne, tantomeno verso l’alpinismo estremo, la sua conoscenza con Daniele Nardi – e con la sua famiglia, il suo ambiente nativo – si era trasformata in un’amicizia che l’ha portata a intraprendere il difficile trekking invernale verso il Campo Base del Nanga Parbat, per condividere alcune giornate con Daniele e Tom, nel Dicembre 2018 ; Alessandra ha voluto, non senza titubanze e problemi, provare veramente cosa significava l’alpinismo estremo invernale. La motivazione, lo spiega nell’intervista a seguire, era proprio capire cosa spinge un uomo a voler affrontare le brutali condizioni invernali su montagne colossali. Daniele, in quei giorni, le mostrò e poi le inviò un’email dove era scritto che se non fosse tornato dalla montagna voleva che lei finisse di scrivere il libro. 

“Perché voglio che il mondo conosca la mia storia”

La prima, netta sensazione al termine della lettura, è che Nardi abbia scritto un racconto sincero , una vera “messa a nudo”  – a differenza della gran parte dei libri scritti da alpinisti : pieni di retorica, autocelebrazione o noiosi trattati di motivazione , spesso mancanti di analisi di sé stessi ,delle proprie contraddizioni e miserie umane. Questo, assieme alla bella narrazione, è abbastanza inconsueto, visto che uno dei maggiori problemi di Daniele Nardi è sempre stato lo stile di comunicazione : spesso guascone e spaccone, carico di drammaticità, sopra le righe, amaro e a volte lamentoso , per la sindrome da isolamento sempre patita, lui alpinista “de Roma”, soprannominato “Romoletto” da Silvio Mondinelli, nei confronti dell’entourage alpinistico italiano, per la stragrande maggioranza “del Nord”. Con pochi sponsor e grandi difficoltà a finanziare le proprie imprese.

 E’ sicuramente grazie al grande mestiere di Alessandra Carati che la lettura scorre piacevole, incalzante e appassionante ; l’impianto narrativo è ben strutturato sui cinque tentativi di scalata dello sperone Mummery del Nanga Parbat, il grande indice di roccia che punta dritto alla vetta dalla base del Diamir, circondato da canali di scarico, sovrastato da enormi seracchi glaciali, accessibile soltanto da un ghiacciaio pericoloso e crepacciato . L’incipit di questi tentativi è rappresentato da una mail, affettuosa e preoccupata, di un amico di Nardi, il grande alpinista canadese Louis Rousseau, che tenta di dissuadere il laziale dal progetto del Mummery, con parole e motivazioni toccanti e impressionanti.

Il Mummery : sogno e ossessione di Daniele Nardi , attorno al quale tutto il resto della vita scorre e avviene; per ognuna di queste prove, lo sguardo pensieroso dell’alpinista sulla parete Diamir si sposta e indugia sugli avvenimenti della sua vita, la sua formazione come alpinista, la prima solitaria sulle Grandes Jorasses a 19 anni, frutto di una incontenibile e precoce passione, sviluppata durante le vacanze estive della famiglia sulle Alpi, e maturata quasi da autodidatta, anche sulle friabili e non facili pareti nord dell’Appennino Centrale, sul Gran Sasso e sul Camicia.

Capace di raggiungere l’Everest nel 2004, seppur con l’ossigeno, poi la cima di mezzo dello Shisha Pangma senza ossigeno. Nel 2006 scala il Nanga Parbat per la via Kinshofer e il Broad Peak. Nel 2007 è capospedizione sul K2 e sale in vetta senza ossigeno – ma un compagno di spedizione, Stefano Zavka, non torna più dalla montagna , dopo aver raggiunto la vetta ben dopo il tramonto. 

Nel libro traspare evidente l’autocritica di Nardi, inesperto nella gestione dell’emergenza e soprattutto del “dopo”, nel comunicare quanto è successo alla famiglia di Zavka. Un fantasma che lo accompagnerà a lungo. Il libro prosegue con i racconti asciutti sui passati successi , non indugia sulla descrizione alpinistica delle scalate –  tranne per quella che Daniele Nardi ha più amato, la via nuova tracciata sul Baghirathi III con Roberto Dalle Monache, via non conclusa sulla vetta ma notevole nel suo sviluppo e nelle difficoltà su una delle più belle e ambite vette himalayane. 

Paradossalmente, vincendo il prestigioso Premio Consiglio del Club Accademico Alpino Italiano per questa via, Nardi scrive nel libro che proprio qui cominciano “le interferenze” al puro amore per l’esplorazione dell’alta montagna : il suo desiderio di sentirsi accettato e riconosciuto da un ambiente che non lo considera quanto vorrebbe, la sua voglia di rivalsa,  la necessità di visibilità cominciano a intaccarne la mente.

La storia dei tentativi di realizzazione del suo sogno, la via dello Sperone Mummery – obiettivo per cui è stato deriso, additato come suicida, esaltato, illuso anche dopo la morte – prosegue tra belle pagine di montagna : specialmente nel racconto del primo tentativo, esaltante del 2013, effettuato in coppia con la grande alpinista francese Elizabeth Revol ; il duo toccò il punto più alto mai raggiunto sul Mummery, 6450 metri, a circa 250 metri dalla fine delle difficoltà tecniche e dall’uscita dello Sperone sul “grande bacino”, il plateau a 7000 metri, tra le impressionanti colonne, severe e pericolose, dei seracchi glaciali incombenti .   Sono poi narrate le vicende della mancata spedizione assieme a Tomek Mackiewicz ed Elizabeth Revol, il conflitto di visioni e obiettivi che li separa al Campo Base del Diamir ; conflitto che viene mitigato, dalle belle parole che Nardi riserva ad entrambi, piene di grande affetto e stima.

 1 – Kinshofer 2 – Mummery Spur 2013 Nardi/Revol 3 – Messner 1978 4 – Allen,Allan vetta dalla cresta Mazeno 5 -Allen,Allan tentativo Mazeno 

Il capitolo dedicato alla clamorosa rottura con Alex Txikon e Ali Sadpara a inizio 2016 , suoi compagni l’anno precedente nel tentativo di Prima Invernale fallito a duecento metri dalla vetta, è un racconto assai dettagliato di un “conflitto  annunciato” a livello umano : i tentativi di Nardi di mediazione tra Bielecki e Txikon, con quest’ultimo assillato da problemi economici, l’incidente in parete dove salva la vita allo stesso Bielecki ; la evidente scarsa motivazione di Nardi per la Kinshofer, i primi conflitti con Txikon e Sadpara e  la reciproca diffidenza, da subito, con Simone Moro , il fallimento di Elizabeth Revol e Tomek Mackiewicz quando a circa 7300 metri, con la concreta prospettiva di arrivare in vetta per la Messner-Eisendle, si ritirano ricevendo da Moro previsioni del tempo rivelatesi errate, forse la più strana vicenda avvenuta quell’anno . Confermata da Filippo Thiery, meteorologo di Nardi, che gli comunicò che era previsto bel tempo per 3 giorni ; si domandava come Karl Gabl – meteorologo di fama, da sempre di fiducia per Moro – avesse potuto sbagliare la previsione [ vedi le previsioni di quei giorni]. Mentre la francese e il polacco scesero velocemente i il 22 Gennaio ,  il 25 Gennaio Nardi, Txikon e Sadpara erano a C3, a 6700metri, con bel tempo . E la Revol abbandonò il Nanga : non aveva più tempo per riprovare la vetta. La coda polemica e di rottura tra Mackiewicz e Moro fu ancora più amara[ vedi Fonti (1) (2) (3) (4) (5)]

Poi la decisione di Moro e Lunger di aggregarsi alla via Kinshofer. Daniele Nardi ha aspettato tre anni prima di spiegare come secondo lui si arrivò prima alla decisione, poi alla rottura col resto del team, i conflitti con Txikon, la sfiducia totale di Moro vedendo Nardi che registrava i dialoghi , consegnando alla Carati  le registrazioni audio al Campo Base e la sua versione. Versione assolutamente discutibile, ovviamente, e di parte : ma nel libro c’è anche questa. E c’è una ulteriore critica a Moro per aver lasciato la Lunger ritirarsi da sola, in difficoltà, il giorno fatidico della Prima Invernale sul Nanga Parbat.

Al tempo, seguendo quella spedizione giornalmente, non mi sorprese la sfiducia nei confronti di Nardi da parte di Txikon, di Sadpara e infine di Simone Moro,  fino alla sua estromissione dal team . Ma nessuno esce indenne da errori e comportamenti ambigui, in questo capitolo , pur con diverse sfumature. E’, ovviamente, la sua versione : c’è tuttavia il particolare, non trascurabile, che i dialoghi sono fedeli trascrizioni di registrazioni audio, moralmente discutibili come ammette lo stesso Nardi, ma la co-autrice e l’editore Einaudi hanno ritenuto lecita e trasparente la loro pubblicazione [ podcast dal minuto 44:00 , intervista ad Alessandra su Radio24

 A tutt’oggi sono usciti diversi articoli della stampa specializzata sul libro ; è curioso, eufemisticamente parlando, notare che nessuno abbia avuto la curiosità di fare o farsi domande su questo capitolo scomodo, amaro, discutibile ma che è parte integrante, e ampia, del libro che Nardi ha scritto. 

Al lettore ogni riflessione o giudizio proprio, su una questione che non cambierà più nulla : la Storia è scritta e ha cancellato vecchie polemiche.  Questo capitolo della vita di Nardi svela un lato spiacevole che si preferisce generalmente occultare ; spoglia l’alpinismo dalla sua supposta idealizzazione , il suo essere non esente, come nessuna attività sociale umana lo è , da grandi rivalità, scorrettezze, miserie e opportunismo. Anzi : amplifica a dismisura pregi, qualità e paure, difetti. Di tutti, nessuno escluso. 

Certamente, Nardi non è stato capace di diplomazia e autocontrollo nei rapporti di “peso”, in spedizione. Ha pagato caro, questa sua spigolosità, anche in termini di credibilità. Va detto.

Il capitolo del “Quarto Tentativo” prosegue col racconto della conoscenza con Tom Ballard, che cercò Daniele Nardi, interessato al suo tipo di alpinismo : un’amicizia che si saldò nel 2017, in una bella spedizione nel Ghiacciaio remoto del Kondus, in Karakorum, una via di roccia su un 6000 sconosciuto e un tentativo su una montagna di 7000metri iconica, il Link Sar. I due, dopo aver aperto oltre 1500 metri di via sino alle prime difficoltà della parete Nord Est, si dovranno ritirare tra valanghe e maltempo continuo. Poi c’è il capitolo, doloroso, della tragedia di Tomek e il salvataggio di Elizabeth, dove Daniele contribuì in modo concreto, coordinando e coinvolgendo tutti i suoi contatti pakistani e fornendo indicazioni utili . I pensieri su Tomek, sulla sua personalità e la sua intima anima di sognatore, sono molto toccanti.   

Nel capitolo finale cambia il registro narrativo del libro: a raccontare, in prima persona, è Alessandra Carati.

Ripercorre il trekking al Campo Base, le difficoltà e il gelo, la sua intima esperienza come donna nel rapporto con i locali, l’enorme stima e rispetto che tutti i pakistani  tributano a Daniele, la consegna di materiali e beni umanitari nei poverissimi villaggi tra Skardu e la Valle del Diamir ; l’amicizia e il buon umore tra Tom e Daniele, i paurosi rombi delle valanghe che scaricava la montagna “la cui mole copre il cielo e ti sovrasta immensa”. Poi il ritorno in Italia, i messaggi fiduciosi di Daniele e quelli preoccupati per il materiale sepolto dalle valanghe.

Fino al momento decisivo : c’è una finestra di tempo discreto, è il 22 Febbraio, ormai da un mese i due sono fermi al Campo Base, allenandosi sui sassi facendo drytooling, camminando fino solo al Campo 1. Partono di gran lena e determinazione, fino al fatidico 24 Febbraio, dove salgono 300 metri di sperone dai 6000mt del C4, una tendina in parete. Sono ottimisti, pieni di gioia che comunicano ad Alessandra per satellitare, hanno trovato il sacco appeso in parete, in alto. Ma si sono sforzati forse troppo nei due giorni precedenti, con una tirata e tanto carico di materiali per l’attacco decisivo. E le ore finali , il silenzio. 

                                                                          Tom Ballard e Daniele Nardi , Nanga Parbat

L’epilogo lo conosciamo , Alex Txikon generosamente parte dal K2 con una squadra per soccorrere e cercare Daniele e Tom. Dopo giorni tremendi, tra ricognizioni a piedi e coi droni, mentre infuria un brutto dibattito mediatico, dove Messner, poi Moro e altri affermano la sicurezza che i due siano stati sepolti da una valanga, che la via era quasi suicida [vedi sezione Fonti sotto],che Tom era stato coinvolto in una impresa non sua e non era da farsi come prima esperienza su ottomila, le tifoserie sui Social eccetera –  i due sfortunati alpinisti vengono avvistati, morti, non travolti da una valanga ma appesi alle corde, probabilmente vittime di un incidente in discesa e ipotermia. La loro ultima telefonata pare fosse stata alle 20 di sera del 24 Febbraio , al Campo base: Daniele diceva che scendavano, le condizioni terribili. Qualunque fosse il motivo di abbandonare la tenda e sapere di andare incontro a ipotermia scendendo al buio, era evidentemente una tragica ed estrema necessità.

Il breve epilogo è  una testimonianza di vita, di sensazioni pure e sublimi sul Nanga e si conclude così :

“almeno una volta nella vita, a tutti dovrebbe capitare di incontrare un Daniele Nardi che con un sorriso ti spinge ad andare a vedere cosa c’è oltre la linea dell’orizzonte, e a camminare insieme a lui sul ghiacciaio” 

Daniele Nardi è uscito di scena con i suoi tanti difetti, la sua umanità brusca, diffidente, difficile e ambigua ; allo stesso tempo espansiva, positiva, piena di amore e di una incontenibile passione verso l’alpinismo e di sfida costante nell’affrontare i propri demoni. Una passione bruciante che gli è costata una breve vita – ma non vissuta da incosciente. 

Una vita che merita rispetto, che suscita e susciterà discussioni ma una vita degna: un uomo, alpinista che ha avuto coraggio sia in montagna che nel lasciare testimonianza, soprattutto, delle sue più intime debolezze senza smettere di pensare positivo, di cercare di rialzarsi a ogni caduta per ricominciare e migliorare ; che nella Storia dell’Alpinismo rimarrà come colui che ha tentato “una incredibile via invernale, direttissima, una via fottutamente visionaria su una delle montagne più temute del mondo” – come ci ha scritto l’alpinista Louis Rousseau : la Via dello Sperone Mummery.

 

Intervista alla co-autrice : Alessandra Carati 

                      Alessandra Carati,Daniele Nardi / Nanga Parbat CB

Alessandra, il tuo è un curriculum solido di esperienze nella scrittura per il cinema e il teatro e poi come editor e ghost writer su progetti editoriali molto vari ; nel 2016 sei stata coautrice, con il ciclista Danilo Di Luca, del suo libro autobiografico “Bestie da vittoria”, un duro atto di accusa (e autoaccusa) , di chi non ha più nulla da perdere e può finalmente parlare in vera libertà del “sistema” nei confronti del gigantesco problema del doping, un disvelarsi intimo di un’atleta che si confronta con l’ipocrisia di chi lo ha espulso dall’ambiente (squalificato a vita ) come capro espiatorio unico di quello che sembra un’intollerabile groviglio omertoso di interessi collettivi nello sport. Cito questo tuo impegno letterario perché ho l’idea che in parte l’incontro con Daniele Nardi ti abbia coinvolto e convinto a lavorare con lui, per la sua esperienza – altrettanto problematica, anche per diverse ragioni – nell’ambiente a cui ha dedicato la sua vita : l’Alpinismo . E’ così ? Quale è stata, comunque, la spinta decisiva – per una autrice assolutamente distante e non coinvolta da una passione personale per la montagna – a intraprendere la scrittura di un libro con un’alpinista ?

Quando mi sono accostata alla storia di Daniele, non conoscevo l’alpinismo e non sapevo nulla sulla qualità dell’ambiente. Ho scelto di abbracciare il progetto perché Daniele mi incuriosiva. Come ho scritto nel libro e come molte altre persone, mi chiedevo perché qualcuno scegliesse di mettersi così duramente alla prova, su una montagna di 8000 metri, in inverno, per cinque volte consecutivamente. Volevo capire che cosa lo muoveva, intimamente e come essere umano.

Leggendo il libro, ho trovato straordinario il coraggio di Daniele per la cruda e sincera auto analisi, che non risparmia dettagli inediti su un suo periodo di depressione e burnout , non si fa sconti sugli errori nella vita privata così come quelli in alcune spedizioni, a causa del suo carattere molto difficile. Eppure, il lato positivo, di pura passione sincera, guascone ed empatico emerge e si fa apprezzare. Come hai vissuto questo aspetto contradditorio di Daniele ? 

Daniele era tante cose insieme. La scrittura, per fortuna, resiste alla tentazione di ridurre in modo semplicistico le persone e mette al riparo dal giudizio. Così facendo ci permette di comprendere di più, accettare di più, amare di più. 

Mentre lavoravate al libro, hai dovuto litigare con lui su come voleva esporre le sue emozioni, le sue idee e i fatti accaduti nelle grandi montagne di Karakorum ed Himalaya ?

Non c’è stato il tempo di confrontarsi sulla forma con cui costruire il racconto. Abbiamo lavorato insieme nella raccolta e nella scelta dei materiali, poi ho proceduto alla scrittura da sola, con tutte le decisioni che ne discendono.

Non posso non affrontare un tema molto delicato e scottante. Da quando è uscito il libro, ho letto articoli e recensioni ma per chiunque lo abbia letto, c’è stato un silenzio quasi totale e assordante su una parte precisa: il Tentativo Quattro, ovvero la spedizione 2015-2016 con Txikon e Sadpara, vissuta tra polemiche amare ; quello che stupì, all’epoca, è che Daniele si difese molto tenacemente soltanto dalle accuse di Txikon (poi rivelatesi piuttosto labili e infondate) di mancata contribuzione economica o addirittura di essersi “inventato” la caduta sul muro Kinshofer . Daniele non replicò, puntualmente, alle forti accuse di Moro.Questo pesò molto nel giudizio collettivo verso di lui. Così come Daniele stesso scrive.

Nel libro hanno colpito i dialoghi brutali e polemici di quanto accadde . E divergono rispetto alle versioni di Simone Moro. Ho ascoltato la tua intervista alla trasmissione di Alessandro Milan su Radio24, dove affermi che i dialoghi sono riportati “alla virgola” perché provengono dalle registrazioni che Nardi ha fatto nella tenda comune, mentre era in corso la riunione definitiva con tutti gli altri. Che la cosa non è affatto illegale, tant’è che Einaudi l’ha valutata pubblicabile senza censure. Lo confermi ?  Qualcuno ti ha contattato per precisare o smentire quanto è scritto ? Cosa pensi della reazione della stampa, a proposito?

Le scene del quarto tentativo, che si svolgono nella tenda e in cui sono presenti Simone Moro, Alex Txikon, Tamara Lunger, Alì Sadpara e ovviamente Daniele, sono state ricostruite interamente a partire dalle registrazioni che Daniele aveva fatto. Non ho tratto le battute e il loro contenuto da un racconto mediato da Daniele, ma direttamente e fedelmente dagli audio. Sono le voci dei protagonisti.

Per esempio c’è un particolare del racconto su cui sono state date versioni discordanti, ed è il modo in cui si uniscono le due spedizioni. Moro ha dichiarato pubblicamente, nel suo libro ‘Nanga’ e in alcune interviste, di essere stato invitato da Alex Txikon, mentre negli audio ripete più volte che è lui a chiedere di potersi unire, tanto che insiste su quanti soldi deve pagare per il materiale e il lavoro fatto nell’attrezzare la montagna. È una differenza sottile, eppure sostanziale, perché definisce i rapporti di forza, i pesi e gli equilibri all’interno della squadra che tenterà la prima invernale del Nanga Parbat. Nessuno finora ha chiesto conto in alcun modo di quella parte del libro, tantomeno ne ha parlato la stampa. In onestà, se fossi un giornalista, sarei incuriosito, farei delle domande.

Veniamo alla parte più emozionante e dolorosa, quella che hai praticamente scritto da sola. Il tentativo finale: la tua decisione di fare il trekking e passare giornate al Campo Base per vivere veramente l’esperienza di una spedizione invernale ; l’atmosfera tra Daniele e Tom, le lunghe attese e il finale tragico.

Come hai vissuto quei terribili giorni? Hai pensato di mollare tutto, nonostante la richiesta di Daniele nella sua famosa email?

Durante le settimane dei soccorsi il progetto del libro non mi sfiorava nemmeno, ogni energia, ogni pensiero erano per Daniele e Tom. Mi angosciava saperli persi dentro il gigantesco massiccio del Nanga. E poi c’erano Daniela e Mattia, non riuscivo nemmeno a immaginare cosa potessero sentire in quel momento.

Più avanti sono stata tentata di lasciar perdere, ma la volontà espressa da Daniele era chiarissima e il suo mandato mi inchiodava. Avevo dato la mia parola.

Quale conclusione, se mai ci sia, hai elaborato nella tua anima, riguardo alla vita e alla morte di Daniele?

Non ho conclusioni, idee, tantomeno opinioni, sulla morte di Daniele. Tutto quello che ho sfiorato, intuito e a cui ho tentato di dare forma è dentro il libro. Ogni lettore può muovere da lì per lasciare emergere il sentimento con cui guardare alla sua figura, alla sua vita.

Intervista a Louis Rousseau 

Louis Rousseau è uno dei più forti alpinisti canadesi . E’ nato nel 1977 nel Quebec e ha cominciato a scalare a 15 anni. Tra il 1999 e il 2010 ha arrampicato moltissime cime sulle Ande, accumulando esperienza sui 6000. Dal 2007 ha cominciato a scalare le grandi montagne del Karakorum e dell’Himalaya, aprendo una parziale via nuova sul Nanga Parbat nel 2009, ha tentato una via nuova invernale sulla parete Sud del Gasherbrum I. Ha scalato Gasherbrum II , Broad Peak e tentato varie volte il K2. Ha scalato 7000 come il Khan Tengri e il Tilicho Peak . Sempre senza ossigeno, perseguendo lo stile alpino e un’etica molto ferrea. Ha scalato assieme ad Adam Bielecki, Gerfried Goschl,Alex Txikon, Rick Allen e tanti altri.

Che rapporto hai avuto con Daniele Nardi ?

Non ho mai conosciuto Daniele di persona. Dal 2015 abbiamo avuto contatti sporadici via internet. Ho sentito parlare di Daniele dopo la via al Bhagirathi III del 2011 e del tentativo invernale del 2013 con Elizabeth Revol.  Dopo di che, Alex Txikon mi ha contattato per unirsi a lui, Daniele e Ali Sadpara per il tentativo invernale di Nanga Parbat nel 2016. Ho detto di no. Daniele mi ha invitato per il tentativo di Nanga 2019 ma ancora una volta ho declinato l’invito e ho cercato di convincerlo a non ripartire. Durante la spedizione abbiamo avuto contatti regolari via WhatsApp, soprattutto quando hanno perso un sacco di attrezzature [seppellite dalle valanghe,ndR]. Gli ho proposto di spedirgli alcune attrezzature dal mio deposito in Pakistan. Dopo tutto ciò, erano ok, avevano l’essenziale per continuare la loro ascesa.

Cosa ne pensi di Daniele, quali impressioni e sentimenti lo hanno dato a te – come scalatore prima, poi come uomo? 

Era un alpinista davvero motivato e orientato all’obiettivo. Sapeva arrampicare sia su percorsi tecnici e difficili tanto quanto aveva ottime prestazioni in alta quota. Durante i nostri dialoghi, ho realizzato che era un uomo molto gentile. Molto idealista, un sognatore che voleva sempre migliorare e tendere ad essere una versione sempre migliore di sé stesso. Durante la nostra ultima conversazione mi ha detto una cosa importante, che voleva “cercare di aiutare le persone a cambiare la loro vita ispirandole”. Quindi di sicuro Daniele era un uomo che voleva cambiare il mondo che lo circondava : non si trattava di alpinismo, di raccogliere cime o cercare le prime salite, era molto più una ricerca intima e personale.

So che ti ha chiesto di unirti al suo sogno sul Nanga, il Mummery ; poi, dopo uno scambio di mail gli hai detto che non volevi partecipare e gli hai chiesto di ripensarci.  Puoi spiegarmi meglio, dopo la tua via nuova aperta sul Nanga nel 2009, cosa ti ha spinto alla decisione che avevi chiuso con quella montagna?

Inizierò la mia risposta con qualcosa che ho scritto a Daniele : “Lo troverete un po ‘esoterico, ma credo nella maledizione della montagna killer. C’è qualcosa sul Nanga Parbat che ci acceca come alpinisti e ci attira ancora di più verso il pericolo rispetto agli altri 8000m. Penso che sia a causa di tutto il folklore intorno a questa montagna. Si inizia a leggere molto su questa montagna che si trasforma in fascino e passione.           E ‘davvero attraente e nasce il desiderio di andarci. Quando però fui lì nel 2009, due alpinisti hanno perso la vita e dopo ci fu molta discordia, a riguardo. La storia recente dei tentativi invernali è piena di discordia, incidenti, giochi dietro le quinte e ora morti. È una vera tragedia. Non ci sono altre parole per descrivere gli ultimi anni. Basti pensare all’attacco terroristico del 2013. Ho visto Daniele “entrare” in questo spirito e volevo fare qualcosa per scoraggiarlo. Gli ho chiesto se avesse voglia di trovare,  con me, un progetto completamente diverso e positivo, ma lui mi rispose : “se cambi idea e vuoi unirti a me e Tom, fammelo sapere.”

Pensi che per un’ alpinista, il pericolo inizia nel momento in cui è troppo coinvolto per una montagna, un obiettivo particolare? 

Per un’alpinista, il pericolo inizia non appena entra nella jeep che lo porterà all’inizio del trekking verso il Campo Base ; il che significa che sin dall’inizio della spedizione ci sono pericoli. L’alpinismo è uno sport estremamente pericoloso. Non ci sono molti altri sport in cui si va in vacanza e si torna senza un tuo amico. Però, anche se ci si sente “troppo coinvolti emozionalmente” per un progetto o una montagna, questo non significa che ci si trovi in un pericolo maggiore. Questo può influenzare il nostro processo decisionale? Certamente sì, quando ci sono altri obiettivi oltre all’arrampicata e al sentirsi liberi, anche obiettivi che non ammetti a te stesso. Porterai sempre in una spedizione le cose che non hai risolto a casa. Nulla di ciò che farai in montagna può risolverli, al contrario.

So che Daniele e Tom erano professionisti e hanno voluto scalare il Nanga Parbat, in inverno, per una nuova via, purtroppo hanno avuto un terribile incidente. Non sapremo mai esattamente cosa è successo ed è terribile per le famiglie. Più di ogni altra cosa, non sapremo mai il loro stato d’animo prima dell’incidente. Fu una distrazione, è stato il risultato di decisioni errate, un incidente in montagna? Non lo sappiamo. Quello che sappiamo è che i due alpinisti erano veramente esperti e si completavano a vicenda molto bene . Daniele aveva una solida esperienza di alta quota  in ambiente invernale e Tom era uno dei migliori alpinisti su ghiaccio del mondo. Non credo che il loro stato emotivo abbia avuto nulla a che fare con la loro morte. È stato un tragico incidente.

Fonti e bibliografia varia

Daniele Nardi 

Nanga Parbat ed Elizabeth Revol, primo tentativo al Mummery : http://publications.americanalpineclub.org/articles/13201212505/Nanga-Parbat-Diamir-Face-Mummery-Rib-winter-attempt

Translimes Expedition con Tom Ballard, Kondus Glacier, Link Sar :

http://publications.americanalpineclub.org/articles/13201214726/Kondus-Glacier-Link-Sar-Northeast-Face-Attempt-Fiost-Brakk-and-Other-Ascents

Farol West,unclimbed peaks in Karakorum :

http://publications.americanalpineclub.org/articles/13201212928/Margheritas-Peak-5400m-South-Ridge-Open-Eyes-K7-West-6615m-Southwest-Pillar-Attempt-Farol-West-6370m-West-Face-Telegraph-Road

Baghirathi III :

https://www.planetmountain.com/it/notizie/alpinismo/bhagirathi-il-report-della-via-di-nardi-e-delle-monache.html

Thalay Sagar, con Alex Txikon, Ferran Latorre e altri :

http://publications.americanalpineclub.org/articles/13201213829/Thalay-Sagar-Northwest-Ridge-Partial-New-Route

Tom Ballard 

Le sei grandi pareti Nord in invernale, solo :

https://www.planetmountain.com/it/notizie/alpinismo/tom-ballard-completa-le-sei-nord-delle-alpi-in-inverno-ed-in-solitaria.html

Drytooling, la via più difficile al mondo :

https://www.planetmountain.com/it/notizie/alpinismo/tom-ballard-libera-una-via-di-d15-in-dolomiti-il-grado-di-drytooling-piu-difficile-al-mondo.html

Tomek Mackiewicz 

(4) il lungo post dopo la spedizione 2016, le polemiche sulla vetta, i messaggi satellitari di Moro sul maltempo :

http://czapkins.blogspot.com/2016/06/witajcie.html

Alessandra Carati 

Intervista a Radio 24, podcast, con Alessandro Milan (dal minuto 44:00 in avanti):

https://www.radio24.ilsole24ore.com/programmi/uno-nessuno-100milan/puntata/un-robot-servizio-diritti-civili-080538-AC8siq0

Simone Moro

su Mummery, Nardi e Ballard

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/03/10/daniele-nardi-e-tom-ballard-simone-moro-ho-visto-ogni-giorno-le-valanghe-che-cadono-sullo-sperone-mummery-fa-paura-andarci-e-un-suicidio/5026985/

https://www.desnivel.com/expediciones/expediciones-alpinistas/simone-moro-intentar-el-espolon-mummery-en-invierno-es-como-jugar-a-la-ruleta-rusa/

https://www.desnivel.com/expediciones/simone-moro-sobre-la-ruta-que-intentaban-daniele-nardi-y-tom-ballart-en-el-nanga-parbat-el-espolon-mummery-es-casi-suicida/

https://www.thetimes.co.uk/article/partner-of-lost-climber-tom-ballard-was-obsessed-with-killer-mountain-mtmzkflhr

su Nardi , 2016 expedition 

https://www.montagna.tv/93793/nanga-parbat-la-verita-di-simone-moro-a-filippo-facci/

http://alpinistiemontagne.gazzetta.it/2016/11/28/come-si-arrivo-alla-rottura-con-nardi/

Reinhold Messner

 https://www.ladige.it/news/cronaca/2019/03/09/tragica-morte-ballard-nardi-reinhold-messner-gl-iavevo-detto-non-andarci

Mckiewicz/Revol e il tentativo di vetta abbandonato per maltempo

(1) 19 Gennaio: “Giorni decisivi sul Nanga.Tomek Mackiewicz ed Elizabeth Revol hanno individuato il colouir che conduce alla piramide di vetta[..]” 

https://m.facebook.com/groups/185186314867223?view=permalink&id=1058684744184038

(2) 22 Gennaio: “Tomek ed Elizabeth sono a 7400 e stanno salendo[..]Alex,Alì e Daniele sono a C2[..]”
(3) 22 Gennaio: “Simone Moro avvisa che Tomek ed Elizabeth sono a 7300mt e il tempo sta peggiorando.Tentativo di vetta dunque abbandonato[..]”

sulla tragedia al Mummery 

http://montagnamagica.com/la-tragedia-sullo-sperone-mummery-fanatismi-e-alpinismi/

 

                                                                    Project Possible (c) : Bandiera kuwaitiana sull’Ama Dablam 

( articolo originariamente pubblicato, in una versione editata, su RockAndIce.com )

Pochi giorni dopo aver annunciato al mondo di aver completato la sua incredibile sfida presentata la scorsa Primavera – scalare tutte e 14 le montagne più alte di 8000 metri in 7 mesi – “Nims” Purja è tornato alla ribalta dei media internazionali in modo clamoroso, rumoroso e spettacolare :

il 13 Novembre , sull’AmaDablam , iconica montagna nepalese di 6832 mt, una gigantesca bandiera lunga 100 mt e larga 30 mt , viene esposta e srolotata dalla cima, sulla parete sommitale, visibile a oltre 10 km di distanza dalla valle 3km più in basso, filmata da elicottero.

La bandiera è del Kuwait : un team di “climbers” kuwaitiani – quasi tutti senza alcuna esperienza pratica in montagna, dal nome altisonante di KFLAG_HEROES – sponsorizzati dal colosso petrolifero Q8 e altri, si è rivolta alla agenzia “Elite Himalayan Adventures” , diretta da Nirmal Purja e composta da fortissimi sherpa, per ottenere un “Guinness Record” .

Solo uno dei kuwatiani sembra sia riuscito ad arrivare in vetta, Yousef Alshatti , idolo locale di “Spartan Race” di 35 anni , ex membro delle Forze Speciali e “brand ambassador” per il ricco Emirato che si affaccia sul Golfo Persico. 

(c) ub-cool.com /Yousef Alshatti, “Spartan Athlete” and ..climber (?)

Tutto il pericoloso lavoro, nel trasportare carichi da 25kg fino in cima la bandiera era composta da 6 parti, per un peso totale di 150kg) e la esibizione di patriottismo kuwaitiano è stata fatta.. da nepalesi !

CHI E’ NIRMAL “NIMS” PURJA E COSA E’ STATO “PROJECT POSSIBLE”

Nirmal “Nims” Purja ha 38 anni, è nato in Nepal e cresciuto nella parte meno montagnosa del paese, in una famiglia molto modesta.

Ha servito per anni come militare in un reparto di elite, i famosi Gurkha ; poi , primo ex Gurkha nella Storia –con passaporto britannico, da tempo – è stato selezionato come membro del corpo d’elite più duro e famoso dell’Esercito Britannico: lo Special Boat Service.

Nel 2012 Nirmal comincia ad appassionarsi alla montagna, scala il Lobuche East inizialmente come parte del training militare, specializzato in guerra di alta montagna.

In pochi anni scala vari 8000, e nel 2018 prende una decisione clamorosa : si congeda in anticipo dallo SBS , rinunciando a 500.000 sterline di liquidazione, e si dedica totalmente a una impresa folle che chiama “Project Possible” ; scalare tutti e 14 gli 8000 in 7 mesi.

E’ riuscito nella impresa nel tempo record di 6 mesi e 6 giorni.

Una impresa assolutamente eccezionale e storica, da ogni punto di vista ; sia per l’impegno finanziario, sia per quello logistico – organizzare elicotteri, permessi, trasferimento di materiale, allestimento dei Campi base , sia per lo sforzo fisico, sostenendo anche due missioni di salvataggio di scalatori in difficoltà in zona della morte ; infine anche per quello mediatico e diplomatico : Nirmal Purja ha dovuto lottare a lungo per ottenere, finalmente, uno speciale permesso dalle Autorità Cinesi per scalare lo ShishaPangma (chiuso alle spedizioni autunnali per decisione del Governo cinese), l’ultimo rimasto nella sua lista.

Nirmal Purja, GasherbrumII summit (c) ProjectPossible-Nirmal Purja

ELOGI E CRITICHE AL “PROJECT POSSIBLE”

Nims ha sempre dichiarato apertamente – e anche questo va detto, a suo favore – di far uso di ossigeno, elicotteri, corde fisse e un team senza il quale non avrebbe mai potuto compiere una simile impresa ; ha anche però affermato, in modo un po’ ambiguo, che il suo non è un progetto individuale ma per tanti nepalesi, a cui dà lavoro, per lo sviluppo e la promozione del turismo in Nepal e anche per l’attenzione all’ambiente , dichiarando di porre sempre in primo piano il lasciare la montagna il più possibile per come l’ha trovata, smontando le corde fisse e i campi alla fine di ogni sua spedizione.

Ovviamente, ha ricevuto sia entusiasti elogi che dure critiche ; la maggiore ha a che fare con lo “stile pesante” di cui abbiamo detto sopra e non solo in montagna : anche nel rapporto con i media – ben poche interviste concesse , molte dichiarazioni e video sui social dove mostra il suo lato più “spaccone” o quello di derivazione militare, tutto orgoglio e e per il fatto che tuttora, dopo aver terminato la sua impresa, non ha presentato pubblicamente dettagli sul suo record, foto e video di vetta di alcuni degli 8000 su cui è stato impegnato non risultano essere stati condivisi .

Reinhold Messner, leggendario primo salitore di tutti i 14 8000 senza ossigeno , ha dichiarato : “Nirmal ha lanciato una sfida diversa, per dimostrare che i nepalesi sono oramai in grado di prendere la leadership della scalate himalayane[..]a great capacity for economic management, leadership, logistics organization. And obviously, exceptional physical resistance.”

Simone Moro, alpinista veterano e maestro nelle scalate invernali sugli 8000, organizzatore ed elicotterista, ha scritto che “Io dico che Nirmal è stato davvero bravo, che ha fatto un qualcosa che finalmente spazza via tutti gli eroi di qualche ottomila[..] Per chi invece ama un alpinismo diverso, oltre che ringraziare Nirmal Purja e complimentarsi (mettete da parta il vostro orgoglio e toglietevi il cappello) cominciate a pensare a cosa si potrebbe e si deve fare di diverso rimettendo ora al centro il vostro “come” e il vostro stile.”

Sir Chris Bonington, il grande alpinista inglese ha invece dichiarato : Quello che ha fatto è certamente straordinario, ma non è alpinismo. L’alpinismo vero è esplorativo – trovare nuove vie su grandi cime… Non vedo quello che hatto Nims come un grande evento.”

Steven Venables added : Il fatto che abbia usato ossigeno supplementare diminuisce il valore dell’impresa. So che ha anche usato corde fisse. Non è esattamente alpinismo, se ho capito bene … Sarà certamente nel Guinness dei primati, ma nella storia dell’alpinismo, sarà solo una nota a piè di pagina.”

L’AGENZIA “ELITE HIMALAYAN ADVENTURES” E IL KFLAG “GUINNESS RECORDS” : QUALE FUTURO ?

Nirmal Purja ha scelto una missione molto spettacolare ma controversa, una esibizione di puro orgoglio nazionalista , per evidenti ragioni commerciali . Non c’è nulla di male nel voler recuperare i grandi sforzi economici sostenuti negli ultimi mesi ma quello che colpisce è stata una certa sottovalutazione dell’impatto negativo sulla sua immagine.

Nims ha “dovuto” fare un lungo post per controbattere le critiche, asserendo “che si, aveva aiutato gli amici kuwatiani per festeggiare la prossima ricorrenza del Giorno Nazionale in Kuwait che avverrà ” e “che la bandiera è stata rimossa dopo un’ora”. Il problema è che il Giorno Nazionale del Kuwait è il…25 Febbraio !

La critica più dura gli è stata fatta direttamente nei commenti della Pagina ufficiale Facebook di Nirmal Purja.

Alexander Hillary, fotografo e alpinista neozelandese, nipote del leggendario Sir Edmund Hillary, primo scalatore dell’Everest, che per i decenni successivi contribuì allo sviluppo, alla educazione e a opere di beneficienza per le popolazioni della zona , ha scritto:

Purtroppo questo non è del tutto vero Nims. Sto scrivendo questo messaggio dal Campo 1 sull’ Ama Dablam e ho sentito che la tua troupe stava chiedendo agli scalatori di andarsene in fretta, per non ostacolarvi. Non solo, tu e i clienti avete lasciato l’Ama Basecamp prima che la tua squadra esausta di Sherpa che portava i pezzi della bandiera dei 25 kg tornasse giù. Sono inorridito dalla mancanza di rispetto che avete mostrato ai vostri connazionali e dipendenti, per non parlare dell’inappropriato posizionamento di una bandiera straniera sull’ Ama Dablam. Sapevi anche che il giorno in cui hai fatto la tua bravata è stato il giorno santo di Mani Rimdu? La comunità Sherpa non era entusiasta di trovare la bandiera drappeggiata in piena vista, durante la cerimonia al Monastero di Tengboche. Nel complesso, non sono favorevolmente colpito dal tuo comportamento, che è stato irrispettoso. Vergogna su di te.

                                              Sir Edmund Hillary sulla vetta dell’Everest, 1953 : sulla piccozza, le bandierine di Regno Unito                    (nonostante fosse neozelandese, omaggiò la nazione organizzatrice della spedizione ; Nepal, e Nazioni Unite 

Timmy O’Neill, climber della Yosemite Valley e in quei giorni sull’AmaDablam , diversamente, ha scritto su Instagram:

Abbiamo visto come una bandiera massiccia è stata srotolata dalla vetta[..] Nessuna ulteriore spazzatura , né alcuna usura extra sulle corde fisse[..] Salendo verso la vetta, ho incontrato un paio di sherpa che portavano giù il carico con i pezzi di bandiera e, naturalmente, ho incontrato la montagna stessa, che era alta, indifferente e sorprendente come sempre”.

Per quanto mi riguarda, non mi sento affatto arrabbiato con Nims ma un po’ amareggiato.. Quanti facoltosi ed eccentrici clienti da tutto il mondo chiederanno i servizi di Purja e della sua Agenzia per fantasiosi record ? E quanto importante e influente potrebbe essere il suo ruolo, per uno sviluppo sostenibile ed economicamente vantaggioso delle spedizioni commerciali in Nepal ?

Nella sua ultima dichiarazione sui social, Nirmal Purja annuncia l’intenzione di aprire una nuova via sul Cho Oyu, attrezzarla per spedizioni commerciali dal lato nepalese – in alternativa alle vie sul versante cinese utilizzate fino ad ora – e questa è certamente un’idea per sviluppare una zona molto povera del suo Paese.

Mi auguro per il suo futuro più obiettivi di questo genere , magari anche by-fair-means , e spero che non vi sia ulteriore spazio per pagliacciate buone solo per Il Guinness dei …”Primati”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(foto Cala Cimenti, vitaly Lazo, Anton Pugovkin al Campo Base dopo la scalata e la discesa in sci lungo la via Kinshofer, Nanga Parbat)

 

Il 3 Luglio 2019, vari alpinisti di differenti spedizioni hanno raggiunto la vetta del Nanga Parbat, sulla via Kinshofer (cosiddetta “normale”) . Tra queste spedizioni, quella dell’italiano Cala Cimenti in team coi forti russi Vitaly Lazo e Anton Pugovkin , che avevano l’obiettivo di scalare senza ossigeno, effettuare riprese col drone e scendere con gli sci dopo la vetta ; poi la spedizione “Project Possible”, alquanto controverso progetto di un ex Gurkha, Nirmal Purja, che con una poderosa campagna marketing, facente leva soprattutto su sentimenti nazionalistici, approccio militare, ampio uso di elicotteri, bombole di ossigeno e un forte team di sherpa, sta tentando di scalare i 14 ottomila in 7 mesi .

Altri alpinisti presenti: i georgiani Archil Badriashvili and Giorgi Tepnadze, arrivati per primi al Campo Base sul Diamir, i francesi Tiphaine Duperier si è  e Boris Langenstein , Sergei Mingote,Moses Flamoncini e Stefi Troguet (in team con Ali Sadpara poi con Nirmal Purja causa infortunio ad Ali Sadpara).

Il francese Boris Langestein riferisce di esser salito per primo in vetta il 1 Luglio, avendo i francesi optato per non collaborare con le altre spedizioni al lavoro comune di sistemazione corde fisse e traccia sulla Kinshofer ; gli stessi francesi hanno riferito di non averle usate “salvo brevi tratti in salita e discesa”. Boris ha lasciato gli sci a 8060mt , è salito in cima, è sceso con gli sci fino a 7800mt recuperando la compagna Tiphaine che si era fermata, hanno raggiunto C4 ; da qui, dichiarano di esser scesi per la Kinshofer in sci, salvo un tratto verso C3 di corde fisse di 100mt e ovviamente il muro Kinshofer, verticale e non praticabile.

Il 3 Luglio, tutti gli altri in vetta ; Cala Cimenti e Vitaly hanno parzialmente disceso in sci la Kinshofer, lo stesso Vitaly ha girato suggestive immagini col drone (è in programma un film entro Settembre) .

Poi sono cominciate le polemiche, tutte scaturite da dichiarazioni molto discutibili dell’ex Gurkha Nirmal Purja, vedi intervista a Himalayan Times e successivi post su Facebook, alquanto autocelebrativi, col solito stile militaresco, nazionalista e piuttosto arrogante.L’ex Gurkha  ha praticamente asserito di aver allestito gran parte della via, ha omesso completamente i nomi e il lavoro svolto dal team italo/russo, ha dichiarato che senza il suo team NESSUNO (!) avrebbe raggiunto la vetta, e ha anche postato un breve video dal quale, secondo lui, si capisce che “o guidi, o segui sul Nanga” …oppure (implicito) non sei nessuno .

                      (c) Nirmal Purja

Cala Cimenti ci ha rilasciato questa intervista, raccontando in dettaglio come ha vissuto la spedizione e i fatti relativi alle varie fasi della scalata. Ha voluto rispondere, molto francamente e senza peli sulla lingua, alle affermazioni di Purja.

Va notato che note polemiche a parte, Cala Cimenti riconosce il valore degli sherpa, l’impresa del francese Langestein e che non è affatto animato da alcun sentimento di rivalsa ; si è sentito in dovere di rispondere e fare chiarezza rispetto a troppe dichiarazioni, secondo lui, errate e false.

1.Innanzitutto, complimenti a te, Vitaly e Anton per l’impresa ! La prima domanda parte dall’aver letto un report, pubblicato su The Himalayan Times, di Nirmal Purja, l’ex Gurkha che sta “correndo” per il suo record dei 14 8000mila in 7 mesi, usando ossigeno, una forte squadra di sherpa e trasferimenti in elicottero sui e tra i Campi Base. “Nims” non solo auto attribuisce alla sua squadra il merito di “aver attrezzato la via” ma sostiene che “senza il nostro [suo,NdR ] team nessuno sarebbe salito in vetta”.

Non cita minimamente il vostro team – cosa che fa pensare – né il fatto, che seguendo la tua cronaca , loro abbiano attrezzato al più sopra C3. Parla dei francesi ma non accenna al fatto che, da quanto si sa, non abbiano contribuito né concordato con voi,i georgiani, gli spagnoli e il team Project Possible dell’ex Gurkha, un piano di collaborazione. Puoi raccontarci come è andata, cosa siete riusciti a concordare, il contributo di ognuno dei team e cosa pensi di tutto questo ?

 

Le dichiarazioni di Nims fanno sorridere chi conosce un po’ questo mondo e la realtà del suo progetto sempre a corto di ossigeno (pecuniario, mentre dall’altra parte di ossigeno ne hanno molto 🙂 ) e bisognoso di nuovi finanziamenti per poter continuare. Sono chiaramente dichiarazioni autocelebrative volte ad attirare l’attenzione dei media e di finanziatori ingenui facili all’abbaglio dell’autocelebrazione.

Dire che senza di loro nessuno degli alpinisti presenti al campo base sarebbe andato in cima mi sembra un po’ presuntuoso e, se vogliamo anche un po’ offensivo, visto che Nims non conosce minimamente il valore di ognuno di noi, tra l’altro proprio ieri notavo che i due georgiani sono candidati al piolet d’or, ma probabilmente Nims non sa neanche cosa sia… 

Alcuni elementi della sua squadra sono veramente forti e bisogna riconoscere loro il merito di avere svolto un lavoro straordinario attrezzando tutta la via con le corde fisse per il l’85% tra C3 e C4, soprattutto sul lungo traverso verso destra che taglia tutta la parete e che a detta loro era pericoloso, mentre a me il manto nevoso sembrava abbastanza ben assestato, e poi ancora, aprendo l’ossigeno a manetta, di essere saliti come dei razzi, battendo la traccia da C4 fino in cima. Però da qui ad affermare che senza di loro noi non saremmo andati n cima mi sembra esagerato. Sicuramente ci avremmo messo più tempo, sicuramente non avremmo utilizzato così tanta corda fissa tra C3 e C4, ma sono sicuro che saremmo comunque arrivati in cima.

Questa spedizione per me è andata molto bene, mi sono trovato benissimo con la coppia russa e abbiamo formato una buona squadra, molto efficiente e veloce, forte. Non ho mai avuto il presentimento di non arrivare in cima, non ho mai avuto incertezze o paure con loro in montagna, in alta quota, tutto ha sempre funzionato molto bene e in armonia. In più c’era questo diversivo del film che Vitaly voleva girare e quindi ci portavamo dietro sempre del peso addizionale relativo al drone e alle telecamere professionali. Però la soddisfazione di vedere le immagini girate col drone intorno agli 8000 mt è unica.

Forse è questo che ha dato fastidio a Nims, il fatto che noi fossimo indipendenti e non ci piegassimo ai suoi dettami che tirava fuori come fosse il padrone del campo. Noi, io e i russi, seguivamo il nostro programma, indipendentemente da quello che facevano gli altri, poi ovviamente, abbiamo collaborato e in alcune occasioni abbiamo anche modificato i nostri programmi per venire incontro alle esigenze di tutti e dare il nostro contributo. 

Comunque è andata così: i georgiani sono stati i primi ad arrivare, quasi un mese prima di noi, e in un mese, a causa del brutto tempo e di altro, non sono mai andati oltre il C2, non posizionando mai nessuna corda fissa ma solo sistemando quelle vecchie sul muro Kinshofer.

Quando siamo arrivati noi ci hanno chiesto subito collaborazione e noi eravamo ben felici di collaborare ma seguendo il nostro programma di acclimatamento che ovviamente non combaciava con il loro che avevano già fretta di andare oltre i 6000 mt.

E hanno iniziato un po’ a risentirsi. Dopo  6 giorni comunque partiamo per andare a dormire al C2 portando su delle corde fisse  che, d’accordo con i Georgiani, sistemiamo nella parte bassa, mentre loro si devono occupare della parte alta, e quindi collaborando.

Dopo dieci giorni circa siamo già pronti per fare il secondo e ultimo giro di acclimamento e andare a dormire a C3 e magari a C4.Tutto sotto l’attenta supervisione dei georgiani che partono un giorno prima perché per loro è già troppo aspettare un giorno in più.

Nel frattempo, qualche giorno prima , arrivano al campo base Stefy Troguet [alpinista andorrana] accompagnata da Alì Sadpara, il vero signore di questa montagna e persona rispettabilissima e pjacevole. Come il vero signore della montagna prende in mano la situazione e inizia a coordinare e riesce ad ottenere l’aiuto di un portatore d’alta quota che era lì al servizio di un turista australiano per portare fino a C2 400 mt di corda che servirà poi ai georgiani per attrezzare sopra C2.

Sto poveretto poi scendendo scivolerà su un pendio ripido con la corda attorcigliata alla mano rompendosela e mettendo fine alla sua stagione lavorativa.

In tutto questo Nims non è ancora arrivato, o meglio arriverà la sera prima della nostra partenza alle 2:00 del mattino per il lungo tragitto fino a C2.

Arrivo a C2 proprio nel momento in cui i georgiani (che erano partiti un giorno prima) rientrano in tenda dopo una giornata di lavoro ad attrezzare verso C3, dicono che hanno attrezzato un sacco di via almeno fino a 6400, in realtà non hanno posizionato alcuna corda fissa ma solo disseppellito delle vecchie che non sono proprio in buono stato e sicuramente non sono arrivati a 6400 mt. Massimo a 6300.

Subito dicono che vogliono parlarci per mettersi d’accordo per l’indomani, hanno paura di fare un attimo più di fatica del dovuto, mi chiedono e mi stressano, alla fine dico loro di parlare con Vitaly che è lui il leader expedition, ed effettivamente lui è più diplomatico. Rimaniamo d’accordo che il giorno dopo partiamo noi per primi, finalmente si rilassano.

Il giorno dopo, la mattina nevica forte e tira vento, proviamo comunque a salire ma dopo mezz’ora Anton ci richiama a più miti consigli e ci fa rientrare in tenda. Il giorno dopo ancora il tempo è bellissimo, partiamo alla volta del C3 a cca 6600 mt. Si vede lontano un miglio che i georgiani attendono, fanno melina e aspettano che partiamo perché non sia mai che facciano un po’ più di fatica di quella che devono… .Noi svolgiamo il nostro programma: riprese col drone, riprese con la macchina foto e poi partiamo. Anton come sempre ultimo a chiudere il gruppo e controllare che tutto vada bene e poi risistemare eventuali corde fisse sistemate male. L’angelo custode. Vitaly invece in mezzo che perde tempo con inquadrature e riprese, e io che scalpito per salire veloce.

Chiaramente gli zaini sono pesanti ma io mi sento stranamente bene, salgo veloce, percorro tutto il tratto liberato dai georgiani ma mi stupisco che sia così breve, poco male, tanto la neve del giorno prima aveva coperto la vecchia traccia e ho dovuto ribattere tutto, quindi continuo, sempre io in testa, inizio a liberare la vecchia corda fissa e metro dopo metro mi accorgo che posso utilizzarla fino a quasi C3, chiaramente a volte è sotto la morsa del ghiaccio e mi devo fermare a liberarla. Finisce il tratto di roccia e inizia la parete ghiacciata che in 200 mt di dislivello porta a C3. Non molla mai è ripida, a volte è di ghiaccio blu e a volte è ricoperta da uno strato leggero di neve che facilita il compito, comunque anche qui la corda fissa da liberare da neve e ghiaccio. Svolgo sempre tutto io il lavoro e nel tardo pomeriggio siamo a montare la tenda al C3. Qui ci fermeremo 2 notti, poi tutti giù al BC in un giorno.

Devo segnalare anche, sotto il muro Kinshofer, alcune corde fisse sistemate male dagli sherpa, che nel frattempo si sono mossi fino a C2 facendo dei depositi. Naturalmente Anton ha dovuto fermarsi e perdere un sacco di tempo ed energia per risistemarle e io mi sono sentito tutta una serie di bestemmie in russo quando poi ci ha raggiunto a C1.

Arrivati al BC, il tempo di versarci una tazza di the che arriva Nims a presentarsi con Alì e dopo i convenevoli ci chiede subito che tipo di lavoro avevamo fatto e quanta corda fissa ci fosse su ecc ecc. 

Di tutto questo lavoro fatto fin qua però Nims nel suo report non tiene conto. Non importa, noi due giorni di riposo e poi saremo pronti per l’attacco alla vetta. Concordiamo con Nims un giorno per partire per la cima che poi verrà spostato per due volte per beccare la finestra di tempo favorevole ma anche per venire incontro alle esigenze dell’acclimamento di Stefy. Comunque il giorno prefissato e definitivo è il 30 giugno. Arrivano anche a popolare il BC come ultimi ospiti lo spagnolo Sergi Mingote, l’italiano Mattia Conte e il brasiliano Moses. Mattia è il meno acclimatato dei tre, arrivando direttamente da Milano, quindi decide di non cercare di seguire tutti sulla vetta ma di seguire un suo ciclo di acclimatamento diverso, mentre Sergi e Moses esattamente un mese prima erano in cima al Lhotse, quindi possono permettersi di fare come gli sherpa, di partire subito per la cima.

Partiamo tutti il 30 giugno, gli sherpa a mezzanotte, Sergi e Moses alle 2:00, noi alle 4:00. Arriviamo per ultimi chiaramente e volutamente, e appena il tempo di montare la tenda, entrarci e fare un pisolino che Nims viene a bussare alla porta e vuole parlare con me. Ma perché tutti vogliono parlare con me penso, è Vitaly il capo spedizione. Comunque gli apro e mi dice che l’indomani noi dobbiamo aprire la traccia con tutti gli altri (Sergi, Moses, i Georgiani) che poi loro, gli sherpa, ci pensano loro da C3 in su e che devo portare pure su 150 mt di corda.

I russi lo mandano educatamente a cagare, mentre io, più diplomatico, gli spiego che l’indomani mattina dobbiamo fare delle riprese col drone ecc. e che poi volentieri avrei dato il mio contributo, partendo dopo ma con la traccia già fatta avrei raggiunto la testa del gruppo e avrei collaborato, solo che non avevo fatto i conti con lo zaino pesantissimo e che alla fine non mi ha permesso di raggiungere la testa del gruppo per quanto mi sforzassi, ma di rimanere sempre ad un tiro di corda di distanza, facendo sembrare da dietro che facessi melina e non volessi apposta raggiungere la testa del gruppo. Anton mi aveva anche detto di fregarmene e di non prendere la corda, che loro due di sicuro non la prendevano, ma io invece sono troppo buono e l’ho fatto per mantenere buoni rapporti.

Arrivati a C4 sono anche stato redarguito da Nims che non avevo fatto il mio dovere ecc. C’è mancato poco che non gli tirassi la sua cazzo di corda in faccia. Il giorno dopo, da C3 fino alla cima nulla da dire, hanno fatto un ottimo lavoro.

 Vitaly Lazo, selfie cima del Nanga Parbat

Cala Cimenti, selfie in cima sul Nanga Parbat

Per quanto riguarda i francesi loro hanno sempre giocato un po’ fuori dal gruppo, arrivavano dalla cima dello Spantik e dalla sua probabile prima discesa con gli sci, quindi erano già abbastanza acclimatati, poi hanno ultimato la loro fase di acclimamento sul ghiacciaio Diama, costeggiando tutto il versante Diamir e salendo sulle pendici del Nanga Parbat da un altro versante arrivando fino a quota 7400 alla ricerca di una possibile nuova linea di discesa che avrebbero anche trovato. Loro hanno dichiarato fin da subito che non avrebbero usato le corde fisse e così dicono di aver fatto, sollevando i dubbi di praticamente tutti al BC.

Avendo tempi diversi di acclimatamento non hanno aspettato la partenza comune ma sono partiti prima per il tentativo finale alla vetta dalla via Kinshofer. Il giorno che noi siamo partiti per il C2 loro stavano facendo il primo tentativo di cima e alle 19:00 stavano ancora salendo intorno a quota 7900 nella bufera. Racconteranno poi che sarebbero arrivati intorno a quota 8000 e scesi poi nella notte col brutto tempo e senza lampada frontale fino a C4, che trovare la tenda è stata un’impresa. Il giorno dopo hanno riposato e poi il giorno dopo hanno provato di nuovo, Boris è arrivato in cima e Tiphaine si è fermata a 7800 mt. Noi eravamo appena arrivati al C3 che li vedevamo scendere dal pendio sommitale. Il giorno dopo sono scesi fino al BC e noi li abbiamo incontrati sul traverso che porta al C4. In totale hanno passato ben 4 notti a 7200 mt. Che assi. Scendendo sotto C3 poi, per non togliere gli sci, hanno fatto una variante alla via di salita scendendo su lingue di neve in mezzo a paurose zone di ghiaccio blu. Onore al merito, sono stati bravi. Devo anche fare una correzione ad una mia insinuazione precedente in cui asserivo che avevano usato le corde fisse posizionate da noi, e quindi sfruttato il nostro lavoro senza contribuire neanche un minimo, ebbene ecco il chiarimento che abbiamo avuto direttamente su Messenger: 

Tiphaine Duperrier: Hi Cala! 

Thanks for your text, it’s very of you. I can certify that we didn’t use the fixed ropes after camp 2. 

We were roped together and protect ourselves on the ice wall. 

Was so painfull! 

For the descent, we’ve just hold on the rope for 100m. Was to icy to ski. 

Would be nice to talk in front of a beer as you said, then you are welcome in val d’Isère for à ski session 

Anyway, I wish you the best for the next part of your trip, I hope everything will be fine. 

Tiph

 

 sulla Kinshofer (ph Vitaly Lazo)

 

Alla fine di tutto questo penso che io ho scalato il Nanga Parbat con i miei compagni ed è stato grandioso, ho condiviso questo viaggio con vecchi amici come Sergi, con nuovi come Moses e Mattia, e perché no, anche con i georgiani, e poi ho avuto modo di conoscere Stefy, e questo fenomeno strano che è Nims, che diciamo che proprio alpinista non è, e poi ho riincontrato sherpa che già conoscevo e con cui abbiamo riso e scherzato. Del Nanga mi rimarranno emozioni forti e questa incredibile sciata sotto le stelle, Di quello che dicono gli altri o dei meriti che si prendono non me ne curo più di tanto.

 

2.Dal tuo primo racconto, sappiamo che hai compiuto circa 600 metri in discesa con gli sci (da 8060mt a circa 7400mt ?); per quanto riguarda il resto della Kinshofer, che tratti sei / siete riusciti a sciare ?

Abbiamo sciato da C4 fino a C3, poi senza sci fino a sotto il muro Kinshofer, quindi sotto C2 e poi di nuovo sciato fino alla fine della neve o del ghiaccio.

Vitaly Lazo , Nanga Parbat
  1. detto che una discesa integrale della Kinshofer è virtualmente impossibile, non fosse altro per il famoso tratto di muro verticale tra C1 e C2, sono molto curioso della linea che avevi immaginato a fianco o in prossimità del Mummery . E’ possibile, secondo te, con le giuste condizioni meteo, una discesa quasi integrale fino al ghiacciaio ?

Sì è possibile ed è già anche stata realizzata, ad esempio hanno sciato la via che Messner fece in salita in solitaria in cinque giorni. La linea che avevo preso in considerazione io purtroppo era per metà ricoperta di ghiaccio. Chissà, magari in futuro e con le giuste condizioni di innevamento qualcuno la farà. 

  1. Il vostro team mi è apparso molto affiatato e con uno spirito molto più sereno e scanzonato degli altri protagonisti sul Nanga ; avete affrontato momenti duri e drammatici assieme, non solo la gioia della vetta : come è andata con Vitaly e Anton , cosa ti rimane umanamente di questa esperienza durissima ?

Durante questa spedizione Mattwey, il cameraman che è rimasto al BC,  mi ha fatto un sacco di interviste e in una di quelle finali mi ha fatto più o meno la stessa domanda, e io ho risposto quasi di getto dicendo che prima eravamo una squadra (team), adesso siamo amici. Ci siamo incontrati ad Islamabad che quasi non ci conoscevamo, poi giorno dopo giorno ci siamo avvicinati sempre di più, io sono entrato nelle loro dinamiche di coppia già affiatata in montagna e loro hanno incominciato sempre più ad apprezzare le mie qualità. Alla fine siamo diventati molto di più che una squadra, amici appunto.

 

  1. non è un argomento semplice ma vorrei chiederti se hai percepito in qualche modo, a livello mentale o emozionale la presenza di Tomek Mackiewicz, di Daniele Nardi e Tom Ballard ; o se nei momenti drammatici, come la valanga che vi aveva quasi colpito, hai pensato ai rischi su un 8000mila come questo.

Quando scali un 8000 è inevitabile fare pensieri sulla morte, ho perso diversi amici sugli 8000, e più che la presenza di Tomek o Nardi, che non conoscevo, il mio pensiero, quando sono su questi colossi Himalayani, va a loro.

 

  1. So che non è affatto finita la tua esperienza in Pakistan : ci racconti del trekking e di cosa stai per affrontare, dopo le fatiche sulla parete Diamir ?

Ora mi sposterò nel Baltoro, dopo il trekking che mi porterà al campo base dei Gasherbrum, con un mio amico che mi raggiungerà dall’Italia, proverò a scalare e poi a scendere con gli sci una montagna ancora inviolata. Più bassa rispetto al Nanga Parbat, 6900 mt, ma sarà una spedizione diversa, con ancora il sapore dell’esplorazione e senza avere assolutamente la certezza della riuscita. In ogni caso la cosa più importante è sempre e solo una: tirare delle belle curve in alta quota, e poco importa chi ha posizionato le corde fisse e quanti metri..

 

 

 

 

 

 

          Tom Ballard e Daniele Nardi

fanatico
/fa’natiko/ [dal lat. fanatĭcus “ispirato”, der. di fanum “tempio”]  –  agg. [di persona che mostri eccessivo entusiasmo per la propria fede, le proprie convinzioni, e intolleranza verso qualsiasi altra posizione: un fanatico moralista]

 

Cronaca dei fatti sul Nanga Parbat


Daniele Nardi e Tom Ballard arrivano in Pakistan con l’obiettivo di scalare lo Sperone Mummery, che si erge come freccia puntata verso la cima del Nanga Parbat, sul versante Diamir – primo e dichiarato obiettivo dei due – e se possibile, proseguire fino alla vetta.

Il team, oltre ai due, comprende Rahmat Ullah Baig e Karim Hayat, esperti alpinisti pakistani con esperienza di alta quota. Entro la fine di Gennaio 2019, il team procede con buona lena fino alla base dello Sperone Mummery, a 5700 metri di quota, stabilendo 3 Campi (C1 deposito sui 4700mt, C2 sul ghiacciaio a 5200mt, C3 alla base dello zoccolo , 5700mt). Poi il maltempo ferma le operazioni , neve e valanghe si abbattono sul Nanga e seppelliscono C2 e C3 e i due pakistani, l’uno per problemi di salute, l’altro per timori della pericolosità delle valanghe, abbandonano la spedizione. 

Nardi e Ballard non demordono, si allenano al Campo Base sui grandi sassi con lunghe sessioni di drytooling, spalano in continuazione i Campi, perdono molto materiale tant’è che Nardi fa arrivare altri portatori per un rifornimento : nonostante sia ormai metà Febbraio, il morale e la determinazione dei due alpinisti rimangono alti.

Dopo la lunga sosta al Campo Base del Nanga Parbat per maltempo, si apre una finestra di tempo favorevole : Daniele Nardi e Tom Ballard partono il 22 Febbraio e si spingono fino a C2, posizionato sui 5200 metri.

Il 23 Febbraio, con zaini molto pesanti (in quanto il precedente C3 era andato distrutto dall’accumulo di neve da valanga) raggiungono e allestiscono C3 a 5700 metri, alla base dello Sperone. Riferiscono di essere un “pò stanchi”  , eppure riescono a salire 300 metri dello Sperone per allestire C4 , a 6000mt circa. Daniele Nardi riferisce che nevischia e c’è vento leggero, circa 20kmh con qualche piccola raffica oltre i 30kmh.

Sabato 24 Febbraio , verso le 15 ora pakistana, Daniele Nardi chiama la moglie col satellitare, riferendo di aver raggiunto 6300 metri, in stile leggero e di essere in discesa verso C4 , con meteo non buono : nebbia, nevischio e raffiche di vento. Annuncia alla moglie che la avrebbe richiamata una volta giunti a C4.

Alle 18:28 ora pakistana (le 14:28 italiane) Daniele Nardi  richiama, come promesso la moglie : “siamo a C4” [6000mt NdR] .Pochi minuti dopo, alle 18:35, la moglie di Daniele avvisa e conferma a Filippo Thiery  che i due sono a C4.

* Abbiamo evidenziato in neretto questa tempistica, perchè in tutti questi giorni abbiamo letto ipotesi diverse: i media hanno riportato che l’ultima comunicazione era avvenuta prima/durante la discesa da 6300mt a 6000mt *

E’ l’ultima comunicazione dei due.

Il giorno seguente lo staff di Nardi, dalla pagina Facebook che è canale primario della loro comunicazione – assieme ai rilanci de “Le Iene”,  popolare (e controverso, per il sensazionalismo che ne costituisce la cifra primaria) programma televisivo – annuncia che non vi è stato contatto con i due, “probabilmente per zona con assenza di campo” .

Cominciano, dietro le quinte, le preoccupazioni degli esperti : possibile che sia il satellitare che la radio in possesso dei 2 siano scariche o “senza campo” ?  Le fonti pakistane , tra cui Ali Saltoro, manager dell’agenzia in carico di logistica e addetti al Campo Base, è fiducioso che sia un problema di batterie scariche. 

Il 26 Febbraio mattina, si sparge una falsa voce che dice che i due stanno bene e sono a C4. Dopo frenetiche comunicazioni con le fonti pakistane, confuse e contradditorie, arriva la triste conferma che non c’è stato alcun contatto né visivo, causa nuvole sopra 5700 metri, né radio. 

Si cominciano ad attivare i soccorsi, coordinati dall’Ambasciatore italiano in Pakistan Stefano Pontecorvo.

Purtroppo, il 27 Febbraio, giorno in cui il tempo migliora decisamente, causa grandi tensioni militari a seguito dall’abbattimento di jet indiani su territorio pakistano conteso nelle zone del Kashmir, gli sforzi per un invio immediato degli elicotteri non hanno subito esito positivo. Muhammed Ali Sadpara, celebre alpinista pakistano, compagno di Nardi nelle due spedizioni al Nanga con Txikon, si offre immediatamente per andare a cercare i due, essendo vicino a Skardu ; così come i due ex compagni di Nardi e Ballard, Rahmat Baig e Karim Hayat.

Ed è così che il 28 Febbraio un elicottero riesce a sorvolare la zona dello Sperone, con a bordo Ali Sadpara, che riesce solamente ad avvistare la tenda al C3 semisepolta dalla neve ; tracce di valanghe nella zona, in più una ricognizione sulla via Kinshofer – nell’ipotesi che i due avessero progredito la scalata e fatto rientro dal plateau – non porta altro che all’avvistamento dei vecchi resti di una precedente spedizione.

Ali Sadpara e altri locali, una volta di ritorno al Campo Base, non avvistano null’altro che enormi valanghe che cadono dai seracchi sommitali all’uscita del Mummery.

 

Lo scenario diventa drammatico, e ormai si teme per la vita di Daniele Nardi e Tom Ballard.

E’ Marzo, sono passati oltre 5 giorni senza alcun avvistamento, nessuna pila frontale, nessun segno visibile sulla via che sale al centro della parete Diamir.

Alex Txikon e l’Operazione di Ricerca e Soccorso

Contemporaneamente, dal 28 Febbraio , al CB del K2, entrambe le spedizioni , in quel momento in pausa per il maltempo sul gigante del Karakorum, si offrono generosamente per un aiuto nella missione di Ricerca e Soccorso : dopo uno stallo dovuto al maltempo e a consultazioni tra famiglie, staff, Ambasciata e locali coinvolti la decisione è di chiedere l’intervento di Alex Txikon, unico ad avere droni capaci di una precisa ricognizione video, senza incorrere nei rischi di una ricerca su terreno pericoloso.

Si ripete lo scenario del 2018, quando il team di Urubko,Bielecki e soci abbandonò il K2 per soccorrere Elisabeth Revol e Tomek Mackiewitz, riuscendo a salvare la prima in un drammatico ed eroico soccorso.

Txikon non ci pensa un attimo ad abbandonare la sua spedizione al K2, lasciando gli Sherpa del suo team al Campo Base sul Baltoro e scegliendo il medico e i due fedeli compagni spagnoli nel team (operatore di droni e comunque alpinisti ), arriva dal K2, prelevato dagli elicotteri della Askari Aviation (ricordiamo che è un’agenzia che utilizza mezzi e piloti sotto controllo militare e a pagamento, parliamo di circa 50.000 dollari al giorno) e sorvola lo Sperone : nessuna traccia.

Viene scaricato a C1, per cominciare le operazioni di ricerca in loco e l’ispezione con i droni, che possono spingersi oltre i 6000 metri di altezza in totale sicurezza e con precisione di movimento , programmato con GPS ,etc.

foto Atta Ullah / drone per la ricerca Nardi e Ballard del team Txikon

I quattro spagnoli baschi, tra cui un dottore, non risparmiano forzi immensi salendo tra Campo Base e Campo 2 , in zona già pericolosa per gli scarichi, evitando valanghe e tracciando su terreno pieno di neve e infido di crepacci, sul ghiacciaio che si inerpica alla base dello Sperone .

Lo sforzo immane di Txikon e dei suoi, assieme agli alpinisti pakistani summenzionati, è più che generoso, commovente, rischioso, la comunicazione del team di Txikon sempre rispettosa, precisa e delicata verso le famiglie e chiara con i Media.

Lo spagnolo non si ritira quando è evidente che i due non torneranno vivi dalla montagna, non cede quando le evidenze di enormi valanghe suggeriscono che i due siano ormai sepolti e dispersi per sempre. Vuole dare una risposta alle famiglie, non vuole lasciare nulla di intentato .

Nonostante la lite e la rottura tra Txikon e Nardi nel 2016, con estromissione di quest’ultimo e l’entrata di Simone Moro e Tamara Lunger nel team composto da Txikon e Sadpara, in quella che si rivelerà la cordata che agguanterà la prima storica invernale del Nanga Parbat, nonostante tutto Alex Txikon è molto legato a Daniele Nardi ; questo suo mirabile sforzo, disperato ma determinatissimo, alla ricerca dei due alpinisti persi, è una sorta di catarsi, oltre a un obbligo morale che lo spagnolo già aveva dimostrato di seguire senza alcun dubbio, a costo della sua stessa spedizione, in passato. Inoltre, con Nardi nel 2015 sempre sul Nanga aveva raggiunto i 7800 metri, ad un “passo” dalla prima invernale lungo la via Kinshofer ; poi aveva compiuto una via incompiuta, parzialmente nuova e intensa su quella montagna pazzesca che è il Thalay Sagar nella sua parete Nord ; infine aveva passato due settimane di acclimatamento nelle Ande con Daniele, subito prima della spedizione – e la rottura dei rapporti tra i due – del 2016. 

E infine, il 5 e il 6 Marzo c’è il tragico epilogo, che ha un aspetto sorprendente e  terribile , in qualche modo epico: col telescopio Txikon avvista e riconosce i corpi di Nardi e Ballard, a 5900mt di quota, vicino al cosiddetto Campo 4; non sono quindi stati uccisi da una valanga, difficile anche immaginare una scarica di ghiaccio come causa dell’incidente fatale ; i loro corpi sono intonsi e visibili dopo oltre 1 settimana, poco distanziati, tra le rocce, con corde e tracce di materiali aggrovigliati e vicini ai corpi. Le immagini non sono chiare ma sono tremende, e i media non si risparmiano il triste banchetto finale di esposizione quasi oscena, ripetuta, condivisa fino alla nausea.

Le foto prese dal tele vengono inviate, via Ambasciata, alle famiglie, che compiono il triste e definitivo riconoscimento.

Il Team SAR guidato da Txikon

I rilanci dei Media e la reazione sui social

Non vogliamo spendere troppe parole per riassumere l’isteria e il frenetico accavallarsi di notizie ufficiose, ufficiali, non verificate ; si crea una gran confusione, anche gli esperti sono costretti a un lavoro di fact checking continuo; Anna Piunova, editor capo di mountain.ru ha fonti dirette nei soccorsi, alcune fonti pakistane sono estremamente confuse e non controllate , la narrazione dei fatti spesso contrasta, anticipa o è differente da quella , ufficiale, gestita dallo Staff di Daniele Nardi .

La notizia suscita grande clamore e va in prima pagina sui media mainstream, sui social accade uno scontro, accorrono orde di commentatori che seguono le stesse (orrende) dinamiche di giudizio sprezzante, di biasimo per gli alpinisti sconsiderati, e si accendono le tifoserie anche tra seguaci, più o meno attenti, dell’alpinismo.

Va detto che la scelta di Daniele Nardi, di instaurare un rapporto continuo di reportage video e news con “Le Iene”, drammaticamente rivela un effetto clamoroso di “backlash” : verrebbe da dire nomen omen (riferendosi alle…Iene ) , la massa in cerca di sensazionalismo e liti virtuali si affolla, in un bruttissimo spettacolo, nelle pagine social della suddetta trasmissione, per debordare – condivise, rilanciate, ribadite, travisate – con un eco enorme in tutto il mondo.

E naturalmente, sin dai primi giorni, quando ancora la speranza di trovare i due in vita era concreta, famosi alpinisti ed esperti vari rilasciano a catena, tra mezze smentite, risposte a terzi, etc., interviste, ipotesi tragiche, vere e proprie prese di posizione durissime sulla scelta di provare una via “quasi suicida”. Ma su questo torniamo dopo.

Ognuno dice la sua, diffamazioni, insulti, sberleffi, liti tra amici, indignazione da quattro soldi per i “soldi buttati via” per i soccorsi.

La figura di Daniele Nardi è in primo piano, d’altra parte lo scalatore romano ha sempre dovuto lottare per il riconoscimento del suo alpinismo, oggetto di critiche, figura istrionica e piena d’entusiasmo, tendeva a una certa drammatizzazione nei suoi racconti per le Iene ; saltano fuori tutte le vecchie polemiche con Moro, con Messner (vedi di seguito) . Tom Ballard, nonostante nell’ambiente sia considerato un fuoriclasse ed esperto su pareti difficili e pericolose sulle Alpi, viene marginalizzato – lui timido, introverso, riservato, schivo – e spesso ridotto al “giovane fuorviato” dal più esperto e abile Nardi in una impresa con incognite elevatissime su terreno a lui completamente sconosciuto.

Eppure, in tutto questo, succede anche un’altra cosa, degna di nota : una gran massa di persone finanziano il crowdfunding lanciato dalla famiglia e dagli amici di Ballard e Nardi, per le ingentissime spese degli elicotteri militari “a noleggio”. Vengono raccolti quasi 150.000 € in pochi giorni.  

Una volta avvistati e riconosciuti i corpi sulla parete, il finale e triste banchetto di sciacalli, di cui accennavamo prima, si compie, in improbabili analisi, impietose esposizioni di ipotesi più o meno macabre e ben poco rispettose del dolore e lutto terribile per le famiglie coinvolte, e presenti sui social.

Poi ci sono le prese di posizione dei grandi alpinisti, e nasce una contrapposizione che esula quasi dalla specificità della vicenda e dello scenario per “volare” sul terreno del cosa è possibile, cosa impossibile ora ma fattibile domani e cosa , invece, secondo alcuni, non andrebbe mai fatto né scelto da un’alpinista saggio, l’alpinista che vuole invecchiare ( citiamo il grandissimo Riccardo Cassin, praticamente: il grande alpinista è l’alpinista vecchio, e quindi vivo ).

E’ un capitolo a parte, che trattiamo di seguito, partendo dai due più famosi e autorevoli alpinisti italiani.

Le dure posizioni di Messner e Moro 

La posizione di Reinhold Messner sulla possibilità di scalare una via sullo Sperone Mummery era nota da qualche anno: in occasione di un incontro a Trento, affrontò piuttosto duramente Daniele Nardi, dicendogli :“salire sullo sperone Mummery non è un atto eroico, ma è stupidità”. Non arriva da nessuna parte, non è difficile ma il rischio non è gestibile ; è solo un imbuto di valanghe, in succo questa la sua posizione.

Va ricordato, a chi non conosce nei dettagli la storia personale del fuoriclasse altoatesino, che suo fratello Gunther fu ucciso da una valanga proprio al termine dello Sperone, già sul ghiacciaio , a quota 5500 metri circa, quasi al salvo dopo la incredibile scalata della parete Rupal col fratello, e la drammatica ritirata per la sconosciuta parete Diamir. Questa vicenda, nel 1970, segnò Messner per decenni, che fu travolto da polemiche. Messner è poi tornato per la sua celebre solitaria lungo una nuova via sul Diamir, che saliva a lato del Mummery ; infine, per recuperare i resti del fratello, restituiti dopo trent’anni dal Ghiacciaio, confermando finalmente la verità urlata e contestata da tanti.

Messner, nel corso delle ricerche sul Nanga, è ovviamente stato interpellato e ha rilasciato interviste, articoli sulla Gazzetta, il suo pensiero franco, duro e diretto: secondo lui, per quanto abbiamo compreso dalle parole pubblicate, Tom Ballard, fuoriclasse ma senza esperienza sulle grandi montagne oltre gli 8000 metri, è stato trascinato nell’ossessione senza senso di Daniele Nardi, “buon” alpinista ma secondo Messner artefice del quasi suicidio dei due, affrontando una via con troppi pericoli oggettivi e “che non portava da nessuna parte”.

Poi è stata la volta di Simone Moro , “Winter Maestro”, indubbiamente uno dei più grandi alpinisti  sugli 8000 , unico al mondo con ben 4 prime invernali .Da una prima dichiarazione di speranza e fiducia, presto confessa il timore per i due, dicendo che la sua sensazione e la logica dicevano che fossero morti sepolti da “tonnellate di ghiaccio e neve” , colti da una valanga.

Questo attorno alla fine di Febbraio e i primi di Marzo. 

Poi le polemiche sotto il suo profilo Facebook, con accuse risalenti agli screzi del 2016, vista anche la ricorrenza della Prima Invernale proprio sul Nanga, con diffamazioni vere e proprie, violente e categoriche affermazioni di disumanità e indelicatezza ; è comprensibile che l’alpinista ne rimanga molto amareggiato e innervosito ; Simone Moro però decide di chiarire, in modo ancora più netto e duro, se possibile, la sua posizione rilasciando una intervista al notissimo Desnivel , magazine spagnolo di alpinismo molto autorevole e serio , e sostanzialmente dice che Nardi è stato ossessionato da una via “quasi suicida”, “se in 125 anni nessuno l’ha affrontato e scalato c’è una ragione, è troppo rischioso”, “Messner ha scritto che [Nardi,NdR]si è suicidato.Ho scritto la stessa cosa di Messner, molte persone mi hanno chiamato e confessano che anche loro pensano la stessa cosa, ma la differenza è che io lo dico e gli altri lo pensano solamente”.

E anche il monito rivolto ai “giovani alpinisti”, dicendo in sostanza che la sua posizione scomoda era per lui necessaria come educazione a prendersi rischi si, ma non sfidando apertamente una via per lui nemmeno importante tecnicamente ma che è illogica e rappresenta praticamente una roulette russa.

Superarla “non porterebbe nulla alla storia dell’alpinismo”.

Simone Moro, in qualche modo, suggerisce che Tom Ballard si sia lasciato convincere a seguire un sogno non suo, senza consapevolezza diretta – a dire di Moro – che lo stesso bergamasco, “in quasi un anno al Nanga”, aveva sviluppato vedendo cadere valanghe colossali, continue, inesorabili, inevitabili lungo l’imbuto del Mummery.

Sempre su Desnivel, Simone Moro sottolinea che la speranza e l’invio di soccorsi a piedi è folle e che non dovrebbe succedere di mettere a rischio altre vite. “E’ ormai evidente che i due sono sepolti sotto tonnellate di ghiaccio”.

Simone Moro diventa il centro del dibattito “laterale”, mentre Alex Txikon è ancora impegnato duramente nelle operazioni “SAR” (Search and Rescue), escono interviste, rilanciate, modificate , mal titolate, e anche interventi televisivi, ulteriori precisazioni sui social : quasi come l’avesse previsto, arriva una tempesta su di lui, uno schieramento contrapposto di esperti e meno esperti d’accordo con la sua dura e razionale posizione e quelli che lo accusano di insensibilità, di supponenza, di inopportunità nel parlare di un’alpinista con cui ha sempre discusso e che apertamente non ha ritenuto degno di fiducia, fatto scritto nero su bianco dallo stesso Moro col libro sulla scalata invernale al Nanga Parbat.

E’ da notare che le violentissime accuse verso Moro sconfinano nella vera e propria diffamazione, nell’ingiusta valutazione di chissà quali invidie, in insinuazioni velenose su passato e presente, che scatenano – a nostro modo di vedere, e ne abbiamo anche brevemente discusso con lo stesso Moro, privatamente – una reazione comprensibile ma un po’ nervosa del bergamasco, fino al ritrovamento dei corpi dei due – che smentiscono tutte le ipotesi “altamente probabili” (che, a dir il vero, un po’ tutti gli esperti e meno esperti, compreso il dilettante che è il sottoscritto, avevano temuto) di valanga che li avesse spazzati via subito, la notte o al massimo il mattino dopo la scomparsa. Appare quasi certo che siano morti a breve distanza temporale dell’ultimo loro contatto del 24 Febbraio, ma non a causa di una valanga. Una caduta mentre allestivano o discendevano corde fisse, in zona C4, o il maltempo che li ha bloccati in discesa, portandoli alla morte per ipotermia , sono le ipotesi che trapelano anche da Alex Txikon. 

Simone Moro, una volta individuati i corpi dei due, rilascia  intervista al Corriere del Trentino che genera ancor più rumore, cortocircuito di interpretazioni e polemica, oltre ad essere rilanciata travisata o mal riassunta : apparentemente dichiara che “sta lavorando al recupero” delle salme, mettendosi a disposizione , “dopo un contatto” con lo Staff (o la famiglia?) di Nardi. Si scatenano nuove velenose accuse al bergamasco, poi la smentita di Moro : non ha preso alcuna iniziativa ma è in contatto con le famiglie di Nardi e Ballard e a domanda ha risposto che un recupero potrebbe essere possibile, e che lui si sarebbe messo a disposizione in caso fosse richiesto formalmente.

La polemica si chiude quando il padre di Tom Ballard esprime la chiara volontà di lasciare il figlio sulla montagna. Anche la famiglia di Daniele Nardi conferma la decisione : I corpi non verranno recuperati e rimarranno per sempre sul Nanga Parbat.

Della possibilità  di una via lungo lo Sperone Mummery

EDIT IMPORTANTE : Eross Zsolt , scalatore ungherese, è riuscito a scalare molto vicino, e in parte lungo lo Sperone Mummery, fino alla vetta e ridiscendere senza conseguenze (vedi Editor Note. Grazie a Rodolphe Popier, 8000ers.com e Philippe Poulet ).  Di questa scalata in solitaria, incomprensibilmente dimenticata e poco conosciuta, stiamo cercando di raccogliere maggiori dettagli. Ma la notizia è interessante . E confermata nelle statistiche di 8000ers.com !

ipotetico percorso via sperone mummery nanga parbat

Dichiaro subito che sono rimasto perplesso dal tono e dalla tempistica delle dichiarazioni  – che ovviamente hanno guadagnato i titoli e l’attenzione dei media e dei social – sia di Reinhold Messner che di Simone Moro . 

L’autorevolezza dei due, la loro conoscenza diretta del Nanga Parbat, la loro infinita esperienza,  non possono però costituire argomenti utilizzati per stroncare una discussione sul merito delle loro posizioni.

In particolare, di Reinhold Messner non condivido minimamente l’affermazione, ripetuta, che Tom Ballard sia stato “trascinato” in un’avventura al limite del suicidio perchè “senza esperienza di 8000” . Se questo ultimo punto è vero, Messner non cita i due mesi passati dal duo in Pakistan sul Link Sar. In più, sta parlando di quello che lui stesso aveva visto come “futuro luminoso dell’alpinismo”, un uomo di 30 anni con un curriculum impressionante, non di un ingenuo sognatore, incapace di valutare i rischi. Ricordiamo che Tom Ballard aveva perso suo madre, sul K2.

Ritengo che il tempismo di queste dichiarazioni, sia stato, tra le altre perplessità, il punto più critico e discutibile.

Per quanto riguarda la posizione di Simone Moro, un punto che non ho capito né condiviso è il dichiarato  intento “educativo” verso “i giovani alpinisti” , il suo volerli mettere in guardia dal trattare Nardi e Ballard come “esempio” ;il suo timore che il clamore e il trattarli da “eroi” potesse spingere altri .

Mi chiedo: quanti e quali giovani alpinisti, senza esperienza, verrebbero spinti al provare il Mummery , sulla base della narrazione dei media o dello stesso Nardi, avvenuta nel passato ? Leggendone sui social, poi ? Siamo sicuri che fosse necessario dirlo durante le ricerche ?  

Infine il dubbio che esprime il sottoscritto ( in compagnia di altri, ben più esperti e titolati – vedi più avanti) è innanzitutto che quella via non sia “quasi suicida”, e che il giudizio – pur competente ed esperto , motivato, razionale, condivisibile per certi versi  –  sia in contrasto con alcune delle stesse esperienze passate dai due e in generale con molte imprese allora definite suicide o impossibili .

Il rischio – e la scala soggettiva adottata da alpinisti molto differenti tra loro – può certamente essere in qualche modo misurato, ma affermare che se il Mummery non è stato mai scalato in 125 anni c’è una ragione ed è che è solo azzardo e spinta a un quasi sicuro suicidio, e che se nessuno a parte Nardi l’ha voluto affrontare è perchè NON va tentato perchè è una sfida folle e sostanzialmente inutile,  è un’opinione, non una certezza supportata da dati oggettivi, numerici, osservazioni, eccetera. 

Non riesco ad essere d’accordo anche quando Moro definisce una possibile via sul Mummery “nulla che porterebbe valore aggiunto alla storia dell’alpinismo”.

Tra parentesi – e attenzione, non c’entra nulla Simone – è parecchio circolata , in molti degli articoli letti sui media, la frase “d’altra parte il Mummery ha ucciso tutti quelli che ci hanno provato” – e di questo, ahimè, proprio Le Iene e Nardi, nelle presentazioni video sensazionalistiche hanno avuto un ruolo.

Ma questa è un’affermazione assurda, perchè nessuno (e vedremo più avanti i dettagli) lo ha mai veramente affrontato in scalata – a parte Nardi, Revol, Ballard – e l’unico morto nelle statistiche conosciute, prima della tragedia di questi giorni, era stato Gunther Messner in discesa sulla via. Alla base del Mummery, non sul Mummery. E in condizioni spaventose, con i due ai limiti delle allucinazioni, provatissimi, senza acqua cibo e da giorni sulla montagna.

 

La stessa testimonianza di Alex Txikon, la più autorevole e diretta, dopo i lunghissimi giorni di osservazione e studio via drone nei giorni di Soccorso, via terra, via telescopi è che la via scelta dai due fosse “molto intelligente“, “più sicura di quanto si potesse credere”, e che la zona veramente critica per le valanghe era quella tra C1 e C3. Come sempre sostenuto da Nardi, che dopo anni di studio e assalto a quello Sperone, fatti di osservazioni continue, di ritiri, di tentativi e consultazioni col suo esperto meteorologo e fidato amico Filippo Thiery, aveva sempre detto che sopra i 6400 metri , i pericoli oggettivi per i seracchi potevano essere evitati, in grande parte. E aveva già dimostrato di sapersi ritirare, o di non tentare quando le condizioni apparenti erano di bel tempo. Su questo consiglio la lettura della toccante lettera che Filippo Thiery ha voluto scrivere, idealmente, all’amico scomparso.

Del Rischio e dell’ Azzardo : un dibattito aperto per tutti gli Alpinismi 

Il dibattito su rischio e azzardo, esulando da questa vicenda e dal suo tragico epilogo, potrebbe essere molto interessante ma va affrontato senza timore reverenziale e affrontando una centrale questione nell’Alpinismo, da sempre: come definire il confine tra rischio, e sua gestione più o meno oculata, razionale e basata il più possibile su dati oggettivi, e l’azzardo ? Come vanno considerati fattori quali l’intuito e la predisposizione personale di ogni alpinista ?

Come poter stabilire criteri il più possibile oggettivi, anche a fronte di personalità alpinistiche così diverse – grazie al cielo ! – tra loro ?

Qualcuno rimproverava, alla luce del Sole e prendendo posizioni così nette, uno come Ueli Steck, che affrontava in velocità, in solitaria , quasi sempre senza protezioni, pareti spaventose e oggettivamente rischiosissime (come la Sud dell’Annapurna , ad esempio ) ? 

Lo stesso Simone Moro, quando affrontò con Boukreev l’Annapurna salvandosi per miracolo, o più recentemente il Gasherbrum II con Urubko e Richards utilizzando una finestra brevissima di bel tempo, sottoponendosi a un rischio elevato nella discesa velocissima e nel whiteout, con problemi a ritrovare la traccia, e con tanto di valanga che rischiò di ammazzarli tutti, esattamente in una zona conosciuta per la pericolosità dello scarico di valanghe , avrebbe dovuto essere criticato per l’azzardo ? 

Riguardo al Valore di una scalata per la quale si assume un certo rischio, ad esempio : cosa porterebbe di più , alla Storia dell’Alpinismo, il ripetere la via normale sul K2, con corde fisse, in invernale , visti i succitati rischi oggettivi e visto che l’unico fattore “aggiunto” sarebbe il…periodo invernale, per completare la “sfida” ?

Al sottoscritto è evidente che sarebbe comunque un fatto storico . Ogni nuova via su un 8000, di per sé, brutta o bella, rischiosa o meno, rappresenta un evidente e tautologico nuovo fatto storico. Senza giudizio sulla qualità della stessa, sia chiaro.

Non credo si possa , secondo me, fissare alcun criterio dogmatico nel definire la “storicità” di un evento ancora non verificato.

E nell’alpinismo, i primi che scalano un 8000 per una via nuova , che fosse considerata pericolosissima o meno, sono entrati nella Storia. Anche quelli che sono morti nel tentativo: attenzione, non è entrare in un Pantheon, non è un elogiare postumo, è un fatto che rilevo, anche solo riaprendo i tanti libri di Alpinismo storico degli anni passati .

A Reinhold Messner , con il massimo rispetto e stima infinita, farei qualche domanda sulle sue posizioni così nette.

Quando, sotto la enorme e “terribile” parete Sud del Dhaulagiri, decise di “girare i tacchi”, perchè il suo istinto glielo suggeriva, perchè dichiarò che sarebbe stato un suicidio visto il continuo bombardamento di valanghe lungo tutti i suoi canali ?  Come mai si presentò personalmente in Slovenia, in aeroporto, ad accogliere e celebrare Tomaz Humar che per primo, in solitaria, l’aveva scalata quasi nella sua interezza ? Perchè allora celebrare un potenziale suicida ? Perchè era sopravvissuto e ce l’aveva fatta ? 

Quando ti accusavano di essere un pazzo suicida, perchè arrampicavi senza protezione su pareti con roccia non certo stabilissima (Dolomiti) , oppure quando l’intera comunità scientifica e alpinistica ti irridevano per voler tentare l’Everest senza ossigeno ? 

Sono domande e riflessioni ovviamente retoriche,  provocatorie,  NON accuse  ! 

Vogliono solo suggerire, con esempi (e ce ne sarebbero tantissimi, nella Storia dell’Alpinismo ) una serie di dubbi, rilevare qualche contraddizione al giudizio severo, senza appello, al sogno e alla visione che Daniele Nardi con Tom Ballard hanno perseguito al centro della parete Diamir. 

Piccola rassegna stampa

Una interessante riflessione è stata fatta, in questo senso, da Enrico Martinet, storico giornalista di alpinismo della Stampa.

Alessandro Gogna ha pubblicato sul suo blog questi altri due articoli, sulla vicenda.

Una intervista a Romano Benet e Nives Meroi sulla vicenda.

Una toccante riflessione di Elisabeth Revol, compagna di Daniele sullo Sperone nel 2013.

Daniele Nardi e Tom Ballard

Daniele Nardi era nato 42 anni fa a Sezze, provincia romana. Aveva scalato l’Everest con l’ossigeno da Nord, il Nanga Parbat, il Broad Peak, la centrale dello Shisha Pangma e il K2 senza ossigeno (leader della spedizione del 2007). L’Aconcagua . Aveva aperto una via (Telegraph Road) sul Farol West (6340 mt) con Lorenzo Angelozzi, e una cima inviolata di circa 6000 mt in Pakistan. Sul Baghirathi III ,assieme a Roberto Delle Monache, apre una nuova via, incompiuta, di oltre 1200 metri.  Sul Nanga Parbat tenta lo Sperone Mummery in solitaria, poi con Elisabeth Revol nel 2013 ; come già detto in precedenza, si aggrega a Txikon e Sadpara e arriva a 7800 metri sulla Kinshofer nel 2015. Nel 2016, con lo stesso team, ha prima un incidente con Adam Bielecki, che si era momentaneamente aggregato e che viene salvato dopo 60 metri di scivolata sul ripido pendio ghiacciato tra C1 e C2 dallo stesso Nardi ; poi cade sul muro Kinshofer per 10 metri, senza conseguenze fisiche : una volta che Moro e Tamara Lunger si aggregano, su invito di Txikon, avviene una rottura dei rapporti di fiducia del romano con tutti, che portano al suo ritiro dalla spedizione. Nel 2017 effettua da leader una spedizione in Pakistan, “Trans Limes”, con Tom Ballard e altri alpinisti, tentando il Link Sar (un 7000 ) per la inviolata parete Nord Est (vedi sotto).

Tom Ballard , figlio di Alison Hargreaves, la grande scalatrice inglese, prima sull’Everest senza supporto e ossigeno, poi morta in discesa sul K2, dopo averlo scalato senza ossigeno, aveva 30 anni. Cresciuto negli ambienti di arrampicata scozzesi e britannici, era poi esploso come fuoriclasse sulle Alpi e sulle Dolomiti, completando l’incredibile sestetto di Pareti Nord in solitaria, in una sola stagione : quella invernale. Aveva ripetuto centinaia di vie difficili, e in più era ai massimi livelli mondiali di dry tooling, disciplina relativamente recente, che utilizza ramponi e piccozza su vie di roccia di difficoltà estrema. Ne aveva disegnate alcune tra le più difficili e celebrate al mondo. 

Con Daniele Nardi – e questa spedizione, incredibilmente, è stata pochissimo citata e considerata nel dibattito durante la loro scomparsa – aveva tentato una nuova via a un settemila remoto e inviolato, il Link Sar (sulla parete opposta, c’era contemporaneamente il team del grande Steve Swanson, leggendario alpinista americano ; Nardi, una volta saputo della presenza degli americani, e dopo averli cordialmente incontrati con Tom, aveva volto il suo sguardo alla parete Est ) . I due, dopo aver aperto una via di allenamento, eppur lunga centinaia di metri su una stupefacente cima innominata, avevano lottato giorni per aprire oltre 1400 metri di sviluppo verticale di una via tra il difficile ghiacciaio che portava al muro finale, dai 5900 metri fino in cima, di verticalità , granito e ghiacci. Le valanghe e il maltempo avevano interrotto il tentativo dei due a poco più di 6100 metri.

Una esperienza che aveva comunque cementato una grande intesa tra i due, così differenti sia caratterialmente che tecnicamente. La prova generale, qualcuno ha scritto, del team per provare lo Sperone.

Ed è Tom Ballard, anche in una intervista rilasciata al TG3 e rilanciata in questi giorni, che parlava della sua libera e convinta scelta di provare il Mummery: “Daniele, se parti e fai la spedizione, io ci sono: proviamo !”

Fonti e ringraziamenti

Anna Piunova , capo redattore mountain.ru su profilo Facebook 

Elena Laletina, editor russianclimb.com , profilo Facebook

Alessandro Filippini , profilo Facebook, Gazzetta Dello Sport e blog

Reinhold Messner, Gazzetta Dello Sport 

Mohammad Ali Saltoro, Atta Ullah, Karim Hayat (dal Pakistan )

Daniele Nardi , Simone Moro, Alex Txikon, profili Facebook 

 Filippo Thiery  , profilo Facebook 

8000ers,com grazie al genio di Eberhard per le statistiche e tutto , Rodolphe Popier Himalayan DB 

Si ringraziano Karim Hayat, Ali Saltoro, Emilio Previtali, Simone Moro, Alessandro Filippini, Filippo Thiery ,Rodolphe Popier, Philippe Poulet , Manu Rivaud , Anna Piunova, Elena Laletina , Luca Calvi , Filippo Goria, per i suggerimenti, le discussioni, lo scambio di informazioni

Un particolare ringraziamento va ad Alessandro Gogna per i preziosi consigli e il supporto morale.

Questo articolo è anche su http://www.sherpa-gate.com 

 

K2 : un Fortino per Txikon, i rinforzi per i Russi e l’attesa del bel tempo

Le due spedizioni presenti sul K2 non hanno alcun tipo di contatto umano né di scambio tecnico. Un vero peccato ma era prevedibile.

Le differenze abissali di strategia, oltre che quelle culturali e personali, si sono ampiamente manifestate negli ultimi 20 giorni , in cui l’azione sulla montagna si è ridotta ai minimi per il continuo maltempo .

Tuttavia, i russi-kirghizi-kazakhi  hanno continuato numerose rotazioni tra Campo Base, Base Avanzato e fino a Campo 2, portando materiali e mantenendo un minimo livello di acclimatazione ; inoltre, a differenza di Txikon, hanno già praticamente superato la Piramide Nera e hanno il materiale pronto per allestire i Campi superiori, il C3 a circa 7300 metri e il C4 sulla spalla, a 7950 metri circa.

piramide nera, foto del team russo

Alex Txikon ha scelto rigorosamente di non muoversi, e di non far muovere nessuno dei suoi Sherpa, anche in presenza di maltempo moderato. La sua strategia è “risparmiare energie solo per quando ci sarà bel tempo”. Nel frattempo, si è tenuto occupato allestendo un “muro” di ghiaccio, sul principio già usato per costruirsi gli igloo, per proteggere le tende dai forti venti previsti negli ultimi giorni ; l’effetto visivo..è quello di un fortino militare ! 

muro costruito al CB dal team di Txikon

Il team dei russi-kirghizi-kazakhi guidati da Braun e Plivstov è rimasto sempre in azione, anche se ovviamente ridotta, dopo il 1 Febbraio, data in cui il team era sceso dai 7200 metri della Piramide Nera ; in questi 20 giorni, sono state compiute rotazioni fino a C1 e una puntata a C2, inoltre sono arrivati 3 alpinisti kazakhi in questi giorni , grazie a una tardiva sponsorizzazione.

In una interessante intervista rilasciata a Wspinaie.pl , il grande alpinista polacco Leszek Cichy , esperto geodesista e protagonista , tra le altre, della prima invernale all’Everest con Krzysztof Wielicki  nel 1980, esprime le sue considerazioni sulle strategie dei team, sul terreno che li aspetta tra la Piramide Nera (da lui affrontata nell’inverno 1987-88) e la vetta del K2 in modo molto diretto:

” la Piramide Nera non presenta grosse difficoltà tecniche ma è lunga, paragonato ai Tatra direi un III/IV grado, inoltre sono presenti tante corde, non particolarmente rovinate vista l’esposizione e la zona rocciosa, che permettono una progressione abbastanza veloce in buone condizioni” 

 zona piramide nera, foto del team russo

“…il vero problema sarà nella zona tra C3, al termine della Piramide Nera e la spalla : sono circa 700-800 metri di percorso che, dagli schizzi e dai racconti di Denis Urubko nell’ultimo tentativo ha affrontato un breve tratto, sono notevolmente crepacciati e pericolosi; dipenderà dalla presenza di neve o ghiaccio, potrebbe essere faticoso trovare il giusto percorso”

Sull’acclimatazione: “i russi , se pensano di salire entro la fine di Febbraio – che ritengono la vera fine dell’inverno – hanno bisogno di dormire almeno una notte oltre i 7000 metri , poi tornare giù. Non c’è molto tempo rimasto”.

Ma è parlando di Alex Txikon che Cichy si fa sferzante : “le sue due spedizioni all’Everest e quello che ha fatto finora al K2, cioè rimanere quasi sempre al Campo Base, dimostrano che sbaglia qualcosa, che sia logistica, strategica . Non è affatto preparato, non è mai riuscito a salire nemmeno la Sella Sud [..] non ha alcuna acclimatazione, che si ha solo compiendo sforzi attivi. E mettere le corde fisse parallele è stato folle”.

Anche Denis Urubko si è espresso in modo simile, ed è convinto che nessuno dei 2 team riuscirà a salire entro il 28 Febbraio, fine dell’Inverno per l’alpinista di origine kazaka. Nell’intervista appena rilasciata, Denis ha affermato di essere piuttosto stanco di spedizioni, e di prevederne una al Gasherbrum II questa Estate per fare una nuova via, una al Broad Peak in inverno e tra 2 anni quella decisiva al K2 invernale , prima di ritirarsi.

“Il buon alpinista è il vecchio alpinista” , ha affermato Urubko , che in questo inverno si è perfezionato su roccia in Patagonia con la compagna Pipi Cardell.

Nei prossimi giorni è prevista una clamorosa finestra piuttosto lunga di bel tempo, tutta da confermare – i modelli meteorologici oltre i 3 giorni sono sempre imperfetti – sia sul K2 che sul Nanga, e presto vedremo se ci sono minime possibilità di riuscita da parte di uno dei team presenti..

 Nanga Parbat : neve, neve e ancora neve

Un breve aggiornamento dal Nanga Parbat: Daniele Nardi e Tom Ballard sono praticamente fermi da oltre 2 settimane al Campo Base, salvo una puntata al C2 (5700 metri), per disseppellire il sacco con il materiale.

                  verso c2 foto Nardi

Al Nanga la quantità caduta di neve è stata notevole , anche se normale per la stagione ; soprattutto, nelle brevi finestre di bel tempo, i due non hanno potuto muoversi granchè per le valanghe conseguenti agli accumuli, molto pericolose proprio nella zona del C2-C3 , alla base dello Sperone.

Nel frattempo sono giunti portatori con scorte di cibo e materiale tecnico, nella speranza di poter salire lo Sperone Mummery in velocità durante una finestra di bel tempo. 

                       tom ballard foto Nardi

L’acclimatamento è ormai perso, anche se i 2 si mantengono molto positivi e attivi al Campo Base, dove Nardi e Ballard si allenano spesso in drytooling su massi da Boulder e ultimamente Tom Ballard in una bella discesa in sci da un canalone laterale del Nanga.

Tom Ballard si è espresso così :

“questa spedizione sembra sempre più una bella vacanza. Stiamo bene al Campo Base, troviamo sempre nuovi problemi di drytooling sui massi attorno, e ultimamente mi sono molto divertito a sciare su magnifica neve…”

Anche per loro, l’attesa di una finestra abbastanza lunga di bel tempo è il sogno del momento…

 

 

K2

Come previsto e scritto nell’aggiornamento precedente, la spedizione di Alex Txikon si è accodata al team russo-kirghiso-kazako sullo Sperone degli Abruzzi.

Nonostante Txikon avesse scritto chiaramente che sarebbe tornato a verificare la parete Est (e la via degli Americani) , il giorno dopo i fatti hanno mostrato che aveva già deciso di non tornarci, e improvvisamente il basco ha dichiarato “che la montagna scaricava tutto lo scaricabile su quel versante [Est,ndR] e che il traverso [per ricongiungersi agli Abruzzi, sopra i 7500] era troppo pericoloso” . 

La squadra di sherpa di Alex, e Alex stesso, hanno attrezzato fino a oltre Campo 1, parallelamente alle corde già installate dall’altro team . I russi hanno già attrezzato fino ai 6500 metri, all’inizio del famoso e tecnico Camino Bill . 

Entrambi hanno dormito a C1, vedremo oggi le condizioni del…traffico sulla via .

K2, in parete verso C2,team russo-kazako-kirghiso

Al momento, leggendo “in controluce” le dichiarazioni, non si intravedono grandi possibilità che i team uniscano gli sforzi sulla “Normale” del K2: sarebbe stato auspicabile, un allestimento massiccio di corde non aiuta certamente una progressione facile tuttavia crediamo e speriamo in un patto tra i due capispedizione per non ostacolarsi a vicenda, nel proseguire sulla Via – soprattutto sul Camino Bill e la “piramide nera”  e verso i 7200 metri di Campo 3, che non dispone di grandi spazi .

*** Aggiornamento 13:53 GMT + 1 Waldemar Kowalewski, membro della squadra di Txikon, si è fatto male a causa di una caduta mentre portava un carico pesante sui 6000mt. Durante il ritiro a , è caduto nuovamente e si è perso sul ghiacciaio prima di raggiungere il Campo Base, al buio. Alex è riuscito a contattarlo via radio, inviando aiuto; ora è a Campo base, in attesa di essere portato via in elicottero : per lui la spedizione è finita .

Manaslu

Situazione veramente difficile, per Simone Moro, Pemba Sherpa e i 2 cuochi assistenti al Campo Base del Manaslu.

Una eccezionale precipitazione di neve ha letteralmente sepolto le tende degli alpinisti, costringendo gli stessi a smontarle e ripararsi tutti nella grande tenda cucina, turnandosi in continuazione per spalare l’accumulo terrificante – “Situazione terribile[..]Cazzo, 6 metri di neve !” le comprensibili parole di Simone, che prosegue :

“Si rompesse la tenda cucina saremmo davvero fottuti. Gas e benzina ci bastano per 6 giorni, il cibo per qualche giorno in più. Qui è un oceano di neve in movimento, valanghe gigantesche ovunque. Il Campo Base è stato saggiamente posizionato su un cocuzzolo, ventoso ma super sicuro”

                   neve al Manaslu (Moro)

Nanga Parbat

Situazione altrettanto problematica per il team di Daniele Nardi. Daniele e Tom Ballard sono saliti fino al Campo 2, hanno dormito lì circondati da valanghe spaventose, passate fortunatamente a lato ; hanno proceduto fino al C1, scrive Daniele, con una fatica enorme causa tantissima neve ; inoltre al C2 una tenda, con molto materiale e i ramponi di Karim Hayat, è sparita ; Rahmat Baig è praticamente fuori gioco, è dovuto scendere a Gilgit per curare con antibiotici i problemi alla gola ma non è guarito .

In aggiunta, Karim ha dichiarato “che non vuole morire in questa montagna” .

nanga parbat c3 5700mt (Daniele Nardi)

Appare certa, quindi, la defezione dei 2 pakistani dalla spedizione.Infatti, Daniele ha scritto

“ho la sensazione che ci basterà una sola tenda, d’ora in poi”.

Daniele e Tom non mollano e procederanno a verificare le condizioni di C3, ma non dormiranno causa altissima probabilità di valanghe.

Purtroppo, nella tenda perduta, c’era molto materiale importante per la scalata…

K2 

La spedizione russo-kazako-kirghisa , sotto la direzione di Vassily Pivtsov, è arrivata al Campo Base del K2 il 14 gennaio .

Il 19 gennaio il team ha montato il C1 a circa 5900mt .

 

K2, C1 team russo-kazako-kirghiso (Pivtsov)

in questi giorni, prima del maltempo, il team ha attrezzato corde fisse fino a 6300 mt , poco prima del previsto C2. I forti alpinisti hanno lavorato in non certo ottimali condizioni meteo , dimostrando una forte determinazione.

K2, in parete verso C2,team russo-kazako-kirghiso (Pivtsov)

Non si può certo dire lo stesso del team capitanato da Alex Txikon, arrivato poco dopo i russi e che è stato impegnato, praticamente, a costruirsi 2 igloo a campo base, brillante intuizione del basco , che ha descritto la gioia nel dormire serenamente e con solo -5°C , ma soprattutto con silenzio e asciutto, all’interno della costruzione tradizionale esquimese.

K2, igloo della spedizione di Alex Txikon

Oggi giunge notizia che Alex Txikon e soci, finalmente,  si recano al CB avanzato , per procedere a una ricognizione della Parete Est – esattamente un anno fa, Denis Urubko, descriveva entusiasta la possibilità di salire un contrafforte laterale della inviolata Parete (eccettuata la via di cresta, però esposta al temibile jetstream) . Il basco scrive che “non esclude ancora” lo Sperone Abruzzi, confermando la sua geniale capacità e intuizione nella diplomazia con le altre spedizioni e sfruttare, a suo favore, la presenza di un team che ha già allestito le corde e il tracciato praticamente fino a C2. 

Dobbiamo notare che è trascorso un mese abbondante e che il team di Txikon non ha alcun tipo di acclimatazione e non ha alcuna idea , neppur minima, di cosa trovare sul versante Est ; molti affermano che i tempi fossero una decisione nota, obiettivo  “lavorare” duramente con l’obiettivo di salire in Marzo,  tuttavia chi scrive è convinto che presto, Alex Txikon annuncerà l’unione delle forze col team russo-kazako-khirghiso sullo Sperone Abruzzi.

K2, i 2 igloo della spedizione di Alex Txikon

Nanga Parbat 

Il team di Daniele Nardi – il romano, Tom Ballard e i pakistani Rahmat Baig e Karim Hayat – è in procinto di riprendere l’esplorazione sulla nuova via lungo lo Sperone Mummery, dopo alcuni giorni di intensa nevicata . Da ieri, col miglioramento del tempo, la parete dovrebbe aver cominciato a scaricare.

Nanga Parbat,dopo la nevicata verso C1

Daniele Nardi ha approfittato della pausa per prendere lezioni di drytooling dal fuoriclasse della disciplina, Tom Ballard.

Nanga Parbat , drytooling a Campo Base

Daniele Nardi ha parlato, sul suo Diario Spedizione inviato via newsletter e web, della progressione fino a 6200mt sullo Sperone Mummery, raccontando del suo desiderio di ritrovare il “messaggio in bottiglia” che lasciò nel tentativo in solitaria qualche anno fa, contenente la famosa frase di Mummery , riadattata : 

“impossible by fair means, alone in winter “

                                                                          

                                                                                         Nanga Parbat C3 5700mt

Le immagini del tentativo sono impressionanti, lo Sperone è ghiacciato e tecnico ; la maggiore preoccupazione del team sarà trovare un punto adatto per installare il Campo “C4” , a metà sperone , e che sarà decisivo nella strategia di scalata del team. Infatti, superato lo Sperone alla quota circa di 6700 metri, c’è l’enorme Basin, nel punto di uscita dal Mummery in pendenza, vera incognita in termini di possibili crepacci verso il trapezio sommitale . 

Nanga parbat sperone Mummery (Daniele Nardi)

 

Nanga Parbat sperone Mummery (Daniele Nardi tom Ballard)

Le grandi incognite per il team sono inoltre rappresentate dalla posizione problematica del C3, alla base del Mummery e dove c’è materiale per la parete, soggetto a scariche di neve , e dal ritrovamento del sacco con materiale lasciato prima del maltempo, a quota 6200mt.  In realtà lo Sperone Mummery è stato “appena assaggiato”, dubitiamo alquanto che , per quanto forti assieme, il team possa trovare una chiave in stile alpino puro. La strategia che crediamo Nardi abbia in testa, prevede comunque l’allestimento di almeno 2 altri piccoli “Campi” (una tenda ) fino ai 6700mt : dopo , è tutto “hic sunt leones”

Manaslu

Simone Moro e Pemba Galjie Sherpa hanno raggiunto quota 6400mt , poco sotto C2, prima della brutta sorpresa di trovare un largo crepaccio che impedisce, senza scaletta metallica, di proseguire. Rientrati al CB, da giorni il duo è costretto in tenda e a spalare, causa nevicata notevole, come già capitò nella spedizione con Tamara Lunger. 1,5 Metri di neve accumulata.

                                                                                      Manaslu, CB dopo la nevicata

Il meteorologo di fiducia di Simone, Karl Gabl, ha previsto un miglioramento in questi giorni, il duo conta di muoversi per verificare le possibilità, intraviste da Simone, nel trovare una variante che permetta di evitare i grossi crepacci che sbarrano la via normale verso la vetta del Manaslu.

 

Manaslu, C1 (Simone Moro)

Impressionanti e suggestive le immagini della via tra C1 e C2, che mostrano le difficoltà e i pericoli oggettivi notevoli lungo il percorso a cavallo tra i 6000 e i 6400 metri circa . Anche quest’anno, il Manaslu si dimostra veramente ostico per la quantità enorme di nevicate che si accumulano, che vanificano in modo drastico gli sforzi di un tentativo in stile alpino. Vedremo…

Manaslu, seracco, verso c2 (Simone Moro)
Manaslu, verso c2,crepaccio (Simone Moro)