storia di una valle nascosta del Karakorum circondata da splendide pareti di granito

di Matteo Bedendo – alpinista, fotografo / edit Federico Bernardi per MontagnaMagica

Il Karakorum, alpinisticamente parlando, nell’immaginario collettivo , è spesso associato alle grandi vette che si ergono lungo il Ghiacciaio Baltoro, teatro di epiche spedizioni e scalate sin dall’inizio del 1900.

Il K2, i Gasherbrums, il Broad Peak, il Chogolisa e le Trango Towers , il Laila Peak : le montagne che richiamano alla mente grandi sfide del passato e del presente.

Eppure il Karakorum include decine di vallate più nascoste e meno conosciute, meno accessibili ma con vallate, ghiacciai, montagne e pareti di granito di straordinaria bellezza e potenzialità alpinistica, di altezze comprese tra i 4500 metri e gli oltre 7000, che riservano – ai pochi che vi si avventurano – emozioni e ricchezza di possibilità di esplorazione praticamente inesauribili.

Matteo Bedendo, un giovane e talentuoso fotografo e alpinista, ha esplorato, fotografato e scritto di uno di questi luoghi, nel 2016 : la Nangma Valley, situata a circa 50 km a sud e parallela al grande ghiacciaio del Baltoro e del K2.

Vi proponiamo di seguito il suo straordinario report storico e in calce all’articolo la gallery fotografica.

                                                  Nangma Valley – segnaposto sulla cima Amin Brakk (Google Maps)

La scorsa estate ho avuto il privilegio di fotografare la valle più sorprendente che abbia mai visto.

La valle di Nangma è un luogo esteticamente sublime, segretamente incastonato nel cuore del Karakorum.

Benché abbia visto qualche esploratore occidentale già negli anni sessanta, questa valle rimane tutt’ora sconosciuta a buona parte degli appassionati di alpinismo e arrampicata. Chiunque conosca questa catena montuosa ha probabilmente sentito parlare della valle di Charakusa, dominata dall’immensa parete nord del K6; tuttavia la valle che arriva a questa montagna da sud – chiamata Nangma – deve ancora mostrare a buona parte del mondo il suo immenso potenziale alpinistico e naturalistico.

Quando Eduard Koblmiller mise piede nella valle durante la vincente spedizione al K6 del 1970, la descrisse come un luogo di “insolita e primordiale bellezza”.

La valle di Nangma sembra un dipinto impressionista, fatta di contrasti di colore estremi e linee astratte che puntano il cielo con stupefacente verticalità. Qualcuno la definisce la “Yosemite del Pakistan” benché qua, oltre a chilometrici castelli di granito, ci sia posto anche per l’alpinismo d’alta quota – tecnico e difficile – tipico delle montagne del Karakorum. La bellezza della valle è quasi commovente e, al contrario di altri e ben più celebri luoghi, i campi base sono solo ad un intensa giornata di cammino dalla strada.

La valle è raggiungibile dal villaggio di Kande, lungo la valle di Hushe. Deve esserci stato un lungo momento di crisi di creatività dal momento che quasi tutti i villaggi si chiamano Kande, Khane, Kunde o Kanday. Il Kande che dovrete raggiungere è l’ultimo.

Avere con sé una guida è obbligatorio, benché secondo la legge questa sia un “open zone”: al checkpoint militare lungo la valle i militari fermano chiunque ne sia sprovvisto. Fortunatamente non è richiesto alcun ufficiale di collegamento o alcun briefing/debriefing a Islamabad – tutto può essere quindi organizzato direttamente a Skardu, con gran risparmio di tempo, costi e burocrazia. La valle di Hushe vede ogni anno qualche alpinista/trekker in uscita dal Gondogoro La, celebre passo d’alta quota che conduce – con percorso alternativo al classico – a Concordia e al K2. Ma a Kande non esiste alcuna guesthouse o struttura per turisti; pochi anni fa l’intero villaggio è stato distrutto da una frana ed è stato ricostruito poco più a nord. La vostra guida, se siete fortunati come lo siamo stati noi, potrà rimediarvi una stanza degli ospiti a casa di qualche contadino. Campeggiare lungo la valle è sicuramente un opzione; eventuali portatori possono essere reclutati direttamente la sera prima, nel villaggio.

Benché si abbia il grande sospetto che questa valle diventerà famosa per il granito, le vie di pura roccia e le immense torri come l’Amin Brakk, non si può iniziare a parlare di una montagna diversa dal K6 (7282m).

Non solo la prima salita al K6 è stata effettuata proprio da questa valle, ma è tutt’ora l’unica salita alla cima principale. L’impressionante via aperta da Raphael Slawinski e Ian Westeld nel 2013 sulla parete nord – che li ha portati alla vittoria del Piolet d’Or – si è conclusa sulla cima Ovest.

La vera cima del K6 è stata raggiunta solamente nel 1970 da una spedizione Austriaca che ne ha calcato la vetta con quattro membri: Eduard “Edi” Koblmueller, Gerhard Haberl, Christian von der Hecken and Gerd Pressl. Per Koblmuller si tratta del primo grande successo in Asia, che sarà seguito da una serie di impressionanti salite di altissimo livello soprattutto in Karakorum: sarà il primo a raggiungere la vetta principale del Chogolisa (salvandosi miracolosamente dopo il cedimento di una cornice) e salirà vie difficili su leggendarie montagne quali Batura, Cho Oyu, Diran, Rakaposhi e Nanga Parbat. La “via Austriaca” attraversa tutta la base della montagna e supera un colle fino ad attaccare la “spalla” dalla valle adiacente (l’accesso diretto da qua si sarebbe rivelato molto più lungo) e raggiungere poi la cresta sud-est.

I salitori valutano alcuni tratti nella parte alta come V+ /A2. Molte corde fisse sono state usate. L’anno prima una spedizione Italiana ha tentato di scalare il K6 da un’altra via: invece di proseguire verso la “spalla” la via sale bruscamente a sinistra lungo una rampa di ghiaccio e poi segue la cresta ovest (attraversando il K6 West) fino ad una serie di pinnacoli rocciosi che, apparentemente, si sono rivelati troppo difficili. Il primo tentativo risale invece ad una spedizione inglese del 1961. Da segnalare una nuova recente via (Bennet – Zimmerman, USA, 2015) al K6 West, con difficoltà di misto fino ad M6 e ghiaccio fino a 90°.

Kapura (6544m) è una elegante piramide di roccia e ghiaccio che si innalza dalla cresta ovest del K6. Celebre per essere stata salita solo in tempi recenti – nel 2004 – da Steve House, ha visto una sola salita dalla Nangma Valley nel 2013, da parte di una coppia di alpinisti Portoghesi. Paulo Roxo e Daniela Teixeira hanno realizzato una via che termina sulla cima sud a circa 6350m di quota: si chiama “Never Ending Dreams”, si sviluppa per 1300 metri e presenta difficoltà di M4 e ghiaccio fino a 70°.

La valle di Nangma, come ho detto prima, ha potenziale per diventare una Yosemite dell’Oriente, con pareti perfette e asciutte che si innalzano direttamente dal campo base. Tuttavia la montagna simbolo di questa valle non ha una parete comoda, né tanto meno vicinissima ad un eventuale campo base.

La cima è una confusa festa di cornici e l’uscita dalla parete non può avvenire senza un equipaggiamento da ghiaccio e una discreta abilità nel muoversi su questo tipo di terreni.

L’Amin Brakk è uno dei monoliti di roccia più imponenti del Karakorum e del pianeta. Nonostante la quota non estrema (circa 6000 metri, nonostante sulle mappe figuri un po’ più basso), essa è il vero protagonista di questo remoto angolo di Pakistan. La sua parete ovest ha l’aspetto di un siluro alto milleduecento metri e terribilmente verticale. Anzi, la prima parte presenta un caso più unico che raro di placche strapiombanti. La compattissima “pancia” che si innalza dalle marce e ghiacciate rocce basali non ha infatti l’aspetto di qualcosa che possa essere scalato in libera da un essere umano, benché non sia da escludere un sistema di fessure che la attraversi. E’ un El Capitan dell’asia, ma è ben più difficile – e grande: le guide locali ribadiscono fieramente che esso è “ben più arduo delle Torri di Trango”.

Scoperta di recente, ha visto un primo tentativo spagnolo arenarsi a 300 metri dalla cima nel 1996, dopo quindici giorni di permanenza in parete. E’ solo nel 1999 che altri Spagnoli, Silvia Vidal, Pep Masip e Miguel Puigdomenech, raggiungono la cima dopo trenta giorni consecutivi in parete. La loro via, “Sol Solet” ha uno sviluppo di ben 1650 metri e buona parte dei tiri sono stati scalati in artificiale, con difficoltà in artificiale fino ad A5 ed in libera fino a 6c+. Oltre 500kg di materiale sono stati trasportati in parete (quasi la metà era acqua) e una trentina di spit sono stati piantati durante la salita, concentrati soprattutto nei tiri dove il granito si è rivelato compatissimo e liscio; due giorni di calata sono stati necessari per scendere e ripulire interamente la parete. La montagna è stata chiamata Amin Brakk come omaggio al loro cuoco, Amin. Pochi giorni dopo la cima è stata raggiunta di nuovo da una cordata Ceca: “Czech Express” sale più a destra rispetto a “Sol Solet” e ha difficoltà di artificiale di A3 e uno sviluppo maggiore rispetto alla via degli Spagnoli. Il ghiaccio arriva a 70°.
La via “Namkor” di Adolfo Madinabeitia e Juan Miranda sale invece tra le due vie sopracitate, ha uno sviluppo di 1550 metri ed ha richiesto trentun giorni di permanenza in parete, di cui buona parte passati nel portaledge a causa del maltempo. Ben diciassette dei trentuno tiri sono stati saliti in libera (fino al 6b+), mentre le difficoltà maggiori sono state incontrate nei due tiri di A5.
Nel 2004 una spedizione Russa, dopo aver salito la montagna in parte per una nuova via, ha visto il primo e unico B.A.S.E jump della sua storia. Valery Rozov (scomparso di recente durante un salto sull’Ama Dablam) si è lanciato da un punto vicino alla cresta sommitale a trecento metri dalla cima e, nonostante sia passato pericolosamente vicino ad una cengia durante i primi secondi di volo, l’intera spedizione si è conclusa con un successo.

Il campo base classico delle spedizioni sul lato destro orografico della valle è un luogo pittoresco e magico. Le pareti che lo sovrastano sono di per sé un obiettivo appagante per un purista della roccia. Zang Brakk e Denbor Brakk sono due cime di 4800 metri che non passano certo inosservate per estetica e verticalità – e sono anche un ottimo ripiego nel caso gli obiettivi più ambiziosi della valle (leggasi Amin Brakk) si rivelassero.. troppo ambiziosi, appunto. Il granito è compatto e colorato e le possibili vie da salire sono ancora tantissime.

Zang Brakk è sicuramente una delle torri più erotiche della valle, complice un aspetto davvero attraente e – soprattutto – l’accesso istantaneo: la parete inizia letteralmente al campo base. Lo sviluppo delle vie che arrivano dalla base alla cima oscilla tra i 540 e i 750 metri. La prima salita si deve nuovamente a Pep Masip e Silvia Vidal che nel 1998 hanno perlustrato l’area per poter poggiar lo sguardo personalmente sull’Amin Brakk, che avrebbero scalato l’anno successivo. La via è lunga 540 metri e la maggior parte dei tiri ha difficoltà in artificiale fino ad A3. La coppia riferisce di aver trovato, pochi metri oltre l’attacco della via, dei vecchi spit di orgine sconosciuta. Nel 2000 sono nate tre nuove vie. Due vie sono state aperte da un team Coreano e presentano difficoltà simili – 6a + A4-. La terza via è stata aperta da una coppia di arrampicatrici britanniche e termina a poca distanza dalla cima. “Ramchikor” è lunga 600 metri ed è stata gradata 5c + A2 dalle apritrici. Una recente addizione è la via “Hasta la Vista David”, di Silvestro Stucchi, Elena Davila, Anna Lazzarini ed Enea Colnago. La via percorre la parete sud ovest per ben 750 metri con difficoltà di VI+ e A1.
Libby Peter e Louise Thomas, autrici di “Rachikor” sullo Zang Brakk, sono anche le prime salitrici del Denbor Brakk – per una via piuttosto laboriosa (sfasciumi e cresta) dalle difficoltà tecniche moderate. Nel 2009 l’ovvia cresta sud della montagna è stata scalata (fino alla cima sud) dagli Americani Estes e Hepp, che l’hanno descritta come una delle peggiori arrampicate della loro vita, buona parte a causa dell’intenso lavoro di “giardinaggio” che i due si sono trovati a dover praticare. Una via Polacca più diretta si svolge sul più grosso dei tre pilastri che caratterizzano la montagna ed è stata chiamata Dancer in the Dark. Benchè il Denbor Brakk sia anch’esso vicinissimo al campo base, esso richiede (salvo fare un giro molto più lungo) l’attraversamento di un impetuoso fiume-cascata glaciale. Necessaria una corda fissa per evitare grossi rischi ad ogni attraversamento.

Dopo questo lungo elogio al granito perfetto della valle è il caso di spezzare l’articolo con una stupenda piramide di ghiaccio: Drifika (6447m). La montagna, il cui nome è una storpiatura di una parola locale che significa “Palazzo dei Fantasmi” è piuttosto nascosta. La sua presenza non è intuibile dalla valle principale e per arrivarci bisogna superare di un bel pezzo l’Amin Brak – attraversando infiniti pendi morenici. Le poche persone che hanno posato gli occhi sul suo profilo perfetto probabilmente l’hanno fatto da Nord, dalla valle di Charakusa – dove sono avvenute anche la prima e seconda ascensione (rispettivamente, Giapponesi e Italiani). Da sud la montagna si presenta altrettanto splendida, ma ultimamente un po’ flagellata – nella stagione estiva – dal torrido caldo Pakistano: foto del 2004 mostrano ripidi couloir di neve abbondante che, allo stato attuale, sono stati sostituiti da cumuli di sfasciumi in costante crollo. La roccia qua non è più granito ma, con una buona copertura, il Drifika mostra una serie di linee logiche e interessanti. Delle poche spedizioni che la montagna ha visto da questo versante, è quella Slovena del 2004 che più si è avvicinata al successo. Il loro dietro front a poche decine di metri dalla cima è stato obbligato dopo l’aver assistito all’incidente mortale capitato ad un membro della spedizione basca, poche centinaia di metri sotto di loro. La via di Matija “Matic” Jost e compagni si chiama “White River” ed è tanto logica quanto bella: l’esposizione è garantita per i 1200 metri di via (60° ghiaccio, un breve salto a 90° su seracco). Allo stato attuale la parte bassa non è percorribile nei mesi più caldi a causa degli interminabili crolli di sfasciumi. Nel 2007 una nuova via Ceca raggiunge la cima Ovest attraverso la cresta sud-ovest (M4, roccia marcia).

Nella valle glaciale che vede fronteggiarsi Amin Brakk e Drifika, c’è spazio per un altra salita su ghiaccio. Korada Peak (5944m) è stato salito dagli stessi Sloveni di “White River”, Gregor Blazic, Matija Jost, Vladimir Makarovic. Pur non essendo enorme per gli standard del Karakorum (ha il difetto di trovarsi tra due montagne stupende) ha un’aspetto remoto e attraente. La via è stata salita e scesa in 25 ore e benché per buona parte sia “solo” un ripido pendio di ghiaccio, supera una difficile fascia rocciosa alta sessanta metri. E’ valutata TD+ dagli apritori.

Una montagna piuttosto evidente nella valle si chiama Shingu Charpa (o “Great Tower”, ca. 5800m).

Scalata per la prima volta dai Coreani Shin Dong-Chul, Bang Jung-Ho e Hwang Young-Soon nel 2000. Dopo aver scartato l’idea di salire la cresta nord, hanno attrezzato con corde fisse l’ovvio couloir nevoso sulla parete ovest e hanno poi proseguito su roccia delicata – sempre a rischio crolli a causa anche delle frequenti precipitazioni. Il vero motivo dell’interesse verso questa montagna rimane però la sua cresta nord. Essa è alta quasi milleseicento metri ed è un capolavoro di estetica. Tanto logica quanto ciclopica, la sua storia rimane un po’ controversa. Nota e tentata già dal 2000, ha visto un team russo percorrerla quasi integralmente fino alla cima nel 2006. I russi però hanno effettuato la salita in due tempi, cioè scendendo a circa un terzo e poi tornando nello stesso punto attraverso una scorciatoia lungo la parete est. Inoltre, benché Igor Chaplinsky sostenga di aver raggiunto la cima in libera, è ormai noto che i tre non hanno scalato gli ultimi cento metri di ghiaccio a causa di “mancanza di materiale”. Anche l’aver salito in libera tutta la cresta si è rivelato un falso. Destino simile per gli Americani Kelly Cordes e Josh Wharton che nello stesso anno sono stati respinti dal durissimo ghiaccio nero sommitale dopo aver faticosamente percorso tutta la cresta (con molti tratti in artificiale). Percorrere questa cresta integralmente, fino alla cima, rimane una delle sfide aperte più ambiziose della valle.
La seconda salita della montagna è avvenuta l’anno successivo da parte di Alexander Klenov, Mikhail Davy e Alexander Shabunin – team Russo – attraverso la parete est. La via si chiama “Never More” e interseca sul finale la cresta nord: il grado è altissimo e lo sviluppo piuttosto elevato (1600m, 7a, M5, A3).

Le possibilità nella valle sono infinite, sono da citare però la misteriosa Changui Tower (spesso “Changi Tower”), la cui parete est è già stata scalata almeno due volte.

L’altezza della torre dovrebbe attestarsi sui 5800 metri, sebbene alcune vecchie mappe e report indichino 5300. La montagna si trova sul versante meno celebre dell’Amin Brakk, dove la valle curva in direzione del K6, ed è probabilmente la seconda struttura più alta dell’aggressivo e complesso massiccio di granito. Una seconda Changi Tower (6500m), nota già negli anni settanta e invisibile dalla valle di Nangma, si alza alla base più orientale del K6, e presenta una difficile scalata d’alta quota su misto e ghiaccio, con roccia molto compatta.
Una delle torri dall’accesso più rapido (perlomeno tra quelle di aspetto definito e imponente) è la Logmun Tower (o “Green Tower”, ca 4600m). Avendo posto il campo base sul fondo della valle e non sulla destra orografica (quindi nel caso Amin Brakk, Zang Brakk e compagni non siano di vostro interesse..) questo enorme pilastro triangolare è la struttura verticale più ovvia. Le poche vie tracciate presentano arrampicata libera fino al 6a/6b+ e qualche punto in artificiale fino ad A3: l’arrampicata è sempre molto continua ed impegnativa, e spesso le fessure sono da ripulire dalla vegetazione. Lo sviluppo resta notevole anche se si tratta di un pilastro di quota non esagerata: si parte da un minimo di 600 metri ad un massimo di 850.

Lungo tutta la valle esistono centinaia di torri e pareti vergini di granito perfetto, nonché una discreta scelta di boulder. Nonostante un buon numero di remotissime pareti di ghiaccio e una montagna difficile, alta e leggendaria come il K6, è ovviamente il granito a fare da padrone da queste parti.

La Yosemite del Pakistan è pronta ad accogliere gli scalatori più esigenti che, oltre ad una buona dose di fantasia e abilità tecnica, sono alla ricerca di un nuovo paradiso terrestre, remoto ma accessibile, dove vivere un alpinismo moderno ed esplorativo allo stesso tempo

 

GALLERIA DELL’ESPLORAZIONE NELLA NANGMA VALLEY

tutte le foto sono di Matteo Bedendo – vietata la diffusione senza esplicito consenso – tutti i diritti riservati (c) Matteo Bedendo Photography

hushe valley
nangma valley
amin brakk

Marco Milanese, friulano, classe 1987, ha studiato al Liceo Scientifico e contemporaneamente svolto esperienza professionistica come rugbista. Ha inziato Scienze Forestali , poi la montagna lo “ha chiamato” con prepotenza: è quindi divenuto Guida Alpina dal 2011, slackliner dal 2013, base jumper, pilota in tuta alare e speedflyer dal 2014.

Marco si sta facendo notare,da un paio d’anni, per imprese molto interessanti e che hanno avuto una discreta eco sui social : non è tipo da postare molti video o farsi pubblicità ma nelle sue imprese, e nei video realizzati, è sempre presente un carattere di sperimentazione o esplorazione in senso lato, come il base dal Campanile di Val Montanaia, lo speedflying di un vulcano,un viaggio in Turchia con molti base e wingsuit jump  ; la sua più recente impresa, questa Estate del 2018,  è stata la scalata in freesolo delle Tre Cime di Lavaredo con discesa tramite base e wingsuit base jump da tutte e tre le vette .

Quella che segue è un’intervista che ci ha gentilmente rilasciato – e che speriamo riesca a farvi comprendere più a fondo il percorso, le motivazioni, le emozioni che Marco Milanese mette in gioco nella sua intensa vita tra Terra e Cielo, alla ricerca di un Equilibrio.

La tua progressione, Marco, ha qualcosa di veramente impressionante. Leggendola, ho l’idea di un monaco laico, nell’allenamento alle singole discipline che hai affrontato, considerando la complessità e durezza nel destreggiarsi in ognuna di esse. E’ così ? Hai un approccio metodico comune, su ogni tuo progetto ? E se si, quali sono le tue maggiori difficoltà, i limiti che ti riconosci ?

Provengo dal rugby professionistico quindi all’inizio della mia attività ho spostato questo tipo di approccio nella scalata e nell’alpinismo in generale, tuttavia ultimamente, complice anche il lavoro come guida alpina, non riesco ad allenarmi cosi costantemente. Fortunatamente mi è rimasto ancora un po’ di margine fisicamente parlando, ultimamente però sto allenando soprattutto la mente, che è una cosa che non puoi fare in un pannello di arrampicata , devi andare la fuori, devi essere esposto. Non ho un approccio comune ai progetti se non per il fatto che quando iniziano a girarmi in testa non mi lasciano più in pace, pratico troppe attività diverse che richiedo approcci molto diversi. I limiti che mi riconosco sono sicuramente non avere un fisico fatto per scalare ad alti livelli, e una mente che non sopporta troppo le lunghe sfacchinate. Sono più un tipo da Fast & furious però chissà piu avanti…

Ho una curiosità sul tuo percorso : Da modesto ex paracadutista e appassionato all’evoluzione delle discipline collegate, so che in genere sono considerati indispensabili almeno un 200 salti dall’aereo, prima del transito al base. Ma ci sono eccezioni. Puoi raccontarci qualcosa a proposito ? Cosa o chi ti hanno ispirato verso questa strada, che si è fortemente intersecata con quella di alpinista ?

Ho sempre avuto un attrazione molto forte verso il vuoto, mi rilassa, mi fa ragionare più chiaramente. L’ho ricercato all’inizio con la scalata perché era la cosa più ovvia, poi con l’highline e infine, complice un infortunio al polso sinistro che non mi permetteva di scalare ma di aprire un paracadute si, mi sono lanciato in questa avventura.

Il percorso “normale” per saltare dalle montagne con una tuta alare è lungo. Servono 200 salti dall’aereo prima di potere indossare una tuta piccola da principianti, come ne servono 200 per poter fare un corso di Base jumping. Dopodiché si uniscono le due cose, il basejumping e la tuta alare. Io diciamo che ho velocizzato un pochino le tappe ma ci tengo a dire che non ho mai saltato nessuno step!

Gli incoscienti invece sono un altra cosa, è di poco fa la notizia di un suicida ( perché non è possibile assimilarlo al mondo del BASE) che con 5 salti dall’aereo e nessuno esperienza di montagna ne di tuta alare a deciso di provarci, facile no? Lo avrà visto molte volte nei video. La fine ve la lascio immaginare. Unire alpinismo e BASE è poi diventato qualcosa di naturale per me.

marco milanese base jump 

Per quanto riguarda il mestiere di Guida Alpina, immagino sia anche un tuo solido punto fermo per il tuo sostentamento economico e il finanziamento delle altre attività. E’ così o stai anche avendo soddisfazioni con qualche sponsor per le spedizioni che hai fatto ?

Si , diciamo che al momento il solo sostegno economico è il lavoro da guida alpina, ogni tanto faccio qualche show di Highline con la mia ragazza che danza sui tessuti aerei ma niente di più , a parte Monvic che generosamente mi fornisce i vestiti per scalare e PhoenixFly che mi fornisce le tute alari a prezzi molto bassi. Semplicemente nessuno sponsor mi ha cercato e io non ho cercato loro. Se ne hai qualcuno per le scarpe e i vestiti in goratex fammi un fischio, non ho bisogno di molto di più.

marco climbing

Recentemente hai compiuto un viaggio in Turchia, su Facebook hai postato immagini molto belle di un Paese in grande crescita, per quanto riguarda la presenza di bellissime montagne e siti adatti al volo alare o al Base. Ci riassumi in breve esperienze e numeri, quanti km di avvicinamento, quanti lanci, in quanti giorni ? Per farsi un’idea di quanto possa essere intensa un’esperienza del genere.

Questa esperienza è stata un vero viaggio di esplorazione nelle montagne del lontano nord est della Turchia. Grazie a un jumper locale il governo della regione ci ha appoggiati con tutti i mezzi possibili, pickup , bulldozer per pulire le strade, ambulanze agli atterraggi, barche per il salvataggio in acqua. La prima settimana siamo stati a Uzundere dove praticamente andavamo in giro, guardavamo una montagna trovavamo un modo per salirla( generalmente molto facile perché hanno costruito strade sterrate ovunque per i piloni dell’elettricità) e la saltavamo con o senza tuta alare. Io personalmente nel giorno del mio compleanni ho aperto due exit nuovi. Poi abbiamo saltato castelli diroccati, antenne e pareti più basse. Tutto quello che vedevamo salvabile lo saltavamo, che esperienza!

marco milanese and friends jumping in Turkey

La seconda settimana invece eravamo nel parco di Kamalye, già conosciuto per la scalata (poca), bici, e il base, qui le persone conoscevano l’inglese e non erano cosi conservatori come nel primo villaggio che abbiamo visitato. 15 jumpers sballati sono stati accolti a braccia aperte con il saluto delle autorità e l’inizio dei salti con la tuta alare sopra il paese. Successivamente abbiamo saltato da un cavo teso sopra l’eufrate con una piccola seggiovia creata per l’occasione. Ci mandavano in centro con questo seggiolino e poi saltavamo! wooooow.

jumping from a cable..car up Eufrate River

Numeri non saprei, facevamo almeno 3 salti al giorni di media. Km tantissimi anche perché le due località distavano 600 km l’una dall’altra. Tanto kebab a sopratutto era pieno di turchi! (ride,ndr)

Il dibattito sulla estrema pericolosità della tuta alare usata nel BASE, ancor più in contesti alpini, è piuttosto vivace, lo hai sperimentato personalmente in un articolo sulle motivazioni di qualche tempo fa, con commenti sui social che mostrano un brutale cinismo per chi pratica una disciplina così estrema (e aggiungo io, spesso dettati da ignoranza nel senso più stretto della parola). Te lo chiedo brutalmente: cerchi linee di proximity sempre più difficili, exit più complesse, lancio dopo lancio ? O ti imponi una sorta di controllo sui tuoi limiti ? Come prepari un lancio da una exit nuova, da solo o con i compagni cambiano le cose ?

É uno sport nuovo che deve ancora conoscere i suoi limiti, le persone parlano perché non conoscono bene quello di cui si parla, come sempre. Quante volte anche noi “alpinisti” o “ arrampicatori” abbiamo sentito dire che siamo degli incoscienti.

La verità è che c’è un mondo dietro che pochi conoscono, e spesso viene travisato da giornalisti criminali o da pazzi suicidi che voglio buttarsi a tutti i costi perché fa figo. Ma nessuno parla di gente di 60 anni che ha fatto la storia di questo sport con una quantità di salti impressionante ( si parla di 3-4000 salti solo di basejump).

Comunque tornando a noi, in generale cerco sempre un buon motivo per saltare, questo può essere un exit difficile o una linea di proximity estetica ma può anche essere fare salti con amici e seguirsi a vicenda, oppure fare capriole solo per il gusto di vedere il tuo amico farle a fianco a te. Ultimamente cerco invece di trovare una bella montagna da scalare e saltare, non serve abbia un salto difficile.

Un lancio nuovo lo preparo molto attentamente, abbiamo molti dati a disposizione sia sui nostri voli grazie a speciali gps e programmi di voli sia con laser per misurare i nuovi exit e sapere se sono saltabili, studio e ristudio i dati fino a quando sono sicuro che sia fattibile con un adeguato margine di sicurezza, aspetto le condizione atmosferiche e di termiche buone e poi via!

Come hai preparato il trittico sulle Cime di Lavaredo ? Ho letto su planetmountain che hai sentito Thomas Huber, che nel 2008 disegnò una prima idea di concatenazione con base jump..da quanto avevi in mente questo progetto?

Questo progetto è nato alcuni anni fa quando per la prima volta saltai la cima grande. Il concatenamento è stata un idea naturale che mi è saltata in mente. Ho dovuto solo aspettare il momento giusto, quando cioè avevo alle spalle già un po di allenamento con questo stile. L’anno scorso per esempio ho scalato il socondo spigolo in Tofana e in cima ho saltato con la tuta, in totale da macchina a macchina ho impiegato 2 ore e 15 minuti se non sbaglio, li ho capito che avrei potuto provarci anche sulle tre cime.
Si ho sentito Huber per chiedergli del salto dalla ovest di Lavaredo ma poi ho deciso di cambiare programma ed è finita che ho aperto un nuovo exit sulla ovest.

La logistica di questo bel trip non è stata facile perchè avendo due soli paracaduti ho dovuto ripiegarne uno, inoltre uno dei problemi principali era che dovevo trovare il punto da dove saltare sulla piccola e sulla ovest.
Arrivato alla partenza del sentiero per la cima piccola di Lavaredo ho lasciato un paracadute e sono salito con l’altro, ho scalato la normale che è una via di IV, ho fatto una calata e trovato l’exit ho saltato. Ho ripiegato il paracadute nei pressi della chiesetta e mi sono diretto sulle due nord, lasciato un paracadute alla base dello spigolo Dibona mi sono diretto sullo spigolo Demuth, scalato questo fino a metà ho trovato un exit perfetto e ho saltato, non è possibile saltare da nessuna parte più in alto degli strapiombi gialli perchè poi li la parete si appoggia. Infine sono tornato sullo spigolo Dibona e con la tuta e l’altro paracadute ho salito lo spigolo, tra l’altro visto che stava arrivando una brutta nuvola ho corso come un matto salendolo in meno di un ora. In cima ho indossato la tuta e via verso l’ultimo salto con atterraggio su morbida erba.
Un esperinza quasi mistica ma vissuta abbastnaza serenamente, rivedendo i video ho scoperto che ho canticchiato spesso scalando 🙂 

Ringraziandoti molto per la tua disponibilità, la domanda finale è : dove stai andando ? Non mi interessa tanto sapere il futuro progetto prossimo, ma capire da te se hai individuato un percorso o qualche obiettivo di medio o lungo termine.

L’obiettivo ultimo è sempre come si dice in inglese “having a good time” ma sicuramente il climb and fly avrà un luogo centrale, lo ritengo la forma più pura per salire una montagna. Slegato con un paracadute in schiena, senza usare chiodi soste e corde, veloce sia nella salita che nella discesa. Non serve lasciare tracce sulla montagna, come a dire “io sono passato di qui” piantando un chiodo. Si lascia tutto intatto. Puro.

marco con tuta alare in uno stretto canale dolomitico

1976: Le Aquile di San Martino , Trentino, Italia

  Italian Expedition with Sherpa

Le Aquile di San Martino e gli Sherpa a fine spedizione, tutti insieme

Il 23 febbraio 1976 la spedizione delle Aquile di San Martino e Primiero partiva da Milano per Kathmandu, così composta:Renzo Debertolis capospedizione, Francesco Santon vice, le Aquile Camillo De Paoli, Gian Paolo De Paoli, Luciano Gadenz, Gian Pietro Scalet, Silvio Simoni, Giampaolo Zortea, Edoardo Zagonel, gli alpinisti Sergio Martini e Luigi Henry, il medico Achille Poluzzi e lo scrittore Alfonso Bernardi testimone della spedizione e autore della cronaca di quei momenti nel libro Trentini sul Dhaulagiri 8.172 m.

ritorno dalla Vetta!

il ritorno dalla vetta di Giampaolo Zortea e Silvio Simoni, i due alpinisti della cordata che riuscì nell’impresa. Luciano Gadenz fece marcia indietro a circa 7950 mt. per principi di congelamento.

portatori verso CB

Il 4 maggio 1976 le Guide Alpine Giampaolo Zortea e Silvio Simoni, piantavano sulla vetta del Dhaulagiri avvolta nella bufera, a 8.172 metri, le loro piccozze con i gagliardetti italiano, nepalese e naturalmente quello delle Aquile. Fu il primo ottomila conquistato da una spedizione di alpinisti trentini e in ordine di tempo, il terzo ottomila italiano. Il valore di un’impresa alpinistica è ben difficilmente collocabile in una graduatoria assoluta, fatto com’è di troppi elementi, umani, tecnici, ambientali ed anche d’imponderabilità, ma si può affermare che la salita al Dhaulagiri del 1976 merita un posto di primissimo ordine. “Successo prezioso” titolava un articolo di Alessandro Gogna (noto alpinista e scrittore) su “TuttoSport” del 12 giugno 1976. ( fonte: sanmartino.com )French Pass Glacier Dhaulagiri

il ghiacciaio dal French Pass e la via sulla destra verso il Colle e la cresta Nord Est

  Campo Base Italiano

 

 Il Campo Base detto poi “degli italiani”.  Sotto, la “cattedrale” Nord del Dhaulagiri.

    parete Nord Dhaulagiri

L’impressionante fotografia qui sopra ritrae la grande quantità di portatori assunti dalla spedizione italiana.

Tutte le foto (c) Alfonso Bernardi – Famiglia Bernardi

Leonard Carrel 1871-1940

Leonard Carrel - Guida del Cervino, 1930

Discendente di Jean-Antoine , “il Bersagliere”, “LA Guida del Cervino”, una straordinaria carriera ed etica solida

 

Leonard Carrel, guida Cervino - Capanna Jurneaux 1930


Carriera

  • 56 volte sul Cervino
  • 40 anni come Guida
  • ascensioni sul Mte Rosa
  • Alpi Pennine e Bernesi

LEONARD CARREL

Figlio dell’illustre Jean-Antoine, “la Guida del Cervino” per antonomasia ; nominato portatore il 20 maggio 1894, e guida il 19 giugno 1899, svolse la sua attività alpinistica fino al 1939, salendo il Cervino cinquantasei volte, e compiendo ascensioni nel gruppo del Monte Rosa e sulle maggiori vette delle Alpi Pennine e Bernesi. Il 10 apr. 1904, con l’alpinista Gabriele De Bottini e l’altra guida di Valtournanche Abele Pession, compiva come primo di cordata la prima salita del Mont Avi od Aü (3.006 metri, Valle d’Aosta) per la cresta sud; nel 1938, a sessantasette anni, compì ancora la salita del Breithorn (4.165 metri). Morì a Cervinia il 24 dic. 1940.