Marco Milanese, friulano, classe 1987, ha studiato al Liceo Scientifico e contemporaneamente svolto esperienza professionistica come rugbista. Ha inziato Scienze Forestali , poi la montagna lo “ha chiamato” con prepotenza: è quindi divenuto Guida Alpina dal 2011, slackliner dal 2013, base jumper, pilota in tuta alare e speedflyer dal 2014.

Marco si sta facendo notare,da un paio d’anni, per imprese molto interessanti e che hanno avuto una discreta eco sui social : non è tipo da postare molti video o farsi pubblicità ma nelle sue imprese, e nei video realizzati, è sempre presente un carattere di sperimentazione o esplorazione in senso lato, come il base dal Campanile di Val Montanaia, lo speedflying di un vulcano,un viaggio in Turchia con molti base e wingsuit jump  ; la sua più recente impresa, questa Estate del 2018,  è stata la scalata in freesolo delle Tre Cime di Lavaredo con discesa tramite base e wingsuit base jump da tutte e tre le vette .

Quella che segue è un’intervista che ci ha gentilmente rilasciato – e che speriamo riesca a farvi comprendere più a fondo il percorso, le motivazioni, le emozioni che Marco Milanese mette in gioco nella sua intensa vita tra Terra e Cielo, alla ricerca di un Equilibrio.

La tua progressione, Marco, ha qualcosa di veramente impressionante. Leggendola, ho l’idea di un monaco laico, nell’allenamento alle singole discipline che hai affrontato, considerando la complessità e durezza nel destreggiarsi in ognuna di esse. E’ così ? Hai un approccio metodico comune, su ogni tuo progetto ? E se si, quali sono le tue maggiori difficoltà, i limiti che ti riconosci ?

Provengo dal rugby professionistico quindi all’inizio della mia attività ho spostato questo tipo di approccio nella scalata e nell’alpinismo in generale, tuttavia ultimamente, complice anche il lavoro come guida alpina, non riesco ad allenarmi cosi costantemente. Fortunatamente mi è rimasto ancora un po’ di margine fisicamente parlando, ultimamente però sto allenando soprattutto la mente, che è una cosa che non puoi fare in un pannello di arrampicata , devi andare la fuori, devi essere esposto. Non ho un approccio comune ai progetti se non per il fatto che quando iniziano a girarmi in testa non mi lasciano più in pace, pratico troppe attività diverse che richiedo approcci molto diversi. I limiti che mi riconosco sono sicuramente non avere un fisico fatto per scalare ad alti livelli, e una mente che non sopporta troppo le lunghe sfacchinate. Sono più un tipo da Fast & furious però chissà piu avanti…

Ho una curiosità sul tuo percorso : Da modesto ex paracadutista e appassionato all’evoluzione delle discipline collegate, so che in genere sono considerati indispensabili almeno un 200 salti dall’aereo, prima del transito al base. Ma ci sono eccezioni. Puoi raccontarci qualcosa a proposito ? Cosa o chi ti hanno ispirato verso questa strada, che si è fortemente intersecata con quella di alpinista ?

Ho sempre avuto un attrazione molto forte verso il vuoto, mi rilassa, mi fa ragionare più chiaramente. L’ho ricercato all’inizio con la scalata perché era la cosa più ovvia, poi con l’highline e infine, complice un infortunio al polso sinistro che non mi permetteva di scalare ma di aprire un paracadute si, mi sono lanciato in questa avventura.

Il percorso “normale” per saltare dalle montagne con una tuta alare è lungo. Servono 200 salti dall’aereo prima di potere indossare una tuta piccola da principianti, come ne servono 200 per poter fare un corso di Base jumping. Dopodiché si uniscono le due cose, il basejumping e la tuta alare. Io diciamo che ho velocizzato un pochino le tappe ma ci tengo a dire che non ho mai saltato nessuno step!

Gli incoscienti invece sono un altra cosa, è di poco fa la notizia di un suicida ( perché non è possibile assimilarlo al mondo del BASE) che con 5 salti dall’aereo e nessuno esperienza di montagna ne di tuta alare a deciso di provarci, facile no? Lo avrà visto molte volte nei video. La fine ve la lascio immaginare. Unire alpinismo e BASE è poi diventato qualcosa di naturale per me.

marco milanese base jump 

Per quanto riguarda il mestiere di Guida Alpina, immagino sia anche un tuo solido punto fermo per il tuo sostentamento economico e il finanziamento delle altre attività. E’ così o stai anche avendo soddisfazioni con qualche sponsor per le spedizioni che hai fatto ?

Si , diciamo che al momento il solo sostegno economico è il lavoro da guida alpina, ogni tanto faccio qualche show di Highline con la mia ragazza che danza sui tessuti aerei ma niente di più , a parte Monvic che generosamente mi fornisce i vestiti per scalare e PhoenixFly che mi fornisce le tute alari a prezzi molto bassi. Semplicemente nessuno sponsor mi ha cercato e io non ho cercato loro. Se ne hai qualcuno per le scarpe e i vestiti in goratex fammi un fischio, non ho bisogno di molto di più.

marco climbing

Recentemente hai compiuto un viaggio in Turchia, su Facebook hai postato immagini molto belle di un Paese in grande crescita, per quanto riguarda la presenza di bellissime montagne e siti adatti al volo alare o al Base. Ci riassumi in breve esperienze e numeri, quanti km di avvicinamento, quanti lanci, in quanti giorni ? Per farsi un’idea di quanto possa essere intensa un’esperienza del genere.

Questa esperienza è stata un vero viaggio di esplorazione nelle montagne del lontano nord est della Turchia. Grazie a un jumper locale il governo della regione ci ha appoggiati con tutti i mezzi possibili, pickup , bulldozer per pulire le strade, ambulanze agli atterraggi, barche per il salvataggio in acqua. La prima settimana siamo stati a Uzundere dove praticamente andavamo in giro, guardavamo una montagna trovavamo un modo per salirla( generalmente molto facile perché hanno costruito strade sterrate ovunque per i piloni dell’elettricità) e la saltavamo con o senza tuta alare. Io personalmente nel giorno del mio compleanni ho aperto due exit nuovi. Poi abbiamo saltato castelli diroccati, antenne e pareti più basse. Tutto quello che vedevamo salvabile lo saltavamo, che esperienza!

marco milanese and friends jumping in Turkey

La seconda settimana invece eravamo nel parco di Kamalye, già conosciuto per la scalata (poca), bici, e il base, qui le persone conoscevano l’inglese e non erano cosi conservatori come nel primo villaggio che abbiamo visitato. 15 jumpers sballati sono stati accolti a braccia aperte con il saluto delle autorità e l’inizio dei salti con la tuta alare sopra il paese. Successivamente abbiamo saltato da un cavo teso sopra l’eufrate con una piccola seggiovia creata per l’occasione. Ci mandavano in centro con questo seggiolino e poi saltavamo! wooooow.

jumping from a cable..car up Eufrate River

Numeri non saprei, facevamo almeno 3 salti al giorni di media. Km tantissimi anche perché le due località distavano 600 km l’una dall’altra. Tanto kebab a sopratutto era pieno di turchi! (ride,ndr)

Il dibattito sulla estrema pericolosità della tuta alare usata nel BASE, ancor più in contesti alpini, è piuttosto vivace, lo hai sperimentato personalmente in un articolo sulle motivazioni di qualche tempo fa, con commenti sui social che mostrano un brutale cinismo per chi pratica una disciplina così estrema (e aggiungo io, spesso dettati da ignoranza nel senso più stretto della parola). Te lo chiedo brutalmente: cerchi linee di proximity sempre più difficili, exit più complesse, lancio dopo lancio ? O ti imponi una sorta di controllo sui tuoi limiti ? Come prepari un lancio da una exit nuova, da solo o con i compagni cambiano le cose ?

É uno sport nuovo che deve ancora conoscere i suoi limiti, le persone parlano perché non conoscono bene quello di cui si parla, come sempre. Quante volte anche noi “alpinisti” o “ arrampicatori” abbiamo sentito dire che siamo degli incoscienti.

La verità è che c’è un mondo dietro che pochi conoscono, e spesso viene travisato da giornalisti criminali o da pazzi suicidi che voglio buttarsi a tutti i costi perché fa figo. Ma nessuno parla di gente di 60 anni che ha fatto la storia di questo sport con una quantità di salti impressionante ( si parla di 3-4000 salti solo di basejump).

Comunque tornando a noi, in generale cerco sempre un buon motivo per saltare, questo può essere un exit difficile o una linea di proximity estetica ma può anche essere fare salti con amici e seguirsi a vicenda, oppure fare capriole solo per il gusto di vedere il tuo amico farle a fianco a te. Ultimamente cerco invece di trovare una bella montagna da scalare e saltare, non serve abbia un salto difficile.

Un lancio nuovo lo preparo molto attentamente, abbiamo molti dati a disposizione sia sui nostri voli grazie a speciali gps e programmi di voli sia con laser per misurare i nuovi exit e sapere se sono saltabili, studio e ristudio i dati fino a quando sono sicuro che sia fattibile con un adeguato margine di sicurezza, aspetto le condizione atmosferiche e di termiche buone e poi via!

Come hai preparato il trittico sulle Cime di Lavaredo ? Ho letto su planetmountain che hai sentito Thomas Huber, che nel 2008 disegnò una prima idea di concatenazione con base jump..da quanto avevi in mente questo progetto?

Questo progetto è nato alcuni anni fa quando per la prima volta saltai la cima grande. Il concatenamento è stata un idea naturale che mi è saltata in mente. Ho dovuto solo aspettare il momento giusto, quando cioè avevo alle spalle già un po di allenamento con questo stile. L’anno scorso per esempio ho scalato il socondo spigolo in Tofana e in cima ho saltato con la tuta, in totale da macchina a macchina ho impiegato 2 ore e 15 minuti se non sbaglio, li ho capito che avrei potuto provarci anche sulle tre cime.
Si ho sentito Huber per chiedergli del salto dalla ovest di Lavaredo ma poi ho deciso di cambiare programma ed è finita che ho aperto un nuovo exit sulla ovest.

La logistica di questo bel trip non è stata facile perchè avendo due soli paracaduti ho dovuto ripiegarne uno, inoltre uno dei problemi principali era che dovevo trovare il punto da dove saltare sulla piccola e sulla ovest.
Arrivato alla partenza del sentiero per la cima piccola di Lavaredo ho lasciato un paracadute e sono salito con l’altro, ho scalato la normale che è una via di IV, ho fatto una calata e trovato l’exit ho saltato. Ho ripiegato il paracadute nei pressi della chiesetta e mi sono diretto sulle due nord, lasciato un paracadute alla base dello spigolo Dibona mi sono diretto sullo spigolo Demuth, scalato questo fino a metà ho trovato un exit perfetto e ho saltato, non è possibile saltare da nessuna parte più in alto degli strapiombi gialli perchè poi li la parete si appoggia. Infine sono tornato sullo spigolo Dibona e con la tuta e l’altro paracadute ho salito lo spigolo, tra l’altro visto che stava arrivando una brutta nuvola ho corso come un matto salendolo in meno di un ora. In cima ho indossato la tuta e via verso l’ultimo salto con atterraggio su morbida erba.
Un esperinza quasi mistica ma vissuta abbastnaza serenamente, rivedendo i video ho scoperto che ho canticchiato spesso scalando 🙂 

Ringraziandoti molto per la tua disponibilità, la domanda finale è : dove stai andando ? Non mi interessa tanto sapere il futuro progetto prossimo, ma capire da te se hai individuato un percorso o qualche obiettivo di medio o lungo termine.

L’obiettivo ultimo è sempre come si dice in inglese “having a good time” ma sicuramente il climb and fly avrà un luogo centrale, lo ritengo la forma più pura per salire una montagna. Slegato con un paracadute in schiena, senza usare chiodi soste e corde, veloce sia nella salita che nella discesa. Non serve lasciare tracce sulla montagna, come a dire “io sono passato di qui” piantando un chiodo. Si lascia tutto intatto. Puro.

marco con tuta alare in uno stretto canale dolomitico

1976: Le Aquile di San Martino , Trentino, Italia

  Italian Expedition with Sherpa

Le Aquile di San Martino e gli Sherpa a fine spedizione, tutti insieme

Il 23 febbraio 1976 la spedizione delle Aquile di San Martino e Primiero partiva da Milano per Kathmandu, così composta:Renzo Debertolis capospedizione, Francesco Santon vice, le Aquile Camillo De Paoli, Gian Paolo De Paoli, Luciano Gadenz, Gian Pietro Scalet, Silvio Simoni, Giampaolo Zortea, Edoardo Zagonel, gli alpinisti Sergio Martini e Luigi Henry, il medico Achille Poluzzi e lo scrittore Alfonso Bernardi testimone della spedizione e autore della cronaca di quei momenti nel libro Trentini sul Dhaulagiri 8.172 m.

ritorno dalla Vetta!

il ritorno dalla vetta di Giampaolo Zortea e Silvio Simoni, i due alpinisti della cordata che riuscì nell’impresa. Luciano Gadenz fece marcia indietro a circa 7950 mt. per principi di congelamento.

portatori verso CB

Il 4 maggio 1976 le Guide Alpine Giampaolo Zortea e Silvio Simoni, piantavano sulla vetta del Dhaulagiri avvolta nella bufera, a 8.172 metri, le loro piccozze con i gagliardetti italiano, nepalese e naturalmente quello delle Aquile. Fu il primo ottomila conquistato da una spedizione di alpinisti trentini e in ordine di tempo, il terzo ottomila italiano. Il valore di un’impresa alpinistica è ben difficilmente collocabile in una graduatoria assoluta, fatto com’è di troppi elementi, umani, tecnici, ambientali ed anche d’imponderabilità, ma si può affermare che la salita al Dhaulagiri del 1976 merita un posto di primissimo ordine. “Successo prezioso” titolava un articolo di Alessandro Gogna (noto alpinista e scrittore) su “TuttoSport” del 12 giugno 1976. ( fonte: sanmartino.com )French Pass Glacier Dhaulagiri

il ghiacciaio dal French Pass e la via sulla destra verso il Colle e la cresta Nord Est

  Campo Base Italiano

 

 Il Campo Base detto poi “degli italiani”.  Sotto, la “cattedrale” Nord del Dhaulagiri.

    parete Nord Dhaulagiri

L’impressionante fotografia qui sopra ritrae la grande quantità di portatori assunti dalla spedizione italiana.

Tutte le foto (c) Alfonso Bernardi – Famiglia Bernardi

Leonard Carrel 1871-1940

Leonard Carrel - Guida del Cervino, 1930

Discendente di Jean-Antoine , “il Bersagliere”, “LA Guida del Cervino”, una straordinaria carriera ed etica solida

 

Leonard Carrel, guida Cervino - Capanna Jurneaux 1930


Carriera

  • 56 volte sul Cervino
  • 40 anni come Guida
  • ascensioni sul Mte Rosa
  • Alpi Pennine e Bernesi

LEONARD CARREL

Figlio dell’illustre Jean-Antoine, “la Guida del Cervino” per antonomasia ; nominato portatore il 20 maggio 1894, e guida il 19 giugno 1899, svolse la sua attività alpinistica fino al 1939, salendo il Cervino cinquantasei volte, e compiendo ascensioni nel gruppo del Monte Rosa e sulle maggiori vette delle Alpi Pennine e Bernesi. Il 10 apr. 1904, con l’alpinista Gabriele De Bottini e l’altra guida di Valtournanche Abele Pession, compiva come primo di cordata la prima salita del Mont Avi od Aü (3.006 metri, Valle d’Aosta) per la cresta sud; nel 1938, a sessantasette anni, compì ancora la salita del Breithorn (4.165 metri). Morì a Cervinia il 24 dic. 1940.