Le eccezionali immagini del drone pilotato da Bartek Bargiel, fratello dell’alpinista Andzrej ( impegnato nel tentativo di scalata del K2 e successiva discesa integrale in sci) , che mostrano Rick Allen sul Broad Peak , dato per disperso e probabilmente morto a seguito del mancato ritorno dal suo tentativo di vetta solitario.
Rick Allen, pellaccia durissima scozzese, era caduto per qualche centinaio di metri , fortunatamente senza gravi ferite, ma si era trovato fuori via.
Grazie all’aiuto del drone (e del cuoco della spedizione, il primo ad aver avvistato il suo zaino col telescopio da Campo Base) i soccorsi hanno felicemente incontrato e aiutato a scendere Rick, poi evacuato in elicottero.

bartek bargiel, pilot of drone

 

COMUNICATO UFFICIALE / DA LUDOVIC GIAMBASI, MANAGER DI ELIZABETH REVOL

Dopo aver parlato con Elisabeth, ecco la mia opinione sulla patologia che è stata probabilmente causa della morte di Tomek.

Tomek era  malato da alcuni giorni, con problemi digestivi. Come ogni altro problema di salute, anche minimo, questo ha  influenzato la capacità del corpo di acclimatarsi.

Elisabeth evoca molto bene l’enorme fatica che Tomek ha mostrato al suo arrivo sotto la vetta con l’aumento di ritmo respiratorio … “.

Ciò è dovuto alla dispnea (anormale mancanza di respiro sentito – uno dei primi segni di HAPE (edema polmonare di alta quota).

Immediatamente, all’inizio della discesa, Tomek aveva una tosse associata a dispnea, un segno di Irritazione alveolo-bronchiale dovuta alla presenza di liquido negli alveoli polmonari (essudato dai vasi) In questa fase, l’evoluzione patologica è sistematicamente fatale in assenza di una discesa veloce di quota, in quanto tutto il meccanismo di acclimatazione è sconfitto.

La cecità di Tomek può essere stata causata da diverse cose ( oftalmia della neve o emorragia o problema di ischemia retinica , in questo contesto).
Lo stato di Tomek è quindi peggiorato nonostante la discesa intorno ai 7300 metri.

Si può immaginare che Tomek avesse una soglia di acclimatazione (altitudine al di sopra della quale il suo corpo non è in grado di acclimatarsi fisiologicamente) che era tra l’altitudine massima raggiunta da Tomek in passato e la cima del Nanga Parbat (soglia inferiore, comunque, a causa dello stato infiammatorio puntuale dovuto al suo problema gastrico.

Elisabetta descrive molto bene di aver notato “tracce di sangue nella barba di Tomek …. ” è il sintomo finale dell’edema polmonare … un ” essudato schiumoso rosa ” che corrisponde alle secrezioni bronchiali ,con un po ‘di sangue dalle lesioni alveolari.

L’HAPE di TOMEK era nella sua fase finale, la sua saturazione di ossigeno doveva essere particolarmente compromessa e la sua capacità di progredire a causa della mancanza di carburante (= ossigeno) al suo minimo (da qui l’abbandono per risalire fino a raggiungere campo 2 o 3)

Sembra che Tomek non abbia avuto edema cerebrale in alta quota perché non ci sono segni neurologici presenti in quello che mi dice Elisabeth: è rimasto coerente, non delirante e cosciente fino a molto tardi. nella fessura probabilmente dovuta alla profonda ipossia).

Tomek molto probabilmente è morto nelle ore successive (3,4,5 ore) addormentandosi senza soffrire affatto.

tomek mackiewitz

 

Un po ‘di opinione personale sulle allucinazioni di Elizabeth . Questi non sono dovuti a edema cerebrale secondo me  … ha recuperato la sua scarpa e ha avuto la lucidità di scendere.

L’edema cerebrale, come l’edema polmonare, sarebbe aumentato senza alcun miglioramento e si sarebbe trasformato in coma, poi in certa morte senza una rapida e completa discesa.

Dott. Frédéric CHAMPLY
medico dell’unità medica di alta montagna degli Ospedali del Paese del Monte Bianco
Capo del dipartimento di emergenza / Medicina di montagna
Responsabile di SEMES SEMI_
Ospedali del Monte Bianco
380 Hospital Street
74700 SALLANCHES

“SOS frostbite” è una linea aperta H24 / 7J al termine della quale un medico di montagna del nostro team risponde e fornisce consigli sul congelamento, sul congelamento del grado (stadio) e consiglia … la consulenza è gratuita – +33 4 50 47 30 97

La brutalità degli avvenimenti sul Nanga Parbat, lo sviluppo frenetico dei soccorsi, la solidarietà sui Social e la contemporanea ondata di polemiche sul senso di queste imprese, sulle accuse e ai dubbi avvelenati, sui costi e sui Governi eccetera.

L’Epopea di Sopravvivenza e delle scelte tragiche, la straordinarietà delle prestazioni umane e alpinistiche, la commozione e la gioia per un salvataggio incredibile.

Il dolore per la morte di Tomek Mackiewitz, così tragica e allo stesso tempo già in corso di elaborazione trasfigurante, il processo collettivo di realizzazione improvvisa della sua figura complessa e contradditoria eppur così pura e spirituale, della sua ossessione e del suo sogno, leggero e innovativo, ascetico, folle.

tomek mackiewitz

“Il Custode del Nanga”, ora lo chiamano : non più il matto, il drogato, lo sconsiderato.

Il rispetto e l’ammirazione per una donna come Elizabeth Revol, capace di sopportare un fardello gigantesco di responsabilità, attaccata alla vita con una determinazione incrollabile, dignitosa e in piedi, rifiutando le stampelle, prima di essere portata in Ospedale. Ora dovrà affrontare le dure conseguenze fisiche e psichiche di un’avventura ai limiti della sopportazione umana, e che già viene assillata sui Media da giudici improvvisati, che reclamano spiegazioni e prove.

L’ipocrisia e l’ignoranza di coloro che urlano rabbia perchè nessuno ha voluto salvare Tomek, ecco credo che queste cose offendano proprio la sua Memoria. Tomek sapeva perfettamente cosa faceva e cosa rischiava. Nelle sei volte precedenti che ha tentato il suo sogno sul Nanga Parbat, aveva sempre dimostrato di sapere quando era il momento di rientrare a valle, di non rischiare inutilmente la pelle. Amava follemente i suoi figli e sua moglie, voleva tornare a casa.

Da quello che sappiamo ha cominciato a star male in vetta, a 8126 metri. Quando Elizabeth l’ha lasciato, la mattina dopo, dopo un bivacco all’aperto a 7500 metri e una discesa disperata fino ai 7200 metri, non era più in grado di muoversi, di vedere e i congelamenti erano gravi. Per quanto fosse un uomo di resistenza straordinaria, sappiamo dalla letteratura medica e dai precedenti, che nel giro di 48 ore la morte è certa, in caso di edema cerebrale, se non si viene curati e portati immediatamente a quota bassa.

Potremo parlare in futuro, e succederà, su quanto fossero adeguatamente acclimatati, sul fatto che la finestra di bel tempo era troppo ristretta, che hanno attaccato la vetta da troppo lontano.

A volte è solo maledetta sfortuna, perchè Elizabeth non solo non ha accusato problemi, ma è sopravvissuta i giorni successivi in condizioni inumane e mortali.

Tomek Mackiewitz ed Elizabeth Revol hanno aperto e completato, in stile alpino, la via iniziata da Messner ed Eisendle sul lato estremo del Diamir, arrivati alla sella a 7500 metri sul Basin , sono scesi davanti al trapezio sommitale, incontrando la via Kinshofer, sono saliti in vetta .

D’ora in avanti parleremo della via Mackiewitz-Revol e di una delle prime invernali in puro stile alpino.

I polacchi. Non si devono spendere troppe parole, come bruscamente ha ricordato Wielicki. “Abbiamo fatto quello che dovevamo fare”. Hanno salvato una vita umana e hanno nobilitato enormemente lo spirito della vera comunità alpinistica, la Brotherhood of Rope.

Dove un russo, poi naturalizzato kazako, poi un po’ italiano bergamasco, poi naturalizzato polacco, è corso incontro a una francese , trovandola al buio della parete e salutandola in inglese “Elizabeth ! Nice to meet you”

denis urubko,eli revol,adam bielecki