Antartide

Danilo Callegari (c) con la slitta da 150kg sul pack

Danilo Callegari , avventuriero ed esploratore estremo – e nel suo caso la definizione non è banale – nato nel 1983 in un piccolo villaggio in Friuli, a 14 anni prese la bicicletta e da casa salì sul Monte Coglians, a 2780 metri di quota, tornando dopo 4 giorni.

A 16 anni ha deciso di camminare dalla sorgente alla foce del Tagliamento, per 182 km. Insomma, è facile pensare a un grande fuoco interiore che gli diceva di andare, oltre. Sperimentare, tutto. Camminare,correre, bicicletta, montagne, alpinismo. Poi la decisione di entrare nell’Esercito, e di trovarsi nei Reparti paracadutisti. Nel 2005 la durissima realtà di combattere 5 mesi in Iraq, un’esperienza che gli segna la vita.

Da quel momento Danilo alza l’asticella e comincia a impegnarsi in imprese sempre più complesse ed estreme, pedalando migliaia di km, pagaiando, trascinando slitte con gli sci, volando in parapendio  in Karakorum,Ladakh, Islanda, Sudamerica .

Poi l’alpinismo: Elbrus, Kilimanjaro e nel 2016 il Manaslu, un ottomila non banale, senza ossigeno e assistenza sherpa.

Da un mese Danilo si trova in Antartide, e dopo esser sbarcato nella banchisa di Weddell, vuole raggiungere il Polo Sud, senza assistenza e trainando una slitta di 150kg con gli sci per 1300 km circa. Se raggiungerà il Polo Sud, un bimotore ad elica lo raccoglierà per portarlo sul Monte Vilson, cima più alta del continente , e Danilo si paracaduterà per atterrare nella zona del Campo Base. L’obiettivo finale, scalarlo in stile alpino senza ossigeno.

Danilo, dopo 1 mese

Ora la dura realtà. Sono 1 mese e 2 giorni dalla sua partenza , ed ecco cosa scrive Danilo. Non vogliamo commentare le sue parole, ci sarebbe tanto da approfondire, dibattere, ma nella loro brutalità ed euforia sono esemplari.

“Cari amici miei, questo 2 dicembre segna un mese esatto da quando ho iniziato a trainare la mia slitta in direzione del Polo Sud Geografico. Per certi un mese potrà sembrare poco, per altri molto… per me è stato a tutti gli effetti il mese più lungo, duro, particolare e incredibile della mia vita. Sto vivendo un’avventura pazzesca, che mi sta dando moltissimo sotto ogni forma, in particolare dal punto di vista interiore. In questo mese ho affrontato i venti più forti, le temperature più rigide, le nevicate più abbondanti che abbia mai provato fino ad oggi. Il meteo, diciamo, non mi é stato per niente amico ma si sa, avventura è anche saper accettare questo. L’Antartide fino ad oggi mi sta lasciando diversi segni sul corpo, ho vesciche ai piedi ancora aperte con sangue a forza di continuare a strofinare, ho gli alluci gonfi e quasi privi di sensibilità, una tendinite al polpaccio destro, dolori alle teste dei femori per il tipo di movimento ripetuto milioni di volte che mi rende difficile anche il sonno, ho una forte tendinite ad entrambi i gomiti, la pelle del volto é mangiata dal ghiaccio, le labbra sono distrutte dal vento gelido, ho un’infiammazione alla narice destra per il continuo vento che arriva da sud ovest, ho perso parte della sensibilità delle ultime falangi di tutte e dieci le dita delle mani e ho perso molti chili ma… sono estremamente felice, sto vivendo un ambiente che solo in pochi hanno avuto l’onore di poterlo vivere così, in completa solitudine.
Solo con me stesso nel luogo più freddo, ventoso, desolato ed estremo dell’intero nostro bellissimo Pianeta.
Un fortissimo abbraccio a tutti voi,
Danilo

Himalaya

Pumori , 25 Ottobre 2018

Il trio rumeno composto dagli alpinisti Romeo Popa, Zsolt Torok e Teofil Vlad ha aperto una nuova via sulla parete Sud Est del Pumori, iconica cima di 7161 metri che si affaccia sul Circo dell’ Everest.

nuova via pumori SE ( Romica Popa, Zsolt Torok and Teofil Vlad )

La nuova via , splendida per logica e difficoltà sostenuta, è prevalentemente su ghiaccio con passaggi di misto difficilmente proteggibili ; si sviluppa per 1100 metri, raggiungendo la cresta sommitale a 6700 . 5 bivacchi necessari, di cui tre in parete e gli ultimi due in cresta ; un giorno di riposo il primo, poi il secondo giorno l’attacco finale, avvenuto affrontando venti fino ai 100 kmh. 

in parete con everest,lhotse e nuptse sullo sfondo ( Romica Popa, Zsolt Torok and Teofil Vlad )

 

La discesa è avvenuta effettuando 1000 metri di doppie lungo la parete Ovest. La difficoltà è stata classificata come AI 4, R (il grado dovrebbe essere quello rumeno, indica una media difficoltà tipo D francese).

                            pumori summit ( Romica Popa, Zsolt Torok and Teofil Vlad )

Lunag Ri , 28 Ottobre 2018

David Lama ha realizzato il sogno, a lungo inseguito, di scalare il Lunag Ri ( 6905 metri ) , e l’ha fatto in solitaria: dopo i famosi 2 tentativi in duo con Conrad Anker, l’ultimo dei quali conclusosi con una drammatica ritirata a seguito di un infarto che ha colpito Conrad. Per ora non si conoscono i dettagli della salita, che teoricamente dovrebbe essere il completamento dei precedenti tentativi , con salita sullo zoccolo al centro sx della foto e lungo la cresta fino in vetta.

                                           Lunag Ri , 6907 metri (red Bull copyright)

Le eccezionali immagini del drone pilotato da Bartek Bargiel, fratello dell’alpinista Andzrej ( impegnato nel tentativo di scalata del K2 e successiva discesa integrale in sci) , che mostrano Rick Allen sul Broad Peak , dato per disperso e probabilmente morto a seguito del mancato ritorno dal suo tentativo di vetta solitario.
Rick Allen, pellaccia durissima scozzese, era caduto per qualche centinaio di metri , fortunatamente senza gravi ferite, ma si era trovato fuori via.
Grazie all’aiuto del drone (e del cuoco della spedizione, il primo ad aver avvistato il suo zaino col telescopio da Campo Base) i soccorsi hanno felicemente incontrato e aiutato a scendere Rick, poi evacuato in elicottero.

bartek bargiel, pilot of drone

La brutalità degli avvenimenti sul Nanga Parbat, lo sviluppo frenetico dei soccorsi, la solidarietà sui Social e la contemporanea ondata di polemiche sul senso di queste imprese, sulle accuse e ai dubbi avvelenati, sui costi e sui Governi eccetera.

L’Epopea di Sopravvivenza e delle scelte tragiche, la straordinarietà delle prestazioni umane e alpinistiche, la commozione e la gioia per un salvataggio incredibile.

Il dolore per la morte di Tomek Mackiewitz, così tragica e allo stesso tempo già in corso di elaborazione trasfigurante, il processo collettivo di realizzazione improvvisa della sua figura complessa e contradditoria eppur così pura e spirituale, della sua ossessione e del suo sogno, leggero e innovativo, ascetico, folle.

tomek mackiewitz

“Il Custode del Nanga”, ora lo chiamano : non più il matto, il drogato, lo sconsiderato.

Il rispetto e l’ammirazione per una donna come Elizabeth Revol, capace di sopportare un fardello gigantesco di responsabilità, attaccata alla vita con una determinazione incrollabile, dignitosa e in piedi, rifiutando le stampelle, prima di essere portata in Ospedale. Ora dovrà affrontare le dure conseguenze fisiche e psichiche di un’avventura ai limiti della sopportazione umana, e che già viene assillata sui Media da giudici improvvisati, che reclamano spiegazioni e prove.

L’ipocrisia e l’ignoranza di coloro che urlano rabbia perchè nessuno ha voluto salvare Tomek, ecco credo che queste cose offendano proprio la sua Memoria. Tomek sapeva perfettamente cosa faceva e cosa rischiava. Nelle sei volte precedenti che ha tentato il suo sogno sul Nanga Parbat, aveva sempre dimostrato di sapere quando era il momento di rientrare a valle, di non rischiare inutilmente la pelle. Amava follemente i suoi figli e sua moglie, voleva tornare a casa.

Da quello che sappiamo ha cominciato a star male in vetta, a 8126 metri. Quando Elizabeth l’ha lasciato, la mattina dopo, dopo un bivacco all’aperto a 7500 metri e una discesa disperata fino ai 7200 metri, non era più in grado di muoversi, di vedere e i congelamenti erano gravi. Per quanto fosse un uomo di resistenza straordinaria, sappiamo dalla letteratura medica e dai precedenti, che nel giro di 48 ore la morte è certa, in caso di edema cerebrale, se non si viene curati e portati immediatamente a quota bassa.

Potremo parlare in futuro, e succederà, su quanto fossero adeguatamente acclimatati, sul fatto che la finestra di bel tempo era troppo ristretta, che hanno attaccato la vetta da troppo lontano.

A volte è solo maledetta sfortuna, perchè Elizabeth non solo non ha accusato problemi, ma è sopravvissuta i giorni successivi in condizioni inumane e mortali.

Tomek Mackiewitz ed Elizabeth Revol hanno aperto e completato, in stile alpino, la via iniziata da Messner ed Eisendle sul lato estremo del Diamir, arrivati alla sella a 7500 metri sul Basin , sono scesi davanti al trapezio sommitale, incontrando la via Kinshofer, sono saliti in vetta .

D’ora in avanti parleremo della via Mackiewitz-Revol e di una delle prime invernali in puro stile alpino.

I polacchi. Non si devono spendere troppe parole, come bruscamente ha ricordato Wielicki. “Abbiamo fatto quello che dovevamo fare”. Hanno salvato una vita umana e hanno nobilitato enormemente lo spirito della vera comunità alpinistica, la Brotherhood of Rope.

Dove un russo, poi naturalizzato kazako, poi un po’ italiano bergamasco, poi naturalizzato polacco, è corso incontro a una francese , trovandola al buio della parete e salutandola in inglese “Elizabeth ! Nice to meet you”

denis urubko,eli revol,adam bielecki