E’ morto a 91 anni Cesare Maestri, leggendario alpinista italiano

Cesare Maestri, il leggendario scalatore italiano e il “Ragno delle Dolomiti”, è morto a 91 anni a Tione di Trento.

“Questa volta Cesare ha firmato il libro della vetta della sua scalata della vita”, ha scritto ieri, 19 gennaio 2021, sui social Gianluca Maestri, figlio di Cesare.

 Il giovane Cesare Maestri – foto P.Melucci

Nelle ore successive, sotto il post di Gianluca e su altri ricordi nei social network, si è accumulato un’enorme afflusso di cordoglio, affetto e di ricordi: commenti scritti da persone che scrivevano quanto dovevano a Cesare il loro amore e rispetto per la montagna, oppure il ricordo di bambini affettuosamente accompagnati in montagna sotto la sua paterna e gentile guida. Dopo aver smesso di arrampicare – ma solo “pubblicamente” nel 1978 – Maestri, oltre a dedicarsi all’amata moglie Fernanda, al figlio Gianluca e alla nipote Carlotta, ha trascorso  lunghi anni scrivendo, insegnando educazione ambientale e guidando i bambini sui sentieri e dando lezioni di arrampicata sulle Dolomiti. Era un punto di riferimento solido e amato a Madonna di Campiglio, con la Bottega di famiglia. Si intratteneva volentieri con la gente, umile, cordiale e generoso.

Maestri è  diventato famoso in tutto il mondo anche per le polemiche che circondano le salite sul Cerro Torre in Patagonia, ma i suoi innumerevoli exploits sulle Dolomiti lo rendono una figura di assoluto spicco nell’arrampicata mondiale. Ha scalato circa 3.500 vie nella sua vita, un terzo delle quali in solitaria.

Le Dolomiti furono il suo palcoscenico: nel 1950, all’età di 21 anni, irruppe in scena salendo in solitaria la Via Preuss al Campanile Basso. Famose in tutto il mondo le sue prime solitarie della Via Solda-Conforto (5.9 A2, 650 metri) sulla Marmolada e della Via delle Guide al Crozzon di Brentawas, entrambe nel 1953. Scende in solitaria fino al VI UIAA (5.10 circa) sul Crozzon di Brenta e sul Sass Maor. Nel 1954 completa una traversata in solitaria dell’Ambiez-Tuckett (16 vette in 18 ore), con difficoltà fino al VI grado. Ha effettuato una salita invernale in solitaria della cresta sud-ovest del Cervino. L’elenco potrebbe continuare.

Maestri nacque a Trento, in Italia, nel 1929, in un quartiere chiamato Casoni, dove da bambino iniziò a scalare i muri degli edifici e dei pali della luce, rimediando cadute, graffi e visite ospedaliere. In una videointervista a Nereo Pederzolli, Maestri rideva ricordando un medico dell’ospedale che chiese a suo padre Toni : “Che fine ha fatto il piccolo Cesare? È una settimana che non lo vediamo in ospedale, è malato o cosa? “

 

Entrambi i suoi genitori erano attori itineranti. Sua madre morì quando aveva 7 anni, lasciandolo alle cure di suo padre, Toni. Nel 1943, una condanna a morte fu emessa nei confronti di Toni dall’autorità tedesca di occupazione e la famiglia fuggì a Ferrara, città natale della moglie. Quando, qualche tempo dopo, la polizia fascista fu incaricata di arrestarlo, la famiglia tornò a Trento e il giovane Cesare si unì ai partigiani che combattevano contro i tedeschi.

Dopo la guerra il padre di Cesare lo mandò a Roma per studiare storia dell’arte. Lì si dedicò alla politica con il PCI ma, dopo due anni a Roma, rinunciò agli studi e alle passioni politiche – lui così anarchico, libero , irrequieto – e fece rientro a Trento. Fu allora che Cesare iniziò a scalare, un modo per sfuggire agli stress terribili che si portava dietro dalla guerra e dal suo non riuscire a collocarsi in società in ruoli troppo soffocanti per lui.

Ben presto, il suo talento naturale ed esplosivo nell’arrampicata lo vide ripetere – e spesso in solitaria – vie storiche e difficili sulle Dolomiti. Nello stile di Paul Preuss, ne ha discese la maggior parte senza corda e protezioni, in solitaria, dopo essere salito in cima. Ha aperto nuove vie difficili che hanno aperto nuovi orizzonti nel Sesto Grado (UIAA grado VI).

Maestri era un innovatore, insofferente per le regole, curioso e in poco tempo iniziò una nuova fase nel suo stile di arrampicata. Con un clamoroso “salto di stile” si dedicò all’arrampicata artificiale, portata all’estremo, inventando soluzioni, nuovi attrezzi, in un groviglio di staffe, corde, chiodi, scalette affrontava difficoltà impossibili allora in libera, con ostinazione. Le Direttissime , cioè vie a piombo sulle pareti, senza seguire le naturali conformazioni più logiche della roccia, diventarono il suo terreno di gioco.

Così all’interno dell’arrampicata di Maestri è esistita un’apparente contraddizione: da un lato amava lo stile puro di Preuss, ma dall’altro abbracciava le tecniche di arrampicata artificiale estrema. Questa dicotomia incarna il carattere vulcanico, contradditorio eppur così libero di Cesare Maestri.

Gianpaolo Motti, grande alpinista e scrittore italiano, ha scritto nel secondo volume del suo libro, Storia dell’alpinismo:

Maestri è ambizioso, narcisista, polemico, geloso, invidioso, sensibile, intollerante con chi è più forte di lui, permaloso. Ma allo stesso tempo è generoso come pochi sono, semplice come un bambino, forse ingenuo, sensibile al punto da essere ferito da uno spillo, deluso da certi valori in cui crede e che forse non esistono.Quando Maestri ha iniziato ad arrampicare, voleva essere il più forte ed era ansioso di dimostrarlo. Ha fatto una spettacolare serie di salite solitarie, compiute sulle vie più ardue delle Dolomiti, spesso svolte senza alcuna protezione, degne del maestro Preuss. … In effetti, si può senza dubbio dire che è stato uno dei più forti alpinisti del dopoguerra.Amava  essere personaggio , si attribuì e fece relazioni drammatiche e abbellite delle sue salite, tanto che per il grande pubblico divenne noto come il” Ragno delle Dolomiti “. Eppure se c’è un personaggio simpatico, è Cesare Maestri. La sua rabbia, le feroci polemiche, gli atteggiamenti dittatoriali, le reazioni infantili, lo rendono troppo umano per definirlo sgradevole. Purtroppo Maestri ha sempre prestato la sua parte alle provocazioni e si è trovato a giocare, senza rendersene conto, il gioco di chi lo provocava.

I risultati di Maestri sono stati in gran parte oscurati da una serie di polemiche, iniziate con la sua salita al Cerro Torre del 1959, realizzata con l’asso dell’arrampicata su ghiaccio Toni Egger e Cesarino Fava. Fava ha assistito gli altri due fino al primo nevaio, poi è sceso al campo base in attesa che finissero la salita.

Là Fava aspettava e aspettava. Sei giorni dopo non c’era traccia dei due uomini. Finalmente, un giorno, già temendo la morte dei suoi amici, mentre stava per abbandonare il campo, Fava notò Maestri disteso nella neve sotto la parete est del Cerro Torre. Maestri affermò di essere salito con Toni Egger in vetta al Cerro Torre – un’impresa storica – e che, durante la discesa, Egger fu spazzato via da una valanga.

Presto arrivarono dubbi sull’affermazione di Maestri secondo cui lui e Egger avevano raggiunto la vetta del Cerro Torre. Le accuse più forti arrivarono da Carlo Mauri, grande scalatore dei Lecco Spiders, compagno di Walter Bonatti nella prima salita del Gasherbrum IV nel 1958, e in qualche modo “rivale” già in Patagonia nella spedizione con Bonatti che si concluse con il ritiro dal Cerro Torre, definito “impossibile” da Mauri (accusando di fatto Maestri di non averlo salito).

Maestri presto si trovò, rispondendo inizialmente con sdegno , in un turbine di feroci polemiche contro il crescente coro di detrattori , nel decennio successivo, e tornò al Cerro Torre nell’inverno del 1970, trasportando quello che divenne un famigerato trapano- compressore da 60 chilogrammi alimentato a gas, nel tentativo di mettere le cose in chiaro e mettere a tacere i critici. Voleva dimostrare che anche quella parete era scalabile. Quella stagione, Maestri e i suoi compagni  combatterono in Inverno contro il maltempo sul Cerro Torre per 54 giorni, salendo per 600 metri sulla parete sud-est, prima di mettere in pausa il loro assedio. Tornati di nuovo in primavera, chiodando la parte alta della loro nuova via con il compressore, Maestri lasciò centinaia di chiodi a breve distanza, anche su punti apparentemente non necessari. Si fermò verso la fine del muro di roccia, rifiutando di scalare l’ ultimi fungo di ghiaccio e rime fino alla cima. Maestri lasciò il compressore ancorato alla parete e durante la discesa distrusse alcuni dei suoi stessi spit in un gesto iconoclasta e oltraggioso.

Negli anni a seguire, Maestri ha difeso le sue dichiarazioni, in seguito si è rifiutato di parlare  sulla sua salita dichiarata nel 1959 del Cerro Torre, che non è più riconosciuta valida dalla comunità alpinistica, sulla base di una serie di indagini di fotografie e confronti delle descrizioni dei percorsi di Maestri e delle successive ascensioni del percorso dichiarato. Nel 2012, gli alpinisti americani Hayden Kennedy e Jason Kruk hanno distrutto oltre 100 spit dalla Via del Compressore dopo aver completato la prima salita discreta della parete sud-est , causando  plauso di una parte della comunità alpinistica e contemporaneamente grande sdegno dalla comunità locale (furono bloccati e mandati via da El Chalten) e da altri alpinisti, una questione che si è trascinata per anni.

Nel 1978 Maestri decide di abbandonare definitivamente l’arrampicata. “Il miglior scalatore è [quello] che muore nel suo letto”, come  Maestri ricorda nella sua video intervista a Nereo Pederzolli citata sopra.

Tragicamente, la controversia sul Cerro Torre ha imbrigliato Maestri come.. un ragno intrappolato nella sua stessa tela.

Io stesso sono stato , a suo tempo, sconcertato e sfiduciato dalle affermazioni, dalle relazioni sul Torre di Maestri ; dalla lettura delle relazioni di Garibotti, Ermanno Salvaterra, il libro di Kelly Cordes 

Ma a un certo punto, approfondendo le mie letture, allargando lo sguardo a una vita così ricca e complessa, e non sopportando più le ossessive “analisi” sull’affaire Torre, esattamente con la schiodatura del 2012, ho sentito che era stato veramente passato un limite . Dal cancellare la toponomastica del “colle della conquista”, all’insulto con la via “Diretta della Menzogna” (!), all’ossessione di andare a cercare “la vera causa e il punto dove è morto Egger” (!) e all’insultare con definitivo giudizio un uomo, un’alpinista, senza aver mai tentato di empatizzare con l’immensa tragedia che visse con Egger. Arrivare, anche pochi anni fa, ad accanirsi e chiedere di dire “tutta la verità” a un uomo ultra ottantenne, ritirato dall’alpinismo da anni, omettere un periodo importante della sua vita di cui questi detrattori nulla sapevano, nulla hanno cercato di capire. Così come liquidavano sempre, in capziose premesse, “certo, un’alpinista importante, bravissimo ma” la sua luminosa carriera alpinistica e il suo essersi dedicato agli altri, il suo essere stato soccorritore, compagno di cordata, guida generosa.  

Maestri si è ritrovato letteralmente a essere il capro espiatorio di un alpinismo che ha scheletri nell’armadio come in ogni attività umana : la sua scelta, dopo le prime sdegnose battaglie, è stato un libero, insindacabile, intimo silenzio.

La sua molto criticata Compressor Route è stata completata in vetta per la prima volta dagli alpinisti americani Jim Bridwell e Steve Brewer nel 1979. Durante il Festival di Trento alcuni anni fa, Luca Signorelli, un mio caro amico, ha avuto l’opportunità di parlare brevemente con il leggendario Bridwell.

Riguardo alla ripetizione del percorso del compressore, ha chiesto a Bridwell: “Era una via senza senso, con tutti gli spit? Ha ricordato che Bridwell ha risposto:” Nah, è una salita fottutamente brillante. Grandi tiri, grandi movimenti. L’ho amata !.”

Maestri e Messner, Trento Film Festival 2015 (A.Filippini)

Alessandro Filippini, giornalista italiano veterano di alpinismo, ha ricordato in un post su Facebook che Reinhold Messner, a sua volta accusatore di Maestri sulla sua salita al Cerro Torre del 1959, ha detto ,nel 2015:

“Al di là dei grandi meriti per le sue tante salite e per i suoi tanti “assoli” da ottimo arrampicatore, va ricordato che, essendo una persona che parlava apertamente, Maestri ci ha permesso di aprire una discussione seria sullo sviluppo dell’alpinismo. Ci sono persone che dicono la metà di quello che pensano e non consentono il confronto aperto. Cesare era esattamente l’opposto. “

 

Nel mio viaggio personale, leggendo e imparando a conoscere questo personaggio incredibile e complesso, le seguenti straordinarie righe, un vero e proprio manifesto di libertà  sono quelle che serberò più care , perchè  catturano la sua anima , la sua contraddizione, il suo essere uomo, imperfetto, come tutti ma con un ideale fortissimo di eguaglianza:

Sono sempre stato un sostenitore del principio secondo il quale ogni alpinista dovrebbe essere libero di andare in montagna come vuole: giorno o notte, con i pioli o senza, per trovare Dio o negarlo, per conforto o disperazione. In questo modo ne avremmo tanti per di alpinismo in quanto vi sono persone che vanno in montagna e nessuna singola forma precluderebbe o attenuerebbe nessuna delle altre. L’idea di “Questo non è alpinismo solo perché è diverso dalla mia definizione” è un atto di intolleranza molto presunzione che umilia tutto il nostro sport. … Analizzando l’alpinismo, ho cercato di scoprire quali fossero i mali che lo minacciano, rendendomi conto che sono gli stessi che minano la nostra società: intolleranza, ignoranza, autoritarismo, bigottismo. Oggi, il confine tra permissività e libertà è così sfumato che rasenta l’abuso e l’arbitrio … Siamo tutti guidati da un unico ideale, fare della società di oggi un insieme di uomini con gli stessi diritti e gli stessi doveri. Ecco perché ho scalato e perché continuo a salire.

 

Roberto Delle Monache: il mio alpinismo, il mio amico Daniele Nardi e la via sul Baghirathi

Roberto Delle Monache è un alpinista abruzzese…”appenninico” : cresciuto sulle montagne di casa, il Gran Sasso.

Come il suo grande amico Daniele Nardi, proviene dall’Italia Centrale. Persona riservata e sensibile, ha affrontato nella sua carriera vari infortuni ma continuando a perseguire un alpinismo leale e a sviluppare una grande esperienza di alte quote. Con Daniele Nardi ha ideato e creato una linea sulla parete Ovest del Baghirathi III ,tra imponenti muri di scisto e ghiaccio, terreno di sfida per gli alpinisti più esperti, che secondo me rappresenta il punto più alto della sua carriera e di quella di Daniele Nardi.

Per questa via, i due hanno vinto il prestigioso Premio Consiglio, assegnato dagli Accademici del CAI , e ricevuto una nomination per i Piolet D’Or. E’ una via “incompiuta”, non hanno raggiunto la vetta: ma per come è stata scalata e discesa dai due, è una summa di creatività, improvvisazione, tenacia, tecnica e amicizia alpinistica su una parete iconica per ogni alpinista d’alta quota.

Dopo la morte di Daniele Nardi sullo sperone Mummery, assieme a Tom Ballard, Roberto Delle Monache non ha mai voluto partecipare a incontri, conferenze, commemorazioni per sua intima scelta;  il dolore provato, che espresse al tempo con una scarna e commovente dichiarazione, non ha mai voluto esternarlo in pubblico. 

Roberto, da sempre, è un’alpinista schivo e umile. Scala per amore di scalare, senza alcun altro fine. Ricordo di averlo “visto” per la prima volta nel video di Nardi, diretto da F.Santini “Verso l’ignoto”, in occasione di uno dei tentativi allo sperone Mummery del Nanga Parbat. Roberto appare umanissimo, e ben presto rinuncia alla scalata, per problemi alla schiena e perchè evidentemente non se la sentiva. (Incredibile che quell’anno, il 2015, questa rinuncia di Roberto finì per portare Daniele Nardi ad aggregarsi, su invito, al team di Alex Txikon e Ali Sadpara che tentava l’invernale  sulla via “normale” Kinshofer. I 3 arrivarono a 200 metri dalla vetta e si ritirarono per l’errore di Ali Sadpara nel trovare il canalone giusto e per le sue condizioni fisiche problematiche.)

 

Così, il fatto che per la prima volta Daniele , su mio discreto invito, in occasione del suo compleanno nel mese di Luglio, abbia accettato di ricordare quella esperienza e parlare del suo amico Nardi, rappresenta un momento di elaborazione del lutto e nello stesso tempo di celebrazione di una vera amicizia sulle montagne. E’ con grande piacere, e commozione, che vi propongo il suo racconto.

Il racconto di Roberto : su Daniele, assiem sul Baghirathi III

Dopo l’uscita dell’ultimo libro di Daniele, ho declinato tutti gli inviti alle presentazioni, non riuscivo a parlare di quello che è successo intorno al Nanga.  Io e Daniele ci siamo conosciuti venti anni fa, e siamo praticamente cresciuti insieme sia alpinisticamente e sia come persone. Eravamo Amici.

 Probabilmente ho sbagliato nel non andare a nessuna presentazione, ma purtroppo è stato più forte di me. 

Questa è la prima volta che scrivo qualcosa su Daniele e sul nostro rapporto.

La spedizione  del 2011 in india è nata un pò per scherzo un pò per caso. Nel 2010 mi hanno ricostruito la spalla destra che mi ero distrutto due anni prima sempre con Daniele al Monte Bianco. A gennaio del 2011 ero in Val di Cogne con amici per cascate di ghiaccio quando mi arriva una telefonata, era Daniele.

 Dove sei?

 Io gli rispondo che ero a Cogne per ricominciare a scalare un pò.

 Allora lui mi dice: “ va bene fammi organizzare un po’ di cose e tra un paio di giorni sto su.”

Dopo due giorni era al parcheggio dell’albergo, e li ha cominciato tutta la sua opera di convincimento. Quando si metteva una cosa in testa andava fino in fondo, alla fine mi ha preso per sfinimento.

Agosto 2011 siamo in India, è stato un viaggio fantastico, ci siamo divertiti. Dovevamo fare tutt’altro  ma le condizioni meteo non ci permettevano di scalare su roccia, si era creata una condizione di freddo umido che aveva incrostato tutto di ghiaccio,  allora un giorno durante un giro per sgranchire un pò le gambe la nostra attenzione è stata catturata dall’eleganza di una line bianca.

In un attimo siamo tornati al campo base, i siamo organizzati, abbiamo detto all’ufficiale di collegamento che andavamo a vedere quella cosa e che in una giornata massimo con un bivacco fuori poi saremmo rientrati. Il giorno dopo eravamo sulla via. E’ stato un viaggio fantastico! Ci siamo accorti subito che il ghiaccio non era dei migliori, ma abbiamo pensato che con l’aumentare della quota sarebbero migliorate anche le condizioni del ghiaccio, poi la curiosità di vedere dove ci portava quella linea era troppo forte, solo al momento del primo bivacco ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti :” questa volta ci siamo messi veramente nei casini” e ci siamo messi a ridere.

Tutto lo spirito di quella scalata è stato positivo, ci siamo resi conto che il ghiaccio non avrebbe tenuto il peso delle nostre doppie, non avevamo materiale sufficiente per attrezzare soste su roccia, pero sapevamo di avere l’esperienza e la capacita di capire che l’unica via di uscita era verso la cresta e che avevamo i mezzi per farlo. In fondo tra tutti e due li c’erano 20 – 8000  di esperienza. Cosi ci siamo detti! Abbiamo scalato tanto tutti e due, abbiamo risolto problemi e affrontato i pericoli sempre insieme, sempre legati. E nonostante tutto abbiamo continuato a divertirci e a sorridere.

Quando siamo sbucati in cresta erano quasi le 22:30, creata la truna per il bivacco ci siamo sistemati come potevamo, li ci siamo accorti di avere un principio di congelamento a mani e piedi.

Abbiamo preparato una tazza di acqua tiepida a testa e abbiamo mangiato quel poco che era rimasto, erano già 52 ore che eravamo in giro. Anche se eravamo quasi sfiniti e congelati eravamo contenti di aver scalato quella linea bianca lungo una parete di 1200 metri quella linea che ci aveva affascinato dal basso.

IL mattino seguente abbiamo tentato di seguire la cresta per arrivare in cima ma  fatto pochi metri ci siamo resi conto che era troppo pericoloso, sul filo di cresta c’era oltre un metro di neve della consistenza dello zucchero.

Abbiamo capito che la cresta era impraticabile sia per arrivare in cima come anche per scendere, essendo anche l’unica via di discesa che ci avrebbe riportato verso il Bhagirathi III e di li poi verso il campo base, allora abbiamo deciso di puntare giù dritti verso la verticalità della parete est con il poco materiale che avevamo.

Quella discesa è stata un’altra spedizione, quando siamo arrivati alla base della parete avevamo nebbia neve e vento forte con una visibilità di meno di 100metri, eravamo scesi dall’altra parte della montagna non avevamo punti di riferimento.

Quelle sedici ore del ritorno al campo base sono state le più dure, sentivamo il peso degli zaini ci facevano male le mani ed i piedi, avevamo bisogno di mangiare bere e dormire. Allora abbiamo deciso di camminare un po’ e di sederci circa 2 minuti, tempo in cui riuscivamo a dormire. Sono state 16 ore molto pesanti.

Quando in piena notte l’ufficiale di collegamento ci vede abbiamo realizzato che ci aveva dati per dispersi. Eravamo usciti per una ricognizione di una giornata  e con quello che serviva, alla fine siamo stati in giro per 68 ore in totale isolamento.

 

In questa avventura la nostra priorità non è mai stata la corsa dietro il risultato, eravamo solo due amici dentro uno parete grandiosa attratti dalla sua eleganza, per me è stata l’esperienza alpinistica più gratificante. Sicuramente ha cambiato il mio rapporto con la montagna e con l’alpinismo, ha sicuramente definito con chiarezza che tipo di alpinista sono. Sono stati tre giorni di grande alpinismo.

 Il giorno dopo arriva al campo base la notizia della morte di Walter Bonatti e ci è sembrato giusto dedicargli  “Il seme della follia…fa l’albero della saggezza!

Dopo qualche giorno per riprenderci ed organizzare il rientro, con piedi che a malapena entravano nelle scarpe, le mani gonfie e doloranti, malincuore e naso in su per quante altre possibilità di scalata c’erano in quel paradiso di roccia e ghiaccio siamo costretti a rientrare.

Roberto Delle Monache : La mia storia alpinistica

Ho cominciato relativamente tardi nel 94 con amici per curiosità, prima falesie poi le montagne di casa il Gran Sasso, e le prime esperienze in Monte Bianco, Monte Rosa e Cervino.

Nel 98 la prima esperienza extraeuropea Zanskar India  Kun 7077, il tentativo si ferma a 6000 metri.

Poi nel 2000 arriva l’Argetina, Aconcagua 6962 metri per il versante dei polacchi, la spedizione va a buon fine.

Durante gli allenamenti x l’Aconcagua ho incontrato Daniele, e nel giugno del 2001 ci troviamo hai piedi del Gasherbrum II 8035 metri, il nostro tentativo finisce x maltempo ma soprattutto per inesperienza a 7400metri.

Nel 2003 Shisha Pangma 8013metri  il mio tentativo si ferma 7300metri , unaltra cima mancata x un mio stupido errore.

Tornato a casa durante l’inverno mi sono infortunato al ginocchio destro per una caduta con gli sci, fermo per quasi due anni.

Nel 2006 vado al Cho Oyu 8201 metri il mio tentativo si ferma a campo 2, 7200 metri per un forte dolore al fianco. A questo punto il mio morale era sotto terra, tre tentativi andati male.

A Katmandu incontro Silvio Mondinelli Gnaro, con il quale avevo già condiviso due spedizioni, che mi dice vieni in primavera al broad peak cosi io faccio l’ultimo e tu fai il primo. A primavera facevo il trekking lungo il ghiacciaio del Baltoro e il 12 luglio del 2007  con mille difficiltà metto piede a 8000metri , cima middle del Broad Peak 8040 metri.

Nel 2008 e 2009 giro un pò le alpi con Daniele facedo belle ascensioni tra cui Cresta Hirondelles e Pilone Centrale del Freney, e infortunandomi alla spalla.

2010 sono stato operato alla spalla.

Nel 2011 con Daniele in India   Bhagirathi.

Nel 2012 mi sono rotto il legamento crociato del ginocchio sinistro.

E poi nel 2015 Daniele mi chiede di andare con lui al Nanga per dargli una mano con Federico Santini, fotografo cineoperatore e regista del docufilm “Verso l’ignoto”. Io nel mentre ho trovato anche tempo per farmi male anche alla schiena, non dovevo scalare, pero poi mi sono ritrovate sotto lo sperone.

Ho aggiunto anche i miei infortuni perché questi hanno segnato seriamente la mia carriera.

L’autore ringrazia di cuore Roberto Delle Monache.

Campo Base Spantik / Base Camp (c) Graham Wyllie

“Il meno difficile” dei 7000 ?

Nell’Agosto del 2019 ho seguito e poi letto la storia di una salita allo Spantik, una montagna di 7027mt nella Hunza Valley in Pakistan ; lo Spantik è una meta piuttosto comune per chi si approccia alle alte quote, per la sua relativa assenza di grandi difficoltà tecniche lungo la via normale, tuttavia niente affatto facile per il lunghissimo sviluppo e alcune sezioni tecniche.

Portatori sul ghiacciaio (c) Graham Wyllie

Se poi la via non è atttrezzata con corde fisse e traccia, come nel caso in questione, la “relativa facilità” viene del tutto meno ; i due alpinisti, infatti, affronteranno l’attacco alla vetta partendo da 5500mt su terreno completamente vergine e sconosciuto, senza corde né traccia. Per Graham, dopo una partenza fulminante e in gran forma, nel lungo attacco alla vetta, arriveranno i sintomi di mal di montagna ben conosciuti: allucinazioni e sfinimento – fortunatamente gestiti in modo eccellente e con l’aiuto della grandissima esperienza di Giampaolo, che scegliendo la tattica di salita e discesa altrettanto veloce e senza bivacchi, ha portato i due al Campo Base felicemente e senza conseguenze.

Protagonisti di questa storia sono due alpinisti di ben diversa esperienza: Graham Wyllie, 31enne e forte alpinista scozzese ma senza esperienza di alta quota e il veterano Giampaolo Corona, guida alpina Della Valle Del Primiero nelle Dolomiti ,47enne che ha scalato parecchi ottomila e altre vette importanti in Himalaya e Karakorum. Entrambi partiti in solitaria per lo Spantik, condividendo la logistica con altre spedizioni, si sono conosciuti e hanno deciso di attaccare la vetta assieme : quella che segue è la storia di questa salita scritta da Graham ; un esempio di buono stile, di una nuova amicizia e di grande perseveranza su un terreno a lui sconosciuto, con l’aiuto – comunque reciproco – di “Jumpy” Corona.


Pur non rappresentando una impresa di particolare rilevanza alpinistica, penso che questa storia racchiuda alcuni dei valori più importanti nell’alpinismo . Ringraziando Graham per l’intervista , le splendide foto e il permesso di tradurre l’articolo apparso nel suo blog l’anno scorso,e Giampaolo per la lunga chiacchierata, il suo racconto e la visione del video ancora inedito dell’impresa (di cui sopra vedete il trailer), vi auguro buona lettura.

Giampaolo Corona, il veterano

Giampaolo Corona è una Guida Alpina con un curriculum impressionante , ma si è sempre tenuto un po’ sotto “ai radar” dei grandi media.

Ha raccontato la scalata con Graham allo Spantik QUI.  Durante una lunga e piacevolissima chiacchierata al telefono, credo di aver capito alcune cose fondamentali della filosofia di Giampaolo ; prima di tutto, la distinzione tra le spedizioni agli 8000 e quelle a cime più basse ma molto più tecniche : nelle prime, spesso Giampaolo parte da solo, aggregandosi per la logistica del Campo Base ad altre spedizioni commerciali, ma non utilizzando – o facendolo al minimo possibile – corde fisse né aiuto dei portatori. Scala sempre in stile alpino e leggero, in entrambi i casi. Ma sugli 8000 o sui 7000 come lo Spantik, trova generalmente in loco qualche compagno estemporaneo nella salita, e lo sceglie “molto a pelle”. La sua esperienza gli permette subito di capire se può condividere la salita. Nelle spedizioni più tecniche, invece, prepara e sceglie accuratamente il team di scalatori. Mi ha spiegato quanto sia importante per lui fare nuove amicizie, conoscere nuove persone e godersi molto il viaggio. Ma la sua preparazione è sempre accurata e approfondita. Dalla sua prima esperienza himalayana mi ha detto di essersi immerso in testi e trattati tecnici sulla preparazione per l’alta quota. Per lui è importante ottimizzare molto il tempo di acclimatamento e poi salire il più velocemente possibile, portandosi dietro lo stretto necessario.

Infatti scrive :

“Considero il mio corpo come un motore da preparare, l’attrezzatura è il mio hardware, la testa è il mio software. Hai la testa o no. Senza di essa è meglio non andarsene.
Sto cercando la semplicità, l’essenziale. La perfezione si ottiene quando non c’è più niente da togliere, non quando non c’è più niente da aggiungere. L’arrampicata veloce e leggera sembra facile, in realtà è il risultato di un enorme lavoro a monte (preparazione sia tecnica che fisica oltre che psicologica). Nulla è inventato.”

E poi spiega:

La via di salita per Spantik è lunga e complessa (cresta, zone miste, ripidi pendii di neve e ghiaccio, lunghissimo “altopiano”). Un percorso che si snoda per 8 chilometri, 2500 metri di salita. Dopo soli 8 giorni dall’arrivo al campo base, mi sentivo pronto. Avrei usato un solo punto di supporto a 5500 m di altitudine dove avevo lasciato la mia tenda e gli elementi essenziali nudi per un bivacco, saltando il classico campo 1 e 3. Mi ero imposto una volta raggiunto la cima per scendere dritto a il campo base.

Avrei persino accettato di provare ad arrampicare completamente da solo.

Per caso ho incontrato lì un giovane e forte alpinista scozzese Graham Wyllie, che era d’accordo con me su leggerezza e semplicità, quindi mi sono detto perché non provarci insieme?

Alla fine, Giampaolo si è trovato molto bene con il giovane Graham, ed è nata una vera amicizia. 

Questo, per Giampaolo, è il vero valore aggiunto nel vivere un alpinismo pulito e leale. 

Intervista a Graham Wyllie

Graham Wyllie con due portatori pakistani , Arandu Bridge – avvicinamento allo Spantik

D. Questa è stata la tua prima esperienza in Karakorum/Himalaya ? Come hai organizzato la spedizione e quanto tempo hai dedicato a prepararti, logistica, attrezzature, etc ?

R.Questo è stato il mio secondo viaggio sulle grandi montagne dell’Asia. La mia prima volta è stata nel 2008, quando ho fatto parte di una squadra di 4 persone che ha tentato un picco a sud del Masherbrum chiamato Cathedral Peak (6247 m). Il tempo era brutto e abbiamo raggiunto solo poco più di 5500mt in quota. Avevo 19 anni allora, la spedizione mi ha dato una preziosa esperienza e un punto di riferimento su cui basare le mie future spedizioni. Mi ha aiutato molto per lo Spantik ,avendo molte meno incognite dal punto di vista logistico. Alcuni amici di arrampicata erano interessati al viaggio verso la fine del 2018, ma quando alla partenza nel giugno 2019 siamo rimasti in due, il sottoscritto e Andra.

Abbiamo usato la stessa agenzia locale usata nel 2008 e abbiamo acquistato solo un servizio logistico per il campo base. Questo ci ha sollevato dallo stress nell’avvicinamento alla montagna e ci siamo rilassati e concentrati sull’acclimatamento e sul godersi la bellezza impressionante dei luoghi. Avevamo una tenda, niente portatori e niente corde fisse.

 Tenda comune al BC (c) Graham Wyllie

Abbiamo scalato il più possibile in stile alpino e avevo con me l’attrezzatura e il vestiario simile a quello che uso in Scozia in inverno. A prima vista, lo “stile alpino”  dovrebbe essere leggero, ma quando si sposta una tenda, un sacco a pelo, un fornello, un cibo, ecc. non è proprio così! Per l’equipaggiamento da spedizione come radio, tenda d’altitudine, telefono satellitare, ecc., Andra è membro del Club alpino olandese (NKBV) che ci ha permesso di prendere in prestito praticamente tutto il kit specifico di cui avevamo bisogno, il che è stato fantastico.

C1 (c) Graham Wyllie

D.Come ti sei preparato – se l’hai fatto – per l’alta quota e per questa spedizione ?

R.Per l’altitudine non ho fatto nulla di specifico prima del viaggio. Il punto più alto della Scozia è 1345 mt, quindi cercare di ottenere un po ‘di acclimatazione naturale avrebbe significato andare all’estero. Ero più concentrato sulla mia forma fisica e sui miei livelli di energia. Nell’estate del 2018 avevo lasciato il lavoro  e trascorso 2 mesi nelle Alpi. Ciò, combinato con molte arrampicate invernali in Scozia, mi ha fornito una grande base specifica di fitness aerobico. Ho dovuto fare alcuni lunghi viaggi di lavoro durante la primavera, ma era un lavoro piuttosto fisico e potevo anche usare la palestra, quindi sono riuscito a rimanere abbastanza allenato. Il mese prima del viaggio ho fatto un po’ di corsa in collina e qualche arrampicata su roccia. Dopo essermi sforzato molto in inverno e poi con i viaggi con il lavoro, sono stato attento a non esaurirmi e ho puntato ad arrivare nel Karakorum ben riposato.

D.Quanti anni hai e qual’è, in breve, la tua storia con l’arrampicata e l’alpinismo ?

R. Ho 31 anni e frequento e amo le montagne dall’età di 9 anni , quando mio padre iniziò a portarmi in collina in Scozia. Durante l’ adolescenza andavamo in vacanza sulle Alpi. Vedere picchi come il Dent du Géant e il Weisshorn mi ha davvero ispirato ad arrampicarmi e acquisire le competenze necessarie per affrontare le grandi montagne europee. È stato in questo periodo che ho iniziato a leggere la letteratura alpinistica che ha aggiunto più combustibile al fuoco della passione. Alla fine del 2007 ho intrapreso la mia prima via invernale facile in Scozia e ho iniziato il lungo processo di costruzione dell’esperienza e delle conoscenze tecniche alpinistiche. Nel 2008 ho cominciato i miei primi 4000 mt sulle Alpi e ho partecipato alla mia prima spedizione extraeuropea. Ho proseguito lentamente scalando molte vie, anche sulle Alpi. Attualmente mi concentro sull’arrampicata più tecnica in Scozia, sia in estate che in inverno, e spero di potermi dedicare a obiettivi seri ed entusiasmanti sulle Alpi e sulle Catene Asiatiche nei prossimi anni.

Spantik : il racconto di Graham

Ritorno dal C2 (c) Graham Wyllie

Ero più alto di quanto non fossi mai stato. Da qualche parte sopra i 6500 m sulla cresta sommitale dello Spantik. Ci sono volute tre settimane per arrivare a questo punto. Tre settimane di volo, guida, trekking, arrampicata e acclimatazione. Mi sentivo in gran forma quando abbiamo lasciato il Campo 2 a 5500 m verso le 01:30 di mattina, ma ora l’altitudine rendeva i pochi passi che stavo facendo pieni da pause e respiro pesante. I progressi erano lenti e ho avuto l’allucinazione di vedere Messner con una giacca con cappuccio davanti a me.

Andra sulla via C2 (c) Graham Wyllie

A parte il mio corpo, anche la mia mente sentiva l’altitudine, giocando brutti scherzi e inquinando la mia concentrazione con confusione e giocandosi di me. Non era Messner che vedevo ogni tanto, era “Jumpy” (“Giampi” Corona,NdR) una guida italiana delle Dolomiti.

Questo è stato il nostro primo giorno in assoluto di scalata insieme: ci siamo incontrati appena una settimana fa ma le circostanze ci hanno uniti.

“Jumpy” Corona (c) Graham Wyllie

Insieme a sensazioni di de-ja-vu sentivo un’altra presenza familiare con noi, una donna anziana, forse la madre di qualcuno che seguiva la nostra scia zigzagante attraverso la neve profonda fino alla caviglia.

C’era una sezione rocciosa con neve ripida davanti. Non sembrava mai arrivare, anche se vicina. Continuavo a seguire le tracce di Jumpy, ora ero troppo indietro per fare il mio turno aprendo la pista. Se fosse stato più vicino forse gli avrei detto che sarei tornato indietro.

Tra C2 e C3, sezione ripida e tecnica (c) Graham Wyllie 

Passò un pò tempo con ben pochi progressi. Una lotta costante e le stesse allucinazioni. In poco tempo il vento gelido diventò un problema e ogni 5-10 minuti facevamo sosta per scaldarci le mani gelide. Piano piano, avanzammo verso lo sperone roccioso. Solo altri 20 o 30 metri di lotta poi la vetta e finalmente scendere ! Alla fine abbiamo superato la sezione ripida ma la cresta continuava verso l’alto. Ho raggiunto Jumpy. Ha detto che ci sarebbero voluti altri 50 m di altitudine. Ho provato a fare la traccia ma mi ha sorpassato.

Sul plateau prima della sezione sommitale (c) Graham Wyllie

 

La lotta è andata avanti così ,a lungo ,poi siamo arrivati. Un nudo altopiano di neve. Ho colto finalmente il frutto di un’idea che ho avuto, in solitudine, in un bar di Canazei più di un anno fa e da allora c’è stata tutta la pianificazione, il viaggio e la spedizione, la scalata. Mi sono emozionato. La pura gioia , sperimentata ben poche volte prima di ciò : quando i sogni vengono realizzati, quando sei esattamente dove sai che dovresti essere.

Graham in vetta

Giampaolo in vetta

Non abbiamo trascorso molto tempo in vetta, forse dieci minuti poi la discesa alle 1130 circa. La prima parte della discesa è andata bene.
Abbiamo ripercorso i nostri passi lungo la cresta e raggiunto i nostri materiali lasciati sull’altopiano. Quindi ci siamo spostati verso la cima della cresta SE e verso la via normale per il Campo 3. La sezione tra questo e il Campo 2 è il punto cruciale del percorso: Andra (l’alpinista olandese suo iniziale partner,NdR) e io avevamo vissuto un po ‘di epopea qui la settimana precedente, quando abbiamo cercato di installare il Campo 3. Per la maggior parte degli scalatori questa sezione è stata percorsa in sicurezza da corde fisse, ma nessuna squadra l’ha sistemata in quasi un mese ,lasciandola ora incompleta e tratti pericolosi. Arrampicarsi in buone condizioni è facile, arrampicarsi mentre si è esausti e dopo che il sole di mezzogiorno ha reclamato il suo pedaggio sullo stato del ghiaccio è una questione diversa.

 Giampaolo zona C3

Jumpy proseguiva. Non poteva fare molto per me. Procedevo metodicamente in avanti lungo il ripido ghiaccio zuccherino , fermandomi spesso per le pause. Ho accarezzato l’idea di fare un abalakov in corda doppia ma non era una soluzione pratica, avrebbe significato estrarre e srotolare la corda, che era ancora stivata nel mio sacco da tutto il giorno. Alla fine ho raggiunto un terreno più facile oltre un bergschund e ho fatto rapidi progressi lungo un pendio nevoso, quindi ho raggiunto lo sperone roccioso che corre per circa 100 metri al centro della parete. Passato questo punto, la metà inferiore della parete è più ghiacciata, sebbene meno ripido rispetto alla sezione più in alto. Senza stanchezza normalmente avrei fatto un rapido lavoro su questo terreno nonostante le sue pessime condizioni. Ma in questa giornata è andata diversamente. Avanzai affrontando il pendio e lottando costantemente per il mio equilibrio d’appoggio. La prima sezione è andata bene. Partendo dalla sezione successiva i miei ramponi hanno ceduto e ho iniziato a scivolare giù per il pendio. Dopo 10-15 m con una manovra d’arresto con piccozza mi sono fermato con una piccola valanga di ghiaccio zuccherino che scorreva intorno a me. Ho puntato rapido verso il resto del pendio.
Il resto della via fino a campo 2 è trascorso senza ulteriori incidenti. Qualche crepaccio ma ovvio e facile da attraversare o da evitare. L’unico altro problema era la neve. Resa molle dal caldo del sole era una tortura. Non importa, mi dissi, presto sarei potuto felicemente crollare nella mia tenda al campo 2. Verso le 16:30, quando arrivai, Jumpy aveva già smontato la sua tenda e mi stava aspettando. Mi informò del maltempo in arrivo e che quindi dovevamo scendere direttamente al campo base. Era l’ultima cosa che volevo sentire, ma aveva ragione e restare non era proprio un’opzione. Ho fatto i bagagli, messo le attrezzature per cucinare e dormire da parte e mi sono trovato con uno zaino piuttosto pesante.

 In discesa sulla Cresta SE

Ormai conoscevo bene la via dal campo 2. Andra e io avevamo viaggiato alcune volte nei nostri sforzi per acclimatarci e prepararci per il nostro tentativo di vertice. Tra il campo 2 a 5500 mt il campo 1 a 5050 m il percorso è una dorsale ondulata di neve lunga quattro chilometri. È abbastanza esposta e scenica in alcuni punti. Ci sono crepacci e cornici occasionali ma nulla di eccessivamente serio. Il problema principale quando si scende a questo orario è la condizione della neve. Jumpy proseguiva. Mi teneva d’occhio per assicurarsi che stessi proseguendo – ma non aveva senso che entrambi andassimo al mio ritmo, metodico ed esausto. A volte mentre sprofondavo sulle mie ginocchia nella neve capivo che eravamo vicini e mi sentivo un po ‘meglio.
Alla fine sono arrivato al primo campo e si stava facendo buio, quindi ho indossato la torcia frontale. Ho iniziato a sentirmi un po ‘meglio e sono riuscito a muovermi un po’ più velocemente. Forse questo era l’effetto benefico della bassa quota c o il fatto che il percorso da qui fosse praticamente in discesa. Il percorso fino al campo base da qui è stato buono. Era ripido in alcuni punti ma ben segnalato e privo di neve ; costituito principalmente da terra, ghiaia e roccia frantumata anche se abbastanza stabile. Vidi due luci che si avvicivano. Era Andra ad accoglierci e congratularsi, assieme a un emotivo Paco (il nostro cuoco / riparatore locale), che è emerso dall’oscurità e mi ha abbracciato. Penso di non aver mai incontrato una persona più felice a vedermi! Mi ha preso il sacco per le restanti poche centinaia di metri al campo base arrivando poco dopo il 21:00, dove siamo stati accolti dalla spedizione catalana, dai cuochi di Jagged Globe e da altri portatori che si congratularono con noi.

 Il Campo Base visto da C1

Alla fine sono molto soddisfatto dello stile della mia salita. Una lunga spinta dal campo 2 in vetta non sarebbe stata facile, soprattutto per tornare in BC lo stesso giorno. Con il senno di poi, io e Andra siamo riusciti a stabilire il campo 3, quindi credo che avremmo comunque fatto vetta insieme. Questo, tuttavia, ci avrebbe costretto a rimanere bloccati al campo 3 per un fine settimana di maltempo. Una lunga spinta dal campo 2 è diventata l’unica opzione dato il tempo che ci restava e questo non è stato certamente il modo più semplice per scalare lo Spantik. La mancanza di corde fisse significava anche che il rischio di una difficile discesa fino al campo 2 dall’altopiano, quando i livelli di energia erano bassi, e doveva essere attentamente valutata nella sua fattibilità. Sia per Jumpy, che ha una notevole esperienza sulle vette di 8000 m, sia per me lo Spantik è stato più duro di quanto la sua reputazione suggerisca. Ciò può essere riconducibile alla lunga scalata in stile alpino che è stata la nostra ascesa ; ho comunque percepito che non è certo una montagna da sottovalutare. Si tratta di una vetta di 7000 m con un lungo percorso e passaggi tecnici soggetti al clima e alle condizioni del Karakorum.

Ci vuole un sacco di tempo e fatica per scalare picchi di questa scala. Ci sono volute 4 settimane di viaggio, trekking, acclimatazione e arrampicata e questo solo per avere una possibilità in vetta , senza includere la preparazione prima del viaggio per logistica, kit, permessi e visti. Il modo in cui si fa acclimatazione, il rimanere in salute ed essere abbastanza in forma sono tutti fattori decisivi e, naturalmente, si collegano al livello di rischio che si è disposti a correre in un ambiente ostile. Il tempo ha sempre voce in capitolo e puoi facilmente passare giorni seduti al campo aspettando che cambi, come ho fatto in una precedente spedizione senza successo a una vetta della zona. La metà del nostro tempo passato sullo Spantik è stata spesa riposando o aspettando le finestre di bel tempo al campo base. Anche il viaggio stesso, vale a dire i luoghi e le persone incontrate, devono essere fattori apprezzati perché se tutto fosse vissuto come “un intermezzo” per arrivare in cima, il viaggio risulterebbe assai deludente !

Everest 

                                                               

Ormai da qualche anno, il dibattito attorno a ciò che è diventata la stagione primaverile sui versanti nepalese e cinese dell’ Everest, ruota in circolo attorno agli stessi problemi:

  • numero enorme di permessi concessi dalle autorità (soprattutto quelle nepalesi, con quasi 400 permessi di salita per stranieri, il che significa oltre 1000 persone in vetta, contando sherpa e guide)
  • spregiudicatezza e incompetenza di molte Agenzie locali, materiali tecnici difettosi o insufficienti  
  • livello di preparazione di molti clienti sotto la minima soglia non di sicurezza ma del ridicolo 
  • utilizzo sconsiderato dell’ossigeno , con erogazione eccessiva sin da quote non elevatissime e conseguente rischio di esaurimento o erogazione insufficiente durante il percorso di discesa e alle quote più critiche  
  • incidenti causati dalle lunghe file sulle corde fisse nella zona della Morte – ovvero sopra Campo 4 , posizionato sui 7900 metri di quota – ( incidenti mortali legati all’80% a ossigeno mancante e mancato acclimatamento sufficiente )
  • inquinamento spaventoso dal Campo Base, vero e proprio villaggio con migliaia di presenze fino alla vetta
  • eccessiva esposizione sui media di notizie relative a presunti nuovi record, prove di endurance varia e spettacoli d’arte varia (?!)

Francamente, non mi interessa molto parlare degli incidenti mortali, se siano in linea con le statistiche o siano in aumento.

Sono stati relativamente pochi, considerate le potenzialmente esplosive condizioni sulla montagna, l’impreparazione dei clienti, i furti di bombole d’ossigeno lungo il percorso e l’affollamento mostruoso. 

David Göttler , alpinista professionale e di grande talento, ha recentemente pubblicato una riflessione ( sul suo profilo Facebook , 1° Giugno) , dove prende una posizione netta – che personalmente condivido (con alcuni piccoli distinguo) :

“nel contesto dello scalare gli Ottomila, non usare l’ossigeno [da quando Messner e Habeler scalarono l’Everest senza] dovrebbe essere il gold standard per ogni atleta professionista. Usare l’ossigeno supplementare è considerato doping in tuttio gli sport, e scalare un Ottomila non è diverso . Non applaudiamo atleti che fanno uso di doping in altri sport, allora perchè si continuano ad acclamare imprese effettuate con l’ossigeno su queste montagne ?”

Da notare che David ha tentato l’Everest senza ossigeno lungo la via normale, ritirandosi a circa 8700 metri per non incorrere nel rischio di rimanere intrappolato nelle lunghe code di “jumarers” (clienti delle spedizioni commerciali) , consapevole ovviamente che il periodo scelto era il peggiore – ma avendo un permesso inutilizzato e ancora valido lungo quella via, ha comunque voluto provare. 

Quest’anno , a parte Göttler , solo Cory Richards e Esteban Mona hanno tentato senza ossigeno, lungo una parziale via nuova, sul versante nord ; si sono ritirati dopo un tentativo terminato a circa 7600 metri , per mancanza di finestre di tempo stabile, dopo oltre 1 mese e mezzo di preparazione .

Nello stesso tempo, moltissimi media di Montagna e Alpinismo hanno rilanciato decine di aggiornamenti su presunti clamorosi “record” a opera di un ex Gurkha – Sherpa , consistenti nel salire e scendere in massima velocità, con abbondante uso di sherpa a battere strada e preparare le corde, elicotteri per trasferimenti tra Campi base, e ossigeno a profusione.

Altro “record”, una “traversata” Everest Lhotse – che tale non è assolutamente, parliamo del classico uso di C3 per salire all’Everest via jumar, tornare giù, salire le corde fisse fino alla cima del Lhotse sempre con abbondante uso di ossigeno supplementare.

Qualunque chiacchiera sulla “sicurezza” o sul fatto che non essendo l’alpinismo uno sport l’uso dell’ossigeno non è dopante ma usato “esclusivamente” per evitare edemi polmonari, ipossia, etc. , lascia veramente il tempo che trova.

L’uomo ha dimostrato di poter, al limite delle proprie forze, salire gli 8000mila senza usare l’ossigeno, lo ha fatto con materiali tecnici ridicoli rispetto al presente, senza poter contare su previsioni meteo precise come ora, senza gps, medicinali salva vita, etc. Usare O2 a 8000 metri, è dimostrato scientificamente, equivale a essere poco sopra i 6000 metri.

Certamente, non pensiamo vada vietato tout court l’uso dell’ossigeno – ma riteniamo che i media debbano smettere completamente di tenere accesi i riflettori su coloro che cercano “imprese” e “record” con questo sistema .

Riguardo alle limitazioni di permessi, anche qui, non siamo per il purismo né un facile giudizio sommario che non considera l’economia del Nepal, che è ipocrita rispetto a tutto il resto etc. ma sarebbero sufficienti criteri più stringenti nel concedere i permessi , come il requisito obbligatorio di dimostrare di aver scalato almeno un 7000 e un altro 8000mila , anche alzando i prezzi . 

Sappiamo però che è un discorso sostanzialmente inutile, che si scontra con la brutale realtà di un paese come il Nepal in cui il Governo e centinaia di altre persone coinvolte non hanno alcun interesse a diminuire il circo di agenzie, hotel, ostelli, servizi di ogni genere, business relativo ai soccorsi in elicottero, eccetera.

E’ amaro, ma non vediamo all’orizzonte alcun tipo di miglioramento in questo e se vogliamo essere sinceri, fino alla brutalità, vogliamo meravigliarcene, quando nei nostri “avanzati” paesi civilizzati siamo soffocati da plastica, inquinamento,motori e i nostri Governi disattendono completamente qualsivoglia obiettivo di contrasto al Global Warming e ai suoi effetti ? 

L’Everest è il nostro specchio , non ci piace quello che vediamo ma in un qualche senso siamo tutti noi. Riflette tutte le contraddizioni di una società globale colpita dagli stessi “bisogni”, da una vita completamente in disarmonia con la natura che cerca poi un improbabile senso “puro e cristallino” su di una Montagna, per quanto sacra in tutti i sensi. 

Noi tutti, non i “corrotti funzionari nepalesi” o “i finti sherpa” o “le guide americane che fanno pagare 80.000 $” .

Stile Alpino sugli 8000mila

E’ il grande “sconfitto”, almeno in questa stagione.

Pochissime spedizioni e tutte tornate indietro, fortunatamente senza incidenti.

Adam Bielecki e Felix Berg hanno dovuto rinunciare non solo al Langtang Lirung – duro 7000 propedeutico alla preparazione –  ma anche alla parete Nord Ovest dell’Annapurna, obiettivo iniziale. Condizioni durissime meteo, di neve e roccia non buona, hanno fermato i due dopo un mese di tentativi .

Come sopra detto, Cory Richards e Esteban Mona hanno rinunciato alla parziale via nuova sull’Everest in stile alpino, versante nord.

La terza, interessante spedizione di Hamor, Colibasanu e Gane si è ritirata dal tentativo alla cresta Nord Ovest del Dhaulagiri , dopo aver combattuto e scalato lo Sperone iniziale e giunta poco sopra i 6000 metri.

ph Adam Bielecki (c)

Settemila : dal trionfo sul Chamgal al dramma sul Nanda Devi 

                                                                ufoline halecek/hak (ph Halecek)

Il duo ceco composto da Marek Holeček e Zdeněk Hák ha portato a termine una stupenda nuova via sulla inviolata parete Nord-Ovest del Chamlang, vetta di 7.319 m situata nella parte sud del Mahalangur Himal dell’Himalaya nepalese. Il 21 maggio la vetta dopo la via verticale di 2000 metri “UFOLine” ;  sono rientrati al campo base dopo 8 giorni e una discesa difficile, senza cibo e in condizioni meteo difficili, con molta nebbia.

Halecek e Hak in vetta allo Chamgal (ph Halecek)

Sul Nanda Devi East, la tristissima notizia di questi giorni è la valanga che ha ucciso ben 8 alpinisti, 4 britannici, 2 americani, un indiano e un australiano –  i cui leader e guida era l’esperto alpinista scozzese  Martin Moran

Gli otto stavano tentando la salita di un picco innominato di circa 6400 metri nella zona ; dopo il mancato ritorno al campo base, Mark Thomas, l’altra guida inglese esperta della spedizione al Nanda Devi, assieme ai rimanenti membri, hanno effettuato una prima ricognizione scorgendo tende vuote e notando i segni di una grande valanga nella zona presumibilmente salita dal gruppo.

Ulteriori ricerche del team di soccorso indiano via elicottero hanno purtroppo confermato la presenza di 5 corpi e i segni di una enorma valanga .

Martin Moran era una guida, alpinista ed esploratore veramente esperto, anche prolifico autore di decine di pubblicazioni sull’American Alpine Journal (vedi ad esempio qua )in merito a interessanti e poco conosciute montagne di 6000 metri e oltre da lui scalate.

                                                                Nanda Devi Ovest (ph wikipedia)

 

 Jannu : eppur si muovono !

E’ il Primo Aprile.

Dmitry Golovchenko e Sergey Nilov , coppia di straordinari alpinisti russi – già vincitori del Piolet D’Or nel 2017 per l’incredibile nuova via aperta sulla parete Nord del Thalay Sagar, “Moveable Feast” , una goccia a piombo – sono al 16mo giorno di permanenza sullo Jannu (7710mt) . 

Sono riusciti nella straordinaria impresa di scalare l’inviolata parete Est, dopo per poi uscire sulla cresta SE a circa 7400 metri e cominciare la discesa 11 giorni faticosissimi , di cui gli ultimi 4 passati sopra ai 7000 metri sotto nevicate copiosissime che li hanno costretti a fermarsi lungamente.

Stamattina , alle 12 ore locali , mountain.ru riferisce che Eliza Kubarska – alpinista e regista polacca, che è aggregata alla spedizione per girare un film – e che ora guida il team di soccorso che si è spostato sul versante Sud per attendere i due, ha annunciato :

Abbiamo trovato il passaggio dalla sella fino alla base del ghiacciaio [dove aspetteranno il duo]. Le difficoltà maggiori sono alle spalle. I ragazzi sono al Col des Jeunes a circa 6050 mt”

Ricordiamo che i due hanno attaccato la parete Est senza un’adeguato acclimatamento , ragione che ha convinto il terzo partecipante al team , il polacco Marcin Tomaszweski a ritirarsi, ritenendo troppo elevati i pericoli (valanghe, maltempo, scarsa acclimatazione). I due scalano in stile alpino, hanno finito le riserve di cibo e gas nel corso della discesa.

Un’ Odissea incredibile, una prova di resistenza sovrumana, che tutti auspichiamo chiudersi positivamente entro brevissimo.

La notizia di oggi è molto positiva !

 

posizione approssimativa 1 Aprile

Jannu East Face
Jannu East Wall progression / demchenko alpine club Moscow
nanga parbat sperone Mummery (Daniele Nardi tom Ballard)

Domenica 24 Febbraio alle ore 14:28 italiane, l’ultima comunicazione di Daniele Nardi: “abbiamo scalato lo Sperone fino a circa 6300 metri, ora siamo scesi in tenda a C4, 6000 mt. Siamo stanchi, il tempo non è buono, raffiche di vento, nevischio. Domani decidiamo come proseguire“.

Da allora il satellitare, la radio tacciono. Dopo 2 giorni una macchina di soccorsi difficile, enorme, piena di solidarietà si è messa in moto; i team sul K2 si sono offerti di aiutare ; Muhammed Ali Sadpara, compagno di Nardi in passato e primo salitore invernale del Nanga, è volato al Campo Base, ha fatto ricognizioni in elicottero e a piedi a C1. Nessun segnale, solo tracce di valanghe.

E’ ormai passata una settimana e le speranze di ritrovare vivi i due forti alpinisti sono ormai nulle. 

Stamattina, 4 Marzo 2019, Alex Txikon e il suo team compresi 2 alpinisti e un dottore sono riusciti ad atterrare al Campo Base del Nanga Parbat. Alex ha con sé droni per l’estrema ricerca di qualche traccia dei due.

E’ opinione di molti che un evento tremendo e immediato abbia posto fine al tentativo di scalata dello Sperone Mummery, noto per il pericolo rappresentato dai seracchi sovrastanti, che come lingue si affacciano dal plateau, e spazzano lo sperone con blocchi “grandi come grattacieli” (Messner).

Sui social media, la settimana di Ricerca e Soccorso è diventata teatro di offese, recriminazioni, disprezzo, accuse al Pakistan, accuse agli alpinisti, accuse ad altri alpinisti, uno spettacolo orribile mentre le famiglie di Daniele e Tom soffrivano e seguivano le frenetiche comunicazioni, che si accavallavano da fonti russe, polacche, italiane, pakistane tra smentite, speranze, atti di coraggio . 

Bisognerà affrontare ,a freddo, quanto è accaduto , su tutti i fronti : più che quello alpinistico, quello umano.

E forse anche grandi alpinisti , in buona fede e in questo comprensibilissimo momento emotivo, avrebbero potuto evitare certi toni, certi giudizi, certe convinzioni tranchànt anche solo sulla decisione di Nardi e Ballard nell’affrontare lo Sperone. 

Daniele Nardi era il massimo conoscitore dello Sperone, l’ha osservato e salito fino a 200 metri dall’uscita (assieme ad Elisabeth Revol, l’unica altra alpinista al mondo ad averne scalato oltre 700 metri , dai 5700 dello zoccolo di partenza. Non era uno sprovveduto ; in coscienza, come ha notato Simone Moro, era convinto vi fosse la possibilità di mitigare ed evitare i rischi dei seracchi.

Il rischio era altissimo, Nardi e Ballard lo sapevano ; così come lo è stato per le migliori – e ritenute impossibili – imprese di alpinismo eplorativo e di ricerca. 

Parlare di “ossessione” e “suicidio” , oltre che irrispettoso nel momento, ci sembra francamente inutile e fuori luogo. Semplicemente, fuori luogo.

Per ora ci limitiamo a pubblicare un paio di foto emblematiche, di quel tentativo del Gennaio 2013, giunto ai 6450 metri :

la parte terminale del Mummery. Si può notare il muro roccioso che protegge dalla traiettoria di crollo dei seracchi
punto più alto raggiunto, 6450 mt Nardi/Revol ; vedi immagine sottostante
Sperone Mummery, 6450 mt. Nardi fotografa la Revol, sono evidenti i grandi seracchi di uscita dallo Sperone. 

In questo momento doloroso, in cui forte è la tentazione di fuggire lontano dal parlare di alpinismo, in cui l’amarezza nel vedere che l’odio e la divisione sporcano e offendono donne e uomini che seguono dei sogni, apparentemente inutili e rischiosi, è bene tornare a ciò che ha acceso in noi la scintilla della passione per la Montagna e le storie di chi la sceglie.
Ricordiamoci che il giudizio sommario e la superbia di chi ti urla “è impossibile” si scioglie inesorabilmente come un ghiacciaio nel corso del tempo…

 

 

*** Dedicato a Daniele Nardi e Tom Ballard ***

ecco dove torno con lo sguardo, carico di lacrime, rabbia, impotenza e amore.

1961: Nonno Alfonso e Walter Bonatti osservano soddisfatti la stampa de “Le mie montagne”, primo volume della fortunata collana “Montagne” di Zanichelli diretta da Walter e curata editorialmente da nonno, che pubblicò poi il secondo volume “Il Grande Cervino” (Bernardi,1963) , “I 14 Ottomila” (Fantin,1964), “Il Monte Bianco” (Bernardi,1965) e i libri di Kurt Diemberger “Tra zero e ottomila” (1970), “La Grande Civetta” (Bernardi,1971) e Gaston Rebuffat “Ghiaccio Neve Roccia” (1972)

Himalaya /1

Al terzo tentativo, alla fine di Ottobre 2018, il fuoriclasse austriaco di origini nepalesi David Lama è riuscito nell’impresa di scalare in solitaria il Lunag Ri, inviolato quasi-7000 (6895 mt ? 6907 mt , incerto )  posto ai confini tra Nepal e Cina (Tibet) nel Rolwaling Himalaya. I primi 2 tentativi, falliti poco sotto la headwall finale, erano stati effettuati dal giovane David Lama col veterano americano Conrad Anker  . Al secondo tentativo Anker fu colto da infarto in parete, riuscendo comunque a scendere per poi essere evacuato in elicottero.

David Lama, Lunag Ri solo / ph DavidLama.com

Le immagini e i video rilasciati da David Lama sono spettacolari : è stato seguito da un drone guidato da operatore al campo base avanzato .

Ha affrontato in notturna la parte bassa della parete per evitare valanghe, a temperature di -30°, proseguendo sulla cresta, in terreno misto estremamente difficile, per poi traversare su ghiaccio e attaccare la parete principale, in granito e misto ghiaccio fino alla vetta, uno spettacolare sperone con neve compatta che , come un balcone, si affaccia sui ghiacciai sottostanti.

David Lama, ultimi passi verso il balcone di vetta / ph DavidLama.com

Un’impresa di livello notevolissimo e che – dopo le famose riprese da drone dei fratelli polacchi Bargiel sul K2 , disceso da Andrzej con gli sci – sancisce il drone come mezzo tecnologico perfetto per la visione e la ripresa di una scalata in solitaria .

Ovviamente, tutto questo senza voler affrontare il discorso di cosa significhi solitaria nel 2018….

David Lama in vetta sul Lunag Ri / ph DavidLama.com

 

Himalaya /2

il team spagnolo composto da Pablo Ruix, Edu Recio e Jesús Ibarz  ha aperto una nuova via sul Langdung (6357 m) , sempre nella zona del Rolwaling, Nepal. La via, chiamata Bihâna (6c+, 1500 m, ED+), nasce salendo la parete di 500 mt di granito rosso, sulla quale il trio ha incontrato le maggiori difficoltà tecniche, per voi affrontare la lunga cresta fino in vetta, oltre 1 km di sviluppo.

via nuova al Langdung – Pablo Ruix , Jesús Ibarz e Edu Recio (Spagna)

 

La qualità della roccia è descritta come molto scarsa sulla cresta , e la salita ha richiesto 6 giorni. La discesa è stata poi compiuta con una ventina di doppie lungo la parete Ovest.

Questa è la seconda salita assoluta della montagna , la prima fu compiuta da un team di sherpa : ( Via Namaste, parete SE , Pasang Sherpa Kidar, Dawa Sherpa Gyalje,  Nima Sherpa Tenji, Dawa Sherpa Yangzum, 5 giorni nov-dic 2017 )

Patagonia

Straordinario l’inizio stagione alpinistica in Patagonia, con l’impresa dei francesi Martín Elías, Jérome Sullivan e François Poncet che hanno aperto una nuova via, “La Mariposa” (1200 mt ,A3, M7, 6a ) tra il 18 ed il 19 ottobre sull’inviolata guglia del Pilastro Sud del Cerro di San Lorenzo, denominato “El Faro” (3150 mt)  

Pilastro Sud Cerro San Lorenzo

 

” abbiamo iniziato ad arrampicare alle 10 di mattina, le previsioni davano buone condizioni di alta pressione fino alla notte successiva, quindi avevamo 48 ore. Prima una parte di arrampicata tecnica su terreno di misto e roccia buona, dopo abbiamo raggiunto una rampa di neve e ghiaccio che avevamo individuato  durante l’esplorazione precedente. Da qui , slegati siamo saliti rapidamente lungo la rampa di oltre 500 metri ,con  accesso alla parte più ripida della parete. Arrampicavamo velocemente e questo ci ha fatto sperare di poter dormire al colle – ma quando abbiamo raggiunto la fine della rampa , ci siamo resi conto che le pessime condizioni della neve, della roccia marcia e la mancanza di ghiaccio ci avrebbero creato molti problemi e rallentato. Quando la notte ci ha raggiunto stavo salendo i primi 30 metri di quello che sarebbe diventato la sezione chiave di tutta la via: un camino verticale di 80 metri ricoperto di neve, di cui mi mancano le parole per descrivere la bruttissima qualità della roccia. Marcia non è adatto.”Un asco” come dicono i locals!” 

A questo punto i 3 si sono calati 30 metri, gradinando il ghiaccio per uno scomodo bivacco.  La mattina dopo hanno ricominciato l’arrampicata su roccia e ghiaccio di pessima qualità. Infine un transito sulla parete nord , dove hanno compiuto i tre tiri finali di roccia brinata fino alla vetta, raggiunta al calar del buio.

sulla via , ph Martin Elias

“Abbiamo avuto costantemente il dubbio di raggiungere la vetta, con tutta quella neve , la roccia orribile e il tempo avverso – nella nostra esperienza ,il meteo al San Lorenzo è sempre peggiore di quanto previsto – essere giunti in cima è stato davvero un momento magico.”

                                   Via La Milagrosa – Pilastro Sud Cerro San Lorenzo / Patagonia Vertical 

 

Patagonia / In arrivo

Denis Urubko , fortissimo himalaysta russo (naturalizzato polacco, residente in Italia) , sarà in Patagonia a breve per tentare il Cerro Torre – e forse il Fitz Roy – assieme alla forte Maria “Pipi” Cardell , con la quale ha dimostrato ottimo affiatamento già nel 2017 ( Pik Chapaev in Kyrghizistan, nomina Piolet D’Or)  e quest’Estate in Georgia ( lunga via sull’Ushba, 4710mt ) . I due hanno anche intenzione, dopo i 2 mesi che trascorreranno in Patagonia a partire da fine Novembre, di tentare una nuova via sul Gasherbrum II nell’Estate 2019.

In arrivo anche altre due spedizioni leggere dall’ Italia : Hervè Barmasse , a breve, e a Gennaio il Presidente Ragni di Lecco, nonchè fuoriclasse patagonico, Matteo Della Bordella  , per obiettivi ad oggi sconosciuti.

 

 

Una piccola trasmissione radiofonica – non sull’etere ma digitale – che parlerà di storie di montagna, di donne e uomini, delle loro tempeste interiori alla conquista di alte Cime.

Sintonizzatevi col vostro browser su NINO WEB RADIO , progetto noprofit di Michele Pompei, giornalista radiofonico – con una serie di illustri ospiti come Amedeo Ricucci (inviato TG1 Esteri/Internazionale), Marco Cattaneo (direttore de Le Scienze), Luca Pellegrini (direttore Istituto Storico “Parri” Bologna) e tanti altri.

 

 

  

 

A prestissimo col primo appuntamento !

di Rodolphe Popier ( Himalayan Database Researcher and Inquirer,Kairn.com editor ) tradotto da Federico Bernardi

 


 1.Non ci sono elementi diretti ( qualsiasi dato dal tracker GPS , fotografie, telefono satellitare, time laps notturni dal Campo Base,etc) né indiretti ( luci viste dal Campo Base, tracce sulla neve) che dimostrino che Ueli Steck abbia lasciato il suo bivacco [a 6900mt circa, sotto la headwall e le maggiori difficoltà tecniche,NdR] la notte tra l’8 e il 9 Ottobre del 2013. L’ossservazione diretta ha confermato la sua posizione a 6900 mt alle 17 circa, poi ripresa la mattina dopo a circa 6500 metri alle 9 di mattina con Ueli in discesa verso CB. Il suo bivacco è stato trovato daifrancesi Graziani e Benoist che hanno salito la stessa parete due settimane dopo, senza trovare altri segni di passaggio oltre i 6900 metri. I francesi hanno confermato , ascoltati separatamente.

2.Le testimonianze di Tenji Sherpa e Ngima Sherpa – che riferirono di aver visto una luce frontale sulla parete e poco sotto la cima durante la discesa sono in contraddizione con quanto riferito dagli altri membri del team che ugualmente erano usciti dalle tende quella notte, in un caso insieme (Bowie e Tenji intorno a mezzanotte). Nessuno degli altri membri della spedizione ha confermato di aver visto luci quella notte. Tra l’altro nessuno ne avrebbe ha parlato la mattina dopo, prima dell’avvistamento di Steck già a circa 6500 metri in discesa.

3 .Tutti gli elementi raccontati da Steck della sequenza temporale di tutta la salita sono intrinsecamente vaghi, a causa della mancanza di misurazione oggettiva, sia da parte di Steck (nonostante l’uso teorico di GPS all’inizio – vedi parte 6 ) che dai membri al Campo Base (senza immagini time-lapse durante la notte). Si può concludere tuttavia, sulla base di questi elementi vaghi, che Steck è stato in grado di salire al di sopra 7000m durante la notte più velocemente e su terreno più difficile di quanto fatto da lui sotto i 7000m durante il giorno. Se Ueli è stato almeno 2 volte più veloce dei 2 team francesi (Beghin / Lafaille 1992  e Benoist / Graziani 2013) nella parte bassa della parete, nella metà superiore – durante la notte . lo svizzero risulterebbe almeno 3 volte più veloce (per i francesi sono stati necessari 2 giorni e mezzo solo per la headwall nel 2013, salendo di giorno; Steck circa 6:45 ore dal suo campo verso l’alto).

Il tempo di discesa di Steck dalla cima al suo bivacco ( da 8091 a 6900) è stato di 3 ore, con 8 doppie Abalakovs  per tutta la parete  (senza lasciare qualsiasi vite da ghiaccio o altro )… Graziani / Benoist hanno avuto bisogno di 2 giorni per la stessa sezione , compiendo discesa in corda doppia e usando la maggior parte del loro materiale.

4 . Le condizioni meteo eccezionali riportate che hanno permesso la salita non sono state confermate da nessuna foto: nel pomeriggio dell’ 8 ottobre e quindi la mattina del 9, nessun segno di uno strato sottile di neve che copriva il muro principale [come riportato da Ueli,NdR]. Comunque, una comparazione di immagini  nei pressi dell’inizio della headwall mostrano migliori condizioni di ghiaccio per lo svizzero che per i francesi del 2013 (nel 1992 i francesi avevano di gran lunga le condizioni più secche).

5 .Ci sono 3 dichiarazioni contraddittorie  per questa salita :

– sulla vetta: 4 versioni diverse (nella prima Ueli riferisce di aver controllato grazie all’altimetro, nella seconda – che corregge la prima, Steck accenna a essersi fermato alla seconda delle 3 cornici di vetta; nella terza Steck dice di essersi fermato direttamente sulla cresta sommitale appena uscito dal lato sud, una quarta mostra disegni della via che si fermano all’anticima est 

– la perdita della fotocamera: 2 versioni (una a 6700m; l’ altra dopo aver passato i 7000m sull’ headwall)

– il numero di calate in doppia, Ueli ha fornito 3 versioni (8 ad Andreas Kubin, 10 a Manu Rivaud, 4 o 5 Stephan Siegrist)

6. Pur essendo una condizione molto soggettiva, può essere degno di menzione il fatto che Steck non abbia manifestato alcun segno di stanchezza dopo la salita. Ha corso verso l’ ABC per il CB  il 9 ottobre. Ha compiuto la consueta sessione di training la mattina dopo con Patitucci. Poi direttamente a Pokhara il giorno 11. Solo la sera del 9, Patitucci dice che Steck andò a letto prima degli altri, durante la festa in onore della sua impresa.

 


 

 

Il report dettagliato e completo di Rodolphe Popier può essere letto qui