Il 27 Giugno 1957 , ovvero 60 anni fa, Hermann Buhl, alpinista austriaco , scendendo ai margini di una cresta   del Chogolisa, 7000 pakistano, slegato dal compagno, veniva tradito da una cornice di neve instabile che, cedendo sotto il suo peso, lo aveva fatto precipitare dalla parete e scomparire per sempre.

Aveva soltanto 33 anni ma Buhl viene considerato, a ragione, uno dei più grandi alpinisti, capace di spostare più in avanti, improvvisamente, limiti ritenuti invalicabili, e oggi Cime Tempestose vuole raccontarvi la sua storia.

Hermann Buhl nasce a Innsbruck il 21 settembre 1924. Perde la madre piccolissimo, e finisce in orfanatrofio, per poi essere accolto in famiglia da una zia. Povero, ma determinato, scopre presto l’innata passione per la montagna e  con attrezzatura a dir poco rudimentale (babbucce e una corda usata per il bucato), sale sulle pareti vicino a casa. 

Si guadagna da vivere coi lavoretti più disparati e continua a scalare aggregandosi al Club Alpino locale e preparandosi a diventare guida alpina, cosa che gli riesce alla fine degli anni ’40.

In seguito ripete le più importanti pareti del tempo, sia nelle Dolomiti che nelle Alpi Occidentali.

Il suo primo capolavoro avviene sul Pizzo Badile, nella grande e strapiombante parete Nord-Est, lungo la via tracciata dal gigantesco Riccardo Cassin, alpinista italiano di grandissimo spessore.

La cosa incredibile è che per arrivare al Pizzo Badile il giovane Hermann percorre in bicicletta la strada da e per Innsbruck, lontana 170 km….e sulla via del ritorno, finisce per cadere dalla bicicletta, stanco morto, nelle fredde acque dell’Inn , rischiando di morire a un passo da casa!

Episodio sintomatico delle qualità  di forza e tenacia espresse dal giovane austriaco, uomo di grande semplicità e purezza. Hermann è un’alpinista completissimo, abile su roccia, su terreno misto, su neve e su ghiaccio.

Grazie alle sue talentuose scalate, viene chiamato in una spedizione in Pakistan, il cui obiettivo è il Nanga Parbat.

La spedizione individua la linea di salita lungo la parete denominata Rakhiot , una delle tre principali del massiccio Nanga Parbat. A 6700 metri solo Buhl è ancora in forma, gli altri sono esausti . La notte del 2 Luglio alle 2 di mattina, parte in solitaria dalla tenda, cosa mai avvenuta prima su cime di questo genere, e in 40 ore, superando un dislivello di 1400 metri e uno sviluppo di ben 4 chilometri, arriva in vetta nel tardo pomeriggio del 3 luglio 1953, senza ossigeno.

Va notato che Buhl assume qualche pastiglia di Pervitin, la metanfetamina usata dai soldati tedeschi durante la guerra e per molti anni a venire anche dai civili, come “anti fatica”.

Buhl E’ costretto a un bivacco notturno, in piedi , appoggiato pericolosamente alla parete, a 8000 metri,  comincia a soffrire di allucinazioni, rischiando la morte per ipotermia ma riuscendo a scendere, pur riportando gravi congelamenti , che gli costeranno l’amputazione di due dita del piede destro

Vale la pena di riportare questo suo breve resoconto del bivacco:

“Mi sveglio di soprassalto”, racconta Buhl nel libro, “rialzo il capo. Che c’è? Dove sono? Ripresa coscienza, allibisco: sono su una scoscesa parete di roccia, senza protezione, al Nanga Parbat e sotto di me spalanca le sue fauci un nero abisso. Dove sono i miei bastoncini? Improvviso terrore! Calma, calma! Eccoli qui. Li stringo con disperata energia. Brividi di freddo mi corrono giù per la schiena, ma che importa. So benissimo che questa notte sarà dura…Poi mi riafferra l’immensità di questa notte. Un meraviglioso cielo stellato s’incurva sul mio capo. Lo contemplo a lungo, cerco laggiù all’orizzonte il Gran Carro e la Stella polare. Nella valle dell’Indo brilla una luce – certo un veicolo – poi tutto ripiomba nell’oscurità…Ancora splendono le stelle sul mio capo. Proprio non vorrà diventar giorno? I miei sguardi si concentrano intensamente, pieni di bramosia, su quel chiarore cui sta per seguire il sorgere del sole. Infine anche l’ultima stella impallidisce: è giorno!”

Al rientro Hermann Buhl è si celebrato come un eroe ma attira, come solitamente succedeva, e ancora accade dopo grandi imprese  alpinistiche,  grandi invidie, critiche e dubbi ; le frizioni e la sua ribellione al  capospedizione,  lasciano un pesante segno sull’affidabilità di Hermann Buhl , che deve inoltre affrontare una lunga convalescenza per la perdita delle dita del piede destro.

La moglie, che gli ha dato 3 figlie,  lo accompagna a conferenze e letture per cui è ben pagato e considerato, lei ama l’atmosfera di mondanità , lui rimane schivo e disinteressato, stressato dal bilanciare famiglia, conferenze e l’arrampicare .

Nel 1957 si sente pronto per tornare in Pakistan  e partecipa alla prima spedizione “leggera” su di un ottomila, il Broad Peak.

Il leader è il giovane Markus Schmuck, infatti il Club Alpino rifiuta l’idea che Hermann Buhl,  il “ribelle” possa essere capospedizione, dopo quanto successo al Nanga Parbat.

Gli altri sono Fritz Wintersteller e Kurt Diemberger.

Ben presto emergono incomprensioni e discussioni tra i quattro, sia per problemi logistici sia per il ruolo affidato a Schmuck  che non dimostra piena autorevolezza  nel prendere decisioni . Così si formano di fatto due cordate: Schmuck e Wintersteller , Buhl e Diemberger.

La spedizione escogita la salita “portandosi dietro il campo”, cioè utilizzando una sorta di quello che poi verrà conosciuto come “stile alpino”, senza assediare la montagna con corde fisse e campi intermedi riforniti da portatori.

Gli sforzi dei quattro, nonostante le divisioni, hanno successo:  tutti e quattro salgono in vetta al Broad Peak il 9 Giugno 1957 ; davanti Schmuck e Wintersteller, apripista,  Buhl rimane indietro, Diemberger lo precede sulla vetta ma durante la discesa vede Buhl in difficoltà e decide di accompagnarlo negli ultimi metri verso la vetta.

Qualche giorno di riposo poi Buhl e Diemberger  decidono allora di provare il Chogolisa, una montagna di oltre 7600 metri. E’ vicina, seducente: però non hanno il permesso, e il loro ufficiale pakistano presente al Campo Base non approva.

 Nonostante questo partono ugualmente e cominciano a salire in stile alpino la cresta del Chogolisa fino alla soglia dei settemila, ma una violenta bufera li costringe a desistere e cominciano a scendere.

Durante la discesa lungo la cresta, resa assai pericolosa dagli  accumuli nevosi, i due procedono slegati.

Poi il terribile epilogo : Kurt sente un rumore e improvvisamente non vede più Hermann . Disperato, osservando le tracce sulla neve, capisce che una cornice di neve era crollata, sotto il peso di Hermann, portandolo alla morte lungo la buia e ripida parete Nord.

Era il 27 Giugno del 1957.

Questo minuto e bruno austriaco rappresenta ancora oggi un’ispirazione incredibile per le nuove generazioni di . Quella sua ossessione per andare avanti e in alto , nonostante tutte le forze avverse,  il talento sviluppato con una motivazione incredibile, sono fattori che hanno contribuito a rendere Buhl uno di quegli alpinisti che improvvisamente spostano i limiti stabiliti . Ma a questo si unisce il suo aspetto di grande umanità, che traspare così tenera nel suo agire e nel suo raccontare, e che è ciò che lo fa amare ancora oggi come una rockstar.