Il 18 Settembre 1987 , arrivando sulla vetta dello Shisha Pangma, il polacco Jerzy Kukuczka  completò la salita di tutte le 14 montagne alte oltre 8000 metri, secondo solo a Reinhold Messner, che coronò la sfida l’anno precedente.

Il nome del polacco è pressoché rimasto sconosciuto al grande pubblico – a differenza del famosissimo italiano – ma nella comunità alpinistica, Jerzy Kukuczka viene considerato come il più forte himalaysta di tutti i tempi, senza dubbio il più audace e originale nella scelta delle vie compiute per le scalate e il più resistente alle gelide condizioni invernali, che affrontò come mai avvenuto prima.

Se è a Reinhold Messner che va il tributo, per aver dimostrato al mondo la possibilità di scalare tutti gli 8000 senza ossigeno, in stile alpino , nonché il primato per aver raggiunto un ottomila in spedizione solitaria, è al polacco Kukuczka che spetta il riconoscimento per aver compiuto l’impresa dimezzando i tempi di Messner – scalando tutti i 14 ottomila in soli 8 anni, contro i 16 necessari all’italiano.

Oltre al primato temporale, va quello ben più importante dell’originalità e creatività nel compiere “la Corona Himalayana”, ovvero la sfida dei 14 ottomila  : Kukuczka scalò ben 9 ottomila su vie nuove e 4 di queste imprese le effettuò in pieno Inverno,  di cui 3 in prima assoluta.

La “sfida” al completamento degli 8000 tra i due fortissimi alpinisti, che si stimavano reciprocamente ed ebbero sempre rapporti amichevoli, fu causa di una grande attenzione mediatica fino al 16 ottobre 1986, giorno nel quale Messner raggiunse la vetta del Lhotse , suo ultimo 8000, assieme ad Hans Kammerlander.

In quel momento il polacco Kukuczka aveva raggiunto 12 ottomila, e la tensione inevitabile data dalla corsa al completamento finalmente si allentò : Jerzy ne fu in realtà sollevato, come molti suoi amici testimoniarono in seguito.

La storia di Jerzy Kukuczka è quella di un giovane semplice, cordiale, appassionato sì di montagna ma mai ossessionato da tabelle di allenamento, diete particolari o privazioni per rimanere in forma.

Il giovane polacco, nato nel 1948 a Katowice, cominciò a interessarsi all’arrampicata soltanto a 17 anni ; fu impiegato elettrotecnico, nella vita quotidiana fumava, amava il buon cibo e il buon vino, non era il tipico atleta.

Si forgiò nella catena montuosa dei Carpazi che si estende tra Polonia e Slovacchia, i Monti Tatra, che seppur di non particolare altitudine, da sempre hanno rappresentato una scuola impegnativa e che ha formato decine di fortissimi alpinisti polacchi, si fece notare nei primi anni settanta per impegnative scalate invernali in Polonia e vie durissime sulle Dolomiti e sul Monte Bianco.

Si sposò con la compagna Celina e divenne    padre di due bambini, anche se ben presto la sua passione alpinistica lo portò continuamente in spedizione.

Nel 1976 la sua prima spedizione extraeuropea, in Hindukush, e nel 1977 il primo tentativo, fallito, sul Nanga Parbat. Dal 1979 la carriera himalayana di Kukuczka conosce la svolta definitiva, con la salita del Lhotse senza ossigeno.

E’ nel 1983 che le sue straordinarie doti creative e di resistenza esplodono, con la salita dei Gasherbrum I , II in rapida successione e su vie nuove assieme all’altro grandissimo compagno polacco Wojciech Kurtyka.

Nel 1985 effettua la sua prima scalata invernale a un’ottomila, il Dhaulagiri ; dopo nemmeno 25 giorni scala, sempre in invernale, il Cho Oyu ; durante l’Estate riuscì    ad aprire una via nuova anche sul Nanga Parbat, l’ottomila che l’aveva respinto nel suo primo tentativo.

Ma è nel 1986 che Jerzy Kukuczka realizza l’impresa più spettacolare e tragica della sua vita, scalando il K2 assieme a Tadeusz Piotrowski una via considerata “suicida e impossibile” da Messner, la cosiddetta “Magic Line” sulla pericolosa parete Sud, mai più ripetuta da nessuno per le difficoltà tecniche a quote estreme e le continue valanghe che ne spazzano il percorso.

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Purtroppo, durante la terribile discesa su terreno sconosciuto, Piotrowski perse un rampone e scivolò rovinosamente perdendo anche il secondo, Kukuczka cercò di trattenerlo invano ma la caduta fu fatale.

Jerzy, tuttavia, non si fermò e conclus e i suoi ultimi ottomila l’anno successivo.

E’ importante notare che i mezzi utilizzati dal polacco nelle sue spedizioni erano sempre estremamente limitati, la Polonia era allora un paese relativamente povero, rispetto alla capacità e ai materiali usati da Messner la differenza era vistosa: è sufficiente osservare la galleria fotografica dell’epoca, lo sgomento nel constatare la qualità dei materiali e del vestiario modesto del polacco è assicurato .

L’altra grande differenza con Messner, era senz’altro lo “stile di vita”, durante le permanenze al campo base o nella vita quotidiana tra una spedizione e l’altra ; come accennato prima Kukuczka amava il buon cibo e le bevute in compagnia, fumava e ascoltava musica, non si curava eccessivamente della forma fisica: aveva la grande fortuna di possedere un fisico eccezionalmente dotato, e comunque una volta arrivato ai piedi dei colossi himalayani, non si concedeva alcun stravizio e la sua concentrazione diventava assoluta.

Nel 1989 Jerzy Kukuczka si trovava a Kathmandu, dove ad ogni spedizione, abitualmente si riforniva a un Mercatino dell’usato : acquistò una corda di 6 millimetri di seconda mano.

Era assieme a Ryszard Pawłowski, e l’obiettivo uno dei più ambiti e difficoltosi : la scalata della parete Sud del Lhotse , casualmente anche il suo primo Ottomila scalato.

I due fortissimi polacchi in breve raggiunsero gli 8200 metri di quota, la vetta ormai vicina  ma proprio a quell’altitudine le difficoltà di arrampicata si fanno estreme.

Tentando di superare un passaggio molto difficile, Jerzy perse l’equilibrio, e la cordina usata si spezzò, facendolo precipitare e ponendo fine alla sua vita, a soli 41 anni.