Hayden Kennedy aveva solo 27 anni . Era uno degli arrampicatori e alpinisti più talentuosi degli ultimi tempi ed era figlio d’arte: il padre Michael è stato a sua volta fortissimo alpinista fino agli anni ’90, poi scrittore ed editore per 24 anni del magazine Climbing, e da 7 anni Capo Editore di Alpinist, due tra le più importanti e influenti testate del settore.

Indubbiamente ispirato e influenzato enormemente dal genitore, già a 15 anni arrampicava vie di difficoltà sulle grandi pareti di El Captain. Apre vie di arrampicata di difficoltà estrema già dai 18 anni. A 20 anni scala già pareti impegnative in Patagonia e a 22 anni il suo nome diventa famoso, ma non per l’impresa alpinistica, bensì per un gesto controverso : scala il Cerro Torre assieme a Jason Kruk seguendo la Via del Compressore, la famosa via che Cesare Maestrì salì usando un compressore enorme per piantare oltre 400 chiodi sulla parete sud est del Cerro, la grande provocazione dell’italiano, avvenuta nel 1970.

Hayden e Jason completano la ripetizione della via, usando 5 chiodi su 400 per la protezione. Una volta in cima i due raccontano di un intenso momento di pensieri e discorsi tra loro che li portano alla decisione: scendendo spaccano e rimuovono un centinaio dei quattrocento chiodi, a loro dire per dare giustizia alla Montagna e alla verità, e riparare alla ferita causata da Maestri, ritenuta un vero scempio da loro e tanti altri.

Appena scesi, i due furono arrestati e detenuti brevemente, minacciati dagli arrampicatori locali ed infine espulsi come “persone non gradite” da El Chalten, il centro di arrampicata patagonica.

Il dibattito che ne seguì fu enorme, tra critici e sostenitori del gesto iconoclasta.

Il giovane Hayden Kennedy, fortemente interessato all’etica, studioso avido di libri di storia dell’alpinismo, certo sapeva bene la portata del suo gesto ma non immaginava di rimanere invischiato nelle cronache e nelle dispute, in tutto il mondo, per un’azione – a suo dire improvvisata sul momento.

Negli anni successivi Hayden, che difficilmente si esponeva pubblicamente, o lo faceva assai di rado e non utilizzava alcun social, vinse ben due Piolet D’Or, l’Oscar alpinistico per eccellenza, per difficili e bellissime scalate in Karakorum, sul K7 e sull’Ogre.

Il curriculum della sua breve vita è impressionante, ma non è questo il momento per celebrare e approfondire bellezza e la difficoltà delle sue realizzazioni.

Per questo vi rimando sulla pagina MontagnaMagica su Facebook ,e il sito montagnamagica.com per riferimenti e link a suoi articoli e video.

Lo scorso 26 Settembre era uscito un suo bellissimo articolo che, con il pretesto di raccontare la scalata di una big wall in Mexico, raccontava della sua personale visione della vita e dell’alpinismo e dei dilemmi filosofici di fronte alle tante tragedie che aveva affrontato, ovvero la morte, in parete, di tanti suoi amici, e un suo passo indietro dall’alpinismo estremo .

Tragicamente questo articolo, riletto oggi, è un impressionante epitaffio e testamento morale di un giovane uomo.

Ve ne citiamo alcune parti significative.

“Le vie arrampicate, i punti cruciali superati, le vette raggiunte possono essere molto significative, ma non sono le cose più importanti della vita. Il vero significato duraturo si trova nelle amicizie e nei legami umani che costruiamo, nel perseguire i nostri obiettivi di arrampicata.

Negli ultimi anni, dopo che molti dei miei amici sono andati in montagna per non tornare mai più, ho capito qualcosa di molto doloroso. Non solo le vette indimenticabili e i passaggi chiave sono transitori, ma lo sono anche gli amici e i compagni di cordata. Questa è la dura realtà del nostro sport e non ho ancora capito come gestire questa sensazione. L’arrampicata può essere un bel dono o una maledizione …

Sono ancora nel processo di trovare la mia strada, e mentirei dicendo che le morti dei miei amici non hanno influito sul mio percorso.

Forse gli aspetti più genuini, in ogni storia, sono le discussioni aspre e i silenzi, il riconoscimento dei fallimenti,  i guizzi di luce nel buio. E forse una ragione per tentare di condividere le nostre storie sui giorni in cui abbiamo realizzato qualcosa, quando eravamo in perfetta forma e al meglio, è tentare di riportar indietro qualcosa che è passato, perso e andato per sempre.Forse, facendo così, potremo trovare qualche nuova luce che ci illumini su una nuova strada per il futuro.

C’è questa dobbia natura, nell’arrampicare sulle montagne,  il significato sublime e l’assurdità assoluta nel farlo.

Arrampicare può diventare un incredibile catalizzatore per la nostra crescita, ma io sto cominciando a realizzare che c’è un certo pericolo nel mettere questa attività come focus singolo della propria vita, perché se non ci si ferma, si fa una pausa, si respira e si riflette,  può veramente limitare la propria opportunità di crescita interiore .”

Hayden Kennedy, solo due settimane dopo aver scritto queste parole, il 7 Ottobre, era con la sua compagna e amata Inge Perkins a Bozeman, nel Montana, per una gita di sci alpinismo.

Il passaggio dei due sul fianco di una montagna ha scatenato una valanga, che li ha travolti.

Hayden è riuscito a liberarsi, in quanto solo parzialmente sepolto, e ha cercato disperatamente Inge, inutilmente, in mezzo all’area della valanga. Si è allontanato poi dal luogo con i soccorrittori , che hanno ritrovato il corpo di Inge ore dopo, sepolto sotto un metro di neve.

Stravolto e disperato dal dolore infinito, Hayden ha deciso di togliersi la vita l’8 Ottobre, a casa sua.

Non vogliamo in alcun modo tentare di capire, commentare o discutere il suo estremo gesto.

Quello che è certo è che Hayden Kennedy , nella vita come nella morte, lascia una traccia indelebile nel nostro cuore e nella nostra testa, “un guizzo di luce nel buio più nero”.