La vicenda del Nanga Parbat: Riflessioni

 

Sul Nanga Parbat, da fine Dicembre, era presente una sola spedizione, composta dalla francese Elizabeth Revol e dal polacco Tomek Mackiewitz, con l’obiettivo di salire in stile alpino, su via nuova e in invernale, la vetta  dell’ottomila pakistano. Il 25 Gennaio i due sono arrivati in vetta, ma la sera dello stesso giorno Elizabeth ha dovuto mandare un messaggio satellitare chiedendo aiuto.

Da quel momento, per tutto il weekend, abbiamo assistito in diretta a un dramma in alta quota.

Cosa abbiamo percepito nella convulsa comunicazione sui media e sui social, durante tutto il weekend ?

  • Prima di tutto,La brutalità degli avvenimenti sul Nanga Parbat, lo sviluppo frenetico dei soccorsi, la solidarietà sui Social e la contemporanea ondata di polemiche, accuse e dubbi avvelenati, sul senso di queste imprese e sui suoi costi umani ed economici.
  • Poi, la cronaca, quasi minuto per minuto, della straordinarietà delle prestazioni umane e alpinistiche. delle scelte tragiche che queste possono comportare e della gioia per un salvataggio incredibile e commovente.
  • Infine, il dolore per la morte di Tomek Mackiewitz, così tragica ed alla elaborazione della stessa, attraverso la realizzazione improvvisa della sua figura complessa e contraddittoria eppur così pura e spirituale, della sua ossessione e del suo sogno, leggero e innovativo, ascetico e folle.

“Il Custode del Nanga”, così ora è stato ribattezzato l’alpinista polacco: non più il matto, il drogato, lo sconsiderato.

Rimangono il rispetto e l’ammirazione per una donna come Elizabeth Revol, capace di sopportare un fardello gigantesco di responsabilità, attaccata alla vita con una determinazione incrollabile, dignitosa e in piedi, rifiutando le stampelle, prima di essere portata in Ospedale. Ora dovrà affrontare le dure conseguenze fisiche e psichiche di un’avventura ai limiti della sopportazione umana, una donna già assalita  sui media da giudici improvvisati, che reclamano spiegazioni e prove.

L’ipocrisia e l’ignoranza di coloro che urlano rabbia perché nessuno ha voluto salvare Tomek, ecco credo che queste cose offendano proprio la sua Memoria. Tomek sapeva perfettamente cosa faceva e cosa rischiava. Nelle sei volte precedenti che ha tentato il suo sogno sul Nanga Parbat, aveva sempre dimostrato di sapere quando era il momento di rientrare a valle, di non rischiare inutilmente la pelle. Amava follemente i suoi figli e sua moglie. Tomek voleva tornare a casa.

Da quello che sappiamo ha cominciato a star male in vetta, a 8126 metri. Quando Elizabeth l’ha lasciato, la mattina del giorno seguente, dopo un bivacco all’aperto a 7500 metri e una discesa disperata fino ai 7200 metri, Tomek non era più in grado di muoversi, di vedere e i congelamenti erano gravi. Per quanto fosse un uomo di resistenza straordinaria, sappiamo dalla letteratura medica e dai precedenti, che nel giro di 48 ore la morte è certa, in caso di edema cerebrale, se non si viene curati e portati immediatamente a quota bassa.

Potremo parlare in futuro, e succederà, su quanto fossero adeguatamente acclimatati, sul fatto che la finestra di bel tempo era troppo ristretta, che hanno attaccato la vetta da troppo lontano, che togliersi gli occhiali a quella quota è un suicidio, che..troppi che.

A volte è solo maledetta sfortuna, perché Elizabeth non solo non ha accusato problemi, ma è sopravvissuta i giorni successivi in condizioni inumane e mortali.

Tomek Mackiewitz ed Elizabeth Revol hanno aperto e completato, in stile alpino, la via iniziata da Messner ed Eisendle sul lato estremo del Diamir. Arrivati alla sella a 7500 metri sul Basin , sono scesi davanti al trapezio sommitale, incontrando la via Kinshofer, per poi salire in vetta .

D’ora in avanti parleremo della via Mackiewitz-Revol e di una delle prime invernali in puro stile alpino.

I polacchi. Non si devono spendere troppe parole, come bruscamente ha ricordato Wielicki. “Abbiamo fatto quello che dovevamo fare”. Hanno salvato una vita umana e hanno nobilitato enormemente lo spirito della vera comunità alpinistica, la Brotherhood of Rope.

Una comunità in cui un russo, poi naturalizzato kazako ed un italiano bergamasco, poi naturalizzato polacco, è corso incontro a una francese , trovandola al buio della parete e salutandola in inglese “Elizabeth ! Nice to meet you”