Esiste ancora l’alpinismo esplorativo ? Già questa definizione può apparire fumosa ai più: cosa sarebbe, l’alpinismo “esplorativo” ? Non è una domanda banale, anche se per principio l’alpinismo è “sempre” una sorta di esplorazione , interiore o esteriore che sia, meta remota o vicina.

Con alpinismo d’esplorazione, intendiamo la scelta, come obiettivo di una spedizione, di montagne che abbiano alcune caratteristiche peculiari: collocate in zone remote o poco battute, mai scalate od oggetto di rarissime salite, con un percorso di avvicinamento difficile, per le condizioni ambientali, sociali e logistiche, con pochi dati o fotografie disponibili, con l’ovvia impossibilità di richiedere soccorso in caso ci si trovi nei guai e in genere con mezzi limitati, in piccole spedizioni, generalmente senza grossi sponsor.

Sostanzialmente, un quadro ben poco rassicurante, esattamente quello che intendiamo come esplorazione: mettersi consapevolmente in una situazione difficile, con un vago obiettivo in mente, pronti a ogni tipo di imprevisto e variazione.

E’ da notare, inoltre, che questo tipo di alpinismo, ben difficilmente, viene praticato dagli atleti più famosi, o molto esposti sui media, che generalmente – salvo lodevoli eccezioni – fissano obiettivi su montagne famose come loro, dove l’ “esplorazione” in genere viene giustificata come “la ricerca di una nuova via”, o la scalata in condizioni climatiche estreme su vie ripetute anche decine di volte.

Ci vuole una bella dose di coraggio, determinazione e preparazione mentale, per affrontare una spedizione che deve lottare duramente anche solo per un breve permesso, rilasciato dalle autorità di zone difficili quali Cina, Kashmir, Pakistan, Russia,  spingendosi in vallate sconosciute, senza l’aiuto di guide o portatori locali, e affrontare pareti di un seimila o di un settemila di cui a stento hai ottenuto un’idea tramite Google Earth o le scarne foto a disposizione.

Eppure, negli ultimi anni, non sono mancate bellissime spedizioni di questo tipo, e anche in questo 2017 che volge al termine sono state effettuate esplorazioni notevoli, su pareti di montagne impressionanti, anche se ritenute “minori”  e la costante di questo tipo d’alpinismo è l’uso del puro “stile alpino”, leggero, con mezzi leali,  poche protezioni fisse, niente Campi Base confortevoli e con Internet a disposizione.

Proprio recentemente, Reinhold Messner, nella sua rubrica settimanale per la Gazzetta dello Sport, ha scritto un articolo, emblematicamente titolato “le nuove montagne dell’avventura”, a proposito di un paio di bellissime scalate su vette cosiddette “secondarie” o “minori”, scrive:

“Oggi le mete preferite dagli alpinisti di punta – coloro che tengono in vita l’alpinismo tradizionale e che vanno in cerca dell’avventura – sono montagne poco conosciute e con pareti difficili[..]Non gli ottomila, dove ormai è sempre più difficile evitare la <<pista>>”

Questa frase contiene una grande verità che può apparire banale o contradditoria, Messner scrive che l’alpinismo d’esplorazione e di avventura è proprio quello tradizionale . Bisogna cercare di comprendere il termine “tradizionale”, che non è certo inteso come antico, obsoleto, superato ma come un alpinismo pervaso dal genuino senso della ricerca, interiore ed esteriore, dove non si rinnega il progresso e l’uso di mezzi tecnologici moderni ma se ne riduce l’apporto al minimo essenziale.

Brevemente, vale la pena di raccontare qualche esempio di questa nuova stagione d’alpinismo e d’avventura. Gli scenari sono assai differenti ma l’attitudine, la stessa: il Nuptse, che fa parte del Circo dell’Everest , montagna senz’altro conosciuta ma assai poco scalata, specialmente la tremenda parete sud, muraglia enorme, larga 4 km e alta 2km. Il Monte Edgar, in Cina, e infine il Pungi, tra Nepal e Tibet.

 

Le Gang des Moustaches: Fred Degoulet, Ben Guigonnet and Hélias Millerioux.

 

3 francesi, detti “la gang des moustaches”, ovvero “la banda dei baffoni”, al terzo tentativo, hanno scalato per una via nuova, e in perfetto stile alpino, la parete sud del Nuptse, in cinque giorni, tra difficoltà estreme, valanghe e arrampicata tecnica a oltre 7200 metri di quota, arrivando in vetta alla cima Nuptse Est di 7742 metri. La parete Sud è stata oggetto di tentativi da parte dei più forti alpinisti di ogni epoca, e ben difficilmente è stata salita fino alla grande cresta con le tre vette principali. L’impresa dei francesi è quindi, a buon diritto, candidata a vincere il Piolet D’Or, il prestigioso premio internazionale dedicato alle grandi imprese annuali d’alpinismo estremo.

 

Sul Monte Edgar, un’impresa secondo noi passata ingiustamente inosservata, l’italiano trentino Tomas Franchini ha realizzato un’incredibile scalata in solitudine, nel più leggero stile alpino possibile, della inviolata Parete Ovest, il tutto in una notte di Luna piena d’ottobre, in solo 6 ore dal campo base, fino alla vetta di 6618 metri, in condizioni precarie di sicurezza, procedendo su ghiaccio sottilissimo o su misto marcio, per poi terminare in una cresta pericolosamente carica di cornici pericolanti. Tomas è poi sceso dalla via più semplice, che non conosceva se non sommariamente, tornando in tarda mattinata accolto festosamente dagli altri membri della spedizione, che ha poi tentato, in due cordate, di salire rispettivamente cresta Est e cresta Ovest dello stesso monte, fallendo ! Da notare che le due vie prescelte erano considerate meno difficili della straordinaria solitaria di Tomas.

Infine, una piccola spedizione russa, Yuri Koshelenko e Alexey Lonchinsky – già vincitori di Piolet D’or in passato – che ha scalato l’impressionante parete Sudest, 1500 metri di dislivello e pendenze di 80 gradi, del monte Phungi, tra Nepal e Tibet, una montagna di 6500 metri.

Il team ha scalato in condizioni definite “orribili”,per freddo e vento, specialmente nell’ultima fase di scalata, che ha raggiunto la cima alle 4:30 di mattino e nella discesa, pericolosissima per vari imprevisti, fortunatamente risolti senza troppi problemi dai due fortissimi russi.

Non possiamo, purtroppo, mostrarvi le straordinarie immagini di queste pareti e delle valli che le ospitano, il senso di solitudine, bellezza e meraviglia che emanano, abbiamo cercato di evocare in voi lo spirito vivo  dell’alpinismo di esplorazione, di avventura, tradizionale che dir si voglia, in definitiva uno stile pulito e leale, quello che ispira e fa sognare mondi e luoghi sconosciuti. Parafrasando una celebre motto, concludiamo rispondendo alla domanda iniziale: Questo modo di scalare montagne esiste, e sta molto bene !