Tomaz Humar appena salvato da elicottero sul Nanga Parbat

 

Cosa succede ad un alpinista, in caso di infortunio di una certa gravità  occorso in alta quota ?  La domanda può apparire retorica e la risposta, allo stesso modo, potrebbe essere la più tragica e scontata : è destinato a morire.

In realtà, gli scenari possibili in caso di infortuni sono differenti ; i salvataggi sono difficili ma non impossibili, in molti casi e fattori importanti sono la tecnologia a disposizione dell’infortunato, il luogo dell’infortunio, la composizione del team, il tempo a disposizione per lanciare i soccorsi e, ovviamente, la predisposizione all’altruismo dei presenti sul luogo.

E’ doveroso ricordare che in Italia – e in generale, in tutti i paesi  alpini – esiste uno straordinario Corpo di Soccorso Alpino e Speleologico, composto di volontari, a loro volta alpinisti esperti, abituati a operare in condizioni estreme, a rischiare le proprie vite. Il dibattito sui costi di intervento e su chi debbano ricadere è altrettanto ampio, tuttavia  si soccorre chiunque si trovi in difficoltà , per le polemiche e i distinguo sui costi c’è tempo.

La tradizione alpina di soccorso e aiuto nelle montagne esiste da ben prima dell’avvento dell’alpinismo o dell’escursionismo per divertimento, nelle valli montane esistono antiche consuetudini di solidarietà e ancor oggi leggiamo di centinaia di volontari locali che si attivano nella ricerca di persone scomparse o in difficoltà.

L’alpinismo in alta quota è un caso ben differente, chi lo pratica è consapevole delle grandi difficoltà, oggettive o soggettive, nel poter recar soccorso a qualcuno, specialmente in altissima quota, dove la carenza d’ossigeno e l’ipotermia uccidono in pochissime ore ; inoltre l’uso dell’elicottero, il mezzo più veloce ed efficace in interventi su pareti, è molto difficoltoso sia per ragioni economiche e tecniche : l’aria rarefatta riduce la portanza e l’efficienza della macchina volante.

Negli ultimi anni, però, la tecnologia e l’intraprendenza di alcuni, hanno portato miglioramenti notevoli e reso possibili salvataggi incredibili proprio con l’elicottero, soprattutto in Himalaya e in qualche sporadico caso in Pakistan : non possiamo non citare l’italiano Simone Moro, alpinista di fama mondiale, “Re delle Invernali” , che è diventato con tenacia e caparbietà notevoli pilota d’elicottero provetto, ha coltivato, sviluppato e realizzato un suo sogno, cioè creare un’agenzia di Soccorso in Himalaya che opera in altissima quota, utilizzando elicotteri e soccorritori estremamente preparati, e riuscendo a soccorrere alpinisti e sherpa fino all’incredibile quota di 7800 metri, al limite della cosiddetta “Death Zone”. 

 

Ovviamente, i costi di un soccorso di questo tipo e delle polizze d’assicurazione relative sono molto elevati, non alla portata di tutti ; Simone Moro ha comunque assicurato il soccorso gratuito agli Sherpa operanti sull’Everest e dintorni, per rispetto e consapevolezza del ruolo importantissimo giocato dai forti lavoratori d’alta quota, spesso protagonisti di salvataggi di clienti in condizioni impossibili, anche vicino alla vetta dell’Everest e ben sopra gli 8000 metri.

Il rovescio della medaglia, ben noto al grande pubblico, è rappresentato dalla quantità di morti sull’Everest, abbandonati dai compagni, per impossibilità di soccorso o egoismi delle spedizioni commerciali , congelati nel momento fatale e insepolti, a perenne monito di chi affronta gli ultimi 800 metri di salita, quelli oltre gli 8000, la “zona della Morte”.

 

Salvataggio di Tomaz Humar, Nanga Parbat Rupal Face

Potremmo citare e raccontare straordinarie storie di soccorso in alta quota, senza o con elicottero, tra i tanti clamorosi ed emozionanti che si sono succeduti nel tempo, ad esempio il salvataggio di Tomaz Humar, strappato dopo una settimana bloccato da una tempesta dal Nanga Parbat, grazie a un pilota militare pakistano coraggioso, oppure raccontare del tentativo di salvare Inaki Ochoa sull’Annapurna, finito purtroppo con la morte del basco, nonostante la gara di solidarietà dei tanti alpinisti presenti sul posto, oppure citare lo straordinario film girato da Reinhold Messner “Dramma sul Monte Kenya”, storia di un incredibile salvataggio sull’omonima vetta africana, avvenuto decenni fa, ma tra i tantissimi esempi, quello che ci sembra emblematico e che scegliamo di raccontariv è stato compiuto proprio da Simone Moro, nel 2001.

Simone si trovava in tenda a Campo4 , a 7900 metri di quota circa, con Denis Urubko, pronto per attaccare la vetta del Lhotse e poi tentare anche l’Everest, quando nella notte si vede entrare nella tendina un’alpinista disperato, che cercava aiuto per il suo compagno Tom Moores, inglese, che era caduto lungo la parete del Lhotse in discesa e si trovava bloccato e ferito, al buio, senza più ramponi.

Simone Moro decise, senza troppi indugi, di tentare qualcosa: anche se inutile, pensava, non avrebbe sopportato di non aver provato ad aiutarlo. Senza ossigeno esce dalla tenda, e trova Tom Moores, insanguinato e vicino all’ipotermia, duecento metri più in basso, sulla ripida e pericolosa parete.

Da solo lo trascinò, a tratti caricandolo sulle spalle,  per i 200 metri di dislivello, riportandolo alla sua tendina, e scaldandolo durante la notte. A causa dell’enorme sforzo per salvare l’inglese, Simone Moro il giorno successivo abbandonò il tentativo di vetta per sfinimento, tornando a Campo Base.

Al ritorno in Italia, Simone Moro non raccontò nulla di quanto successo. Una volta che Tom Moores diffuse la storia, Simone fu premiato con il David Sowles Award, dedicato agli atti di straordinario coraggio e altruismo e istituito dal Club Alpino Americano e dalla Medaglia D’Oro al Valore Civile dal Presidente della Repubblica Italiana.

Vogliamo chiudere questa puntata di Cime Tempestose con le parole dello stesso Tom Moores:

“Scendendo verso campo base, incontrammo Simone, che purtroppo non era riuscito ad arrivare in vetta a causa dell’energia che aveva usato per salvarmi. Mi sentivo e mi sento ancora molto in colpa per questo, ma Simone, che è un uomo molto umile, ha scrollato le spalle e mi disse: <<Non c’è problema, in futuro posso ancora scalare e tu puoi ancora scalare, e questo è più importante di qualsiasi vetta>>. Il suo sentimento è una lezione per tutti noi, credo che sia un perfetto esempio del vero spirito alpinistico. “