Alex Honnold (elcapreport.com)

 

 

Sabato 3 Giugno 2017, alle 5 e mezza di mattino un dinoccolato trentunenne, pantaloni comodi e maglietta rossa ha cominciato a scalare in solitaria, senza alcuna protezione, solo scarpette e magnesite, il gigantesco muro El Captain nella Yosemite Valley, l’iconica parete di granito di 1000 metri. Ha scelto la via “Freerider”, difficoltà 7c ( vicino all’ottavo grado) , e in poco meno di 4 ore è arrivato in cima.
Lo ripetiamo perché proviate a immaginarlo: quasi 1000 metri su una parete spesso strapiombante, su prese e sporgenze spesse come un grissino, fessure larghe come un uomo o strette come un dito mignolo che svettano per decine di metri, passaggi in traversata allargando in spaccata le gambe, senza corda né protezione alcuna. Il minimo errore e un volo in caduta libera senza scampo.
Sulla parete è stato ripreso da Jimmy Chin, eccezionale alpinista fotografo e amico di lunga data di Alex, da alcuni assistenti e fotocamere piazzate nei punti strategici, per la produzione di un prossimo video del National Geographic.
Pochissimi erano a conoscenza del progetto , che pur se preconizzato da lui stesso nella precoce ma già voluminosa biografia uscita un paio d’anni fa; un’idea sussurrata nella Valle e sui media, un exploit che è stato realizzato in segretezza –per evitare che Alex fosse distratto da una folla osservante alla base e in cima alla parete.
E’ un progetto che era scritto nei suoi diari personali da anni, “Check Freerider solo” un sogno ritenuto impossibile e insensato.
Per questa impresa , tuttavia, Alex è passato da una lunghissima preparazione fisica e mentale, con una cura maniacale, una dedizione totale, un controllo delle sue emozioni e della paura assolutamente fuori dal comune. 
La sua personalità è descritta da chi lo conosce bene come quella di una persona assolutamente semplice, diretta e sincera, senza ambiguità ; capace di scherzare e di sviluppare forti amicizie in parete , basti pensare a Cedar Wright o Tommy Caldwell , arrampicatori eccezionali e personalità altrettanto forti.
Eppure Alex è sostanzialmente un monaco. Solitario.
Alex Honnold è nato a Sacramento nel 1985, da 11 anni arrampica, assicurato da papà.I suoi divorziano ma crescono i figli assieme. Lascia l’università di Berkley a 18 anni per dedicarsi solo a scalare. E’ sempre stato brillante a scuola ma è disinteressato dai rituali dei giovani universitari. A lui piace solo scalare.E’ un fuoco che ha dentro, i suoi grandi occhi bovini e liquidi, sinceri , lasciano soltanto trasparire lampi di gioia quando parla di lui in parete. E così comincia a spostarsi verso la Valley, il luogo magico per ogni arrampicatore al mondo, figuriamoci per un ragazzo di Sacramento che è a poche ore da lì.
Vive in un furgone, piccolo ma ingegnosamente attrezzato, sotto le pareti della Yosemite Valley, sono ormai tanti anni.
Frugale, estremamente attento ai temi sociali e ambientali, è vegano – anche se più che altro, odia cucinare e gode moltissimo a prepararsi pastoni di cereali o vegetali vari in una ciotola. In parete, un mucchio di frutta secca e snack calorici.
E’ una persona comunque socievole, e lentamente si fa notare dai Grandi della Valle. Yosemite è un luogo che è entrato nell’immaginario per la sua comunità, che ha rotto barriere e tabù non solo nell’arrampicata, ma anche nello stile di vita, un po’ anarchico ma molto consapevole, in una simbiosi che è la chiave della maturazione come arrampicatore del giovane Alex. John Bachar, Peter Croft , leggende degli anni ’80 e successivi, hanno già realizzato free solo importanti.
Alex si allena e scala continuamente, con soste brevissime. E’ spaventato all’idea di non poter scalare per più di “qualche giorno”. E’ metodico, e la sua attività di free solo è una piccola parte della immensa quantità e qualità di vie su granito e arenaria di questo giovanissimo californiano.
Ha lavorato così nella preparazione e progressione slegato su vie “facili” per poi esplodere: il primo grande exploit – che lo ha reso celebre improvvisamente – è stato scalare in free solo Moonlight Buttress, 400 metri di arenaria nello Zion National Park (Utah) . E’ il 2008, e saltiamo un attimo in Europa, dove
l’anno prima , nell’aprile 2007 un certo Hansjorg Auer, giovane austriaco , quasi coetaneo di Alex, ha scalato la parete Sud della Marmolada sulla notevole via “Attraverso il pesce”, di difficoltà 7b e lunga 900 metri, in free solo e in meno di 3 ore. Con una sola protezione in più: un caschetto , visto che la roccia non è certo il solido granito californiano ! Hansjorg Auer è tutt’ora un’alpinista stratosferico impegnato spesso in Himalaya e in arrampicate durissime sulle vie europee, in Wengen etc.
Torniamo ad Alex, da quando è diventato famoso avrebbe sponsor a sufficienza per sistemazioni più stabili : non le vuole.
Gli amici cominciano a chiamarlo Alex “No Big Deal” , insomma Alex “non è poi una gran cosa”, la frase che spesso ripete quando gli altri lo osservano stupefatti nella sua strana eleganza salire vie sempre più impegnative.
“non mi piace prendere troppi rischi.Non mi piace tirare i dadi” : il paradosso apparente della sua ingenua e disarmante sicurezza con cui affronta slegato pareti che fanno sudare chiunque solo a guardarle e a farle assicurati , è appunto solo apparente.
Distingue le conseguenze dai rischi: “definisco il rischio come la probabilità di cadere mentre arrampico. Pertanto cerco di studiare e affrontare tutto col minor rischio di cadere. La conseguenza è enorme, è mortale, ma la probabilità che succeda cerco di tenerla molto bassa”.
Un pensiero vertiginoso e controverso , d’altra parte bisogna pur dire che Alex è anche un arrampicatore competitivo e ambizioso, anche se la sua estrema tranquillità e umiltà sono rinomate e riconosciute da tutti quelli con cui scala o è in contatto, non solo al grande pubblico attraverso i primi filmati straordinari.
D’altra parte, il mondo, e la California, portano i Social Network e come tante altre attività estreme, l’arrampicata in Yosemite conosce una rinnovata fama e attenzione mondiale.
E Alex comincia a scalare, centinaia e centinaia di vie facili e e moderate, in progressione mai esagerata. Ma costante e mostruosa. Comincia ad affrontare i primi free solo. Astroman e il Rostrum, nomi che echeggiano il passato “hippye” e che diede il via all’etica del free-climbing, che significa arrampicare in sicurezza ma senza piazzare chiodi, usando fessure e spuntoni naturali, non violando la roccia.Sale sempre più sicuro e in velocità in coppia con gente come Sean Leary, e comincia a macinare record.
Sviluppa parallelamente un forte legame con Cedar Wright , altra figura straordinaria nella Yosemite, membro per anni del Soccorso alpino locale, arrampicatore innovativo, filmmaker notevole che ora lavora per National Geographic e figura eccentrica ma solidissima in parete e professionale come non mai.
I due sono fanatici della…sofferenza . E lo diciamo un po’ ironicamente, come fa Cedar ma la realtà è che il tipo di allenamento e sfide che i due intraprendono assieme sono vere e proprie torture fisiche, tra centinaia di km in bicicletta – i due non ne sapevano nulla, di questo sport – e scalate pazzesche in free solo su e giù nel deserto. Le famose “SUFFERFEST”, la prima nel 2013.
Compie spedizioni internazionali, grazie agli sponsor sempre più prestigiosi, in Africa, in Patagonia al primo viaggio compie una straordinaria traversata sui Cerri granitici clamorosa, in scarpette..torna l’anno dopo e scala il Cerro Torre, altri traversate di arrampicata quasi “endurance”.
Non è mai stato sui grandi muri del Karakoram (che vorrebbe visitare) o cime himalayane – da sempre dichiara che l’alpinismo su ghiaccio non è da lui, anche se sappiamo che non è proprio così….
Alex, nel capitolo finale della sua biografia “alone on the wall”, preconizza la possibilità di salire El Captain in free solo, sulla via Freerider, e oltre, affrontare la via forse più bella e tra le più difficili in arrampicata d’alta quota, “Eternal Flame”, sulle Trango Tower in Pakistan, su un muro granitico ancor più enorme della Yosemite e per di più a 6000 metri.
E veniamo a questo 3 Giugno 2017.
Alex pochi giorni prima, con Tommy Caldwell scala la via in 5 ore, con la corda. Ripassa tutti i punti chiave dei quasi 1000 metri, mette magnesite nelle prese più scivolose, incastra bottiglie d’acqua nei rari punti dove può riposare, ridiscende con la corda e riprova per l’ultima volta.
Dorme come un bambino , tant’è che si sveglia troppo presto, pensando “Facciamolo!” e visto l’orario torna beatamente a letto. Alle 5 e mezzo è all’attacco della parete, e comincia a scalare alcune parti relativamente più semplici, inclinate ma non verticali, ma pur placche insidiose. Si ferma a svegliare un cameraman su una cengia…riesce a sciogliere la tensione. Sale e comincia le difficoltà, le fessure faticose dove si gioca con movimenti di opposizione,tensione e rilassamento. Passa tre alpinisti su una portaledge, che si svegliano e lo guardano straniti come un marziano. Continua a salire, affronta e risolve senza mai troppa tensione i movimenti “chiave”, i più rischiosi.
Si ferma in mezzo a una fessura che sembra schiacciarlo, beve un po’ d’acqua, un po’ di snack, e riparte.
Sembra lento come lo sembra Eric Clapton sulla chitarra: in realtà talmente efficiente ed elegante da risultare lento quando il risultato è velocità sorprendente.
Infatti sono poco meno delle 9 e mezza quando sbuca in cima, si sciogle in un sorriso immenso, toglie le scarpette, e dice “Lo potrei rifare subito, adesso”.
Non importa Alex, basta così per oggi.
Grazie per farci sognare, polemizzare, immaginare un futuro dove i limiti di adesso saranno opportunità, domani, grazie a quelli come te , e come ricordi a Mark Synnott nella prima intervista dopo questa impresa storica, riguardo a “serve una cosa come questa, ne abbiamo bisogno?” rispondi in semplicità, “ci sono problemi più grandi e adesso abbiamo bisogno che gli Stati Uniti stiano agli accordi di Parigi sul clima” ma che speri che “quello che ho fatto possa ispirare le persone a sfidare le loro paure, i loro limiti lottando per ciò che amano e in cui credono”.
Abbiamo volutamente tralasciato ogni accenno “morale” o considerazione sul cosiddetto “esempio” che possono dare imprese come questa.
Vogliamo, a questo proposito, concludere questa storia con le parole scritte da Emilio Previtali, alpinista, sciatore e snowboarder d’alta quota, gran raccontatore di storie.

“Una solitaria come questa o come quella del Pesce nel 2007 non è soltanto un fatto personale. E’ una cosa che serve a stabilire un ordine delle cose, a farci comprendere la portata dei limiti del genere umano e nostri e a farci immaginare un mondo che ancora non c’è. Io non sono un grande estimatore delle scalate solitarie su roccia o su ghiaccio, mi mettono a disagio. Penso che quello che mi disturba sia un corto circuito tra fatto personale e fatto pubblico, si tratta di una cosa difficile da gestire, da accettare, da comprendere e da rispettare. Mi disturbano moltissimo certi commenti, certi significati che vedo attribuire, certi tentativi di stabilire un giusto o un non giusto, un confine della moralità. Mi disturba la necessità di attribuire un senso. Mi disturba il dopo. Non mi piacciono le solitarie però penso che salite come queste abbiano in un significato totalmente differente, universale, non hanno niente a che fare con le solitarie “normali”. Non si può fare un confronto. Questo è lo stato dell’arte dell’arrampicata, oggi. Come potremmo immaginare un progresso senza sapere fin dove siamo arrivati?””