AlpineStudio, pregevole e attento editore di montagna, ha annunciato l’uscita , entro fine Giugno, dell’edizione italiana di “Freedom Climbers”, in italiano “i Guerrieri venuti dall’Est” – opera sulla generazione d’oro dell’alpinismo sloveno, di Bernadette McDonald, scrittrice e storica direttrice del famoso festival canadese di Banff.

La stessa autrice di uno splendido libro su un grande alpinista sloveno, Tomaz Humar, il cui titolo è “Prigioniero sul ghiaccio”, libri che fortemente consigliamo a tutti voi e che ci introducono alla quarta puntata di “Cime Tempestose”, dedicata alla figura di uno dei più influenti, geniali e controversi alpinisti degli anni ’90.
E’ all’inizio degli anni ’70 , la cosiddetta “Età d’Oro Slovena” , che salgono alla ribalta, col loro stile puro, fuoriclasse sloveni che compiono nell’arco di tre lustri – imprese memorabili in Himalaya, Pakistan e Patagonia.
E’ in questo “brodo di cultura” che negli anni ’80 Tomaz Humar, nato nel 1969, trova la propria ragione di vita. Arrampicatore sin dall’infanzia Tomaz si ritrova a 20 anni coscritto nell’allora esercito yugoslavo, assiste ad atrocità immonde in Kosovo contro i civili albanesi da parte delle Forze Serbe , inerme e impotente, oltre a vivere in un inferno di sporcizia , senza paga e in un crescendo di orrore che lo trasforma.
il suo talento naturale lo porta a scalate sempre più spericolate, spesso in solo e senza protezioni – che prima suscitano meraviglia poi repulsione nella comunità alpinistica locale .
Viene notato il suo talento e portato nelle prime spedizioni extraeuropee, Tomaz si rileva da subito un fuoriclasse, estremamente dotato .
Il rifiuto di ogni tipo di autorità, eredità del suo traumatico passato militare, lo porta a trasgredire le regole ed è così che sale in solitaria il suo primo ottomila, l’Annapurna, nel 1995, nonostante un esplicito divieto del suo capospedizione. L’anno successivo la sua scalata in coppia con Vanja Furlan, su una nuova via dell’ Ama Dablam, vale ai due sloveni il prestigioso premio Piolet D’Or e la notorietà internazionale a soli 27 anni.
Nel 1997,
con Janez Jeglic, affronta il Nuptse, il quasi ottomila dirimpettaio dell’Everest, scalano una tremenda via diretta sulla parete Ovest, slegati e in parallelo. Janez lo precede sulla cresta che porta in vetta ma scompare, spazzato via da venti terribili. E’ l’inizio di un’ordalia: Tomaz, sfinito dalla scalata e solo, con la morte nel cuore, deve scendere senza corde e protezioni , che il compagno caduto portava. Guidato e incoraggiato via radio, tra bufere, ferite, rischi di cadute continue, riesce a salvarsi in un’epica discesa.
Quello che succede al suo rientro lo sconvolge, viene criticato, accusato in qualche modo della morte del suo fortissimo amico, si trova depresso e chiacchierato nella stretta comunità alpinistica locale.Perde sponsor.
Così, esattamente un anno dopo, nel’Ottobre del 1998, per ritrovare motivazione ed equilibrio,si reca in California, nella Yosemite Valley.
In mente ha un’idea pazzesca, come sempre: scalare “Reticent Wall”, forse la via in arrampicata artificiale – cioè con aiuto di staffe e sistemi di chiodatura e corde – più dura del mondo. E lui, in 15 giorni, completa i 1300 metri in solitaria, tra lo sbalodirmento generale.
Tomaz aumenta la confidenza nelle sue capacità, e concepisce quella che rimane la sua più incredibile ed epica impresa in Himalaya: provare a salire in solitaria la parete Sud del Dhaulagiri, più di quattro chilometri verticali, un imbuto concavo sottoposto a scariche di ghiaccio e valanghe e da cui lo stesso Messner, che volle fare una ricognizione per valutarla, si ritirò preoccupato dai pericoli evidenti.
Tomaz e il suo team, sloveni, raccolgono quasi 100.000 dollari per questa lungimirante idea : il progetto di solitaria diventò il primo evento trasmesso via Internet,live, sul suo sito : al campo base , infatti, una squadra lo seguiva con teleobiettivi e radio. Erano gli ultimi giorni di Ottobre 1999.
Il resoconto di questa impresa è leggenda: Tomaz Humar sale tra valanghe, roccia marcia, poche protezioni, un dente dolente con granuloma che è costretto a estrarsi a 7000 metri di quota con un coltellino svizzero, il fornellino che si esaurisce come il cibo… la parete non ha ghiaccio stabile, il caldo rende tutto più difficoltoso e Tomaz , addirittura, ricorre al dry-tooling (cioè usare piccozza e ramponi su roccia, non su ghiaccio), a oltre 7600 metri.
Esce dalla parete sud dopo 9 giorni a circa 8000 metri, esausto, pensa al figlioletto a casa e decide di ritirarsi. Tutto questo documentato in diretta.Un capolavoro alpinistico assoluto ma anche un successo mediatico. Al ritorno, in Slovenia, trova Reinhold Messner in persona che lo aspetta per congratularsi.


La sua carriera viene quasi stroncata da una caduta casalinga, da un tetto che stava riparando, nel 2000. Compie un recupero strabiliante, e torna a scalare vette come lo Shishapangma nel 2002.
Nel 2005 l’episodio più controverso della sua luminosa carriera alpinistica avviene in Pakistan: tenta in solitaria l’enorme parete Rupal del Nanga Parbat, che porta alla memoria il trionfo e la tragedia dei fratelli Messner.
Si ritrova intrappolato a circa 6000 metri, tra valanghe continue, in un buco nella roccia, impossibilitato a salire o scendere .Giorni e giorni, senza più acqua e cibo, sfinito, ma con le pile della radio ben cariche, fattore che gli consentirà quel “contatto umano” con migliaia di persone da tutto il mondo che mandano messaggi via mail e che il team gli legge nella lunghissima attesa. L’operazione di soccorso viene organizzata e il presidente pakistano ordina ai suoi piloti militari di tentare un improbabile salvataggio in elicottero.
E i piloti compiono il miracolo: Tomaz viene agganciato e rapidamente viene depositato al sicuro 2000 metri più in basso.
Accade l’incredibile, oltre ai piloti che ovviamente diventano eroi nazionali pakistani, anche Tomaz compie un lungo giro di conferenze e letture sull’accaduto, e comincia una riflessione aperta e sincera sulla necessità di portare la sua vita e il suo alpinismo su un sentiero quasi spirituale, necessario per il suo “Karma”.


Nel 2007 il suo ultimo capolavoro: una nuova via in solitaria, ovviamente in stile alpino e senza ossigeno, sull’estremità della parete Sud dell’Annapurna, ripidissima e pericolosa, chiudendo un cerchio ideale perché vent’anni prima quella fu la sua prima scalata su un ottomila, da ribelle.
E’ il 2009 quando Tomaz decide di scalare in solitaria, e senza annunciarlo, la parete Sud del Langtang Tirung, un 7000 indiano difficile. E’ in spedizione col suo fedele amico e cuoco Kargat. Kargat riceve una chiamata da Tomaz che lo avvisa di essere caduto a 6000 metri, di essersi rotto le gambe e probabilmente la schiena, e che “è finita”.
Parte una disperata operazione di soccorso, da tutto il mondo arrivano offerte di aiuto. Anche se discusso, da alcuni detestato, quello che succede dimostra che Tomaz è amatissimo. Forse quello che ha sempre cercato dal pubblico e dalla comunità alpinistica : rispetto, amore e comprensione. il suo corpo viene recuperato da un team in elicottero, centinaia di metri più in basso del previsto. Forse, il suo ultimo ed estremo atto di ribellione è stato lasciarsi cadere.

Con le parole di Elizabeth Hawley, la Signora dell’alpinismo e autorità dell’Himalayan Database, vogliamo concludere Cime Tempestose di oggi, dedicato a un Uomo e Alpinista straordinario :
“Considero Humar – come molti degli sloveni – forse il più forte alpinista degli ultimi anni. Percorre vie estremamente difficili, grandi pareti himalayane in stile alpino, in solitaria, con poco impatto sull’ambiente. Basti ricordare la nord del Dhaulagiri fino 7.900 metri. Al tempo stesso é gentile nei modi, cordiale, sempre disponibile: un vero gentleman. Pensate, che si ricorda persino la data del mio compleanno, e mi manda gli auguri”