Negli ultimi anni, un’attività estrema che si è imposta velocemente all’attenzione dei media e del pubblico è il “wingsuit base jumping” , ovvero il saltare da pareti rocciose con una tuta alare, tracciando un percorso velocissimo di volo umano, che si sviluppa tra ripidi pendii e stretti canali, in prossimità delle rocce e degli alberi, per notevoli lunghezze, fino all’apertura dell’unico paracadute a disposizione, a poche centinaia di metri dal suolo.
Il wingsuit base jumping è sicuramente uno degli sport più pericolosi al mondo e questo per ovvie ragioni: nessun margine di errore, velocità orizzontale superiore ai 200km/h, tantissimi ostacoli lungo il volo e sfide sempre più estreme, tracciando complicati percorsi, con passaggi strettissimi in prossimità di rocce, ghiacciai e alberi.
Il pericolo è certamente proporzionale allo spettacolo che il wingsuit base jumping riesce ad offrire: dall’avvento delle “action camera”, ovvero le piccole videocamere montate sul petto, sul casco e sui piedi, le imprese incredibili e la sensazione di vertiginoso “sogno di Icaro” possono oggi essere vissute in prima persona dallo spettatore, in una visione in soggettiva assolutamente adrenalinica .

Il tributo di vite umane è purtroppo altissimo, le polemiche legate alla competizione tra i jumpers per aggiudicarsi l’attenzione dei media, sono fortissime: negli ultimi due anni sono morti i migliori piloti di tuta alare del mondo, in un crescendo orribile e inesorabile e da un po’ di tempo, comprensibilmente, la piccola comunità di chi pratica questa disciplina si è un po’ ritirata e conseguentemente, i media e gli sponsor hanno ridotto la loro attenzione.

Questa premessa era necessaria prima di parlarvi della vita, e della morte, di Valery Rozov, eccezionale protagonista di questa disciplina, applicata nel contesto delle alte quote.

Valery Rozov nasce in Russia nel Dicembre del 1964, e dall’età di 10 anni, complice la madre appassionata di montagna, comincia ad arrampicare e dedicarsi a tempo pieno alle attività outdoor, diventando in pochi anni un atleta di caratura nazionale, grazie alla partecipazione a competizioni di alpinismo e di resistenza.
Valery, prima si appassiona al deltaplano e infine al paracadutismo, con meticolosa e rigida preparazione, effettuando migliaia di lanci e ben presto trova nel Base Jumping – ovvero il saltare col paracadute da punti fissi e pareti rocciose – la summa delle sue passioni innate. Verso la fine degli anni ’90 intensifica la sua attività di jumper, che diventa la sua principale e totalizzante passione.
E così, se durante gli ultimi anni ’90 Valery Rozov è soprattutto base jumper e alpinista, con imprese in Patagonia, in Russia e sulle Alpi, nel corso degli anni 2000, Valery comincia a saltare con la tuta , prima dall’aereo, come prerequisito necessario per la sicurezza, e poi dalle montagne.
Valery descrive la sua transizione dalle montagne al cielo come continua, come uno scambio e una necessità interiore e ben presto , con l’avvento della tuta alare, intuisce prima di tutti una possibilità : portare il volo alare ad alta quota in tutto il mondo, dove quasi nessuno ha mai tentato di lanciarsi, proprio per le difficoltà enormi di arrampicare fino al punto di lancio.
Nel 2003, Valery compie una spedizione mista tra “alpinismo, vela e base jumping” in Groenlandia, dimostrando subito che il suo approccio all’esplorazione è a tutto tondo, non una mera ricerca del record, ma la progettazione di imprese che, per essere realizzate, richiedono tempo, grande organizzazione, capacità di adattamento, ma soprattutto una tecnica eccellente per ogni disciplina da affrontare, dal kayak, alla barca a vela, allo sci alpinismo, all’arrampicata su ogni terreno, fino, naturalmente al lancio finale
Valery descrive la sua ricerca come “il passare da lunghi avvicinamenti, lenti e con la possibilità di godersi lo scenario e panorami meravigliosi, allo scalare una montagna con pazienza fino all’azione più rapida ed estrema possibile per tornare alla partenza, il lancio, che dura pochi secondi, a fronte di un percorso magari durato settimane”
E’ nel 2004 che Valery diventa professionista, ottenendo una sponsorizzazione e un team fisso da Red Bull.
Grazie a questo, il russo riesce a progettare imprese sempre più ambiziose e comincia ad effettuare salti a quote sempre più alte, ovviamente scalando le pareti assieme al suo team, per preparare e riprendere i lanci in modo sempre più spettacolare.


E così , nel 2010, si lancia in Antartide, in Patagonia e sulle Alpi, dalla cima del Cervino .
Nel 2012 realizza la sua prima grande impresa in alta quota: il lancio dal monte Shivling, in Himalaya, da oltre 6400 metri, dopo averlo scalatp per una via niente affatto semplice.
Il 2013 è l’anno del suo capolavoro: dopo una lunga preparazione sul versante tibetano e una difficile salita, effettua un lancio da 7200 metri lungo la parete Nord dell’Everest, dove testa in modo estremo la capacità della tuta alare di gonfiarsi nell’aria sottile. La caduta a picco, prima di avere sufficiente ossigeno e aria per permettere alle ali di gonfiarsi, è impressionante. Atterra sul ghiacciaio, a 5000 metri di quota.

Nel 2015 salta dal Kilimanjaro, dove concepisce l’idea di effettuare lanci in tuta alare dai punti più alti possibili in ogni continente.

Nel 2016 effettua l’impresa che probabilmente rimarrà a lungo il record di salto più alto mai effettuato dall’uomo, salendo in stile alpino e senza ossigeno il Cho Oyu per poi lanciarsi da 7700 metri.
L’ 11 Novembre scorso, dopo aver scalato l’Ama Dablam, una delle più belle montagne del mondo, nell’area dell’Everest, effettua il suo ultimo lancio e probabilmente a causa di un salto instabile, impatta le rocce sottostanti perdendo la vita.
Valery Rozov aveva 52 anni, era marito e padre di un figlio, aveva fatto 12.000 lanci col paracadute e 1.500 con la tuta alare. Non era una testa calda, non era spericolato come tanti giovani piloti che hanno perso la vita negli ultimi anni. Ma il volo alare, il Sogno d’Icaro, sulle pareti di alta quota, è una disciplina tanto affascinante quanto imperdonabile, e la morte di Valery Rozov, la leggenda, il decano, ne è la tragica conferma.