LATOK I : The (Un)Finished Business

“the unfinished business of last generation”, così Jeff Lowe, autore del primo storico tentativo di 100 tiri, su 103 previsti più o meno, definisce la cresta Nord del Latok I.

Avevano superato le difficoltà maggiori ma brutto tempo e le condizioni di salute dello stesso Jeff Lowe, costrinsero i 4 grandi alpinisti americani al rientro.

Uno dei più grandiosi fallimenti in stile alpino, che ha ispirato generazioni di alpinisti di tutto il mondo a riprovarci, senza mai avvicinarsi non alla vetta ma nemmeno ai 7000 su 7145 mt del 1978.

foto jim donini
Jeff Lowe, George Lowe, Michael Kennedy on Latok 1, 1978 (ph Jim Donini)

Le prime anticipazioni della clamorosa salita di un trio Anglo Soveno, composto da Ales Cesen, Luka Strazar e Tom Livingstone . parlano di una variante che ha evitato la parte finale della cresta ; quale sia la via scelta, questa impresa è comunque storica, stupefacente. E’ la seconda assoluta al Latok I.

Basti dire che per Tom Livingstone era la prima grande spedizione, anche se il giovane 27enne gallese ha nel suo carnet un’invernale allo Sperone Walker. numerose difficili invernali in Scozia, e una spedizione in Alaska. Di Ales Cesen, 36 anni che dire? Un fuoriclasse capace di scalare tutto in Yosemite, in Himalaya, in Karakorum il Giv ; Luka Strazar, a 22 anni nel 2011 una prima sul K7 e molto altro.

È con una certa emozione, dunque, che aspettiamo di vedere la partitura scelta in quest’opera, compiuta in una settimana, dal giovane trio, che anche se non chiude l’ ” unfinished business”, renderà Jeff Lowe molto contento, anche per il salvataggio del russo Guzov che su Facebook lo stesso Lowe ha seguito e commentato con apprensione : è a lui, a George Lowe, a Jim Donini, a Michael Kennedy, che va il tributo riconoscente e ammirato per un’ispirazione durata 40 anni.

..ma il nostro pensiero speciale va al giovane alpinista russo Sergey Glazunov , morto recentemente mentre scendeva in doppia, dopo un tentativo con Alexander Gukov , quest’ultimo salvato dopo una terribile settimana in parete da piloti pakistani militari…

Secondo le testimonianze di Alexander Gukov, che ha dimostrato un’onestà sincera, Sergey è uscito dalla parete raggiungendo2 l’anticima del Latok I, appena 50 metri sotto ; Sergey era convinto fosse la cima, ma Alexander, secondo di cordata, dalla sua prospettiva si è accorto che la cima vera era poco più distante. Detto questo, capiamo come i russi abbiano quasi sicuramente superato il limite raggiunto dagli americani nel 1978 e percorso integralmente la cresta Nord.

Purtroppo, sappiamo cosa è successo in seguito.

Salvataggio in longline di Alexander Gukov sul Latok I (ph Askari Aviation)

Anna Piunova, redattrice in capo del prestigioso sito russo mountain.ru, instancabile organizzatrice e punto focale anche per i soccorsi all’alpinista russo bloccato a 6200 metri, ha ricevuto il seguente SMS da Aleš Cesen:

” Abbiamo seguito la cresta nord per 2/3, poi ci siamo spostati a destra, salendo il colle tra il Latok I e II, infine abbiamo continuato sulla parete Sud fino alla cima. Per noi, era la linea più logica e sicura in quella situazione. Ci abbiamo messo sette giorni, tra scalata e discesa.”

Nei prossimi giorni sapremo di più sulla seconda salita assoluta del Latok I da Cesen & Co., avremo maggiori dettagli sulla salita di Gukov e non dimentichiamo che alla base della montagna pakistana dovrebbe esserci un certo Thomas Huber ….

Latok I (e II , sulla destra dietro alla cresta Nord del Latok I) blackdiamondequipment credit

Le vie sui Latok

In una documentata ricerca di Stefano Lovison su alpinesketches pubblicata nel 2014, che riprende a sua volta uno splendido articolo di Montagne 360° di Carlo Caccia, troviamo una cronologia dei tentativi al Latok I, per la maggior parte sulla inviolata cresta Nord (cit), che riportiamo, integrandola con i tentativi salienti, dal 2015 fino ad oggi. Prima,  ringraziando ancora Stefano Lovison, riprendiamo la sua bella mappa fotografica, con indicazione di alcune vie e vari tentativi, aggiungendo le probabili linee delle 2 spedizioni recenti, la russa e la angloslovena di questo Agosto 2018 :

1.Jim Donini, Michael Kennedy, Jeff Lowe e George Lowe, 1978;
2.Cresta nord ovest del Latok II, Álvaro Novellón e Óscar Pérez, 2009;
3.Tentativo di Josh Wharton, Colin Haley e Dylan Johnson, 2009; Giri-Giri boys, 2010;
4.Tentativo di Fumitaka Ichimura, Yusuke Sato e Katsutaka ‘Jumbo’ Yokoyama, 2010; Maxime Turgeon e Louis-Philippe Menard avevano tentato la linea nel 2006 fermandosi a circa 5300 metri;
a. linee in progetto di Josh Warthon;
b. progetto della spedizione russa 2012.
In rosso, Glazunov/Gukov Luglio2018 Cesen/Livingstone/Strazar Agosto 2018 (presunte e stimate)
(foto di Josh Warthon)

Luglio-Settembre 1975
Un team giapponese guidato da Makoto Hara circumnaviga il gruppo dei Latok via Biafo, Simgang, Choktoi, Panmah e ghiacciai Baltoro. Valanghe e frane impediscono qualsiasi tentativo significativo.

Luglio-Agosto 1976
Un team giapponese guidato da Yoshifumi Itatani tenta il couloir tra i Látok I e III (Látok Est), raggiungendo circa 5.700 m. prima di tornare indietro di fronte alla caduta di seracchi.

Agosto-settembre 1977
Un team italiano guidato da Arturo Bergamaschi esplora il percorso tentato dai giapponesi nel 1976 ma decide che è troppo pericoloso. Fanno la prima salita della Latok II dal ghiacciaio Baintha Lukpar.

Giugno-Luglio 1978
Gli americani Jim Donini, Michael Kennedy, Jeff Lowe e George Lowe tentano la lunghissima cresta nord, impiegando 26 giorni in capsula-style . Raggiungono in punto più alto finora raggiunto a circa 7000 m.

Giugno-luglio, 1979
Un team giapponese guidato da Naoki Takada compie la prima (e finora unica) salita del Latok I attraverso la parete sud. Dopo un lungo assedio e con l’impiego di molte corde fisse e tre campi a sinistra del canalone tra Latok I e III, sei alpinisti raggiungono la cima.

Luglio 1982
I britannici Martin Boysen, Choe Brooks, Rab Carrington e John Yates tentano la cresta nord due volte, la seconda fino ad un punto a circa 5.800 m.

Luglio 1986
I norvegesi Olav Basen, Fred Husøy, Magnar Osnes e Oyvind Vlada tentano la cresta nord, fissando almeno 600 metri di corde fisse e di raggiungendo i 6.400 m. dopo 18 giorni di scalata. Passano altri 10 giorni tra bufera e neve pesante prima di arrendersi.

Luglio-Agosto 1987
I francesi Roger Laot, Remy Martin e Laurent Terray installano corde fisse sui primi 600 metri della cresta nord. Per una forte nevicata tornano indietro da un’altezza di circa 6.000 m.

Giugno, 1990
I britannici Sandy Allan, Rick Allen, Doug Scott e Simon Yates e l’austriaco Robert Schauer compiono una serie di ascensioni nella zona ma non tentano quello che è il loro obiettivo primario a causa di condizioni difficili e pericolose e per la molta neve sulla cresta nord del Latok I.

Luglio-Agosto 1992
Jeff Lowe e Catherine Destivelle tentano la cresta nord, incontrando enormi funghi di neve sul percorso. Carol McDermott (Nuova Zelanda) e Andy McFarland, Andy MacNae e Dave Wills (Gran Bretagna) raggiungono circa i 5900 m. sulla cresta durante due tentativi nella stessa spedizione.

Luglio-Agosto 1993
Gli americani Julie Brugger, Andy DeKlerk, Colin Grissom e Kitty Calhoun tentano la cresta nord, tornando a circa 5.500 m. a causa del brutto tempo.

Agosto-settembre 1994
Gli alpinisti britannici Brendan Murphy e Wills Dave tentano la cresta nord raggiungendo i 5600 m. sul loro secondo tentativo.

Luglio-Agosto 1996
Murphy e Wills ritornano sulla cresta nord, raggiungendo circa 6100 m. metri prima del ritiro a causa della perdita di uno zaino. Due tentativi successivi sono ostacolati a 5900 m. dal cattivo tempo.

Agosto 1997/1998
Gli americani John Bouchard e Mark Richey tentano la cresta per tre volte, l’ultima con Tom Nonis e Barry Rugo, raggiungendo il punto più alto a 6100 m. A differenza delle precedenti spedizioni, riscontrano temperature elevate e condizioni di asciutto che portano alla caduta di rocce dalla parte alta della parete.
Seguendo un pilastro di roccia dal fondo della parete, trovano una linea superba con difficoltà fino a 5.10. Torneranno l’anno successivo sulla North Ridge per un altro infruttuoso tentativo a causa del maltempo.

Agosto 2001
Wojciech Kurtyka (Polonia) e Yasushi e Taeko Yamanoi (Giappone) hanno un permesso per la cresta nord ma non riescono ad attaccare a causa di avverse condizioni meteorologiche.
Stein Gravdal, Halvor Hagen, Ole Haltvik e Trym Saeland (Norvegia) raggiungono circa 6.250 m. dopo 15 giorni sulla via.

2004/2005/2006
I fratelli Benegas (Argentina) tentano la cresta nord per tre anni di fila. I primi due anni avversati dal cattivo tempo nonostante le ottime condizioni della montagna.
Nell’agosto del 2006 una forte tempesta li ferma a circa 5500 m.

Agosto 2006
Maxime Turgeon e Louis-Philippe Menard (Canada) tentano la futuristica parete nord, ritirandosi da 5.300 m. a causa del gran caldo e delle condizioni estremamente pericolose della parete. Rivolgono quindi la loro attenzione sulla cresta nord ma si ritirano per la troppa neve fresca.

2007
Tentativo degli americani Bean Bower e Josh Wharton

Luglio 2008
Secondo tentativo di Wharton e Bowers che tentano la cresta ma sono avversati dal maltempo. Due soli giorni di bel tempo non permettono che il raggiungimento di 5500 m. di quota prima del ritiro.

Luglio 2009
Josh Wharton, Colin Haley e Dylan Johnson sono respinti dalla cresta nord del Latok I , dopo aver bivaccato a quota 5830 metri.

Luglio-agosto 2009
Álvaro Novellón e Óscar Pérez tentano la cresta raggiungendo circa i 5.800 m per le pessime condizioni della neve.
Decidono quindi di cambiare obiettivo focalizzandosi sul Latok II (7.108 m) dove riusciranno nella prima salita completa della cresta nord-ovest. Questa notevole scalata purtroppo finirà in tragedia, quando per una caduta durante la discesa rimane gravemente ferito Pérez. Nell’impossibilità di trasportare il compagno, Novellón scende da solo per chiedere aiuto, creando una grande mobilitazione internazionale di salvataggio.
Immobilizzato a 6500 metri sulla cresta nord-ovest del Latok II con una gamba e una mano fratturate, abbandonato alla sua sorte, per Óscar Pérez non fu più possibile alcun soccorso.

Luglio 2010
I Giri-Giri Boys Fumitaka Ichimura, Yusuke Sato e Katsutaka ‘Jumbo’ Yokoyama si ritirano dalla cresta nord a circa 5.900 metri per le condizioni di neve molto pericolose. Prima di questo tentativo la squadra aveva provato l’impressionante parete nord raggiungendo un’altezza di circa 5.900 metri.

Giugno-luglio 2011
Ermanno Salvaterra, Andrea Sarchi, Cege Ravaschietto, Marco Majori e Bruno Mottini.
Dopo aver passato 6 giorni in parete e aver raggiunto quota 5.300 metri circa sono costretti al ritiro per il maltempo e pericolo di valanghe.

Luglio-agosto 2012
Tentativo dei russi Oleg Koltunov, Vyacheslav Ivanov, Shaman Valera e Ruslan Kirichenko.

2015
Thomas Huber rinuncia al tentativo per condizioni impossibili della parete

Agosto 2016
Thomas Huber al Latok I con Toni Gutsch, Sebi Brutscher, Max Reichel e gli statunitensi Jim Donini, George Lowe e Thom Engelbach . George e Jim, reduci del 1978, assieme a Thom per una scalata commemorativa in un 6000 della zona. Il dramma sull’Ogre II e la scomparsa dei fortissimi Adamson e Webster, spingono Thomas Huber a prendere parte a un tentativo di salvataggio, con salita della cresta a 6200 mt sull’Ogre II, dopo le infruttuose ricerche in elicottero. Il team, nonostante Huber volesse fare un tentativo, decide di non affrontare la cresta del Latok I per le condizioni della parete, oltre al segno lasciato dal dramma sull’Ogre II

Luglio-Agosto 2018
Tentativo dei russi Alexander Gukov e Sergey Glazunov. Sergey Glazunov guida da primo l’ultimo tiro su una torre in uscita dalla cresta Nord, convinto di essere in cima . Al rientro, Glazunov muore per caduta e Gukov rimane bloccato per giorni a 6200 metri, prima del salvataggio in extremis, compiuto dai coraggiosi piloti dell’Askari Aviation militare, tramite longline. Proprio in questi giorni Gukov, dall’ospedale, testimonia che secondo lui hanno scalato tutta la cresta ma che la torre era circa 50 metri più in basso della vera cima. Analizzando la topologia, se verrà confermata questa versione, la cresta nord è stata integralmente scalata. Il team anglo sloveno composto da Cesen, Livingstone e Strazar, compie una salita della cresta nord “per 2/3, poi traversando sul colle tra Latok I e II, transitando sulla Sud per arrivare in cima..la linea più sicura e logica per noi..” . Insomma, una variante della via del 1978 con probabili innesti su vie già percorse, parzialmente, ma comunque seconda assoluta del Latok I. Thomas Huber è in arrivo sulla montagna, al momento in cui scriviamo: vuole effettuare un tentativo dopo la consueta stagione, convinto che il riscaldamento globale possa aver posticipato i tempi proficui per un tentativo alla cresta Nord. Non sappiamo se ha cambiato idea…

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The exceptional images of the drone piloted by Bartek Bargiel, brother of mountaineer Andzrej (engaged in the attempt to climb the K2 and subsequent descent with ski), which show Rick Allen on Broad Peak, reported missing and probably died as a result of non-return from his solitary summit attempt.
Rick Allen, a very tough Scottish hide, had fallen for a few hundred meters, fortunately without serious injuries, but had found himself out.
Thanks to the help of the drone (and the cook of the expedition, the first to have spotted his backpack with the Camp Base telescope) the rescuers happily met and helped get off Rick, then evacuated by helicopter.

bartek bargiel, pilot of drone

 

OFFICIAL Medical Statement released by LUDOVIC GIAMBIASI, MANAGER OF ELIZABETH REVOL 

 

After talking with Elisabeth here is my opinion about the pathology probably responsible for the death of Tomek.

He had been ill for a few days, his digestive troubles, like any other health problem, even minimal, were enough to impact the body’s ability to acclimatize.

Elisabeth evokes very well the big fatique that Tomek presented when arriving under the summit with the rise … “he had a lot of trouble advanced”.

This is due to dyspnea (abnormal shortness of breath felt-one of the first signs of HAPE (high altitude pulmonary edema).)

On the beginning of the descent, a cough associated with dyspnea, a sign of Alveolo-bronchial irritation due to the presence of fluid in the pulmonary alveoli (exudate that comes from the vessels) .

At this stage, the evolution is systematically fatal in the absence of very important descent, the mechanisms of acclimation being defeated.

Tomek blindness may be due to several things (major snow ophthalmia or hemorrhage or retinal ischemia problem seen in this context).

The state of Tomek has therefore worsened despite the descent around 7300 meters.

It can be imagined that Tomek had an acclimation threshold (threshold altitude beyond which his body is unable to acclimate physiologically) which was between the maximum altitude reached by Tomek in the past and the top of the Nanga Parbat (see threshold inf due to the inflammatory state punctual due to his “gastro”).

Elisabeth describes very well “traces of blood in the beard of Tomek …. it is the ultimate sign of HAPE … a” foamy pink exudate “which corresponds to the bronchial secretions with a little blood from the lesions alvéolo TOMEK’s HAPE was in its final stage, its oxygen saturation was to be particularly impaired and its ability to progress due to lack of fuel (= oxygen) at its lowest (hence its abandonment to climb back up to reach camp 2 or 3)

Tomek does not seem to have had high altitude cerebral edema because no neurological signs are present from what Elisabeth tells me. He remained coherent, non-delusional and conscious until very late. Tomek’s Disorders of Consciousness in the crevice probably due to deep hypoxia).

Tomek most likely died in the hours that followed (3,4,5 hours) falling asleep without suffering at all.

A little personal opinion about Elizabeth’s hallucinations because she will hear anything and everything.

These are not due to cerebral edema in my opinion because were resolutive … she recovered her shoe and had the lucidity to go down. Brain edema, such as pulmonary edema, would have increased without any improvement and evolved into coma then certain death without rapid and complete descent.

Dr. Frédéric CHAMPLY
doctor of the medical unit of high mountain of the Hospitals of the Country of Mont Blanc
Head of the Emergency Department / Mountain Medicine
Head of CESIM SEMO_
Hospitals of Mont Blanc
380 Hospital Street
74700 SALLANCHES

“SOS frostbite” is an open line H24 / 7J after which a mountain doctor of our team responds and gives advice on frostbite, grade (stage) frostbite and advises … advice is free – +33 4 50 47 30 97

The brutality of the events on the Nanga Parbat, the frenetic development of the Rescue Mission, solidarity and crowdfunding on Social and the contemporary wave of controversy over the meanings of these expedition, the accusations and poisoned doubts, about everything, from rescue bills, to rescue strategy, helicopter flights , corrupted governments and so on.

The Epic of Survival and the tragic choices, the extraordinary nature of human and mountaineering performances, the emotion and the joy for an incredible rescue.

The pain for the death of Tomek Mackiewitz, so tragic and at the same time already in process of elaboration and transfiguration, the collective process of sudden realization of his extraordinary, complex and contradictory figure and yet so pure and spiritual, his obsession and of his dream, light and innovative, ascetic, insane.

“The Keeper of the Nanga”, now they call him: no longer the madman, the drug addict, the ill-advised.

Respect and admiration for a woman like Elizabeth Revol, able to bear a gigantic burden of responsibility, attached to life with an unshakeable, dignified and standing determination, refusing crutches, before being taken to the hospital. Now she will have to face the harsh physical and psychic consequences of an adventure at the limits of human endurance, and she is already harassed,through her pages on Facebook by improvised judges on the media, who demand explanations and proofs.

The hypocrisy and ignorance of those who scream anger because no one wanted to save Tomek, here I think these thoughts offend his own Memory. Tomek knew perfectly what he did and what he risked. In the previous six times he tried his dream on Nanga Parbat, he had always shown that he knew when it was time to return to the Base, not to risk his life unnecessarily. He loved his children and his wife madly, he wanted to go back home. But he wanted badly to go there.

From what we know, hestarted to get sick at the top, at 8126 meters. When Elizabeth left her, the next morning, after a bivouac outside at 7500 meters and a desperate descent to 7200 meters, he was no longer able to move, to see and frostbites were serious. Although he was a man of extraordinary resistance, we know from the medical literature and from previous incidents, that within 48 hours death is certain, in case of cerebral edema, if you are not cured and taken immediately to a low altitude.

We could can talk in the future, and it will happen, on how well they were acclimatized, on the fact that the window of good weather was too small, that they attacked the summit from too far.

Sometimes it’s just damned bad luck, because Elizabeth not only did not have problems, but survived the following days in inhumane and deadly conditions.

Tomek Mackiewitz and Elizabeth Revol have opened and completed, in alpine style, the route started by Messner and Eisendle on the extreme side of Diamir Face, arrived at the saddle at 7500 meters on the Basin, they went down in front of the summit trapezoid, crossing the Kinshofer route , then they climbed at the top .

From now on, we will talk about the Mackiewitz-Revol route and one of the first winter in pure alpine style.

The Poles and the Rescue. We do not have to spend too many words, as Wielicki pointed out. “We did what we had to do”. They have saved a human life and have greatly ennobled the spirit of the true mountaineering community, the Brotherhood of Rope. Where a great human named Denis Urubko , Russian, then a Kazakh national, then a little Italian from Bergamo, then a Polish national, ran to meet a Frenchwoman, finding her in the dark of the wall and greeting her in English “Elizabeth! Nice to meet you”

Between the end of summer and the first month of Autumn 2016, the high altitude mountaineering has experienced a withering period of extraordinary climbing in Nepal, India and China.

The common characteristics of very different climbs  are small teams,alpine style, the search for aesthetic lines, in difficult mixed terrain, with a style and an ethic that recall the golden age (thanks to Stefano Lovison for this happy synthesis) of the 80s and ’90, a new route vision on steep and technical lines.

Among the expeditions that have achieved extraordinary feats, we have choosen these pair, which we consider particularly significant:

  • Direttissima “Moveable Feast” Sergey Nilov, Dmitry Grigoriev and Dmitry Golovchenko (RU). North Buttress thalay sagar, 6904 meters, 1600 meters long, 1200 elevation, averaging 62 ° tilt and 71 ° Average wall – 09.15.2016. New way with some common parts with previous streets, is plumb. They didn’t use a portaledge, only a tent, so this may be aconsidered  first alpine style ascent.
  • “Great Escape” Nyainqentangla, 7046 meters, 1600 meters of development, South East via the North Buttress, Nick Bullock and Paul Ramdsen (UK). First ascent. Oct 5, 2016
Nyainqentangla South East
Nyainqentangla South East, 7 days of climbing

 

thalay sagar north
thalay sagar north (credit mountain.ru ), 8 days of climbing