LA VIA PERFETTA

Il libro

“La Via Perfetta / Nanga Parbat : sperone Mummery “ è il libro postumo di Daniele Nardi, scritto con Alessandra Carati ( scrittrice, editor e sceneggiatrice ) uscito a Novembre 2019 per Einaudi .

La tragica morte dell’alpinista laziale e del suo partner inglese Tom Ballard a fine Febbraio 2019 sullo Sperone Mummery del Nanga Parbat, ha trasformato quello che doveva essere il racconto di un lungo cammino verso un sogno, in un’autobiografia intima, piena di autocritica, sincera e consapevole, cruda nelle contraddizioni e amara nel racconto dei conflitti e nelle recriminazioni con gli altri ; nel contempo, piena di una passione inarrestabile, colma di amore per la propria moglie, di amicizia, stima e rispetto verso gli alpinisti con cui Daniele Nardi ha condiviso scalate impegnative, successi e fallimenti. Una storia piena di cadute e di successivi riscatti, contro avversità ben più temibili di qualche parete: malattie, fisiche e psichiche. Tutto questo, tra imprese alpinistiche di spessore crescente, certamente non da fuoriclasse  e in ambienti non banali, di esplorazione vera, soprattutto su vette meno famose ma affascinanti e difficili tra 6000 o 7000 metri, di Karakorum e Himalaya. 

Il gravoso carico emozionale e morale di completare e pubblicare il libro è stato preso sulle spalle da Alessandra Carati : senza precedente passione particolare per le Montagne, tantomeno verso l’alpinismo estremo, la sua conoscenza con Daniele Nardi – e con la sua famiglia, il suo ambiente nativo – si era trasformata in un’amicizia che l’ha portata a intraprendere il difficile trekking invernale verso il Campo Base del Nanga Parbat, per condividere alcune giornate con Daniele e Tom, nel Dicembre 2018 ; Alessandra ha voluto, non senza titubanze e problemi, provare veramente cosa significava l’alpinismo estremo invernale. La motivazione, lo spiega nell’intervista a seguire, era proprio capire cosa spinge un uomo a voler affrontare le brutali condizioni invernali su montagne colossali. Daniele, in quei giorni, le mostrò e poi le inviò un’email dove era scritto che se non fosse tornato dalla montagna voleva che lei finisse di scrivere il libro. 

“Perché voglio che il mondo conosca la mia storia”

La prima, netta sensazione al termine della lettura, è che Nardi abbia scritto un racconto sincero , una vera “messa a nudo”  – a differenza della gran parte dei libri scritti da alpinisti : pieni di retorica, autocelebrazione o noiosi trattati di motivazione , spesso mancanti di analisi di sé stessi ,delle proprie contraddizioni e miserie umane. Questo, assieme alla bella narrazione, è abbastanza inconsueto, visto che uno dei maggiori problemi di Daniele Nardi è sempre stato lo stile di comunicazione : spesso guascone e spaccone, carico di drammaticità, sopra le righe, amaro e a volte lamentoso , per la sindrome da isolamento sempre patita, lui alpinista “de Roma”, soprannominato “Romoletto” da Silvio Mondinelli, nei confronti dell’entourage alpinistico italiano, per la stragrande maggioranza “del Nord”. Con pochi sponsor e grandi difficoltà a finanziare le proprie imprese.

 E’ sicuramente grazie al grande mestiere di Alessandra Carati che la lettura scorre piacevole, incalzante e appassionante ; l’impianto narrativo è ben strutturato sui cinque tentativi di scalata dello sperone Mummery del Nanga Parbat, il grande indice di roccia che punta dritto alla vetta dalla base del Diamir, circondato da canali di scarico, sovrastato da enormi seracchi glaciali, accessibile soltanto da un ghiacciaio pericoloso e crepacciato . L’incipit di questi tentativi è rappresentato da una mail, affettuosa e preoccupata, di un amico di Nardi, il grande alpinista canadese Louis Rousseau, che tenta di dissuadere il laziale dal progetto del Mummery, con parole e motivazioni toccanti e impressionanti.

Il Mummery : sogno e ossessione di Daniele Nardi , attorno al quale tutto il resto della vita scorre e avviene; per ognuna di queste prove, lo sguardo pensieroso dell’alpinista sulla parete Diamir si sposta e indugia sugli avvenimenti della sua vita, la sua formazione come alpinista, la prima solitaria sulle Grandes Jorasses a 19 anni, frutto di una incontenibile e precoce passione, sviluppata durante le vacanze estive della famiglia sulle Alpi, e maturata quasi da autodidatta, anche sulle friabili e non facili pareti nord dell’Appennino Centrale, sul Gran Sasso e sul Camicia.

Capace di raggiungere l’Everest nel 2004, seppur con l’ossigeno, poi la cima di mezzo dello Shisha Pangma senza ossigeno. Nel 2006 scala il Nanga Parbat per la via Kinshofer e il Broad Peak. Nel 2007 è capospedizione sul K2 e sale in vetta senza ossigeno – ma un compagno di spedizione, Stefano Zavka, non torna più dalla montagna , dopo aver raggiunto la vetta ben dopo il tramonto. 

Nel libro traspare evidente l’autocritica di Nardi, inesperto nella gestione dell’emergenza e soprattutto del “dopo”, nel comunicare quanto è successo alla famiglia di Zavka. Un fantasma che lo accompagnerà a lungo. Il libro prosegue con i racconti asciutti sui passati successi , non indugia sulla descrizione alpinistica delle scalate –  tranne per quella che Daniele Nardi ha più amato, la via nuova tracciata sul Baghirathi III con Roberto Dalle Monache, via non conclusa sulla vetta ma notevole nel suo sviluppo e nelle difficoltà su una delle più belle e ambite vette himalayane. 

Paradossalmente, vincendo il prestigioso Premio Consiglio del Club Accademico Alpino Italiano per questa via, Nardi scrive nel libro che proprio qui cominciano “le interferenze” al puro amore per l’esplorazione dell’alta montagna : il suo desiderio di sentirsi accettato e riconosciuto da un ambiente che non lo considera quanto vorrebbe, la sua voglia di rivalsa,  la necessità di visibilità cominciano a intaccarne la mente.

La storia dei tentativi di realizzazione del suo sogno, la via dello Sperone Mummery – obiettivo per cui è stato deriso, additato come suicida, esaltato, illuso anche dopo la morte – prosegue tra belle pagine di montagna : specialmente nel racconto del primo tentativo, esaltante del 2013, effettuato in coppia con la grande alpinista francese Elizabeth Revol ; il duo toccò il punto più alto mai raggiunto sul Mummery, 6450 metri, a circa 250 metri dalla fine delle difficoltà tecniche e dall’uscita dello Sperone sul “grande bacino”, il plateau a 7000 metri, tra le impressionanti colonne, severe e pericolose, dei seracchi glaciali incombenti .   Sono poi narrate le vicende della mancata spedizione assieme a Tomek Mackiewicz ed Elizabeth Revol, il conflitto di visioni e obiettivi che li separa al Campo Base del Diamir ; conflitto che viene mitigato, dalle belle parole che Nardi riserva ad entrambi, piene di grande affetto e stima.

 1 – Kinshofer 2 – Mummery Spur 2013 Nardi/Revol 3 – Messner 1978 4 – Allen,Allan vetta dalla cresta Mazeno 5 -Allen,Allan tentativo Mazeno 

Il capitolo dedicato alla clamorosa rottura con Alex Txikon e Ali Sadpara a inizio 2016 , suoi compagni l’anno precedente nel tentativo di Prima Invernale fallito a duecento metri dalla vetta, è un racconto assai dettagliato di un “conflitto  annunciato” a livello umano : i tentativi di Nardi di mediazione tra Bielecki e Txikon, con quest’ultimo assillato da problemi economici, l’incidente in parete dove salva la vita allo stesso Bielecki ; la evidente scarsa motivazione di Nardi per la Kinshofer, i primi conflitti con Txikon e Sadpara e  la reciproca diffidenza, da subito, con Simone Moro , il fallimento di Elizabeth Revol e Tomek Mackiewicz quando a circa 7300 metri, con la concreta prospettiva di arrivare in vetta per la Messner-Eisendle, si ritirano ricevendo da Moro previsioni del tempo rivelatesi errate, forse la più strana vicenda avvenuta quell’anno . Confermata da Filippo Thiery, meteorologo di Nardi, che gli comunicò che era previsto bel tempo per 3 giorni ; si domandava come Karl Gabl – meteorologo di fama, da sempre di fiducia per Moro – avesse potuto sbagliare la previsione [ vedi le previsioni di quei giorni]. Mentre la francese e il polacco scesero velocemente i il 22 Gennaio ,  il 25 Gennaio Nardi, Txikon e Sadpara erano a C3, a 6700metri, con bel tempo . E la Revol abbandonò il Nanga : non aveva più tempo per riprovare la vetta. La coda polemica e di rottura tra Mackiewicz e Moro fu ancora più amara[ vedi Fonti (1) (2) (3) (4) (5)]

Poi la decisione di Moro e Lunger di aggregarsi alla via Kinshofer. Daniele Nardi ha aspettato tre anni prima di spiegare come secondo lui si arrivò prima alla decisione, poi alla rottura col resto del team, i conflitti con Txikon, la sfiducia totale di Moro vedendo Nardi che registrava i dialoghi , consegnando alla Carati  le registrazioni audio al Campo Base e la sua versione. Versione assolutamente discutibile, ovviamente, e di parte : ma nel libro c’è anche questa. E c’è una ulteriore critica a Moro per aver lasciato la Lunger ritirarsi da sola, in difficoltà, il giorno fatidico della Prima Invernale sul Nanga Parbat.

Al tempo, seguendo quella spedizione giornalmente, non mi sorprese la sfiducia nei confronti di Nardi da parte di Txikon, di Sadpara e infine di Simone Moro,  fino alla sua estromissione dal team . Ma nessuno esce indenne da errori e comportamenti ambigui, in questo capitolo , pur con diverse sfumature. E’, ovviamente, la sua versione : c’è tuttavia il particolare, non trascurabile, che i dialoghi sono fedeli trascrizioni di registrazioni audio, moralmente discutibili come ammette lo stesso Nardi, ma la co-autrice e l’editore Einaudi hanno ritenuto lecita e trasparente la loro pubblicazione [ podcast dal minuto 44:00 , intervista ad Alessandra su Radio24

 A tutt’oggi sono usciti diversi articoli della stampa specializzata sul libro ; è curioso, eufemisticamente parlando, notare che nessuno abbia avuto la curiosità di fare o farsi domande su questo capitolo scomodo, amaro, discutibile ma che è parte integrante, e ampia, del libro che Nardi ha scritto. 

Al lettore ogni riflessione o giudizio proprio, su una questione che non cambierà più nulla : la Storia è scritta e ha cancellato vecchie polemiche.  Questo capitolo della vita di Nardi svela un lato spiacevole che si preferisce generalmente occultare ; spoglia l’alpinismo dalla sua supposta idealizzazione , il suo essere non esente, come nessuna attività sociale umana lo è , da grandi rivalità, scorrettezze, miserie e opportunismo. Anzi : amplifica a dismisura pregi, qualità e paure, difetti. Di tutti, nessuno escluso. 

Certamente, Nardi non è stato capace di diplomazia e autocontrollo nei rapporti di “peso”, in spedizione. Ha pagato caro, questa sua spigolosità, anche in termini di credibilità. Va detto.

Il capitolo del “Quarto Tentativo” prosegue col racconto della conoscenza con Tom Ballard, che cercò Daniele Nardi, interessato al suo tipo di alpinismo : un’amicizia che si saldò nel 2017, in una bella spedizione nel Ghiacciaio remoto del Kondus, in Karakorum, una via di roccia su un 6000 sconosciuto e un tentativo su una montagna di 7000metri iconica, il Link Sar. I due, dopo aver aperto oltre 1500 metri di via sino alle prime difficoltà della parete Nord Est, si dovranno ritirare tra valanghe e maltempo continuo. Poi c’è il capitolo, doloroso, della tragedia di Tomek e il salvataggio di Elizabeth, dove Daniele contribuì in modo concreto, coordinando e coinvolgendo tutti i suoi contatti pakistani e fornendo indicazioni utili . I pensieri su Tomek, sulla sua personalità e la sua intima anima di sognatore, sono molto toccanti.   

Nel capitolo finale cambia il registro narrativo del libro: a raccontare, in prima persona, è Alessandra Carati.

Ripercorre il trekking al Campo Base, le difficoltà e il gelo, la sua intima esperienza come donna nel rapporto con i locali, l’enorme stima e rispetto che tutti i pakistani  tributano a Daniele, la consegna di materiali e beni umanitari nei poverissimi villaggi tra Skardu e la Valle del Diamir ; l’amicizia e il buon umore tra Tom e Daniele, i paurosi rombi delle valanghe che scaricava la montagna “la cui mole copre il cielo e ti sovrasta immensa”. Poi il ritorno in Italia, i messaggi fiduciosi di Daniele e quelli preoccupati per il materiale sepolto dalle valanghe.

Fino al momento decisivo : c’è una finestra di tempo discreto, è il 22 Febbraio, ormai da un mese i due sono fermi al Campo Base, allenandosi sui sassi facendo drytooling, camminando fino solo al Campo 1. Partono di gran lena e determinazione, fino al fatidico 24 Febbraio, dove salgono 300 metri di sperone dai 6000mt del C4, una tendina in parete. Sono ottimisti, pieni di gioia che comunicano ad Alessandra per satellitare, hanno trovato il sacco appeso in parete, in alto. Ma si sono sforzati forse troppo nei due giorni precedenti, con una tirata e tanto carico di materiali per l’attacco decisivo. E le ore finali , il silenzio. 

                                                                          Tom Ballard e Daniele Nardi , Nanga Parbat

L’epilogo lo conosciamo , Alex Txikon generosamente parte dal K2 con una squadra per soccorrere e cercare Daniele e Tom. Dopo giorni tremendi, tra ricognizioni a piedi e coi droni, mentre infuria un brutto dibattito mediatico, dove Messner, poi Moro e altri affermano la sicurezza che i due siano stati sepolti da una valanga, che la via era quasi suicida [vedi sezione Fonti sotto],che Tom era stato coinvolto in una impresa non sua e non era da farsi come prima esperienza su ottomila, le tifoserie sui Social eccetera –  i due sfortunati alpinisti vengono avvistati, morti, non travolti da una valanga ma appesi alle corde, probabilmente vittime di un incidente in discesa e ipotermia. La loro ultima telefonata pare fosse stata alle 20 di sera del 24 Febbraio , al Campo base: Daniele diceva che scendavano, le condizioni terribili. Qualunque fosse il motivo di abbandonare la tenda e sapere di andare incontro a ipotermia scendendo al buio, era evidentemente una tragica ed estrema necessità.

Il breve epilogo è  una testimonianza di vita, di sensazioni pure e sublimi sul Nanga e si conclude così :

“almeno una volta nella vita, a tutti dovrebbe capitare di incontrare un Daniele Nardi che con un sorriso ti spinge ad andare a vedere cosa c’è oltre la linea dell’orizzonte, e a camminare insieme a lui sul ghiacciaio” 

Daniele Nardi è uscito di scena con i suoi tanti difetti, la sua umanità brusca, diffidente, difficile e ambigua ; allo stesso tempo espansiva, positiva, piena di amore e di una incontenibile passione verso l’alpinismo e di sfida costante nell’affrontare i propri demoni. Una passione bruciante che gli è costata una breve vita – ma non vissuta da incosciente. 

Una vita che merita rispetto, che suscita e susciterà discussioni ma una vita degna: un uomo, alpinista che ha avuto coraggio sia in montagna che nel lasciare testimonianza, soprattutto, delle sue più intime debolezze senza smettere di pensare positivo, di cercare di rialzarsi a ogni caduta per ricominciare e migliorare ; che nella Storia dell’Alpinismo rimarrà come colui che ha tentato “una incredibile via invernale, direttissima, una via fottutamente visionaria su una delle montagne più temute del mondo” – come ci ha scritto l’alpinista Louis Rousseau : la Via dello Sperone Mummery.

 

Intervista alla co-autrice : Alessandra Carati 

                      Alessandra Carati,Daniele Nardi / Nanga Parbat CB

Alessandra, il tuo è un curriculum solido di esperienze nella scrittura per il cinema e il teatro e poi come editor e ghost writer su progetti editoriali molto vari ; nel 2016 sei stata coautrice, con il ciclista Danilo Di Luca, del suo libro autobiografico “Bestie da vittoria”, un duro atto di accusa (e autoaccusa) , di chi non ha più nulla da perdere e può finalmente parlare in vera libertà del “sistema” nei confronti del gigantesco problema del doping, un disvelarsi intimo di un’atleta che si confronta con l’ipocrisia di chi lo ha espulso dall’ambiente (squalificato a vita ) come capro espiatorio unico di quello che sembra un’intollerabile groviglio omertoso di interessi collettivi nello sport. Cito questo tuo impegno letterario perché ho l’idea che in parte l’incontro con Daniele Nardi ti abbia coinvolto e convinto a lavorare con lui, per la sua esperienza – altrettanto problematica, anche per diverse ragioni – nell’ambiente a cui ha dedicato la sua vita : l’Alpinismo . E’ così ? Quale è stata, comunque, la spinta decisiva – per una autrice assolutamente distante e non coinvolta da una passione personale per la montagna – a intraprendere la scrittura di un libro con un’alpinista ?

Quando mi sono accostata alla storia di Daniele, non conoscevo l’alpinismo e non sapevo nulla sulla qualità dell’ambiente. Ho scelto di abbracciare il progetto perché Daniele mi incuriosiva. Come ho scritto nel libro e come molte altre persone, mi chiedevo perché qualcuno scegliesse di mettersi così duramente alla prova, su una montagna di 8000 metri, in inverno, per cinque volte consecutivamente. Volevo capire che cosa lo muoveva, intimamente e come essere umano.

Leggendo il libro, ho trovato straordinario il coraggio di Daniele per la cruda e sincera auto analisi, che non risparmia dettagli inediti su un suo periodo di depressione e burnout , non si fa sconti sugli errori nella vita privata così come quelli in alcune spedizioni, a causa del suo carattere molto difficile. Eppure, il lato positivo, di pura passione sincera, guascone ed empatico emerge e si fa apprezzare. Come hai vissuto questo aspetto contradditorio di Daniele ? 

Daniele era tante cose insieme. La scrittura, per fortuna, resiste alla tentazione di ridurre in modo semplicistico le persone e mette al riparo dal giudizio. Così facendo ci permette di comprendere di più, accettare di più, amare di più. 

Mentre lavoravate al libro, hai dovuto litigare con lui su come voleva esporre le sue emozioni, le sue idee e i fatti accaduti nelle grandi montagne di Karakorum ed Himalaya ?

Non c’è stato il tempo di confrontarsi sulla forma con cui costruire il racconto. Abbiamo lavorato insieme nella raccolta e nella scelta dei materiali, poi ho proceduto alla scrittura da sola, con tutte le decisioni che ne discendono.

Non posso non affrontare un tema molto delicato e scottante. Da quando è uscito il libro, ho letto articoli e recensioni ma per chiunque lo abbia letto, c’è stato un silenzio quasi totale e assordante su una parte precisa: il Tentativo Quattro, ovvero la spedizione 2015-2016 con Txikon e Sadpara, vissuta tra polemiche amare ; quello che stupì, all’epoca, è che Daniele si difese molto tenacemente soltanto dalle accuse di Txikon (poi rivelatesi piuttosto labili e infondate) di mancata contribuzione economica o addirittura di essersi “inventato” la caduta sul muro Kinshofer . Daniele non replicò, puntualmente, alle forti accuse di Moro.Questo pesò molto nel giudizio collettivo verso di lui. Così come Daniele stesso scrive.

Nel libro hanno colpito i dialoghi brutali e polemici di quanto accadde . E divergono rispetto alle versioni di Simone Moro. Ho ascoltato la tua intervista alla trasmissione di Alessandro Milan su Radio24, dove affermi che i dialoghi sono riportati “alla virgola” perché provengono dalle registrazioni che Nardi ha fatto nella tenda comune, mentre era in corso la riunione definitiva con tutti gli altri. Che la cosa non è affatto illegale, tant’è che Einaudi l’ha valutata pubblicabile senza censure. Lo confermi ?  Qualcuno ti ha contattato per precisare o smentire quanto è scritto ? Cosa pensi della reazione della stampa, a proposito?

Le scene del quarto tentativo, che si svolgono nella tenda e in cui sono presenti Simone Moro, Alex Txikon, Tamara Lunger, Alì Sadpara e ovviamente Daniele, sono state ricostruite interamente a partire dalle registrazioni che Daniele aveva fatto. Non ho tratto le battute e il loro contenuto da un racconto mediato da Daniele, ma direttamente e fedelmente dagli audio. Sono le voci dei protagonisti.

Per esempio c’è un particolare del racconto su cui sono state date versioni discordanti, ed è il modo in cui si uniscono le due spedizioni. Moro ha dichiarato pubblicamente, nel suo libro ‘Nanga’ e in alcune interviste, di essere stato invitato da Alex Txikon, mentre negli audio ripete più volte che è lui a chiedere di potersi unire, tanto che insiste su quanti soldi deve pagare per il materiale e il lavoro fatto nell’attrezzare la montagna. È una differenza sottile, eppure sostanziale, perché definisce i rapporti di forza, i pesi e gli equilibri all’interno della squadra che tenterà la prima invernale del Nanga Parbat. Nessuno finora ha chiesto conto in alcun modo di quella parte del libro, tantomeno ne ha parlato la stampa. In onestà, se fossi un giornalista, sarei incuriosito, farei delle domande.

Veniamo alla parte più emozionante e dolorosa, quella che hai praticamente scritto da sola. Il tentativo finale: la tua decisione di fare il trekking e passare giornate al Campo Base per vivere veramente l’esperienza di una spedizione invernale ; l’atmosfera tra Daniele e Tom, le lunghe attese e il finale tragico.

Come hai vissuto quei terribili giorni? Hai pensato di mollare tutto, nonostante la richiesta di Daniele nella sua famosa email?

Durante le settimane dei soccorsi il progetto del libro non mi sfiorava nemmeno, ogni energia, ogni pensiero erano per Daniele e Tom. Mi angosciava saperli persi dentro il gigantesco massiccio del Nanga. E poi c’erano Daniela e Mattia, non riuscivo nemmeno a immaginare cosa potessero sentire in quel momento.

Più avanti sono stata tentata di lasciar perdere, ma la volontà espressa da Daniele era chiarissima e il suo mandato mi inchiodava. Avevo dato la mia parola.

Quale conclusione, se mai ci sia, hai elaborato nella tua anima, riguardo alla vita e alla morte di Daniele?

Non ho conclusioni, idee, tantomeno opinioni, sulla morte di Daniele. Tutto quello che ho sfiorato, intuito e a cui ho tentato di dare forma è dentro il libro. Ogni lettore può muovere da lì per lasciare emergere il sentimento con cui guardare alla sua figura, alla sua vita.

Intervista a Louis Rousseau 

Louis Rousseau è uno dei più forti alpinisti canadesi . E’ nato nel 1977 nel Quebec e ha cominciato a scalare a 15 anni. Tra il 1999 e il 2010 ha arrampicato moltissime cime sulle Ande, accumulando esperienza sui 6000. Dal 2007 ha cominciato a scalare le grandi montagne del Karakorum e dell’Himalaya, aprendo una parziale via nuova sul Nanga Parbat nel 2009, ha tentato una via nuova invernale sulla parete Sud del Gasherbrum I. Ha scalato Gasherbrum II , Broad Peak e tentato varie volte il K2. Ha scalato 7000 come il Khan Tengri e il Tilicho Peak . Sempre senza ossigeno, perseguendo lo stile alpino e un’etica molto ferrea. Ha scalato assieme ad Adam Bielecki, Gerfried Goschl,Alex Txikon, Rick Allen e tanti altri.

Che rapporto hai avuto con Daniele Nardi ?

Non ho mai conosciuto Daniele di persona. Dal 2015 abbiamo avuto contatti sporadici via internet. Ho sentito parlare di Daniele dopo la via al Bhagirathi III del 2011 e del tentativo invernale del 2013 con Elizabeth Revol.  Dopo di che, Alex Txikon mi ha contattato per unirsi a lui, Daniele e Ali Sadpara per il tentativo invernale di Nanga Parbat nel 2016. Ho detto di no. Daniele mi ha invitato per il tentativo di Nanga 2019 ma ancora una volta ho declinato l’invito e ho cercato di convincerlo a non ripartire. Durante la spedizione abbiamo avuto contatti regolari via WhatsApp, soprattutto quando hanno perso un sacco di attrezzature [seppellite dalle valanghe,ndR]. Gli ho proposto di spedirgli alcune attrezzature dal mio deposito in Pakistan. Dopo tutto ciò, erano ok, avevano l’essenziale per continuare la loro ascesa.

Cosa ne pensi di Daniele, quali impressioni e sentimenti lo hanno dato a te – come scalatore prima, poi come uomo? 

Era un alpinista davvero motivato e orientato all’obiettivo. Sapeva arrampicare sia su percorsi tecnici e difficili tanto quanto aveva ottime prestazioni in alta quota. Durante i nostri dialoghi, ho realizzato che era un uomo molto gentile. Molto idealista, un sognatore che voleva sempre migliorare e tendere ad essere una versione sempre migliore di sé stesso. Durante la nostra ultima conversazione mi ha detto una cosa importante, che voleva “cercare di aiutare le persone a cambiare la loro vita ispirandole”. Quindi di sicuro Daniele era un uomo che voleva cambiare il mondo che lo circondava : non si trattava di alpinismo, di raccogliere cime o cercare le prime salite, era molto più una ricerca intima e personale.

So che ti ha chiesto di unirti al suo sogno sul Nanga, il Mummery ; poi, dopo uno scambio di mail gli hai detto che non volevi partecipare e gli hai chiesto di ripensarci.  Puoi spiegarmi meglio, dopo la tua via nuova aperta sul Nanga nel 2009, cosa ti ha spinto alla decisione che avevi chiuso con quella montagna?

Inizierò la mia risposta con qualcosa che ho scritto a Daniele : “Lo troverete un po ‘esoterico, ma credo nella maledizione della montagna killer. C’è qualcosa sul Nanga Parbat che ci acceca come alpinisti e ci attira ancora di più verso il pericolo rispetto agli altri 8000m. Penso che sia a causa di tutto il folklore intorno a questa montagna. Si inizia a leggere molto su questa montagna che si trasforma in fascino e passione.           E ‘davvero attraente e nasce il desiderio di andarci. Quando però fui lì nel 2009, due alpinisti hanno perso la vita e dopo ci fu molta discordia, a riguardo. La storia recente dei tentativi invernali è piena di discordia, incidenti, giochi dietro le quinte e ora morti. È una vera tragedia. Non ci sono altre parole per descrivere gli ultimi anni. Basti pensare all’attacco terroristico del 2013. Ho visto Daniele “entrare” in questo spirito e volevo fare qualcosa per scoraggiarlo. Gli ho chiesto se avesse voglia di trovare,  con me, un progetto completamente diverso e positivo, ma lui mi rispose : “se cambi idea e vuoi unirti a me e Tom, fammelo sapere.”

Pensi che per un’ alpinista, il pericolo inizia nel momento in cui è troppo coinvolto per una montagna, un obiettivo particolare? 

Per un’alpinista, il pericolo inizia non appena entra nella jeep che lo porterà all’inizio del trekking verso il Campo Base ; il che significa che sin dall’inizio della spedizione ci sono pericoli. L’alpinismo è uno sport estremamente pericoloso. Non ci sono molti altri sport in cui si va in vacanza e si torna senza un tuo amico. Però, anche se ci si sente “troppo coinvolti emozionalmente” per un progetto o una montagna, questo non significa che ci si trovi in un pericolo maggiore. Questo può influenzare il nostro processo decisionale? Certamente sì, quando ci sono altri obiettivi oltre all’arrampicata e al sentirsi liberi, anche obiettivi che non ammetti a te stesso. Porterai sempre in una spedizione le cose che non hai risolto a casa. Nulla di ciò che farai in montagna può risolverli, al contrario.

So che Daniele e Tom erano professionisti e hanno voluto scalare il Nanga Parbat, in inverno, per una nuova via, purtroppo hanno avuto un terribile incidente. Non sapremo mai esattamente cosa è successo ed è terribile per le famiglie. Più di ogni altra cosa, non sapremo mai il loro stato d’animo prima dell’incidente. Fu una distrazione, è stato il risultato di decisioni errate, un incidente in montagna? Non lo sappiamo. Quello che sappiamo è che i due alpinisti erano veramente esperti e si completavano a vicenda molto bene . Daniele aveva una solida esperienza di alta quota  in ambiente invernale e Tom era uno dei migliori alpinisti su ghiaccio del mondo. Non credo che il loro stato emotivo abbia avuto nulla a che fare con la loro morte. È stato un tragico incidente.

Fonti e bibliografia varia

Daniele Nardi 

Nanga Parbat ed Elizabeth Revol, primo tentativo al Mummery : http://publications.americanalpineclub.org/articles/13201212505/Nanga-Parbat-Diamir-Face-Mummery-Rib-winter-attempt

Translimes Expedition con Tom Ballard, Kondus Glacier, Link Sar :

http://publications.americanalpineclub.org/articles/13201214726/Kondus-Glacier-Link-Sar-Northeast-Face-Attempt-Fiost-Brakk-and-Other-Ascents

Farol West,unclimbed peaks in Karakorum :

http://publications.americanalpineclub.org/articles/13201212928/Margheritas-Peak-5400m-South-Ridge-Open-Eyes-K7-West-6615m-Southwest-Pillar-Attempt-Farol-West-6370m-West-Face-Telegraph-Road

Baghirathi III :

https://www.planetmountain.com/it/notizie/alpinismo/bhagirathi-il-report-della-via-di-nardi-e-delle-monache.html

Thalay Sagar, con Alex Txikon, Ferran Latorre e altri :

http://publications.americanalpineclub.org/articles/13201213829/Thalay-Sagar-Northwest-Ridge-Partial-New-Route

Tom Ballard 

Le sei grandi pareti Nord in invernale, solo :

https://www.planetmountain.com/it/notizie/alpinismo/tom-ballard-completa-le-sei-nord-delle-alpi-in-inverno-ed-in-solitaria.html

Drytooling, la via più difficile al mondo :

https://www.planetmountain.com/it/notizie/alpinismo/tom-ballard-libera-una-via-di-d15-in-dolomiti-il-grado-di-drytooling-piu-difficile-al-mondo.html

Tomek Mackiewicz 

(4) il lungo post dopo la spedizione 2016, le polemiche sulla vetta, i messaggi satellitari di Moro sul maltempo :

http://czapkins.blogspot.com/2016/06/witajcie.html

Alessandra Carati 

Intervista a Radio 24, podcast, con Alessandro Milan (dal minuto 44:00 in avanti):

https://www.radio24.ilsole24ore.com/programmi/uno-nessuno-100milan/puntata/un-robot-servizio-diritti-civili-080538-AC8siq0

Simone Moro

su Mummery, Nardi e Ballard

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/03/10/daniele-nardi-e-tom-ballard-simone-moro-ho-visto-ogni-giorno-le-valanghe-che-cadono-sullo-sperone-mummery-fa-paura-andarci-e-un-suicidio/5026985/

https://www.desnivel.com/expediciones/expediciones-alpinistas/simone-moro-intentar-el-espolon-mummery-en-invierno-es-como-jugar-a-la-ruleta-rusa/

https://www.desnivel.com/expediciones/simone-moro-sobre-la-ruta-que-intentaban-daniele-nardi-y-tom-ballart-en-el-nanga-parbat-el-espolon-mummery-es-casi-suicida/

https://www.thetimes.co.uk/article/partner-of-lost-climber-tom-ballard-was-obsessed-with-killer-mountain-mtmzkflhr

su Nardi , 2016 expedition 

https://www.montagna.tv/93793/nanga-parbat-la-verita-di-simone-moro-a-filippo-facci/

http://alpinistiemontagne.gazzetta.it/2016/11/28/come-si-arrivo-alla-rottura-con-nardi/

Reinhold Messner

 https://www.ladige.it/news/cronaca/2019/03/09/tragica-morte-ballard-nardi-reinhold-messner-gl-iavevo-detto-non-andarci

Mckiewicz/Revol e il tentativo di vetta abbandonato per maltempo

(1) 19 Gennaio: “Giorni decisivi sul Nanga.Tomek Mackiewicz ed Elizabeth Revol hanno individuato il colouir che conduce alla piramide di vetta[..]” 

https://m.facebook.com/groups/185186314867223?view=permalink&id=1058684744184038

(2) 22 Gennaio: “Tomek ed Elizabeth sono a 7400 e stanno salendo[..]Alex,Alì e Daniele sono a C2[..]”
(3) 22 Gennaio: “Simone Moro avvisa che Tomek ed Elizabeth sono a 7300mt e il tempo sta peggiorando.Tentativo di vetta dunque abbandonato[..]”

sulla tragedia al Mummery 

http://montagnamagica.com/la-tragedia-sullo-sperone-mummery-fanatismi-e-alpinismi/

 

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