Inverno in Karakorum: Nanga Parbat

Daniele Nardi e Tom Ballard sono appena partiti per il Pakistan, dove raggiungeranno l’alpinista pakistano Rahmat Ullah Baig e un altro alpinista pakistano di cui al momento non conosciamo il nome. 

               Tom Ballard e Daniele Nardi ( ph montagna.tv )

“Saranno membri effettivi e non portatori di alta quota, mossi dal desiderio di scalare la loro montagna”

chiarisce  Nardi, in merito ai due compagni pakistani . 

I quattro puntano all’apertura in stile alpino di una nuova via lungo lo Sperone Mummery del Nanga Parbat. In assoluto, Nardi precisa che il suo vero obiettivo è completare lo Sperone Mummery, fino a circa 7000 metri. Poi, se possibile, salire in vetta.

Nardi è al 4o tentativo sullo Sperone, con Elizabeth Revol arrivò sino a 6400-6500 metri qualche anno fa.

E’ veramente interessante il legame tra Daniele e Tom, il primo mediatico, estroverso e con una grande esperienza di spedizioni himalayane e in karakorum, il secondo giovane, più introverso, con qualità tecniche e su ghiaccio notevolissime ma con una sola spedizione “grande” alle spalle, il tentativo al Link Sar proprio con Daniele. Altrettanto interessante la scelta di includere due alpinisti pakistani, cosa che rende il team eterogeneo ma potenzialmente molto motivato e preparato a una sfida decisamente durissima. Lo sperone Mummery è infatti ritenuto quasi “impossibile”, per le condizioni oggettive di pericolo in parete, e l’accesso via un ghiacciaio estremamente crepacciato, tra campo base e c1.

                 potenziale via / sperone mummery nanga parbat

Inverno in Karakorum: K2

Alex Txikon, il forte alpinista spagnolo basco, ha annunciato due nuovi membri nel suo team, che ora conta nove alpinisti per tentare l’Invernale sul K2 , unica scalata senza ossigeno da completare per la stagione fredda.

          Alex Txikon K2 WinterTOP

Saranno i polacchi Pawel Dunaj e Marek Klonowski , già appartenenti alla cordata Nanga Parbat – Justice for All – assieme al compianto Tomek Mackiewicz , morto durante la discesa dopo aver compiuto la prima scalata in stile alpino e per una via nuova del colosso pakistano, assieme ad Elizabeth Revol , miracolosamente e tenacemente sopravvissuta.

Alex ha inoltre annunciato la collaborazione con la spedizione russo-kirghiza che avrà lo stesso obiettivo, condividendo la grande tenda mensa al Campo Base.

Con queste scelte, Alex Txikon si dimostra grande organizzatore e ottimo catalizzatore di alpinisti da ogni parte del mondo ; la grandissima motivazione e resilienza del basco, unita alla bravura degli altri membri , la capacità di sopportare le estreme condizioni dei polacchi, sono fattori importanti.

Inoltre , a sorpresa, ha ventilato tra le possibilità di non scalare per la via Abruzzi, ma per la via americana (il leader era il grande Jim Whittaker ) del 1978 lungo la Cresta Nord-Est, lunga e con pericolose cornici che poi traversa per la parete Est e infine si ricongiunge allo Sperone degli Abruzzi (cresta Sud-Est). Fu la seconda via aperta nella storia del K2 e la prima senza ossigeno. 

A proposito di quella grande impresa, vi proponiamo questo bellissimo collage di stupende immagini colte da un  membro della spedizione :

Approach to K2 – 1978 from Dianne Roberts on Vimeo.

Antartide

Danilo Callegari (c) con la slitta da 150kg sul pack

Danilo Callegari , avventuriero ed esploratore estremo – e nel suo caso la definizione non è banale – nato nel 1983 in un piccolo villaggio in Friuli, a 14 anni prese la bicicletta e da casa salì sul Monte Coglians, a 2780 metri di quota, tornando dopo 4 giorni.

A 16 anni ha deciso di camminare dalla sorgente alla foce del Tagliamento, per 182 km. Insomma, è facile pensare a un grande fuoco interiore che gli diceva di andare, oltre. Sperimentare, tutto. Camminare,correre, bicicletta, montagne, alpinismo. Poi la decisione di entrare nell’Esercito, e di trovarsi nei Reparti paracadutisti. Nel 2005 la durissima realtà di combattere 5 mesi in Iraq, un’esperienza che gli segna la vita.

Da quel momento Danilo alza l’asticella e comincia a impegnarsi in imprese sempre più complesse ed estreme, pedalando migliaia di km, pagaiando, trascinando slitte con gli sci, volando in parapendio  in Karakorum,Ladakh, Islanda, Sudamerica .

Poi l’alpinismo: Elbrus, Kilimanjaro e nel 2016 il Manaslu, un ottomila non banale, senza ossigeno e assistenza sherpa.

Da un mese Danilo si trova in Antartide, e dopo esser sbarcato nella banchisa di Weddell, vuole raggiungere il Polo Sud, senza assistenza e trainando una slitta di 150kg con gli sci per 1300 km circa. Se raggiungerà il Polo Sud, un bimotore ad elica lo raccoglierà per portarlo sul Monte Vilson, cima più alta del continente , e Danilo si paracaduterà per atterrare nella zona del Campo Base. L’obiettivo finale, scalarlo in stile alpino senza ossigeno.

Danilo, dopo 1 mese

Ora la dura realtà. Sono 1 mese e 2 giorni dalla sua partenza , ed ecco cosa scrive Danilo. Non vogliamo commentare le sue parole, ci sarebbe tanto da approfondire, dibattere, ma nella loro brutalità ed euforia sono esemplari.

“Cari amici miei, questo 2 dicembre segna un mese esatto da quando ho iniziato a trainare la mia slitta in direzione del Polo Sud Geografico. Per certi un mese potrà sembrare poco, per altri molto… per me è stato a tutti gli effetti il mese più lungo, duro, particolare e incredibile della mia vita. Sto vivendo un’avventura pazzesca, che mi sta dando moltissimo sotto ogni forma, in particolare dal punto di vista interiore. In questo mese ho affrontato i venti più forti, le temperature più rigide, le nevicate più abbondanti che abbia mai provato fino ad oggi. Il meteo, diciamo, non mi é stato per niente amico ma si sa, avventura è anche saper accettare questo. L’Antartide fino ad oggi mi sta lasciando diversi segni sul corpo, ho vesciche ai piedi ancora aperte con sangue a forza di continuare a strofinare, ho gli alluci gonfi e quasi privi di sensibilità, una tendinite al polpaccio destro, dolori alle teste dei femori per il tipo di movimento ripetuto milioni di volte che mi rende difficile anche il sonno, ho una forte tendinite ad entrambi i gomiti, la pelle del volto é mangiata dal ghiaccio, le labbra sono distrutte dal vento gelido, ho un’infiammazione alla narice destra per il continuo vento che arriva da sud ovest, ho perso parte della sensibilità delle ultime falangi di tutte e dieci le dita delle mani e ho perso molti chili ma… sono estremamente felice, sto vivendo un ambiente che solo in pochi hanno avuto l’onore di poterlo vivere così, in completa solitudine.
Solo con me stesso nel luogo più freddo, ventoso, desolato ed estremo dell’intero nostro bellissimo Pianeta.
Un fortissimo abbraccio a tutti voi,
Danilo

Himalaya /1

Al terzo tentativo, alla fine di Ottobre 2018, il fuoriclasse austriaco di origini nepalesi David Lama è riuscito nell’impresa di scalare in solitaria il Lunag Ri, inviolato quasi-7000 (6895 mt ? 6907 mt , incerto )  posto ai confini tra Nepal e Cina (Tibet) nel Rolwaling Himalaya. I primi 2 tentativi, falliti poco sotto la headwall finale, erano stati effettuati dal giovane David Lama col veterano americano Conrad Anker  . Al secondo tentativo Anker fu colto da infarto in parete, riuscendo comunque a scendere per poi essere evacuato in elicottero.

David Lama, Lunag Ri solo / ph DavidLama.com

Le immagini e i video rilasciati da David Lama sono spettacolari : è stato seguito da un drone guidato da operatore al campo base avanzato .

Ha affrontato in notturna la parte bassa della parete per evitare valanghe, a temperature di -30°, proseguendo sulla cresta, in terreno misto estremamente difficile, per poi traversare su ghiaccio e attaccare la parete principale, in granito e misto ghiaccio fino alla vetta, uno spettacolare sperone con neve compatta che , come un balcone, si affaccia sui ghiacciai sottostanti.

David Lama, ultimi passi verso il balcone di vetta / ph DavidLama.com

Un’impresa di livello notevolissimo e che – dopo le famose riprese da drone dei fratelli polacchi Bargiel sul K2 , disceso da Andrzej con gli sci – sancisce il drone come mezzo tecnologico perfetto per la visione e la ripresa di una scalata in solitaria .

Ovviamente, tutto questo senza voler affrontare il discorso di cosa significhi solitaria nel 2018….

David Lama in vetta sul Lunag Ri / ph DavidLama.com

 

Himalaya /2

il team spagnolo composto da Pablo Ruix, Edu Recio e Jesús Ibarz  ha aperto una nuova via sul Langdung (6357 m) , sempre nella zona del Rolwaling, Nepal. La via, chiamata Bihâna (6c+, 1500 m, ED+), nasce salendo la parete di 500 mt di granito rosso, sulla quale il trio ha incontrato le maggiori difficoltà tecniche, per voi affrontare la lunga cresta fino in vetta, oltre 1 km di sviluppo.

via nuova al Langdung – Pablo Ruix , Jesús Ibarz e Edu Recio (Spagna)

 

La qualità della roccia è descritta come molto scarsa sulla cresta , e la salita ha richiesto 6 giorni. La discesa è stata poi compiuta con una ventina di doppie lungo la parete Ovest.

Questa è la seconda salita assoluta della montagna , la prima fu compiuta da un team di sherpa : ( Via Namaste, parete SE , Pasang Sherpa Kidar, Dawa Sherpa Gyalje,  Nima Sherpa Tenji, Dawa Sherpa Yangzum, 5 giorni nov-dic 2017 )

Patagonia

Straordinario l’inizio stagione alpinistica in Patagonia, con l’impresa dei francesi Martín Elías, Jérome Sullivan e François Poncet che hanno aperto una nuova via, “La Mariposa” (1200 mt ,A3, M7, 6a ) tra il 18 ed il 19 ottobre sull’inviolata guglia del Pilastro Sud del Cerro di San Lorenzo, denominato “El Faro” (3150 mt)  

Pilastro Sud Cerro San Lorenzo

 

” abbiamo iniziato ad arrampicare alle 10 di mattina, le previsioni davano buone condizioni di alta pressione fino alla notte successiva, quindi avevamo 48 ore. Prima una parte di arrampicata tecnica su terreno di misto e roccia buona, dopo abbiamo raggiunto una rampa di neve e ghiaccio che avevamo individuato  durante l’esplorazione precedente. Da qui , slegati siamo saliti rapidamente lungo la rampa di oltre 500 metri ,con  accesso alla parte più ripida della parete. Arrampicavamo velocemente e questo ci ha fatto sperare di poter dormire al colle – ma quando abbiamo raggiunto la fine della rampa , ci siamo resi conto che le pessime condizioni della neve, della roccia marcia e la mancanza di ghiaccio ci avrebbero creato molti problemi e rallentato. Quando la notte ci ha raggiunto stavo salendo i primi 30 metri di quello che sarebbe diventato la sezione chiave di tutta la via: un camino verticale di 80 metri ricoperto di neve, di cui mi mancano le parole per descrivere la bruttissima qualità della roccia. Marcia non è adatto.”Un asco” come dicono i locals!” 

A questo punto i 3 si sono calati 30 metri, gradinando il ghiaccio per uno scomodo bivacco.  La mattina dopo hanno ricominciato l’arrampicata su roccia e ghiaccio di pessima qualità. Infine un transito sulla parete nord , dove hanno compiuto i tre tiri finali di roccia brinata fino alla vetta, raggiunta al calar del buio.

sulla via , ph Martin Elias

“Abbiamo avuto costantemente il dubbio di raggiungere la vetta, con tutta quella neve , la roccia orribile e il tempo avverso – nella nostra esperienza ,il meteo al San Lorenzo è sempre peggiore di quanto previsto – essere giunti in cima è stato davvero un momento magico.”

                                   Via La Milagrosa – Pilastro Sud Cerro San Lorenzo / Patagonia Vertical 

 

Patagonia / In arrivo

Denis Urubko , fortissimo himalaysta russo (naturalizzato polacco, residente in Italia) , sarà in Patagonia a breve per tentare il Cerro Torre – e forse il Fitz Roy – assieme alla forte Maria “Pipi” Cardell , con la quale ha dimostrato ottimo affiatamento già nel 2017 ( Pik Chapaev in Kyrghizistan, nomina Piolet D’Or)  e quest’Estate in Georgia ( lunga via sull’Ushba, 4710mt ) . I due hanno anche intenzione, dopo i 2 mesi che trascorreranno in Patagonia a partire da fine Novembre, di tentare una nuova via sul Gasherbrum II nell’Estate 2019.

In arrivo anche altre due spedizioni leggere dall’ Italia : Hervè Barmasse , a breve, e a Gennaio il Presidente Ragni di Lecco, nonchè fuoriclasse patagonico, Matteo Della Bordella  , per obiettivi ad oggi sconosciuti.

Himalaya

Pumori , 25 Ottobre 2018

Il trio rumeno composto dagli alpinisti Romeo Popa, Zsolt Torok e Teofil Vlad ha aperto una nuova via sulla parete Sud Est del Pumori, iconica cima di 7161 metri che si affaccia sul Circo dell’ Everest.

nuova via pumori SE ( Romica Popa, Zsolt Torok and Teofil Vlad )

La nuova via , splendida per logica e difficoltà sostenuta, è prevalentemente su ghiaccio con passaggi di misto difficilmente proteggibili ; si sviluppa per 1100 metri, raggiungendo la cresta sommitale a 6700 . 5 bivacchi necessari, di cui tre in parete e gli ultimi due in cresta ; un giorno di riposo il primo, poi il secondo giorno l’attacco finale, avvenuto affrontando venti fino ai 100 kmh. 

in parete con everest,lhotse e nuptse sullo sfondo ( Romica Popa, Zsolt Torok and Teofil Vlad )

 

La discesa è avvenuta effettuando 1000 metri di doppie lungo la parete Ovest. La difficoltà è stata classificata come AI 4, R (il grado dovrebbe essere quello rumeno, indica una media difficoltà tipo D francese).

                            pumori summit ( Romica Popa, Zsolt Torok and Teofil Vlad )

Lunag Ri , 28 Ottobre 2018

David Lama ha realizzato il sogno, a lungo inseguito, di scalare il Lunag Ri ( 6905 metri ) , e l’ha fatto in solitaria: dopo i famosi 2 tentativi in duo con Conrad Anker, l’ultimo dei quali conclusosi con una drammatica ritirata a seguito di un infarto che ha colpito Conrad. Per ora non si conoscono i dettagli della salita, che teoricamente dovrebbe essere il completamento dei precedenti tentativi , con salita sullo zoccolo al centro sx della foto e lungo la cresta fino in vetta.

                                           Lunag Ri , 6907 metri (red Bull copyright)

Marco Milanese, friulano, classe 1987, ha studiato al Liceo Scientifico e contemporaneamente svolto esperienza professionistica come rugbista. Ha inziato Scienze Forestali , poi la montagna lo “ha chiamato” con prepotenza: è quindi divenuto Guida Alpina dal 2011, slackliner dal 2013, base jumper, pilota in tuta alare e speedflyer dal 2014.

Marco si sta facendo notare,da un paio d’anni, per imprese molto interessanti e che hanno avuto una discreta eco sui social : non è tipo da postare molti video o farsi pubblicità ma nelle sue imprese, e nei video realizzati, è sempre presente un carattere di sperimentazione o esplorazione in senso lato, come il base dal Campanile di Val Montanaia, lo speedflying di un vulcano,un viaggio in Turchia con molti base e wingsuit jump  ; la sua più recente impresa, questa Estate del 2018,  è stata la scalata in freesolo delle Tre Cime di Lavaredo con discesa tramite base e wingsuit base jump da tutte e tre le vette .

Quella che segue è un’intervista che ci ha gentilmente rilasciato – e che speriamo riesca a farvi comprendere più a fondo il percorso, le motivazioni, le emozioni che Marco Milanese mette in gioco nella sua intensa vita tra Terra e Cielo, alla ricerca di un Equilibrio.

La tua progressione, Marco, ha qualcosa di veramente impressionante. Leggendola, ho l’idea di un monaco laico, nell’allenamento alle singole discipline che hai affrontato, considerando la complessità e durezza nel destreggiarsi in ognuna di esse. E’ così ? Hai un approccio metodico comune, su ogni tuo progetto ? E se si, quali sono le tue maggiori difficoltà, i limiti che ti riconosci ?

Provengo dal rugby professionistico quindi all’inizio della mia attività ho spostato questo tipo di approccio nella scalata e nell’alpinismo in generale, tuttavia ultimamente, complice anche il lavoro come guida alpina, non riesco ad allenarmi cosi costantemente. Fortunatamente mi è rimasto ancora un po’ di margine fisicamente parlando, ultimamente però sto allenando soprattutto la mente, che è una cosa che non puoi fare in un pannello di arrampicata , devi andare la fuori, devi essere esposto. Non ho un approccio comune ai progetti se non per il fatto che quando iniziano a girarmi in testa non mi lasciano più in pace, pratico troppe attività diverse che richiedo approcci molto diversi. I limiti che mi riconosco sono sicuramente non avere un fisico fatto per scalare ad alti livelli, e una mente che non sopporta troppo le lunghe sfacchinate. Sono più un tipo da Fast & furious però chissà piu avanti…

Ho una curiosità sul tuo percorso : Da modesto ex paracadutista e appassionato all’evoluzione delle discipline collegate, so che in genere sono considerati indispensabili almeno un 200 salti dall’aereo, prima del transito al base. Ma ci sono eccezioni. Puoi raccontarci qualcosa a proposito ? Cosa o chi ti hanno ispirato verso questa strada, che si è fortemente intersecata con quella di alpinista ?

Ho sempre avuto un attrazione molto forte verso il vuoto, mi rilassa, mi fa ragionare più chiaramente. L’ho ricercato all’inizio con la scalata perché era la cosa più ovvia, poi con l’highline e infine, complice un infortunio al polso sinistro che non mi permetteva di scalare ma di aprire un paracadute si, mi sono lanciato in questa avventura.

Il percorso “normale” per saltare dalle montagne con una tuta alare è lungo. Servono 200 salti dall’aereo prima di potere indossare una tuta piccola da principianti, come ne servono 200 per poter fare un corso di Base jumping. Dopodiché si uniscono le due cose, il basejumping e la tuta alare. Io diciamo che ho velocizzato un pochino le tappe ma ci tengo a dire che non ho mai saltato nessuno step!

Gli incoscienti invece sono un altra cosa, è di poco fa la notizia di un suicida ( perché non è possibile assimilarlo al mondo del BASE) che con 5 salti dall’aereo e nessuno esperienza di montagna ne di tuta alare a deciso di provarci, facile no? Lo avrà visto molte volte nei video. La fine ve la lascio immaginare. Unire alpinismo e BASE è poi diventato qualcosa di naturale per me.

marco milanese base jump 

Per quanto riguarda il mestiere di Guida Alpina, immagino sia anche un tuo solido punto fermo per il tuo sostentamento economico e il finanziamento delle altre attività. E’ così o stai anche avendo soddisfazioni con qualche sponsor per le spedizioni che hai fatto ?

Si , diciamo che al momento il solo sostegno economico è il lavoro da guida alpina, ogni tanto faccio qualche show di Highline con la mia ragazza che danza sui tessuti aerei ma niente di più , a parte Monvic che generosamente mi fornisce i vestiti per scalare e PhoenixFly che mi fornisce le tute alari a prezzi molto bassi. Semplicemente nessuno sponsor mi ha cercato e io non ho cercato loro. Se ne hai qualcuno per le scarpe e i vestiti in goratex fammi un fischio, non ho bisogno di molto di più.

marco climbing

Recentemente hai compiuto un viaggio in Turchia, su Facebook hai postato immagini molto belle di un Paese in grande crescita, per quanto riguarda la presenza di bellissime montagne e siti adatti al volo alare o al Base. Ci riassumi in breve esperienze e numeri, quanti km di avvicinamento, quanti lanci, in quanti giorni ? Per farsi un’idea di quanto possa essere intensa un’esperienza del genere.

Questa esperienza è stata un vero viaggio di esplorazione nelle montagne del lontano nord est della Turchia. Grazie a un jumper locale il governo della regione ci ha appoggiati con tutti i mezzi possibili, pickup , bulldozer per pulire le strade, ambulanze agli atterraggi, barche per il salvataggio in acqua. La prima settimana siamo stati a Uzundere dove praticamente andavamo in giro, guardavamo una montagna trovavamo un modo per salirla( generalmente molto facile perché hanno costruito strade sterrate ovunque per i piloni dell’elettricità) e la saltavamo con o senza tuta alare. Io personalmente nel giorno del mio compleanni ho aperto due exit nuovi. Poi abbiamo saltato castelli diroccati, antenne e pareti più basse. Tutto quello che vedevamo salvabile lo saltavamo, che esperienza!

marco milanese and friends jumping in Turkey

La seconda settimana invece eravamo nel parco di Kamalye, già conosciuto per la scalata (poca), bici, e il base, qui le persone conoscevano l’inglese e non erano cosi conservatori come nel primo villaggio che abbiamo visitato. 15 jumpers sballati sono stati accolti a braccia aperte con il saluto delle autorità e l’inizio dei salti con la tuta alare sopra il paese. Successivamente abbiamo saltato da un cavo teso sopra l’eufrate con una piccola seggiovia creata per l’occasione. Ci mandavano in centro con questo seggiolino e poi saltavamo! wooooow.

jumping from a cable..car up Eufrate River

Numeri non saprei, facevamo almeno 3 salti al giorni di media. Km tantissimi anche perché le due località distavano 600 km l’una dall’altra. Tanto kebab a sopratutto era pieno di turchi! (ride,ndr)

Il dibattito sulla estrema pericolosità della tuta alare usata nel BASE, ancor più in contesti alpini, è piuttosto vivace, lo hai sperimentato personalmente in un articolo sulle motivazioni di qualche tempo fa, con commenti sui social che mostrano un brutale cinismo per chi pratica una disciplina così estrema (e aggiungo io, spesso dettati da ignoranza nel senso più stretto della parola). Te lo chiedo brutalmente: cerchi linee di proximity sempre più difficili, exit più complesse, lancio dopo lancio ? O ti imponi una sorta di controllo sui tuoi limiti ? Come prepari un lancio da una exit nuova, da solo o con i compagni cambiano le cose ?

É uno sport nuovo che deve ancora conoscere i suoi limiti, le persone parlano perché non conoscono bene quello di cui si parla, come sempre. Quante volte anche noi “alpinisti” o “ arrampicatori” abbiamo sentito dire che siamo degli incoscienti.

La verità è che c’è un mondo dietro che pochi conoscono, e spesso viene travisato da giornalisti criminali o da pazzi suicidi che voglio buttarsi a tutti i costi perché fa figo. Ma nessuno parla di gente di 60 anni che ha fatto la storia di questo sport con una quantità di salti impressionante ( si parla di 3-4000 salti solo di basejump).

Comunque tornando a noi, in generale cerco sempre un buon motivo per saltare, questo può essere un exit difficile o una linea di proximity estetica ma può anche essere fare salti con amici e seguirsi a vicenda, oppure fare capriole solo per il gusto di vedere il tuo amico farle a fianco a te. Ultimamente cerco invece di trovare una bella montagna da scalare e saltare, non serve abbia un salto difficile.

Un lancio nuovo lo preparo molto attentamente, abbiamo molti dati a disposizione sia sui nostri voli grazie a speciali gps e programmi di voli sia con laser per misurare i nuovi exit e sapere se sono saltabili, studio e ristudio i dati fino a quando sono sicuro che sia fattibile con un adeguato margine di sicurezza, aspetto le condizione atmosferiche e di termiche buone e poi via!

Come hai preparato il trittico sulle Cime di Lavaredo ? Ho letto su planetmountain che hai sentito Thomas Huber, che nel 2008 disegnò una prima idea di concatenazione con base jump..da quanto avevi in mente questo progetto?

Questo progetto è nato alcuni anni fa quando per la prima volta saltai la cima grande. Il concatenamento è stata un idea naturale che mi è saltata in mente. Ho dovuto solo aspettare il momento giusto, quando cioè avevo alle spalle già un po di allenamento con questo stile. L’anno scorso per esempio ho scalato il socondo spigolo in Tofana e in cima ho saltato con la tuta, in totale da macchina a macchina ho impiegato 2 ore e 15 minuti se non sbaglio, li ho capito che avrei potuto provarci anche sulle tre cime.
Si ho sentito Huber per chiedergli del salto dalla ovest di Lavaredo ma poi ho deciso di cambiare programma ed è finita che ho aperto un nuovo exit sulla ovest.

La logistica di questo bel trip non è stata facile perchè avendo due soli paracaduti ho dovuto ripiegarne uno, inoltre uno dei problemi principali era che dovevo trovare il punto da dove saltare sulla piccola e sulla ovest.
Arrivato alla partenza del sentiero per la cima piccola di Lavaredo ho lasciato un paracadute e sono salito con l’altro, ho scalato la normale che è una via di IV, ho fatto una calata e trovato l’exit ho saltato. Ho ripiegato il paracadute nei pressi della chiesetta e mi sono diretto sulle due nord, lasciato un paracadute alla base dello spigolo Dibona mi sono diretto sullo spigolo Demuth, scalato questo fino a metà ho trovato un exit perfetto e ho saltato, non è possibile saltare da nessuna parte più in alto degli strapiombi gialli perchè poi li la parete si appoggia. Infine sono tornato sullo spigolo Dibona e con la tuta e l’altro paracadute ho salito lo spigolo, tra l’altro visto che stava arrivando una brutta nuvola ho corso come un matto salendolo in meno di un ora. In cima ho indossato la tuta e via verso l’ultimo salto con atterraggio su morbida erba.
Un esperinza quasi mistica ma vissuta abbastnaza serenamente, rivedendo i video ho scoperto che ho canticchiato spesso scalando 🙂 

Ringraziandoti molto per la tua disponibilità, la domanda finale è : dove stai andando ? Non mi interessa tanto sapere il futuro progetto prossimo, ma capire da te se hai individuato un percorso o qualche obiettivo di medio o lungo termine.

L’obiettivo ultimo è sempre come si dice in inglese “having a good time” ma sicuramente il climb and fly avrà un luogo centrale, lo ritengo la forma più pura per salire una montagna. Slegato con un paracadute in schiena, senza usare chiodi soste e corde, veloce sia nella salita che nella discesa. Non serve lasciare tracce sulla montagna, come a dire “io sono passato di qui” piantando un chiodo. Si lascia tutto intatto. Puro.

marco con tuta alare in uno stretto canale dolomitico

Traduciamo questa importante e controversa intervista, rilasciata da Tom Livingstone a Rockandice e pubblicata il 21 Agosto.Ringraziamo per la disponibilità Michael Levy, Associate Editor della prestigiosa testata statunitense.

Tom Livingstone, insieme agli alpinisti sloveni Aleš Česen e Luka Stražar, ha effettuato la seconda ascesa confermata di Latok I, e la prima salita in assoluto confermata dal nord. (C’è la possibilità che la squadra russa di Alexander Gukov e Sergey Glazunov abbia raggiunto la vetta attraverso la cresta nord, anche se Gukov crede di aver completato la cresta Nord ma ritiene di non aver raggiunto la vera cima. La squadra anglo-slovena ha scalato tre quarti della famigerata cresta, prima di traversare verso il colle tra Latok I e II e finire la loro nuova via verso la cima sulla parete sud.
Rock and Ice ha raggiunto Livingstone tramite WhatsApp ed e-mail, e il giovane britannico ha espresso alcune suggestive intuizioni sul Latok I, la loro scalata e la sfortunata spedizione di Alexander Gukov e Sergey Glazunov.

 

strazar-livingstone-cesen (ph livingstone)

Congratulazioni per la scalata ! Puoi raccontarci dei piani che avevate, rispetto alla spedizione [sul Latok,ndT]?

Entriamo sempre in questi progetti con una mente aperta, ma certamente l’obiettivo principale era scalare Latok I dal lato nord, dal ghiacciaio Choktoi. Il secondo obiettivo era scalarlo nel migliore stile percorrendo tutta, o una parte della Cresta Nord. Volevamo fare un’ascensione pulita in stile alpino ,in sette giorni o meno.

Eravate già al Campo Base quando è avvenuto il salvataggio di Gukov?

Sì, eravamo al Base quando è successo.
Quando siamo arrivati,il 13 luglio, una squadra russa di due aveva cominciato l’attacco alla parete la notte prima. Un’altra squadra russa , composta da tre alpinisti, ha cominciato la notte dopo. Sebbene abbiamo cercato di ignorare i russi e di non essere messi sotto pressione dalle altre squadre sul nostro obiettivo, era impossibile non provare un pò di rivalità amichevole. Quando il team in duo ha vissuto la sua tragica epopea (Sergey è morto, e Alexander è rimasto bloccato in parete), abbiamo offerto tutta la nostra assistenza per aiutare loro, e appoggio ai tre russi che erano a campo base.

La morte di Sergey e il successivo salvataggio di Alexander hanno rafforzato in noi l’evidenza dei pericoli di spingersi troppo lontano su un percorso del genere. La cresta nord superiore è complessa, ad alta quota, e inevitabilmente hai scalato moltissimo e per molti giorni, per arrivarci.
Il processo decisionale non è facile, specialmente con la parte finale e sommitale. Il tempo peggiora inevitabilmente ,dopo tanto tempo trascorso a quell’altitudine: le finestre di opportunità sono generalmente piccole nel Karakorum. Sono comunque sicuro che l’intera cresta nord può essere ancora scalata.

Voglio fare le mie condoglianze alla famiglia di Sergey, e augurare ad Alexander una rapida guarigione.
Tuttavia sono molto critico nei confronti delle azioni e delle parole di Alexander.
Anche se ho cercato di zittirmi, sento che è importante per me parlarne.

Alexander ha avuto un’avventura epica sulla cresta nord già l’anno scorso. Ha trascorso 15 giorni sulla montagna, e i suoi due partner hanno sofferto pesantemente. Uno ha perso un paio di dita dei piedi, l’altro tutte le dita dei suoi piedi e alcune parti delle dita della mano. Il commento finale di Alexander, in un rapporto, recitava : “Sono fiducioso di avere una buona possibilità la prossima volta”. Questo ci ha fatto arrabbiare (a me e ai miei amici sloveni). Sembrava non curarsi dell’ordalia e del pericolo che aveva appena attraversato. Uno dei suoi amici [russi,ndT] al Campo Base,quest’anno, ci ha detto: “Non è capace di capire quando ritirarsi”. Ha anche rafforzato le voci sullo “stile russo”, cioè il successo a tutti i costi, qualunque sia il prezzo.

Quando Alexander e Sergey stavano scalndo, quest’anno e si trovavano in alto sulla montagna, hanno ripetutamente affermato che stavano facendo ambiziosi e irrealistici “tentativi di vetta”. Erano molto al di sotto della vetta (circa 6.800 m), e nonostante i tentativi nei giorni precedenti, hanno di nuovo e ancora (per forse tre giorni di fila) spinto per la cima. Li abbiamo osservati attraverso il binocolo al campo base, ed eravamo nervosi per il loro atteggiamento, così rischioso.

Il loro ritmo rispetto ai nove giorni precedenti era incredibilmente lento. Era improbabile che il loro ritmo fosse migliorato sensibilmente durante i tentativi di vertice, e stavano scalando distanze molto ridotte ,ogni giorno di più. E’ arrivato maltempo, in alta quota, ed erano molto stanchi, dopo molti giorni, senza molto cibo.
La loro perseveranza è stata impressionante, ma crediamo che avrebbero dovuto ritirarsi qualche giorno prima.
Infatti, quando è comparso il maltempo, hanno comunque fatto un tentativo di vertice.
Abbiamo scosso la testa e abbiamo pensato che si stessero spingendo troppo lontano, a un’altitudine troppo alta, per troppo tempo.
Pensavamo che avrebbero avuto una discesa da ordalia.
Persino i loro amici russi al Campo base erano preoccupati e fecero organizzare il volo di un elicottero per controllare le loro condizioni e tentare di lanciare rifornimenti .

Poco dopo, Sergey è caduto ed è morto.

Sei giorni dopo, Alexander soccorso in elicottero.
Penso che questo fosse il suo diciottesimo giorno sul muro. Quando è stato portato sul ghiacciaio, Aleš ha detto: “Non ho mai visto nessuno così vicino alla morte, ma ancora vivo”.

Sono orgoglioso della nostra ascesa a Latok I. Aleš, Luka e io siamo saliti in pieno controllo mentale. Abbiamo preso decisioni strategiche e sensate. Eravamo indipendenti. Abbiamo scelto la linea più semplice. Siamo tornati sani e salvi dopo sette giorni. Non abbiamo perso le dita delle mani o dei piedi. L’alpinismo è un gioco pericoloso. Se non torni a casa in sicurezza, perdi. Se le dita dei piedi vengono amputate a causa del congelamento, perdi. Certo, era impossibile non essere toccati dal dramma russo.
Ma quando abbiamo discusso delle nostre motivazioni una volta conclusa l’intera epopea, abbiamo deciso di continuare con il nostro piano: scalare Latok I attraverso la nostra linea, che era quella che avevamo sempre immaginato.

Puoi parlarci un po ‘della scalata della tua squadra?

L’itinerario stesso era abbastanza moderato per l’arrampicata. E ‘stato divertente e siamo rimasti molto contenti di quanto velocemente siamo passati attraverso tutto. Eravamo in simul-climbing e procedevamo velocemente.
C’erano naturalmente le solite parti di ripido ghiaccio marcio e non tante protezioni, ma c’è da aspettarselo su una via alpina. Altrimenti ,generalmente, siamo passati su difficoltà moderate.
Dal ​​campo base alla cima e ritorno in sette giorni. Cinque su, due giù. Abbiamo ripetuto il percorso di salita, scendendo.

La discesa è stata semplice o c’è stato qualche intoppo?

Da sempre è la parte dell’arrampicata che mi piace meno. Quindi siamo stati abbastanza strategici durante la salita. Sono piuttosto contento di come siamo saliti al momento giusto e riposati quando non c’erano condizioni sicure.
Quindi, ad esempio, siamo scesi durante la notte, perché le condizioni erano più sicure, tutto era congelato. Poi siamo passati dalla cresta Nord ,a un’altezza di circa tre quarti, fino al colle .
Lo abbiamo fatto perché era più sicuro.

Josh Wharton e Thomas Huber hanno commentato in passato che le condizioni su Latok I sono state diverse quando sono andate in montagna rispetto a quello che aveva fatto la spedizione americana del 1978. Quali sono state le condizioni per voi ragazzi?

È un buon punto. Questa è stata la mia prima volta ,ho idea che le condizioni fossero effettivamente buone, più di quanto si pensasse, in generale. Visto un percorso così lungo, inevitabilmente incontrerai condizioni sfavorevoli. Ma noi abbiamo trovato buone condizioni per la maggior parte della scalata. Ovviamente è una parete nord, ma riceve parecchio sole e attraversa un sacco di cicli temporaleschi.

Se le condizioni siano cambiate da 40 anni fa ad oggi, non lo so..ma me l’aspetto. Josh Wharton e Thomas Huber ci sono stati diverse volte – se dicono che le condizioni sono cambiate, immagino abbiano ragione. Non sarei sorpreso se il riscaldamento globale abbia avuto un effetto sulla via. Il ghiaccio era ghiacciato, la roccia era asciutta e rocciosa.
Penso che anche i russi abbiano avuto buone condizioni. Forse siamo stati fortunati e questo è stato un buon anno, non saprei…

Com’è nata la tua collaborazione con Aleš e Luka?

Ho incontrato Luka a un incontro invernale internazionale BMC in Scozia alcuni anni fa. Anche se non avevamo scalato insieme, siamo andati d’accordo subito e ci siamo incontrati parecchie volte negli anni seguenti.
Luka mi ha invitato in Pakistan, sono andato a scalare in Slovenia lo scorso inverno e in primavera con lui e Aleš. Ci è sembrato subito che andassimo bene, c’era poco da dire e ci siamo goduti la compagnia reciproca.
Non vedo l’ora di salire di nuovo con loro. Sono scalatori forti, esperti e sensibili, e ora buoni amici.

Latok I è la scalata di cui sei più orgoglioso ?

Lo è certamente.

Quali sono i tuoi progetti futuri ?

Vado in India tra tre settimane – con Uisdean Hawthorne e Will Sim – e sono davvero contento dell’idea. Un po ‘presto dopo essere tornato dal Pakistan, ma ne ero consapevole. Abbiamo un permesso per una montagna chiamata Barnaj II, che si trova nel Kishtwar. È stato scalato da alcuni americani negli ultimi due anni, ma la parete nord è inviolata.

LATOK I : The (Un)Finished Business

“the unfinished business of last generation”, così Jeff Lowe, autore del primo storico tentativo di 100 tiri, su 103 previsti più o meno, definisce la cresta Nord del Latok I.

Avevano superato le difficoltà maggiori ma brutto tempo e le condizioni di salute dello stesso Jeff Lowe, costrinsero i 4 grandi alpinisti americani al rientro.

Uno dei più grandiosi fallimenti in stile alpino, che ha ispirato generazioni di alpinisti di tutto il mondo a riprovarci, senza mai avvicinarsi non alla vetta ma nemmeno ai 7000 su 7145 mt del 1978.

foto jim donini
Jeff Lowe, George Lowe, Michael Kennedy on Latok 1, 1978 (ph Jim Donini)

Le prime anticipazioni della clamorosa salita di un trio Anglo Soveno, composto da Ales Cesen, Luka Strazar e Tom Livingstone . parlano di una variante che ha evitato la parte finale della cresta ; quale sia la via scelta, questa impresa è comunque storica, stupefacente. E’ la seconda assoluta al Latok I.

Basti dire che per Tom Livingstone era la prima grande spedizione, anche se il giovane 27enne gallese ha nel suo carnet un’invernale allo Sperone Walker. numerose difficili invernali in Scozia, e una spedizione in Alaska. Di Ales Cesen, 36 anni che dire? Un fuoriclasse capace di scalare tutto in Yosemite, in Himalaya, in Karakorum il Giv ; Luka Strazar, a 22 anni nel 2011 una prima sul K7 e molto altro.

È con una certa emozione, dunque, che aspettiamo di vedere la partitura scelta in quest’opera, compiuta in una settimana, dal giovane trio, che anche se non chiude l’ ” unfinished business”, renderà Jeff Lowe molto contento, anche per il salvataggio del russo Guzov che su Facebook lo stesso Lowe ha seguito e commentato con apprensione : è a lui, a George Lowe, a Jim Donini, a Michael Kennedy, che va il tributo riconoscente e ammirato per un’ispirazione durata 40 anni.

..ma il nostro pensiero speciale va al giovane alpinista russo Sergey Glazunov , morto recentemente mentre scendeva in doppia, dopo un tentativo con Alexander Gukov , quest’ultimo salvato dopo una terribile settimana in parete da piloti pakistani militari…

Secondo le testimonianze di Alexander Gukov, che ha dimostrato un’onestà sincera, Sergey è uscito dalla parete raggiungendo2 l’anticima del Latok I, appena 50 metri sotto ; Sergey era convinto fosse la cima, ma Alexander, secondo di cordata, dalla sua prospettiva si è accorto che la cima vera era poco più distante. Detto questo, capiamo come i russi abbiano quasi sicuramente superato il limite raggiunto dagli americani nel 1978 e percorso integralmente la cresta Nord.

Purtroppo, sappiamo cosa è successo in seguito.

Salvataggio in longline di Alexander Gukov sul Latok I (ph Askari Aviation)

Anna Piunova, redattrice in capo del prestigioso sito russo mountain.ru, instancabile organizzatrice e punto focale anche per i soccorsi all’alpinista russo bloccato a 6200 metri, ha ricevuto il seguente SMS da Aleš Cesen:

” Abbiamo seguito la cresta nord per 2/3, poi ci siamo spostati a destra, salendo il colle tra il Latok I e II, infine abbiamo continuato sulla parete Sud fino alla cima. Per noi, era la linea più logica e sicura in quella situazione. Ci abbiamo messo sette giorni, tra scalata e discesa.”

Nei prossimi giorni sapremo di più sulla seconda salita assoluta del Latok I da Cesen & Co., avremo maggiori dettagli sulla salita di Gukov e non dimentichiamo che alla base della montagna pakistana dovrebbe esserci un certo Thomas Huber ….

Latok I (e II , sulla destra dietro alla cresta Nord del Latok I) blackdiamondequipment credit

Le vie sui Latok

In una documentata ricerca di Stefano Lovison su alpinesketches pubblicata nel 2014, che riprende a sua volta uno splendido articolo di Montagne 360° di Carlo Caccia, troviamo una cronologia dei tentativi al Latok I, per la maggior parte sulla inviolata cresta Nord (cit), che riportiamo, integrandola con i tentativi salienti, dal 2015 fino ad oggi. Prima,  ringraziando ancora Stefano Lovison, riprendiamo la sua bella mappa fotografica, con indicazione di alcune vie e vari tentativi, aggiungendo le probabili linee delle 2 spedizioni recenti, la russa e la angloslovena di questo Agosto 2018 :

1.Jim Donini, Michael Kennedy, Jeff Lowe e George Lowe, 1978;
2.Cresta nord ovest del Latok II, Álvaro Novellón e Óscar Pérez, 2009;
3.Tentativo di Josh Wharton, Colin Haley e Dylan Johnson, 2009; Giri-Giri boys, 2010;
4.Tentativo di Fumitaka Ichimura, Yusuke Sato e Katsutaka ‘Jumbo’ Yokoyama, 2010; Maxime Turgeon e Louis-Philippe Menard avevano tentato la linea nel 2006 fermandosi a circa 5300 metri;
a. linee in progetto di Josh Warthon;
b. progetto della spedizione russa 2012.
In rosso, Glazunov/Gukov Luglio2018 Cesen/Livingstone/Strazar Agosto 2018 (presunte e stimate)
(foto di Josh Warthon)

Luglio-Settembre 1975
Un team giapponese guidato da Makoto Hara circumnaviga il gruppo dei Latok via Biafo, Simgang, Choktoi, Panmah e ghiacciai Baltoro. Valanghe e frane impediscono qualsiasi tentativo significativo.

Luglio-Agosto 1976
Un team giapponese guidato da Yoshifumi Itatani tenta il couloir tra i Látok I e III (Látok Est), raggiungendo circa 5.700 m. prima di tornare indietro di fronte alla caduta di seracchi.

Agosto-settembre 1977
Un team italiano guidato da Arturo Bergamaschi esplora il percorso tentato dai giapponesi nel 1976 ma decide che è troppo pericoloso. Fanno la prima salita della Latok II dal ghiacciaio Baintha Lukpar.

Giugno-Luglio 1978
Gli americani Jim Donini, Michael Kennedy, Jeff Lowe e George Lowe tentano la lunghissima cresta nord, impiegando 26 giorni in capsula-style . Raggiungono in punto più alto finora raggiunto a circa 7000 m.

Giugno-luglio, 1979
Un team giapponese guidato da Naoki Takada compie la prima (e finora unica) salita del Latok I attraverso la parete sud. Dopo un lungo assedio e con l’impiego di molte corde fisse e tre campi a sinistra del canalone tra Latok I e III, sei alpinisti raggiungono la cima.

Luglio 1982
I britannici Martin Boysen, Choe Brooks, Rab Carrington e John Yates tentano la cresta nord due volte, la seconda fino ad un punto a circa 5.800 m.

Luglio 1986
I norvegesi Olav Basen, Fred Husøy, Magnar Osnes e Oyvind Vlada tentano la cresta nord, fissando almeno 600 metri di corde fisse e di raggiungendo i 6.400 m. dopo 18 giorni di scalata. Passano altri 10 giorni tra bufera e neve pesante prima di arrendersi.

Luglio-Agosto 1987
I francesi Roger Laot, Remy Martin e Laurent Terray installano corde fisse sui primi 600 metri della cresta nord. Per una forte nevicata tornano indietro da un’altezza di circa 6.000 m.

Giugno, 1990
I britannici Sandy Allan, Rick Allen, Doug Scott e Simon Yates e l’austriaco Robert Schauer compiono una serie di ascensioni nella zona ma non tentano quello che è il loro obiettivo primario a causa di condizioni difficili e pericolose e per la molta neve sulla cresta nord del Latok I.

Luglio-Agosto 1992
Jeff Lowe e Catherine Destivelle tentano la cresta nord, incontrando enormi funghi di neve sul percorso. Carol McDermott (Nuova Zelanda) e Andy McFarland, Andy MacNae e Dave Wills (Gran Bretagna) raggiungono circa i 5900 m. sulla cresta durante due tentativi nella stessa spedizione.

Luglio-Agosto 1993
Gli americani Julie Brugger, Andy DeKlerk, Colin Grissom e Kitty Calhoun tentano la cresta nord, tornando a circa 5.500 m. a causa del brutto tempo.

Agosto-settembre 1994
Gli alpinisti britannici Brendan Murphy e Wills Dave tentano la cresta nord raggiungendo i 5600 m. sul loro secondo tentativo.

Luglio-Agosto 1996
Murphy e Wills ritornano sulla cresta nord, raggiungendo circa 6100 m. metri prima del ritiro a causa della perdita di uno zaino. Due tentativi successivi sono ostacolati a 5900 m. dal cattivo tempo.

Agosto 1997/1998
Gli americani John Bouchard e Mark Richey tentano la cresta per tre volte, l’ultima con Tom Nonis e Barry Rugo, raggiungendo il punto più alto a 6100 m. A differenza delle precedenti spedizioni, riscontrano temperature elevate e condizioni di asciutto che portano alla caduta di rocce dalla parte alta della parete.
Seguendo un pilastro di roccia dal fondo della parete, trovano una linea superba con difficoltà fino a 5.10. Torneranno l’anno successivo sulla North Ridge per un altro infruttuoso tentativo a causa del maltempo.

Agosto 2001
Wojciech Kurtyka (Polonia) e Yasushi e Taeko Yamanoi (Giappone) hanno un permesso per la cresta nord ma non riescono ad attaccare a causa di avverse condizioni meteorologiche.
Stein Gravdal, Halvor Hagen, Ole Haltvik e Trym Saeland (Norvegia) raggiungono circa 6.250 m. dopo 15 giorni sulla via.

2004/2005/2006
I fratelli Benegas (Argentina) tentano la cresta nord per tre anni di fila. I primi due anni avversati dal cattivo tempo nonostante le ottime condizioni della montagna.
Nell’agosto del 2006 una forte tempesta li ferma a circa 5500 m.

Agosto 2006
Maxime Turgeon e Louis-Philippe Menard (Canada) tentano la futuristica parete nord, ritirandosi da 5.300 m. a causa del gran caldo e delle condizioni estremamente pericolose della parete. Rivolgono quindi la loro attenzione sulla cresta nord ma si ritirano per la troppa neve fresca.

2007
Tentativo degli americani Bean Bower e Josh Wharton

Luglio 2008
Secondo tentativo di Wharton e Bowers che tentano la cresta ma sono avversati dal maltempo. Due soli giorni di bel tempo non permettono che il raggiungimento di 5500 m. di quota prima del ritiro.

Luglio 2009
Josh Wharton, Colin Haley e Dylan Johnson sono respinti dalla cresta nord del Latok I , dopo aver bivaccato a quota 5830 metri.

Luglio-agosto 2009
Álvaro Novellón e Óscar Pérez tentano la cresta raggiungendo circa i 5.800 m per le pessime condizioni della neve.
Decidono quindi di cambiare obiettivo focalizzandosi sul Latok II (7.108 m) dove riusciranno nella prima salita completa della cresta nord-ovest. Questa notevole scalata purtroppo finirà in tragedia, quando per una caduta durante la discesa rimane gravemente ferito Pérez. Nell’impossibilità di trasportare il compagno, Novellón scende da solo per chiedere aiuto, creando una grande mobilitazione internazionale di salvataggio.
Immobilizzato a 6500 metri sulla cresta nord-ovest del Latok II con una gamba e una mano fratturate, abbandonato alla sua sorte, per Óscar Pérez non fu più possibile alcun soccorso.

Luglio 2010
I Giri-Giri Boys Fumitaka Ichimura, Yusuke Sato e Katsutaka ‘Jumbo’ Yokoyama si ritirano dalla cresta nord a circa 5.900 metri per le condizioni di neve molto pericolose. Prima di questo tentativo la squadra aveva provato l’impressionante parete nord raggiungendo un’altezza di circa 5.900 metri.

Giugno-luglio 2011
Ermanno Salvaterra, Andrea Sarchi, Cege Ravaschietto, Marco Majori e Bruno Mottini.
Dopo aver passato 6 giorni in parete e aver raggiunto quota 5.300 metri circa sono costretti al ritiro per il maltempo e pericolo di valanghe.

Luglio-agosto 2012
Tentativo dei russi Oleg Koltunov, Vyacheslav Ivanov, Shaman Valera e Ruslan Kirichenko.

2015
Thomas Huber rinuncia al tentativo per condizioni impossibili della parete

Agosto 2016
Thomas Huber al Latok I con Toni Gutsch, Sebi Brutscher, Max Reichel e gli statunitensi Jim Donini, George Lowe e Thom Engelbach . George e Jim, reduci del 1978, assieme a Thom per una scalata commemorativa in un 6000 della zona. Il dramma sull’Ogre II e la scomparsa dei fortissimi Adamson e Webster, spingono Thomas Huber a prendere parte a un tentativo di salvataggio, con salita della cresta a 6200 mt sull’Ogre II, dopo le infruttuose ricerche in elicottero. Il team, nonostante Huber volesse fare un tentativo, decide di non affrontare la cresta del Latok I per le condizioni della parete, oltre al segno lasciato dal dramma sull’Ogre II

Luglio-Agosto 2018
Tentativo dei russi Alexander Gukov e Sergey Glazunov. Sergey Glazunov guida da primo l’ultimo tiro su una torre in uscita dalla cresta Nord, convinto di essere in cima . Al rientro, Glazunov muore per caduta e Gukov rimane bloccato per giorni a 6200 metri, prima del salvataggio in extremis, compiuto dai coraggiosi piloti dell’Askari Aviation militare, tramite longline. Proprio in questi giorni Gukov, dall’ospedale, testimonia che secondo lui hanno scalato tutta la cresta ma che la torre era circa 50 metri più in basso della vera cima. Analizzando la topologia, se verrà confermata questa versione, la cresta nord è stata integralmente scalata. Il team anglo sloveno composto da Cesen, Livingstone e Strazar, compie una salita della cresta nord “per 2/3, poi traversando sul colle tra Latok I e II, transitando sulla Sud per arrivare in cima..la linea più sicura e logica per noi..” . Insomma, una variante della via del 1978 con probabili innesti su vie già percorse, parzialmente, ma comunque seconda assoluta del Latok I. Thomas Huber è in arrivo sulla montagna, al momento in cui scriviamo: vuole effettuare un tentativo dopo la consueta stagione, convinto che il riscaldamento globale possa aver posticipato i tempi proficui per un tentativo alla cresta Nord. Non sappiamo se ha cambiato idea…

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Le eccezionali immagini del drone pilotato da Bartek Bargiel, fratello dell’alpinista Andzrej ( impegnato nel tentativo di scalata del K2 e successiva discesa integrale in sci) , che mostrano Rick Allen sul Broad Peak , dato per disperso e probabilmente morto a seguito del mancato ritorno dal suo tentativo di vetta solitario.
Rick Allen, pellaccia durissima scozzese, era caduto per qualche centinaio di metri , fortunatamente senza gravi ferite, ma si era trovato fuori via.
Grazie all’aiuto del drone (e del cuoco della spedizione, il primo ad aver avvistato il suo zaino col telescopio da Campo Base) i soccorsi hanno felicemente incontrato e aiutato a scendere Rick, poi evacuato in elicottero.

bartek bargiel, pilot of drone

 

COMUNICATO UFFICIALE / DA LUDOVIC GIAMBASI, MANAGER DI ELIZABETH REVOL

Dopo aver parlato con Elisabeth, ecco la mia opinione sulla patologia che è stata probabilmente causa della morte di Tomek.

Tomek era  malato da alcuni giorni, con problemi digestivi. Come ogni altro problema di salute, anche minimo, questo ha  influenzato la capacità del corpo di acclimatarsi.

Elisabeth evoca molto bene l’enorme fatica che Tomek ha mostrato al suo arrivo sotto la vetta con l’aumento di ritmo respiratorio … “.

Ciò è dovuto alla dispnea (anormale mancanza di respiro sentito – uno dei primi segni di HAPE (edema polmonare di alta quota).

Immediatamente, all’inizio della discesa, Tomek aveva una tosse associata a dispnea, un segno di Irritazione alveolo-bronchiale dovuta alla presenza di liquido negli alveoli polmonari (essudato dai vasi) In questa fase, l’evoluzione patologica è sistematicamente fatale in assenza di una discesa veloce di quota, in quanto tutto il meccanismo di acclimatazione è sconfitto.

La cecità di Tomek può essere stata causata da diverse cose ( oftalmia della neve o emorragia o problema di ischemia retinica , in questo contesto).
Lo stato di Tomek è quindi peggiorato nonostante la discesa intorno ai 7300 metri.

Si può immaginare che Tomek avesse una soglia di acclimatazione (altitudine al di sopra della quale il suo corpo non è in grado di acclimatarsi fisiologicamente) che era tra l’altitudine massima raggiunta da Tomek in passato e la cima del Nanga Parbat (soglia inferiore, comunque, a causa dello stato infiammatorio puntuale dovuto al suo problema gastrico.

Elisabetta descrive molto bene di aver notato “tracce di sangue nella barba di Tomek …. ” è il sintomo finale dell’edema polmonare … un ” essudato schiumoso rosa ” che corrisponde alle secrezioni bronchiali ,con un po ‘di sangue dalle lesioni alveolari.

L’HAPE di TOMEK era nella sua fase finale, la sua saturazione di ossigeno doveva essere particolarmente compromessa e la sua capacità di progredire a causa della mancanza di carburante (= ossigeno) al suo minimo (da qui l’abbandono per risalire fino a raggiungere campo 2 o 3)

Sembra che Tomek non abbia avuto edema cerebrale in alta quota perché non ci sono segni neurologici presenti in quello che mi dice Elisabeth: è rimasto coerente, non delirante e cosciente fino a molto tardi. nella fessura probabilmente dovuta alla profonda ipossia).

Tomek molto probabilmente è morto nelle ore successive (3,4,5 ore) addormentandosi senza soffrire affatto.

tomek mackiewitz

 

Un po ‘di opinione personale sulle allucinazioni di Elizabeth . Questi non sono dovuti a edema cerebrale secondo me  … ha recuperato la sua scarpa e ha avuto la lucidità di scendere.

L’edema cerebrale, come l’edema polmonare, sarebbe aumentato senza alcun miglioramento e si sarebbe trasformato in coma, poi in certa morte senza una rapida e completa discesa.

Dott. Frédéric CHAMPLY
medico dell’unità medica di alta montagna degli Ospedali del Paese del Monte Bianco
Capo del dipartimento di emergenza / Medicina di montagna
Responsabile di SEMES SEMI_
Ospedali del Monte Bianco
380 Hospital Street
74700 SALLANCHES

“SOS frostbite” è una linea aperta H24 / 7J al termine della quale un medico di montagna del nostro team risponde e fornisce consigli sul congelamento, sul congelamento del grado (stadio) e consiglia … la consulenza è gratuita – +33 4 50 47 30 97