Tributo a Yiannis Torelli

scritto di Panos Athanasiadis

Quando consideriamo che alpinisti esperti e attenti come Emilio Comici, Renato Casarotto e Korra Pesce sono morti inaspettatamente, in incidenti che non “sarebbero dovuti accadere”, saremmo anche tentati di pensare che esista il destino. Eppure, il sinonimo di destino è fortuna, e anche nella rappresentazione dell’antico Dramma teatrale greco,destino e fortuna sono indissolubilmente legati. Eppure tutti noi che scaliamo, sappiamo che abbiamo sfiorato la possibilità di morire in montagna, e capiamo cosa significa “arrivare all’incrocio di strade e incontrare il diavolo”…

Yiannis Torelli su “Koralli” primo 8a in Greece,1995

Non molti giorni fa si sono verificati in Grecia una serie di incidenti in montagna dove la mancanza di un
servizio nazionale di soccorso alpino ha purtroppo contribuito all’esito fatale di questi eventi.

Tra coloro che potrebbero essere ancora con noi oggi – ma purtroppo non lo sono più – c’è Yiannis Torelli, maggior esponente degli sviluppi dell’arrampicata in Grecia negli ultimi 30 anni.

Un uomo di grande carisma, tranquillo e di carattere autentico e sincero , ha guidato la scena dell’arrampicata sportiva in Grecia per oltre due decenni, contribuendo ad aumentare il livello di difficoltà sul calcare locale ; e diventato, negli anni più recenti, anche protagonista nella scena dell’arrampicata invernale del paese ellenico. Yiannis è stato il primo in Grecia a salire vie di grado 7b+/7c (1992/93), poi 8a/8a+ (1995/96) e 8b (1997). E non ha scalato questi gradi in viaggi
all’estero ma aprendo nuove falesie e centinaia di nuove vie nel proprio paese, come a Kalogria e in ogni altra falesia greca di livello internazionale, alzando i limiti di ciò che si pensava possibile all’epoca e ispirando i giovani alpinisti più talentuosi per 30 anni.
Spingendo i limiti di difficoltà a questi gradi ha applicato la sua maestria ad alcune delle pareti più difficili in Grecia, aprendo nuove vie con i compagni, sempre in perfetto stile.

Sport climbing aLeonidio, Grecia

Esempi delle sue realizzazioni includono percorsi estremamente delicati e difficili sul monte Parnassos (Δόγμα / Doctrine, ED+, VIII A1, 500m nel 2002;
Χρυσή Τομή / Sezione Aurea, ED+, VIII+ A2 nel 2005) e sulmonte Tymfi (Torelli – Thanopoulou, VIII, 500 m nel 2015); le sue vie contano pochissime ripetizioni.

Con il passare degli anni, Yiannis ha trasferito la sua visione dell’arrampicata sui gradi più difficili anche all’arrampicata invernale, conducendo grandi imprese alpinistiche in luoghi che avevano attratto, ma anche respinto, molti altri alpinisti esperti del paese. Tra le altre vie di arrampicata su ghiaccio e misto, vale la pena menzionare quelle sul monte Tzoumerka : Μεταξύ φθοράς και αφθαρσίας / Caso limite, V, WI5 M5, 480 m (2017), Τόξο / Arco, V, WI6, 450 m (2017) e Και μη χειρότερα / Non peggio, WI5+ M8, 380 m (2019).


Uno dei capolavori invernali di Yiannis: “Borderline case”, WI5 M5, 480m, salito
nel 2017 con Yiannis Theocharopoulos e Vanias Mavropoulos
Yiannis mostra una straordinaria agilità all’età di 53 anni durante l’apertura di una delle più dure arrampicate su ghiaccio in Grecia (“No Worse”, WI5+ M8, 380m, salito nel 2019 con Yiannis Theocharopoulos).

Yiannis Torelli, di radici paterne italiane (come indicato dal suo cognome), era altamente rispettato dalla comunità alpinistica greca per la sua etica e la sua dedizione alla dimensione verticale. Era, inoltre, un pittore appassionato con un’estetica molto sviluppata.

La micidiale valanga di lastroni che ha travolto i tre alpinisti nel febbraio 2022.
Photo credits: https://anevenontas.gr

Yiannis è morto all’età di 56 anni dopo essere stato travolto da una valanga mortale a lastroni insieme ai suoi compagni di cordata Thanasis Sotiropoulos e Panos Tekos ; il team si stava avvicinando a un’altra sbalorditiva cascata di ghiaccio, sospesa sopra il mitologico Stige, sul monte Helmos, dove Teti immerse Achille renderlo invulnerabile (tranne per il suo famoso Tallone).

Addio Yianni.

Panos Athanasiadis (*)

 

(*) Panos Athanasiadis è un alpinista greco, rocciatore, slackliner; lavora come scienziato meteorologo a Bologna.

 

Jost at highest point,7366mt on West Ridge, first attempt 2020

Due anni fa, quando Jost Kobusch – un giovane alpinista tedesco classe 1992 – annunciò di voler provare a salire la via della Cresta Ovest dell’Everest, in solitaria, in stile alpino leggero, in inverno (!), i media e la comunità alpinistica hanno sollevato dubbi e stupore: chi è questo ragazzo? È abbastanza qualificato per affrontare una sfida del genere?

Breve Storia della Cresta Nord Ovest,Everest

La cresta Nord Ovest è una via molto lunga e tecnicamente difficile che è stata tentata raramente. Dal Campo Base si parte con una parete fino al Col LhoLa (6.000 mt) poi un’altra difficile parete di misto fino a 6.600 mt, dove inizia la lunga Cresta di 3 km – che porta in vetta; Tom Hornbein e Willi Unsoeld hanno scalato una parte della West Ridge, poi hanno attraversato l’Hornbein Colouir nel 1963; il primo tentativo di una via diretta della Cresta Ovest fu effettuato da una spedizione francese nel 1974 che finì in tragedia: 6 alpinisti morirono sotto una valanga. Poi, una forte squadra jugoslava, con l’aiuto di alcuni sherpa, la scalò per la prima volta nel 1979 utilizzando 18 tonnellate di attrezzatura. Infine, Hristo Bodanov, un forte scalatore bulgaro, fece la prima via in solitaria della West Ridge nel 1984 ma morì in discesa.

Jost Kobusch : ritratto

Nonostante la giovane età, Jost ha un’etica dell’arrampicata abbastanza rigorosa; persegue lo stile alpino, senza O2, senza supporto di sherpa per quanto possibile; dopo aver salito alcune vie delle Alpi a vent’anni, ha fatto la sua prima spedizione asiatica nel 2013, dove ha scalato una vetta di 4.000 metri e provato il Pik Lenin, senza salire in vetta; poi ha salito l’Ama Dablam nel 2014, l’Annapurna nel 2016, poi nell’ottobre 2017 ha salito in solitaria l’allora inviolata Nangpai Gosum II di 7.296mt, una vetta tra Nepal e Cina (  ) . Per questa salita è stato finalista del Premio Piolet D’Or.

2019-2020: primo tentativo di Jost

Quando Jost ha annunciato il suo primo tentativo di Everest sui social, sono seguiti dibattiti su di lui ; Jost non ha risposto nè polemizzato, ha iniziato la sua spedizione scalando un paio di cime di 6.000 mt – di cui una di 6.300 mt poi inviolata – per acclimatamento, poi ha fatto molte rotazioni dal suo Campo Base – assistito da un solo cuoco e per qualche tempo da un suo amico fotografo – salendo la prima difficile parete fino al passo di LhoLa (6.000mt), dove ha allestito un campo deposito nascondiglio con una minuscola tenda; poi, lentamente ma costantemente, ha salito un altro ripido tratto di misto arrivando sulla Cresta Ovest vera e propria e raggiungendo una quota massima di quasi 7.400 mt, prima di tornare indietro dopo due mesi di spedizione: un risultato straordinario, senza ombra di dubbio, come primo tentativo.

2021-2022: Secondo tentativo in corso: West Ridge e Hornbein Colouir

Jost Kobusch ha annunciato il suo secondo tentativo lo scorso autunno inoltrato.
Ancora una volta, le voci critiche si sono subito alzate – soprattutto in Europa: alcuni tedeschi hanno messo in dubbio alcune sue scalate del passato, più che altro per come sono state annunciate (“il più giovane sull’Ama Dablam”…) che per questioni serie; qualcun altro ha puntato il dito sui post nei social network – considerati come “ambigui nelle sue intenzioni” o scritti come fossero fatti da un  “Public Relation manager”. Tra questi, in un bell’articolo di Angela Benavides su Explorersweb, Reinhold Messner ha dichiarato: “È tutto PR. Ha detto che ha solo l’1% di possibilità. Se è così, dovrebbe rimanere sulle Alpi, realizzare scalate più piccole o scalare prima degli impegnativi 6.000 o 7.000”.
Sono rimasto piuttosto sorpreso da queste critiche di “PR”. Innanzitutto Jost Kobusch ha un pubblico social buono ma limitato – rispetto a molti altri climber “star” dell’alpinismo: circa 22.000 followers su Instagram e 15.000 su Facebook. Ha un paio di buoni sponsor, ma sicuramente non è assolutamente un “influencer sociale” o un tipo di post “PR”.
Secondo, e più importante: Jost Kobusch ha comunque scalato già alcuni 6000 e 7000 non certo semplici, e ha dichiarato che questo secondo tentativo aveva un obiettivo intermedio che è cercare di raggiungere una quota di 8.000 mt, possibilmente accedere all’Hornbein Colouir, perché nella sua salita del 2019 ha notato che forti venti fino alla Cresta e le condizioni generali erano davvero pericolose ; quindi ha deciso di puntare a seguire una variante della via jugoslava e alla soluzione adottata daHorbein/Unsold.

Ha chiaramente specificato che l’obiettivo finale di scalare la vetta dell’Everest , in solo e invernale, lungo questa via, avrà senz’altro bisogno di una terza spedizione.

Comunque, in questo secondo tentativo Jost Kobusch ha fatto una fase di acclimatamento che è consistita nella scalata di due cime, di cui una prima inviolata, denominata Purbung (6.500mt).
Ho raggiunto Jost Kobusch, che attualmente sta riposando presso la Pyramid Italian Research Station vicino a Lobuche, e mi ha rilasciato un’intervista vocale. Ho avuto un’ottima impressione generale su di lui: ha un atteggiamento e una voce molto calma, gentile; ha risposto a qualsiasi domanda con molti dettagli sulla sua strategia. La filosofia di Jost sulla scalata in solitaria dell’Everest potrebbe essere riassunta in queste parole: “esplorare l’ignoto, imparare passo dopo passo, in questo grande progetto è la mia più grande soddisfazione e la vera ricompensa”

Intervista a Jost Kobusch

Prima di tutto vorrei sapere da te le condizioni generali della via che hai salito finora. Seguendo il tuo tracker, ho notato che sei arrivato a 6.450mt – quasi alla fine della parete prima di re il Ridge “simile ad un altopiano”. Quella sezione era sicura? Sembrava minacciata da un enorme seracco .

Le condizioni rispetto all’ultima volta sono decisamente più gelide; Penso che ci sia stato più sole con temperature più calde che hanno portato a questa condizione e quando alla fine ha nevicato era già così ghiacciato che la neve è appena scivolata giù Quindi è un po’ più difficile affrontare la parete che porta verso LhoLa. Ho seguito una linea leggermente diversa per evitare pericoli oggettivi come valanghe E poi da LhoLa fino al punto che hai indicato, sembra di essere sotto questo enorme seracco che sembra molto pericoloso, ma in realtà è abbastanza sicuro. È riparato dalle rocce in quel muro. Quelle rocce mi proteggevano da pezzi di ghiaccio e rocce che cadevano, con conformazioni naturali che deviano i pericoli. Lassù c’è una sezione mista su roccia e ghiaccio sul lato sinistro di dove tutte le palle di ghiaccio cadrebbero. Ad ogni modo, la via è cambiata molto in condizioni rispetto al mio primo tentativo. Ho visto molti potenziali pericoli.

Avevi pianificato di stabilire un campo nascosto al LhoLa Pass come nel tuo tentativo del 2019? Quanto pesa lo zaino che porti,mediamente, a ogni tentativo?

Quest’anno non ho un campo base: sto vicino al villaggio di Lobuche – ora, nel cosiddetto Pyramid Research Center; così ho stabilito una specie di campo base avanzato a 5.700 m ed è lì che ho il nascondiglio, a metà del passo di LhoLa, nel mezzo della parete sotto una scogliera, abbastanza protetto. Quindi, quando vado sulla strada posso raggiungere il campo avanzato in poche ore. Il mio zaino pesava.. direi che è di circa 16-18 kg, intendo per la spedizione invernale sei più difensivo quindi porti più isolamento, più ga Ci sono più cose a cui piace una pala per stabilire il campo e quindi il mio ritmo è solo più lento perché voglio essere più sicuro e sai, considerando che il margine di errore è più piccolo..

Il tuo obiettivo per questo 2° tentativo è di raggiungere quota 8.000 mt accedendo all’Hornbein Colouir. Qual è la tua strategia prevista per le prossime rotazioni?

Penso che metterò un campo “due” dove mi avete visto l’ultima volta nel punto più alto (6.457mt). L’ultima volta un palo si è rotto, quindi devo ripararlo e portare dell’attrezzatura in più. Quindi penso che avrei un altro campo sopra quello e poi andrei con un peso leggero e metterei un ultimo campo dietro la cresta, per evitare i forti venti. E poi il piano sarebbe quello di attraversare Hornbein Colouir. Voglio dire, questo è il piano. Vediamo come funziona. Potrebbe benissimo essere che metterò più campi, pensando a potenziali temporali in arrivo o al maltempo che mi costringerà a bivaccare.
Strategia ..beh, questo progetto è enorme e personalmente credo che nessun altro progetto potrebbe prepararmi a questo, meglio del progetto stesso; quindi l’idea è che vai, provi i movimenti, impari molto, torni indietro, provi la stessa sezione, finché non sei finalmente in grado di salire in sicurezza.. e vedremo come funziona questo approccio “lento”.

Questa per me èl’esplorazione . Concentrarsi sull’apprendimento, imparare il più possibile.

Le possibilità di successo sono piccole ma ad ogni tentativo aumentano di un poco. Sì. E quindi, voglio dire, quello che mi piace davvero di questo progetto è questo viaggio nell’ignoto. È solo, sì, sono davvero curioso di sapere cosa scoprire lì ,perché nessuno lo sa e sono davvero curioso di sapere cosa sarò in grado di fare.

Quindi penso che questa curiosità sia il motore principale del progetto.

Premessa

Angela Benavides, bravissima e veterana giornalista di montagna,  corrispondente di ExplorersWeb, ha pubblicato un bellissimo articolo con intervista a un trio di alpinisti georgiani, che fuori dai radar dei grandi media hanno compiuto una eccezionale scalata in Hindukush. Con grande gentilezza, Angela e lo staff di ExplorersWeb ci hanno autorizzato alla presente traduzione in italiano. Li ringraziamo vivamente !  ( Federico Bernardi, Montagnamagica )

Saraghrar, la Montagna Dimenticata

di Angela Benavides, 11/10/2021 (tutti i diritti testo e foto ExplorersWeb)

Il mese scorso, gli eventi sul Rakaposhi [salvataggio di alpinisti bloccati con polemiche,NdT] e sul Manaslu [le polemiche sulla vera cima,NdT hanno oscurato i risultati di un piccolo team che ha scalato una vetta isolata nell’Hindu Kush.

Archil Badriashvili, Baqar Gelashvili e Georgi Tepnadze, alpinisti della Georgia non hanno avuto modo di comunicare con il mondo esterno. Si sono concentrati completamente sulla parete rocciosa a strapiombo della montagna. Non hanno avuto nemmeno necessità di soccorso e si sono tenuti lontani da ogni controversia. Ma la loro prima salita sul Saraghrar, raramente tentata e mai completata, finirà nella rosa delle migliori scalate dell’anno.

Il leader Archil Badriashvili ha condiviso un rapporto completo sulla scalata. Tuttavia, abbiamo voluto saperne di più : sul background del team, sulla spedizione e sulla sua posizione remota nella Rosh Gol Valley. Questo angolo nascosto del mondo è abbastanza vicino all’Afghanistan, devastato dalla guerra, quindi non attira molte spedizioni. È anche abbastanza remoto da attirare solo piccoli team autosufficienti.

il massiccio del Saraghrar 

 

La valle di Rosh Gol, al confine tra Afghanistan e Pakistan, è uno dei tesori dimenticati dell’Hindu Kush. È un posto bellissimo circondato da quattro ripide vette dai 6.000 fino ai 7.000 mt. Il massiccio del Saraghrar ha una manciata di cime (con la vetta principale che sale fino a 7.349 m), che ricordano una corona . L’unica cima inviolata era la cima Nord Ovest, a 7300 mt e appare eccezionalmente bella, vista dalla valle. La parete Nord Ovest ha una linea logica e ha catturato il nostro interesse a prima vista. — Archil Badriashvili

 la via sul Saraghrar

Intervista ad Archil Badriashvili

Perché avete scelto il Saraghrar e quanto tempo ci è voluto per preparare una spedizione in un luogo così remoto?

La preparazione è iniziata un anno fa, subito dopo aver studiato la regione e scoperto la Rosh Gol Valley dell’Hindu Kush. Era qualcosa di diverso da quello che abbiamo visto in Himalaya e persino in Karakorum. I preparativi sono iniziati scalando nel Caucaso. Poi abbiamo fatto una spedizione al Makalu la scorsa primavera; ci siamo dedicati direttamente a salite tecniche estive, più un po’ di arrampicata sportiva e mista.

 

L’Hindu Kush non è esattamente un luogo di arrampicata popolare. Perché così pochi alpinisti vengono qui?

Le montagne sono enormi, ripide e forse interessanti solo per alpinisti estremi. Dopo la guerra sovietico-afghana, c’è stata pochissima attività nell’Hindu Kush. Saraghrar, per esempio, è la vetta più attraente di quella zona, ma ho visto solo due salite dagli anni ’70. Questo e la guerra in corso nel vicino Afghanistan potrebbero essere le ragioni per cui si ignor questa parte del Pakistan. In realtà, abbiamo apprezzato l’ospitalità delle persone durante l’intero viaggio.

Prima del Saraghrar avete scalato altre cime della zona per acclimatarti?

Sì, avevamo bisogno di acclimatarci, quindi prima abbiamo visitato “la sposa dell’Hindu Kush”, il Languta-e-Barfi, e l’abbiamo scalata il 25 agosto. È una montagna bellissima, sempre di un bianco brillante, coperta di ghiaccio e neve . Spicca ed è visibile da tutta la vallata. Abbiamo scalato la sua parete sud, sul versante pakistano della montagna. Una spedizione neozelandese ha tentato di farlo nel 2014, ma si sono ritirati sulla cresta sommitale.Il livello di difficoltà moderato del Languta-e-Barfi ci ha permesso di arrampicare veloci e leggeri e di adattarci adeguatamente all’altitudine. Ai piedi della montagna abbiamo scelto come linea il versante destro della parete. Quella stessa notte, abbiamo iniziato.

 la linea sul Barfi

La pendenza diventava sempre più ripida man mano che salivamo. La metà superiore era per lo più ghiaccio secco, misto a sabbia e pietre, intorno ai 60°. Quel giorno abbiamo guadagnato 1.400 mt, salendo fino alla cresta a circa 6.400 mt. Il giorno successivo, siamo arrivati ​​in vetta. Per la prima volta ci siamo affacciati sul versante afghano del massiccio. Lo stesso giorno, ci siamo calati in corda doppia.

in vetta al Barfi

Una volta arrivati al Saraghrar, avevate le idee chiare su quale linea seguire su quella parete massiccia? Parlaci della via.

Avevamo tre potenziali linee di ascesa da considerare. Naturalmente, la realtà è stata diversa una volta che siamo arrivati. La linea che alla fine abbiamo scelto era più lunga e complessa del previsto. L’idea di utilizzare i giorni più freddi di fine agosto e settembre è stata di per sé un esperimento, poiché non avevo trovato relazioni su scalate autunnali. Tuttavia, il piano ha funzionato bene .

La salita è stata intensa e variegata. In un primo momento, abbiamo seguito un “supercouloir”. Il secondo giorno, abbiamo continuato sulle pareti a sinistra. Abbiamo passato i giorni successivi a scalare dozzine di pareti di granito, super complesse. Certi giorni siamo avanzati solo di due o tre tiri!

primi tiri a 6300mt sul granito del Saraghrar

a 6900mt 

Abbiamo trascorso le notti su piccole cenge nella nostra tendina. Una volta siamo stati costretti a un bivacco all’aperto, molto esposto. La parete è finalmente terminata a circa 7.130 mt, con i tiri più difficili.

 la difficile cresta a 7100mt

Da lì, una cresta incorniciata e affilata come una lama ci ha portato alla cima  “Nord Ovest II”, scalata da una squadra catalana nel 1982. Ci siamo accampati vicino al loro punto più alto.

La mattina seguente era ventoso e nuvoloso. Il nostro lavoro verso la vetta ha comportato una variazione del tracciato, qualche ripido firn e un ultimo tiro di misto. Poi, finalmente, siamo arrivati in cima, molto felici!

 summit! la cima Nord Ovest del Sarghrar

 

Avete mai trovato le condizioni  affrontate troppo difficili o troppo rischiose?

Si,entrambe! Abbiamo avuto difficoltà tecniche costanti. Ci sono stati anche momenti rischiosi. In parete abbiamo dovuto affrontare anche tiri folli e momenti di incertezza. Per fortuna, mai per troppo tempo. Puoi immaginae quando ti senti bene ma non riesci a salire più di tre tiri al giorno per un paio di giorni. E metà dei bivacchi sono stati… orribili!

 la difficile e tecnica cresta a 7100mt

Un altro problema è stata la discesa. Abbiamo esplorato tutte le varianti e scelto l’opzione più sicura: scendere dalla stessa parete. Ci siamo riusciti in un giorno, calando in corda doppia circa 35 volte, senza soste, fino ai piedi della montagna.

Mentre eravate al Saraghrar, un’emergenza sul Rakaposhi ha causato un immediato bisogno di soccorritori, c’e stata una richiesta di aiuto per qualsiasi alpinista acclimatato che fosse in Pakistan. Avete risposto alla chiamata, vero?

La sera dopo il nostro ritorno al campo base, abbiamo appreso della situazione sul Rakaposhi e abbiamo segnalato che eravamo pronti ad aiutare. Per fortuna, gli uomini del posto sono riusciti a portare a termine l’operazione con successo. Per quanto riguarda le polemiche… La cosa più importante è che quegli scalatori ne siano usciti vivi.

Parlaci della squadra. Avete salito insieme alcune vie molto interessanti: come mai non avete così tanta stampa?

Il nostro team georgiano è fantastico, ci divertiamo tutti a vicenda. Giorgi Tepnadze è implacabile: scaliamo da otto anni e insieme abbiamo fatto del nostro meglio. Baqar Gelashvili è stato con noi per la maggior parte delle nostre scalate himalayane. Sia Giorgi che Baqar lavorano come soccorritori di sci. Sono organizzatore delle nostre spedizioni. Tutti noi siamo Guide in montagna.

Per quanto riguarda la stampa… ci devono essere diversi motivi per cui non siamo spesso sotto i riflettori. Uno, le nostre scalate (e la vita in generale) sono rimaste nascoste quando la Georgia non era libera (indipendente), e anni difficili sono continuati dopo l’indipendenza.  Personalmente, abbiamo iniziato a inviare regolarmente resoconti dei nostri viaggi solo dal 2017, principalmente all’American Alpine Journal e ad alcuni media, di tanto in tanto.

Il Manaslu è stato molto  presente nelle notizie degli ultimi tempi. Hai scalato in quella zona, ma invece del Manaslu, avete scelto vette vergini nelle vicinanze. Immagino che non vi piaccia la folla?

Ah, il Manaslu… Abbiamo visto quella grande montagna da angolazioni molto interessanti. Giorgi, Baqar e io abbiamo scalato tre vette vergini in due spedizioni in quella regione. Ma abbiamo anche avuto un sacco di tempo per scambiare opinioni sui molti volti e sulle possibilità del Manaslu.

La maggior parte delle salite che abbiamo fatto si sono svolte in zone non affollate. Il Manaslu, al contrario, è oggi una delle vette d’alta quota più sovraffollate, insieme all’Everest. Ad essere onesti, una delle cose che mi piace di più è guardare panorami freschi e spettacolari sulle “nostre vette” [che, intorno al Manaslu, erano Larkya I, Pangpoche I e Pangpoche II-s].

Qual è il futuro per te e il tuo team?

Giorgi ed io non vediamo l’ora di tornare sulle montagne più alte. In precedenza abbiamo avuto spedizioni autunnali ed estive al Nanga Parbat nel 2019 e a Makalu quest’anno. Abbiamo adorato le montagne che abbiamo visitato e abbiamo ancora alcuni magnifici 8000 nel nostro mirino, ma il tempo lo dirà!

Introduzione

Quando ho visto arrivare un’e-mail dal grande alpinista russo Dmitry Golovchenko, ho subito pensato : “che diavolo di scalata avranno fatto stavolta ?” Infatti, il team formato da Dmitry Golovchenko e dai suoi due affiatati compagni Sergey Nilov e Dmitry Grigorev si era già distinto nel 2016 per aver vinto un Piolet D’Or con un’incredibile direttissima sul Thalay Sagar in India ; gli stessi Golovchenko e Nilov, stavolta assieme ad Alexander Lange, avevano già ricevuto il prestigioso Premio nel 2013 per aver scalato lo sperone Nord Est della Muztagh Tower in Pakistan. Ricordiamo infine l’incredibile avventura di Dmitry Golovchenko e Sergey Nilov sull’allora inviolata parete Jannu East del Nepal, 17 giorni in parete, conclusi con la prima traversata della gigantesca montagna su terreno a loro sconosciuto e molto difficile, senza cibo né acqua negli ultimi 4 giorni.

Detto questo, era facile intuire che questi fortissimi russi, appartenenti al mitico Club Alpino Demchenko di Mosca,  avessero compiuto un’altra scalata di notevole livello; infatti, lo scorso Agosto hanno puntato su uno dei luoghi più remoti e selvaggi dell’Asia – precisamente in Kirghizistan : il Tien-Shan – la catena montuosa asiatica più a settentrione, con affascinanti vette tra i 6000 e oltre i 7000, come i conosciuti Peak Pobeda e il Khan Tengri – per intraprendere una nuova via sulla parete Sud Ovest del Military Topographers Peak (6873mt, 3° picco in elevazione dopo quelli summenzionati), montagna che si trova sul confine orientale del Kirghizistan con la regione cinese dello Xinjiang.

Il trio ha iniziato la spedizione al campo base meridionale del ghiacciaio Inchylek il 10 agosto; dopo il lungo avvicinamento e acclimatamento, la scalata è partita dal Crepaccio terminale sotto la parete il 20 agosto , per concludersi con il raggiungimento della vetta il 27 agosto.

Il nome dato dai russi alla loro linea è “Improptu” (“Improvvisazione” in latino) ;  lunghezza della via 3000mt per 63 tiri totali, dislivello 2000mt, grado russo 5b, 55° ; compiuta in stile alpino, tranne un tratto iniziale il 1° giorno e un breve tratto finale, attrezzati su corda fissa, il giorno in vetta.

  la via sulla parete Sud del Military Topographers Peak- SudOvest (ph) Gleb Sokolov

Intervista a Dmitry Golovchenko

Ho intervistato Dmitry Golovchenko per avere maggiori dettagli ed ecco cosa mi ha raccontato :

D. Avete pianificato da subito l’obiettivo di una nuova linea sul Military Topographers Peak o eravate aperti ad altre scelte?

R.Sì, questo è stato il piano fin dall’inizio. E sapevamo anche che avremmo sconfinato sul lato cinese (a sud) della montagna. C’erano molte variantipossibili e inizialmente ci aspettavamo di affrontare una via in stile “big wall” e quindi ci siamo portati anche tutta l’attrezzatura necessaria ; in seguito, una volta sul ghiacciaio sotto alla parete, abbiamo trovato questa linea [su terreno meno roccioso,NdR] e abbiamo deciso di provarla.

D.Avete raggiunto il campo base meridionale del ghiacciaio Inylchek il 10 agosto, quindi avete trascorso 7-8 giorni per acclimatarvi e portare l’attrezzatura al Colle Chonteren – che si trova vicino alla parete del Peak Pobeda, giusto ?

R.Corretto. Siamo partiti lo stesso giorno in cui siamo arrivati: abbiamo preso 1 corda a testa , un po’ di attrezzatura e cibo e l’abbiamo trasportata fino al primo luogo che potevamo raggiungere. Il giorno dopo ne abbiamo presa di più e siamo andati più in alto… C’era parecchia neve sul ghiacciaio Zvezdochka, ma abbiamo trovato le tracce di un’altra squadra russa che aveva tentato l’East Pobeda. Più tardi abbiamo capito che questo percorso non era il miglior avvicinamento possibile, quindi abbiamo deviato su un altro tracciato,dall’altra parte del ghiacciaio.

D. Questa potrebbe essere una domanda scomoda, ma..per quanto hai detto sopra, quando avete attraversato e sceso il Chonteren Pass a 5500 mt fino al ghiacciaio sotto la parete Sud Ovest del “Topographov Peak” vi siete trovati in territorio cinese. Non eravate preoccupato di non avere il permesso  o avete pensato che non ci fossero problemi, visto che il luogo è talmente remoto e non frequentato nemmeno da militari ?

R.In effetti, la montagna è in Cina perché questo territorio è stato venduto ai cinesi circa 20 anni fa. E alcune montagne ex “sovietiche” sono quindi …in Cina. Quindi in realtà ci sono stati molti casi di violazione dei confini cinesi. Nel nostro caso particolare – no, non eravamo preoccupati. Abbiamo avuto la stessa esperienza sul Kyzyl-Asker (la nostra via è in territorio cinese) ed eravamo abbastanza sicuri che non avremmo avuto problemi.

D.La linea da voi scelta corre a destra della Cresta Sud Ovest ..dalle foto sembra che l’arrampicata fosse quasi tutta su colouir innevati, poi su cresta con enormi cornici e alcuni tratti di misto, giusto ? Come erano le condizioni generali della neve e del terreno che avete scalato?

R.La linea si sviluppa sul lato sud della vetta. Ma hai ragione sul fatto che la maggior parte erano sezioni di ghiaccio e neve. Le condizioni generali erano buone, neve non troppo profonda, ghiaccio non troppo duro. Ma abbiamo percorso anche alcuni tratti difficili con ghiaccio sciolto e neve alta.

 Seracco sulla via (ph Dmitry Golovchenko)

D.Avete scalato in stile alpino come di consueto nelle vostre precedenti spedizioni o avete attrezzato alcuni tratti con corde fisse? Quanta attrezzatura avevate con voi ?

R.Avevamo molta attrezzatura per poter scalare una big wall (tranne il fatto che non avevamo un portaledge, aspettandoci di trovare cenge per bivaccare lungo la via). Ma in realtà la maggior parte di questa attrezzatura è rimasta sul fondo del sacco da trasporto. La maggior parte della via l’abbiamo salita in stile alpino. Abbiamo fissato due volte tutte e 4 le corde solo per aumentare la velocità per il giorno successivo: il primo giorno in cui abbiamo trovato un grande crepaccio e abbiamo deciso di mettere la nostra tenda all’interno, avendo a disposizione solo 2-3 ore di luce ; quindi 2 di noi (io e Sergey) siamo saliti  sistemando le corde mentre Dima allestiva lo spazio per la tenda; poi, un giorno prima della vetta il tempo è stato molto brutto e duro, avevamo programmato l’attacco alla vetta, ma le condizioni erano troppo difficili (vento forte + neve), quindi per non perdere un giorno abbiamo deciso almeno di sistemare le corde e tornare alla tenda, in attesa della schiarita per salire in cima.

D.Ci sono stati momenti difficili durante la scalata ?

R.Poco prima della vetta, come ti dicevo, abbiamo dovuto sopportare condizioni meteo molto dure ; poi Dimtry Gregorev si è ammalato, era abbastanza esausto e abbiamo dovuto fermarci per un po’, dopo la vetta siamo dovuti scendere molto velocemente a causa delle condizioni di Dima non buone , inclusi anche  congelamenti [ NdR: al ritorno a Mosca, i medici hanno appurato che Gregorev ha rischiato moltissimo, in quanto aveva sviluppato trombi ai polmoni; fortunatamente si è ripreso bene e velocemente ]

D.Puoi darmi una stima della pendenza media (50°?60°?) e quanti tiri avete affrontato, dal crepaccio terminale iniziale alla cresta sommitale? Vedo che hai proposto una difficoltà complessiva di 5b della via e una lunghezza di 3000mt (2023mt dislivello), corretto ? 

R.Approssimativamente le pendenze sono state tra i 50 e 65 gradi, devo ancora calcolare l’angolo medio, mi aspetto che dovrebbe essere in questo intervallo, diciamo 55°. Più in  alto è più ripido, potrei dirti: siamo partiti da sezioni sui 45° e più vicini alla vetta ne abbiamo percorsi alcuni a più di 60°. Per quanto riguarda il numero di tiri : 4 (corde fisse) 1° giorno, 13 il 2° giorno, 18 il 3° giorno, 9 il 4° giorno, 12 il 5° giorno, 4 fissati al giorno 6, zero al 7° giorno non appena avevamo programmato l’attacco  in vetta, ma Dima si è sentito male ; 3 tiri finali alla vetta del giorno 8 , quindi 63 tiri in totale. Abbiamo classificato questa linea come grado russo 5B, corretto. 

D.Leggendo la storia di scalate precedenti nella catena del Tian Shan – e considerando che è la zona più a Nord  con montagne a 7000mt  in Asia – ho capito che il meteo, anche in estate, può essere veramente rigido. Com’è andata durante la spedizione, visto che hai parlato di brutto meteo nella parte finale della scalata?

R.Sì, questa è una regione molto difficile per il meteoi: può essere caldo sul ghiacciaio durante una giornata soleggiata e tranquilla, ma non appena il sole scompare fa molto freddo; di solito ci sono forti venti e il meteo cambia molto velocemente! Questo è molto.. “bello” per la preparazione a scalate in Himalaya!

D.La via di discesa è stata leggermente diversa dalla via di salita o la stessa?

R.In realtà è stata  completamente diversa! E ciò è stato pianificato fin dall’inizio, avremmo disceso  a la cresta Ovest-Sudovest fino al colle Chonteren, dove avevamo anche lasciato materiale e scorte di cibo per 1 giorno.

parte della linea di discesa sulla Cresta Sud – (ph Dmitry Golovchenko)

D.Un’ultima domanda, Dmitry: questa  è stata  la terza via assoluta aperta sul Military Topographers Peak, dopo la via aperta sulla cresta meridionale (2006) e …dove è stata salita la seconda? Sulla cresta ovest? In quale anno ? Non sono riuscito a trovare informazioni certe a riguardo.

R.È la quarta linea aperta: la prima nel 1965 da Vodokhodov, Nord Ovest (Oest), la seconda nel 2003 da Korenev  sulla cresta Nord Est e la terzan nel2006 da Dzhuliy , cresta Sud –  la cresta discesa da noi, a fianco della nostra via evidenziata in rosso – come vedi abbiamo usato la foto presa da Gleb Sokolov, in quanto non ne avevamo fatta una così chiara dal Colle Chonteren !

Dmitry Golovchenko, Sergey Nilov, Dmitry Gregorev sul ghiacciaio (ph Dmitry Golovchenko)

discesa sulla cresta, 28 Agosto (ph Dmitry Golovchenko )

  

 

 

storia di una valle nascosta del Karakorum circondata da splendide pareti di granito

di Matteo Bedendo – alpinista, fotografo / edit Federico Bernardi per MontagnaMagica

Il Karakorum, alpinisticamente parlando, nell’immaginario collettivo , è spesso associato alle grandi vette che si ergono lungo il Ghiacciaio Baltoro, teatro di epiche spedizioni e scalate sin dall’inizio del 1900.

Il K2, i Gasherbrums, il Broad Peak, il Chogolisa e le Trango Towers , il Laila Peak : le montagne che richiamano alla mente grandi sfide del passato e del presente.

Eppure il Karakorum include decine di vallate più nascoste e meno conosciute, meno accessibili ma con vallate, ghiacciai, montagne e pareti di granito di straordinaria bellezza e potenzialità alpinistica, di altezze comprese tra i 4500 metri e gli oltre 7000, che riservano – ai pochi che vi si avventurano – emozioni e ricchezza di possibilità di esplorazione praticamente inesauribili.

Matteo Bedendo, un giovane e talentuoso fotografo e alpinista, ha esplorato, fotografato e scritto di uno di questi luoghi, nel 2016 : la Nangma Valley, situata a circa 50 km a sud e parallela al grande ghiacciaio del Baltoro e del K2.

Vi proponiamo di seguito il suo straordinario report storico e in calce all’articolo la gallery fotografica.

                                                  Nangma Valley – segnaposto sulla cima Amin Brakk (Google Maps)

La scorsa estate ho avuto il privilegio di fotografare la valle più sorprendente che abbia mai visto.

La valle di Nangma è un luogo esteticamente sublime, segretamente incastonato nel cuore del Karakorum.

Benché abbia visto qualche esploratore occidentale già negli anni sessanta, questa valle rimane tutt’ora sconosciuta a buona parte degli appassionati di alpinismo e arrampicata. Chiunque conosca questa catena montuosa ha probabilmente sentito parlare della valle di Charakusa, dominata dall’immensa parete nord del K6; tuttavia la valle che arriva a questa montagna da sud – chiamata Nangma – deve ancora mostrare a buona parte del mondo il suo immenso potenziale alpinistico e naturalistico.

Quando Eduard Koblmiller mise piede nella valle durante la vincente spedizione al K6 del 1970, la descrisse come un luogo di “insolita e primordiale bellezza”.

La valle di Nangma sembra un dipinto impressionista, fatta di contrasti di colore estremi e linee astratte che puntano il cielo con stupefacente verticalità. Qualcuno la definisce la “Yosemite del Pakistan” benché qua, oltre a chilometrici castelli di granito, ci sia posto anche per l’alpinismo d’alta quota – tecnico e difficile – tipico delle montagne del Karakorum. La bellezza della valle è quasi commovente e, al contrario di altri e ben più celebri luoghi, i campi base sono solo ad un intensa giornata di cammino dalla strada.

La valle è raggiungibile dal villaggio di Kande, lungo la valle di Hushe. Deve esserci stato un lungo momento di crisi di creatività dal momento che quasi tutti i villaggi si chiamano Kande, Khane, Kunde o Kanday. Il Kande che dovrete raggiungere è l’ultimo.

Avere con sé una guida è obbligatorio, benché secondo la legge questa sia un “open zone”: al checkpoint militare lungo la valle i militari fermano chiunque ne sia sprovvisto. Fortunatamente non è richiesto alcun ufficiale di collegamento o alcun briefing/debriefing a Islamabad – tutto può essere quindi organizzato direttamente a Skardu, con gran risparmio di tempo, costi e burocrazia. La valle di Hushe vede ogni anno qualche alpinista/trekker in uscita dal Gondogoro La, celebre passo d’alta quota che conduce – con percorso alternativo al classico – a Concordia e al K2. Ma a Kande non esiste alcuna guesthouse o struttura per turisti; pochi anni fa l’intero villaggio è stato distrutto da una frana ed è stato ricostruito poco più a nord. La vostra guida, se siete fortunati come lo siamo stati noi, potrà rimediarvi una stanza degli ospiti a casa di qualche contadino. Campeggiare lungo la valle è sicuramente un opzione; eventuali portatori possono essere reclutati direttamente la sera prima, nel villaggio.

Benché si abbia il grande sospetto che questa valle diventerà famosa per il granito, le vie di pura roccia e le immense torri come l’Amin Brakk, non si può iniziare a parlare di una montagna diversa dal K6 (7282m).

Non solo la prima salita al K6 è stata effettuata proprio da questa valle, ma è tutt’ora l’unica salita alla cima principale. L’impressionante via aperta da Raphael Slawinski e Ian Westeld nel 2013 sulla parete nord – che li ha portati alla vittoria del Piolet d’Or – si è conclusa sulla cima Ovest.

La vera cima del K6 è stata raggiunta solamente nel 1970 da una spedizione Austriaca che ne ha calcato la vetta con quattro membri: Eduard “Edi” Koblmueller, Gerhard Haberl, Christian von der Hecken and Gerd Pressl. Per Koblmuller si tratta del primo grande successo in Asia, che sarà seguito da una serie di impressionanti salite di altissimo livello soprattutto in Karakorum: sarà il primo a raggiungere la vetta principale del Chogolisa (salvandosi miracolosamente dopo il cedimento di una cornice) e salirà vie difficili su leggendarie montagne quali Batura, Cho Oyu, Diran, Rakaposhi e Nanga Parbat. La “via Austriaca” attraversa tutta la base della montagna e supera un colle fino ad attaccare la “spalla” dalla valle adiacente (l’accesso diretto da qua si sarebbe rivelato molto più lungo) e raggiungere poi la cresta sud-est.

I salitori valutano alcuni tratti nella parte alta come V+ /A2. Molte corde fisse sono state usate. L’anno prima una spedizione Italiana ha tentato di scalare il K6 da un’altra via: invece di proseguire verso la “spalla” la via sale bruscamente a sinistra lungo una rampa di ghiaccio e poi segue la cresta ovest (attraversando il K6 West) fino ad una serie di pinnacoli rocciosi che, apparentemente, si sono rivelati troppo difficili. Il primo tentativo risale invece ad una spedizione inglese del 1961. Da segnalare una nuova recente via (Bennet – Zimmerman, USA, 2015) al K6 West, con difficoltà di misto fino ad M6 e ghiaccio fino a 90°.

Kapura (6544m) è una elegante piramide di roccia e ghiaccio che si innalza dalla cresta ovest del K6. Celebre per essere stata salita solo in tempi recenti – nel 2004 – da Steve House, ha visto una sola salita dalla Nangma Valley nel 2013, da parte di una coppia di alpinisti Portoghesi. Paulo Roxo e Daniela Teixeira hanno realizzato una via che termina sulla cima sud a circa 6350m di quota: si chiama “Never Ending Dreams”, si sviluppa per 1300 metri e presenta difficoltà di M4 e ghiaccio fino a 70°.

La valle di Nangma, come ho detto prima, ha potenziale per diventare una Yosemite dell’Oriente, con pareti perfette e asciutte che si innalzano direttamente dal campo base. Tuttavia la montagna simbolo di questa valle non ha una parete comoda, né tanto meno vicinissima ad un eventuale campo base.

La cima è una confusa festa di cornici e l’uscita dalla parete non può avvenire senza un equipaggiamento da ghiaccio e una discreta abilità nel muoversi su questo tipo di terreni.

L’Amin Brakk è uno dei monoliti di roccia più imponenti del Karakorum e del pianeta. Nonostante la quota non estrema (circa 6000 metri, nonostante sulle mappe figuri un po’ più basso), essa è il vero protagonista di questo remoto angolo di Pakistan. La sua parete ovest ha l’aspetto di un siluro alto milleduecento metri e terribilmente verticale. Anzi, la prima parte presenta un caso più unico che raro di placche strapiombanti. La compattissima “pancia” che si innalza dalle marce e ghiacciate rocce basali non ha infatti l’aspetto di qualcosa che possa essere scalato in libera da un essere umano, benché non sia da escludere un sistema di fessure che la attraversi. E’ un El Capitan dell’asia, ma è ben più difficile – e grande: le guide locali ribadiscono fieramente che esso è “ben più arduo delle Torri di Trango”.

Scoperta di recente, ha visto un primo tentativo spagnolo arenarsi a 300 metri dalla cima nel 1996, dopo quindici giorni di permanenza in parete. E’ solo nel 1999 che altri Spagnoli, Silvia Vidal, Pep Masip e Miguel Puigdomenech, raggiungono la cima dopo trenta giorni consecutivi in parete. La loro via, “Sol Solet” ha uno sviluppo di ben 1650 metri e buona parte dei tiri sono stati scalati in artificiale, con difficoltà in artificiale fino ad A5 ed in libera fino a 6c+. Oltre 500kg di materiale sono stati trasportati in parete (quasi la metà era acqua) e una trentina di spit sono stati piantati durante la salita, concentrati soprattutto nei tiri dove il granito si è rivelato compatissimo e liscio; due giorni di calata sono stati necessari per scendere e ripulire interamente la parete. La montagna è stata chiamata Amin Brakk come omaggio al loro cuoco, Amin. Pochi giorni dopo la cima è stata raggiunta di nuovo da una cordata Ceca: “Czech Express” sale più a destra rispetto a “Sol Solet” e ha difficoltà di artificiale di A3 e uno sviluppo maggiore rispetto alla via degli Spagnoli. Il ghiaccio arriva a 70°.
La via “Namkor” di Adolfo Madinabeitia e Juan Miranda sale invece tra le due vie sopracitate, ha uno sviluppo di 1550 metri ed ha richiesto trentun giorni di permanenza in parete, di cui buona parte passati nel portaledge a causa del maltempo. Ben diciassette dei trentuno tiri sono stati saliti in libera (fino al 6b+), mentre le difficoltà maggiori sono state incontrate nei due tiri di A5.
Nel 2004 una spedizione Russa, dopo aver salito la montagna in parte per una nuova via, ha visto il primo e unico B.A.S.E jump della sua storia. Valery Rozov (scomparso di recente durante un salto sull’Ama Dablam) si è lanciato da un punto vicino alla cresta sommitale a trecento metri dalla cima e, nonostante sia passato pericolosamente vicino ad una cengia durante i primi secondi di volo, l’intera spedizione si è conclusa con un successo.

Il campo base classico delle spedizioni sul lato destro orografico della valle è un luogo pittoresco e magico. Le pareti che lo sovrastano sono di per sé un obiettivo appagante per un purista della roccia. Zang Brakk e Denbor Brakk sono due cime di 4800 metri che non passano certo inosservate per estetica e verticalità – e sono anche un ottimo ripiego nel caso gli obiettivi più ambiziosi della valle (leggasi Amin Brakk) si rivelassero.. troppo ambiziosi, appunto. Il granito è compatto e colorato e le possibili vie da salire sono ancora tantissime.

Zang Brakk è sicuramente una delle torri più erotiche della valle, complice un aspetto davvero attraente e – soprattutto – l’accesso istantaneo: la parete inizia letteralmente al campo base. Lo sviluppo delle vie che arrivano dalla base alla cima oscilla tra i 540 e i 750 metri. La prima salita si deve nuovamente a Pep Masip e Silvia Vidal che nel 1998 hanno perlustrato l’area per poter poggiar lo sguardo personalmente sull’Amin Brakk, che avrebbero scalato l’anno successivo. La via è lunga 540 metri e la maggior parte dei tiri ha difficoltà in artificiale fino ad A3. La coppia riferisce di aver trovato, pochi metri oltre l’attacco della via, dei vecchi spit di orgine sconosciuta. Nel 2000 sono nate tre nuove vie. Due vie sono state aperte da un team Coreano e presentano difficoltà simili – 6a + A4-. La terza via è stata aperta da una coppia di arrampicatrici britanniche e termina a poca distanza dalla cima. “Ramchikor” è lunga 600 metri ed è stata gradata 5c + A2 dalle apritrici. Una recente addizione è la via “Hasta la Vista David”, di Silvestro Stucchi, Elena Davila, Anna Lazzarini ed Enea Colnago. La via percorre la parete sud ovest per ben 750 metri con difficoltà di VI+ e A1.
Libby Peter e Louise Thomas, autrici di “Rachikor” sullo Zang Brakk, sono anche le prime salitrici del Denbor Brakk – per una via piuttosto laboriosa (sfasciumi e cresta) dalle difficoltà tecniche moderate. Nel 2009 l’ovvia cresta sud della montagna è stata scalata (fino alla cima sud) dagli Americani Estes e Hepp, che l’hanno descritta come una delle peggiori arrampicate della loro vita, buona parte a causa dell’intenso lavoro di “giardinaggio” che i due si sono trovati a dover praticare. Una via Polacca più diretta si svolge sul più grosso dei tre pilastri che caratterizzano la montagna ed è stata chiamata Dancer in the Dark. Benchè il Denbor Brakk sia anch’esso vicinissimo al campo base, esso richiede (salvo fare un giro molto più lungo) l’attraversamento di un impetuoso fiume-cascata glaciale. Necessaria una corda fissa per evitare grossi rischi ad ogni attraversamento.

Dopo questo lungo elogio al granito perfetto della valle è il caso di spezzare l’articolo con una stupenda piramide di ghiaccio: Drifika (6447m). La montagna, il cui nome è una storpiatura di una parola locale che significa “Palazzo dei Fantasmi” è piuttosto nascosta. La sua presenza non è intuibile dalla valle principale e per arrivarci bisogna superare di un bel pezzo l’Amin Brak – attraversando infiniti pendi morenici. Le poche persone che hanno posato gli occhi sul suo profilo perfetto probabilmente l’hanno fatto da Nord, dalla valle di Charakusa – dove sono avvenute anche la prima e seconda ascensione (rispettivamente, Giapponesi e Italiani). Da sud la montagna si presenta altrettanto splendida, ma ultimamente un po’ flagellata – nella stagione estiva – dal torrido caldo Pakistano: foto del 2004 mostrano ripidi couloir di neve abbondante che, allo stato attuale, sono stati sostituiti da cumuli di sfasciumi in costante crollo. La roccia qua non è più granito ma, con una buona copertura, il Drifika mostra una serie di linee logiche e interessanti. Delle poche spedizioni che la montagna ha visto da questo versante, è quella Slovena del 2004 che più si è avvicinata al successo. Il loro dietro front a poche decine di metri dalla cima è stato obbligato dopo l’aver assistito all’incidente mortale capitato ad un membro della spedizione basca, poche centinaia di metri sotto di loro. La via di Matija “Matic” Jost e compagni si chiama “White River” ed è tanto logica quanto bella: l’esposizione è garantita per i 1200 metri di via (60° ghiaccio, un breve salto a 90° su seracco). Allo stato attuale la parte bassa non è percorribile nei mesi più caldi a causa degli interminabili crolli di sfasciumi. Nel 2007 una nuova via Ceca raggiunge la cima Ovest attraverso la cresta sud-ovest (M4, roccia marcia).

Nella valle glaciale che vede fronteggiarsi Amin Brakk e Drifika, c’è spazio per un altra salita su ghiaccio. Korada Peak (5944m) è stato salito dagli stessi Sloveni di “White River”, Gregor Blazic, Matija Jost, Vladimir Makarovic. Pur non essendo enorme per gli standard del Karakorum (ha il difetto di trovarsi tra due montagne stupende) ha un’aspetto remoto e attraente. La via è stata salita e scesa in 25 ore e benché per buona parte sia “solo” un ripido pendio di ghiaccio, supera una difficile fascia rocciosa alta sessanta metri. E’ valutata TD+ dagli apritori.

Una montagna piuttosto evidente nella valle si chiama Shingu Charpa (o “Great Tower”, ca. 5800m).

Scalata per la prima volta dai Coreani Shin Dong-Chul, Bang Jung-Ho e Hwang Young-Soon nel 2000. Dopo aver scartato l’idea di salire la cresta nord, hanno attrezzato con corde fisse l’ovvio couloir nevoso sulla parete ovest e hanno poi proseguito su roccia delicata – sempre a rischio crolli a causa anche delle frequenti precipitazioni. Il vero motivo dell’interesse verso questa montagna rimane però la sua cresta nord. Essa è alta quasi milleseicento metri ed è un capolavoro di estetica. Tanto logica quanto ciclopica, la sua storia rimane un po’ controversa. Nota e tentata già dal 2000, ha visto un team russo percorrerla quasi integralmente fino alla cima nel 2006. I russi però hanno effettuato la salita in due tempi, cioè scendendo a circa un terzo e poi tornando nello stesso punto attraverso una scorciatoia lungo la parete est. Inoltre, benché Igor Chaplinsky sostenga di aver raggiunto la cima in libera, è ormai noto che i tre non hanno scalato gli ultimi cento metri di ghiaccio a causa di “mancanza di materiale”. Anche l’aver salito in libera tutta la cresta si è rivelato un falso. Destino simile per gli Americani Kelly Cordes e Josh Wharton che nello stesso anno sono stati respinti dal durissimo ghiaccio nero sommitale dopo aver faticosamente percorso tutta la cresta (con molti tratti in artificiale). Percorrere questa cresta integralmente, fino alla cima, rimane una delle sfide aperte più ambiziose della valle.
La seconda salita della montagna è avvenuta l’anno successivo da parte di Alexander Klenov, Mikhail Davy e Alexander Shabunin – team Russo – attraverso la parete est. La via si chiama “Never More” e interseca sul finale la cresta nord: il grado è altissimo e lo sviluppo piuttosto elevato (1600m, 7a, M5, A3).

Le possibilità nella valle sono infinite, sono da citare però la misteriosa Changui Tower (spesso “Changi Tower”), la cui parete est è già stata scalata almeno due volte.

L’altezza della torre dovrebbe attestarsi sui 5800 metri, sebbene alcune vecchie mappe e report indichino 5300. La montagna si trova sul versante meno celebre dell’Amin Brakk, dove la valle curva in direzione del K6, ed è probabilmente la seconda struttura più alta dell’aggressivo e complesso massiccio di granito. Una seconda Changi Tower (6500m), nota già negli anni settanta e invisibile dalla valle di Nangma, si alza alla base più orientale del K6, e presenta una difficile scalata d’alta quota su misto e ghiaccio, con roccia molto compatta.
Una delle torri dall’accesso più rapido (perlomeno tra quelle di aspetto definito e imponente) è la Logmun Tower (o “Green Tower”, ca 4600m). Avendo posto il campo base sul fondo della valle e non sulla destra orografica (quindi nel caso Amin Brakk, Zang Brakk e compagni non siano di vostro interesse..) questo enorme pilastro triangolare è la struttura verticale più ovvia. Le poche vie tracciate presentano arrampicata libera fino al 6a/6b+ e qualche punto in artificiale fino ad A3: l’arrampicata è sempre molto continua ed impegnativa, e spesso le fessure sono da ripulire dalla vegetazione. Lo sviluppo resta notevole anche se si tratta di un pilastro di quota non esagerata: si parte da un minimo di 600 metri ad un massimo di 850.

Lungo tutta la valle esistono centinaia di torri e pareti vergini di granito perfetto, nonché una discreta scelta di boulder. Nonostante un buon numero di remotissime pareti di ghiaccio e una montagna difficile, alta e leggendaria come il K6, è ovviamente il granito a fare da padrone da queste parti.

La Yosemite del Pakistan è pronta ad accogliere gli scalatori più esigenti che, oltre ad una buona dose di fantasia e abilità tecnica, sono alla ricerca di un nuovo paradiso terrestre, remoto ma accessibile, dove vivere un alpinismo moderno ed esplorativo allo stesso tempo

 

GALLERIA DELL’ESPLORAZIONE NELLA NANGMA VALLEY

tutte le foto sono di Matteo Bedendo – vietata la diffusione senza esplicito consenso – tutti i diritti riservati (c) Matteo Bedendo Photography

hushe valley
nangma valley
amin brakk

E’ morto a 91 anni Cesare Maestri, leggendario alpinista italiano

Cesare Maestri, il leggendario scalatore italiano e il “Ragno delle Dolomiti”, è morto a 91 anni a Tione di Trento.

“Questa volta Cesare ha firmato il libro della vetta della sua scalata della vita”, ha scritto ieri, 19 gennaio 2021, sui social Gianluca Maestri, figlio di Cesare.

 Il giovane Cesare Maestri – foto P.Melucci

Nelle ore successive, sotto il post di Gianluca e su altri ricordi nei social network, si è accumulato un’enorme afflusso di cordoglio, affetto e di ricordi: commenti scritti da persone che scrivevano quanto dovevano a Cesare il loro amore e rispetto per la montagna, oppure il ricordo di bambini affettuosamente accompagnati in montagna sotto la sua paterna e gentile guida. Dopo aver smesso di arrampicare – ma solo “pubblicamente” nel 1978 – Maestri, oltre a dedicarsi all’amata moglie Fernanda, al figlio Gianluca e alla nipote Carlotta, ha trascorso  lunghi anni scrivendo, insegnando educazione ambientale e guidando i bambini sui sentieri e dando lezioni di arrampicata sulle Dolomiti. Era un punto di riferimento solido e amato a Madonna di Campiglio, con la Bottega di famiglia. Si intratteneva volentieri con la gente, umile, cordiale e generoso.

Maestri è  diventato famoso in tutto il mondo anche per le polemiche che circondano le salite sul Cerro Torre in Patagonia, ma i suoi innumerevoli exploits sulle Dolomiti lo rendono una figura di assoluto spicco nell’arrampicata mondiale. Ha scalato circa 3.500 vie nella sua vita, un terzo delle quali in solitaria.

Le Dolomiti furono il suo palcoscenico: nel 1950, all’età di 21 anni, irruppe in scena salendo in solitaria la Via Preuss al Campanile Basso. Famose in tutto il mondo le sue prime solitarie della Via Solda-Conforto (5.9 A2, 650 metri) sulla Marmolada e della Via delle Guide al Crozzon di Brentawas, entrambe nel 1953. Scende in solitaria fino al VI UIAA (5.10 circa) sul Crozzon di Brenta e sul Sass Maor. Nel 1954 completa una traversata in solitaria dell’Ambiez-Tuckett (16 vette in 18 ore), con difficoltà fino al VI grado. Ha effettuato una salita invernale in solitaria della cresta sud-ovest del Cervino. L’elenco potrebbe continuare.

Maestri nacque a Trento, in Italia, nel 1929, in un quartiere chiamato Casoni, dove da bambino iniziò a scalare i muri degli edifici e dei pali della luce, rimediando cadute, graffi e visite ospedaliere. In una videointervista a Nereo Pederzolli, Maestri rideva ricordando un medico dell’ospedale che chiese a suo padre Toni : “Che fine ha fatto il piccolo Cesare? È una settimana che non lo vediamo in ospedale, è malato o cosa? “

 

Entrambi i suoi genitori erano attori itineranti. Sua madre morì quando aveva 7 anni, lasciandolo alle cure di suo padre, Toni. Nel 1943, una condanna a morte fu emessa nei confronti di Toni dall’autorità tedesca di occupazione e la famiglia fuggì a Ferrara, città natale della moglie. Quando, qualche tempo dopo, la polizia fascista fu incaricata di arrestarlo, la famiglia tornò a Trento e il giovane Cesare si unì ai partigiani che combattevano contro i tedeschi.

Dopo la guerra il padre di Cesare lo mandò a Roma per studiare storia dell’arte. Lì si dedicò alla politica con il PCI ma, dopo due anni a Roma, rinunciò agli studi e alle passioni politiche – lui così anarchico, libero , irrequieto – e fece rientro a Trento. Fu allora che Cesare iniziò a scalare, un modo per sfuggire agli stress terribili che si portava dietro dalla guerra e dal suo non riuscire a collocarsi in società in ruoli troppo soffocanti per lui.

Ben presto, il suo talento naturale ed esplosivo nell’arrampicata lo vide ripetere – e spesso in solitaria – vie storiche e difficili sulle Dolomiti. Nello stile di Paul Preuss, ne ha discese la maggior parte senza corda e protezioni, in solitaria, dopo essere salito in cima. Ha aperto nuove vie difficili che hanno aperto nuovi orizzonti nel Sesto Grado (UIAA grado VI).

Maestri era un innovatore, insofferente per le regole, curioso e in poco tempo iniziò una nuova fase nel suo stile di arrampicata. Con un clamoroso “salto di stile” si dedicò all’arrampicata artificiale, portata all’estremo, inventando soluzioni, nuovi attrezzi, in un groviglio di staffe, corde, chiodi, scalette affrontava difficoltà impossibili allora in libera, con ostinazione. Le Direttissime , cioè vie a piombo sulle pareti, senza seguire le naturali conformazioni più logiche della roccia, diventarono il suo terreno di gioco.

Così all’interno dell’arrampicata di Maestri è esistita un’apparente contraddizione: da un lato amava lo stile puro di Preuss, ma dall’altro abbracciava le tecniche di arrampicata artificiale estrema. Questa dicotomia incarna il carattere vulcanico, contradditorio eppur così libero di Cesare Maestri.

Gianpaolo Motti, grande alpinista e scrittore italiano, ha scritto nel secondo volume del suo libro, Storia dell’alpinismo:

Maestri è ambizioso, narcisista, polemico, geloso, invidioso, sensibile, intollerante con chi è più forte di lui, permaloso. Ma allo stesso tempo è generoso come pochi sono, semplice come un bambino, forse ingenuo, sensibile al punto da essere ferito da uno spillo, deluso da certi valori in cui crede e che forse non esistono.Quando Maestri ha iniziato ad arrampicare, voleva essere il più forte ed era ansioso di dimostrarlo. Ha fatto una spettacolare serie di salite solitarie, compiute sulle vie più ardue delle Dolomiti, spesso svolte senza alcuna protezione, degne del maestro Preuss. … In effetti, si può senza dubbio dire che è stato uno dei più forti alpinisti del dopoguerra.Amava  essere personaggio , si attribuì e fece relazioni drammatiche e abbellite delle sue salite, tanto che per il grande pubblico divenne noto come il” Ragno delle Dolomiti “. Eppure se c’è un personaggio simpatico, è Cesare Maestri. La sua rabbia, le feroci polemiche, gli atteggiamenti dittatoriali, le reazioni infantili, lo rendono troppo umano per definirlo sgradevole. Purtroppo Maestri ha sempre prestato la sua parte alle provocazioni e si è trovato a giocare, senza rendersene conto, il gioco di chi lo provocava.

I risultati di Maestri sono stati in gran parte oscurati da una serie di polemiche, iniziate con la sua salita al Cerro Torre del 1959, realizzata con l’asso dell’arrampicata su ghiaccio Toni Egger e Cesarino Fava. Fava ha assistito gli altri due fino al primo nevaio, poi è sceso al campo base in attesa che finissero la salita.

Là Fava aspettava e aspettava. Sei giorni dopo non c’era traccia dei due uomini. Finalmente, un giorno, già temendo la morte dei suoi amici, mentre stava per abbandonare il campo, Fava notò Maestri disteso nella neve sotto la parete est del Cerro Torre. Maestri affermò di essere salito con Toni Egger in vetta al Cerro Torre – un’impresa storica – e che, durante la discesa, Egger fu spazzato via da una valanga.

Presto arrivarono dubbi sull’affermazione di Maestri secondo cui lui e Egger avevano raggiunto la vetta del Cerro Torre. Le accuse più forti arrivarono da Carlo Mauri, grande scalatore dei Lecco Spiders, compagno di Walter Bonatti nella prima salita del Gasherbrum IV nel 1958, e in qualche modo “rivale” già in Patagonia nella spedizione con Bonatti che si concluse con il ritiro dal Cerro Torre, definito “impossibile” da Mauri (accusando di fatto Maestri di non averlo salito).

Maestri presto si trovò, rispondendo inizialmente con sdegno , in un turbine di feroci polemiche contro il crescente coro di detrattori , nel decennio successivo, e tornò al Cerro Torre nell’inverno del 1970, trasportando quello che divenne un famigerato trapano- compressore da 60 chilogrammi alimentato a gas, nel tentativo di mettere le cose in chiaro e mettere a tacere i critici. Voleva dimostrare che anche quella parete era scalabile. Quella stagione, Maestri e i suoi compagni  combatterono in Inverno contro il maltempo sul Cerro Torre per 54 giorni, salendo per 600 metri sulla parete sud-est, prima di mettere in pausa il loro assedio. Tornati di nuovo in primavera, chiodando la parte alta della loro nuova via con il compressore, Maestri lasciò centinaia di chiodi a breve distanza, anche su punti apparentemente non necessari. Si fermò verso la fine del muro di roccia, rifiutando di scalare l’ ultimi fungo di ghiaccio e rime fino alla cima. Maestri lasciò il compressore ancorato alla parete e durante la discesa distrusse alcuni dei suoi stessi spit in un gesto iconoclasta e oltraggioso.

Negli anni a seguire, Maestri ha difeso le sue dichiarazioni, in seguito si è rifiutato di parlare  sulla sua salita dichiarata nel 1959 del Cerro Torre, che non è più riconosciuta valida dalla comunità alpinistica, sulla base di una serie di indagini di fotografie e confronti delle descrizioni dei percorsi di Maestri e delle successive ascensioni del percorso dichiarato. Nel 2012, gli alpinisti americani Hayden Kennedy e Jason Kruk hanno distrutto oltre 100 spit dalla Via del Compressore dopo aver completato la prima salita discreta della parete sud-est , causando  plauso di una parte della comunità alpinistica e contemporaneamente grande sdegno dalla comunità locale (furono bloccati e mandati via da El Chalten) e da altri alpinisti, una questione che si è trascinata per anni.

Nel 1978 Maestri decide di abbandonare definitivamente l’arrampicata. “Il miglior scalatore è [quello] che muore nel suo letto”, come  Maestri ricorda nella sua video intervista a Nereo Pederzolli citata sopra.

Tragicamente, la controversia sul Cerro Torre ha imbrigliato Maestri come.. un ragno intrappolato nella sua stessa tela.

Io stesso sono stato , a suo tempo, sconcertato e sfiduciato dalle affermazioni, dalle relazioni sul Torre di Maestri ; dalla lettura delle relazioni di Garibotti, Ermanno Salvaterra, il libro di Kelly Cordes 

Ma a un certo punto, approfondendo le mie letture, allargando lo sguardo a una vita così ricca e complessa, e non sopportando più le ossessive “analisi” sull’affaire Torre, esattamente con la schiodatura del 2012, ho sentito che era stato veramente passato un limite . Dal cancellare la toponomastica del “colle della conquista”, all’insulto con la via “Diretta della Menzogna” (!), all’ossessione di andare a cercare “la vera causa e il punto dove è morto Egger” (!) e all’insultare con definitivo giudizio un uomo, un’alpinista, senza aver mai tentato di empatizzare con l’immensa tragedia che visse con Egger. Arrivare, anche pochi anni fa, ad accanirsi e chiedere di dire “tutta la verità” a un uomo ultra ottantenne, ritirato dall’alpinismo da anni, omettere un periodo importante della sua vita di cui questi detrattori nulla sapevano, nulla hanno cercato di capire. Così come liquidavano sempre, in capziose premesse, “certo, un’alpinista importante, bravissimo ma” la sua luminosa carriera alpinistica e il suo essersi dedicato agli altri, il suo essere stato soccorritore, compagno di cordata, guida generosa.  

Maestri si è ritrovato letteralmente a essere il capro espiatorio di un alpinismo che ha scheletri nell’armadio come in ogni attività umana : la sua scelta, dopo le prime sdegnose battaglie, è stato un libero, insindacabile, intimo silenzio.

La sua molto criticata Compressor Route è stata completata in vetta per la prima volta dagli alpinisti americani Jim Bridwell e Steve Brewer nel 1979. Durante il Festival di Trento alcuni anni fa, Luca Signorelli, un mio caro amico, ha avuto l’opportunità di parlare brevemente con il leggendario Bridwell.

Riguardo alla ripetizione del percorso del compressore, ha chiesto a Bridwell: “Era una via senza senso, con tutti gli spit? Ha ricordato che Bridwell ha risposto:” Nah, è una salita fottutamente brillante. Grandi tiri, grandi movimenti. L’ho amata !.”

Maestri e Messner, Trento Film Festival 2015 (A.Filippini)

Alessandro Filippini, giornalista italiano veterano di alpinismo, ha ricordato in un post su Facebook che Reinhold Messner, a sua volta accusatore di Maestri sulla sua salita al Cerro Torre del 1959, ha detto ,nel 2015:

“Al di là dei grandi meriti per le sue tante salite e per i suoi tanti “assoli” da ottimo arrampicatore, va ricordato che, essendo una persona che parlava apertamente, Maestri ci ha permesso di aprire una discussione seria sullo sviluppo dell’alpinismo. Ci sono persone che dicono la metà di quello che pensano e non consentono il confronto aperto. Cesare era esattamente l’opposto. “

 

Nel mio viaggio personale, leggendo e imparando a conoscere questo personaggio incredibile e complesso, le seguenti straordinarie righe, un vero e proprio manifesto di libertà  sono quelle che serberò più care , perchè  catturano la sua anima , la sua contraddizione, il suo essere uomo, imperfetto, come tutti ma con un ideale fortissimo di eguaglianza:

Sono sempre stato un sostenitore del principio secondo il quale ogni alpinista dovrebbe essere libero di andare in montagna come vuole: giorno o notte, con i pioli o senza, per trovare Dio o negarlo, per conforto o disperazione. In questo modo ne avremmo tanti per di alpinismo in quanto vi sono persone che vanno in montagna e nessuna singola forma precluderebbe o attenuerebbe nessuna delle altre. L’idea di “Questo non è alpinismo solo perché è diverso dalla mia definizione” è un atto di intolleranza molto presunzione che umilia tutto il nostro sport. … Analizzando l’alpinismo, ho cercato di scoprire quali fossero i mali che lo minacciano, rendendomi conto che sono gli stessi che minano la nostra società: intolleranza, ignoranza, autoritarismo, bigottismo. Oggi, il confine tra permissività e libertà è così sfumato che rasenta l’abuso e l’arbitrio … Siamo tutti guidati da un unico ideale, fare della società di oggi un insieme di uomini con gli stessi diritti e gli stessi doveri. Ecco perché ho scalato e perché continuo a salire.

 

 

Mulatero , Casa Editrice piemontese fondata nel 1984 , arricchisce il suo ampio e variegato catalogo di libri di “montagna” (in tutte le sue espressioni, dallo scialpinismo all’alpinismo )  con un “colpo editoriale” straordinario.

 

La pregevole edizione italiana del libro diBernadetteMcDonald , canadese, una delle più autorevoli scrittrici d’alpinismo estremo :

“Winter 8000 – Himalaya d’inverno: gli alpinisti che hanno sfidato la montagna nella stagione impossibile”  ( pp.335, € 23 )

 

Il volume rappresenta la “sintesi” di un monumentale lavoro di ricerca della scrittrice canadese sull’alpinismo invernale d’alta quota ; si concentra sui quattordici Ottomila e la sua struttura è articolata nella storia dei 13 successi e dell’unico, ad ora, fallimento – il K2 è ancora inviolato nella stagione invernale, non a caso stiamo per assistere al tentativo di ben cinque spedizioni, per un totale di quasi 100 persone – tra alpinisti, sherpa, personale al Campo Base – di risolvere l’ultimo grande problema invernale .

Come scrive nella premessa la McDonald, affrontare la vastità della storia di duecento spedizioni invernali, per un totale di circa 1500 alpinisti negli ultimi quarant’anni, è stato un compito assai difficile . La scelta è stata quella di raccontare i successi invernali sugli Ottomila in ordine cronologico. La sua ispirazione per questo argomento nacque in un incontro col leggendario alpinista polacco Andrzej Zawada – il primo uomo al mondo a superare quota 8000 in inverno, sul Lhotse e capo spedizione della primissima invernale sugli Ottomila, quella dell’Everest.

zawada-mulatero-mcdonald                                                               Andzrej Zawada (c)Mulatero Editore – Bernadette McDonald    

Bernadette, nella premessa, riassume mirabilmente cosa significa arrampicare in alta quota d’inverno, in Himalaya e nel Karakorum, e il perchè ha voluto scriverne :

In Inverno le temperature sugli ottomila sfidano l’umana comprensione. 

Fa così freddo che si ha la sensazione di avere i polmoni in fiamme. Le ciglia si cospargono di ghiaccio e si attaccano. La pelle esposta si congela in pochi minuti. Le estremità diventano terribilmente fragili ; se stanno troppo ferme o costrette in una qualche posizione, si ghiacciano fino a diventare dure come il legno. Dita di mani e piedi perdono completamente sensibilità, diventano nere e devono essere amputate. E’ un freddo tale da non mostrare nessuna pietà.

[..] Su quelle vette i furiosi venti invernali non smettono quasi mai di soffiare. [..]

Inverno vuol dire buio. I giorni sono corti e le notti così lunghe da sembrare eterne. [..] In un bivacco all’aperto a ottomila metri le emozioni che possono avere il sopravvento sono paura, paranoia e persino cattiveria.

In una parola, sofferenza. [..]

Per riprendere le parole dello scalatore polacco Voytek Kurtyka, l’inverno sulle vette himalayane è  <<l’arte di soffrire>>. [..]

Ciononostante, non solo gli ottomila metri riscuotuono l’entusiamo di decine di scalatori, ma c’è chi perfino ne fa un’ossessione. C’è chi freme dalla voglia di provare quel noiosissimo isolamento. [..]

La danza che intrattengono con la sofferenza è una combinazione di istinto, conoscenza profonda delle montagne e formidabile desiderio di sopravvivere. Sono i <<guerrieri del ghiaccio>> [..]

Conosco – e in certi casi, troppi, conoscevo – molti di quegli alpinisti invernali. [..]

Questo libro è il testamento della loro sofferenza e delle loro battaglie, delle loro vittorie e sconfitte.

Come accennato in precedenza, la struttura del libro segue cronologicamente gli Ottomila scalati in invernale ; il contenuto non è meramente una fredda (sic!) cronaca delle imprese ma un viaggio profondo nel cuore e nel fisico dei personaggi, uno sguardo su amicizie, rotture di rapporti, emozioni e sofferenze narrate con lo stile coinvolgente e profondamente empatico della McDonald. 

La lettura procede avvincente ed emozionante, dalle prime, estenuanti e lunghe spedizioni polacche alle spedizioni più veloci e tecniche, dallo stile più pesante a quello più leggero e in qualche caso, al puro stile alpino, senza ossigeno.

Dalla grande scuola polacca ai successi incredibili dell’italiano Simone Moro, assoluto “Winter Maestro” con le sue quattro prime invernali su tredici, passando dai giovani come il polacco Adam Bielecki , autore di due prime invernali in Karakorum. E purtroppo, passando per le grandi tragedie avvenute in queste sfide estreme contro il clima e l’alta quota.

        Cory Richards (c) Mulatero Editore – Bernadette McDonald

L’edizione italiana è riuscita, a mio parere, a eguagliare se non superare l’edizione originale inglese (che ho letto per prima, straordinaria ovviamente per la bellezza dello stile di scrittura di Bernadette McDonald) ; sia per la grande cura editoriale, l’attenta ed esperta supervisione nell’editing e nell’adattamento – affidata da Mulatero al grande storico d’alpinismo Roberto Mantovani – sia per la traduzione efficace e fedele di Piernicola D’Ortona ed Elisabetta Palaia e infine per l’elegante Art Direction, curato dallo studio Heartfelt.it

Un libro avvicente, curatissimo in ogni dettaglio, assolutamente imperdibile per gli amanti dell’alpinismo e in generale agli appassionati di storie umane vissute al limite. Complimenti vivissimi a Davide Marta, attuale guida di Mulatero e a tutto il suo staff !

Voto: 10/10