(foto Cala Cimenti, vitaly Lazo, Anton Pugovkin al Campo Base dopo la scalata e la discesa in sci lungo la via Kinshofer, Nanga Parbat)

 

Il 3 Luglio 2019, vari alpinisti di differenti spedizioni hanno raggiunto la vetta del Nanga Parbat, sulla via Kinshofer (cosiddetta “normale”) . Tra queste spedizioni, quella dell’italiano Cala Cimenti in team coi forti russi Vitaly Lazo e Anton Pugovkin , che avevano l’obiettivo di scalare senza ossigeno, effettuare riprese col drone e scendere con gli sci dopo la vetta ; poi la spedizione “Project Possible”, alquanto controverso progetto di un ex Gurkha, Nirmal Purja, che con una poderosa campagna marketing, facente leva soprattutto su sentimenti nazionalistici, approccio militare, ampio uso di elicotteri, bombole di ossigeno e un forte team di sherpa, sta tentando di scalare i 14 ottomila in 7 mesi .

Altri alpinisti presenti: i georgiani Archil Badriashvili and Giorgi Tepnadze, arrivati per primi al Campo Base sul Diamir, i francesi Tiphaine Duperier si è  e Boris Langenstein , Sergei Mingote,Moses Flamoncini e Stefi Troguet (in team con Ali Sadpara poi con Nirmal Purja causa infortunio ad Ali Sadpara).

Il francese Boris Langestein riferisce di esser salito per primo in vetta il 1 Luglio, avendo i francesi optato per non collaborare con le altre spedizioni al lavoro comune di sistemazione corde fisse e traccia sulla Kinshofer ; gli stessi francesi hanno riferito di non averle usate “salvo brevi tratti in salita e discesa”. Boris ha lasciato gli sci a 8060mt , è salito in cima, è sceso con gli sci fino a 7800mt recuperando la compagna Tiphaine che si era fermata, hanno raggiunto C4 ; da qui, dichiarano di esser scesi per la Kinshofer in sci, salvo un tratto verso C3 di corde fisse di 100mt e ovviamente il muro Kinshofer, verticale e non praticabile.

Il 3 Luglio, tutti gli altri in vetta ; Cala Cimenti e Vitaly hanno parzialmente disceso in sci la Kinshofer, lo stesso Vitaly ha girato suggestive immagini col drone (è in programma un film entro Settembre) .

Poi sono cominciate le polemiche, tutte scaturite da dichiarazioni molto discutibili dell’ex Gurkha Nirmal Purja, vedi intervista a Himalayan Times e successivi post su Facebook, alquanto autocelebrativi, col solito stile militaresco, nazionalista e piuttosto arrogante.L’ex Gurkha  ha praticamente asserito di aver allestito gran parte della via, ha omesso completamente i nomi e il lavoro svolto dal team italo/russo, ha dichiarato che senza il suo team NESSUNO (!) avrebbe raggiunto la vetta, e ha anche postato un breve video dal quale, secondo lui, si capisce che “o guidi, o segui sul Nanga” …oppure (implicito) non sei nessuno .

                      (c) Nirmal Purja

Cala Cimenti ci ha rilasciato questa intervista, raccontando in dettaglio come ha vissuto la spedizione e i fatti relativi alle varie fasi della scalata. Ha voluto rispondere, molto francamente e senza peli sulla lingua, alle affermazioni di Purja.

Va notato che note polemiche a parte, Cala Cimenti riconosce il valore degli sherpa, l’impresa del francese Langestein e che non è affatto animato da alcun sentimento di rivalsa ; si è sentito in dovere di rispondere e fare chiarezza rispetto a troppe dichiarazioni, secondo lui, errate e false.

1.Innanzitutto, complimenti a te, Vitaly e Anton per l’impresa ! La prima domanda parte dall’aver letto un report, pubblicato su The Himalayan Times, di Nirmal Purja, l’ex Gurkha che sta “correndo” per il suo record dei 14 8000mila in 7 mesi, usando ossigeno, una forte squadra di sherpa e trasferimenti in elicottero sui e tra i Campi Base. “Nims” non solo auto attribuisce alla sua squadra il merito di “aver attrezzato la via” ma sostiene che “senza il nostro [suo,NdR ] team nessuno sarebbe salito in vetta”.

Non cita minimamente il vostro team – cosa che fa pensare – né il fatto, che seguendo la tua cronaca , loro abbiano attrezzato al più sopra C3. Parla dei francesi ma non accenna al fatto che, da quanto si sa, non abbiano contribuito né concordato con voi,i georgiani, gli spagnoli e il team Project Possible dell’ex Gurkha, un piano di collaborazione. Puoi raccontarci come è andata, cosa siete riusciti a concordare, il contributo di ognuno dei team e cosa pensi di tutto questo ?

 

Le dichiarazioni di Nims fanno sorridere chi conosce un po’ questo mondo e la realtà del suo progetto sempre a corto di ossigeno (pecuniario, mentre dall’altra parte di ossigeno ne hanno molto 🙂 ) e bisognoso di nuovi finanziamenti per poter continuare. Sono chiaramente dichiarazioni autocelebrative volte ad attirare l’attenzione dei media e di finanziatori ingenui facili all’abbaglio dell’autocelebrazione.

Dire che senza di loro nessuno degli alpinisti presenti al campo base sarebbe andato in cima mi sembra un po’ presuntuoso e, se vogliamo anche un po’ offensivo, visto che Nims non conosce minimamente il valore di ognuno di noi, tra l’altro proprio ieri notavo che i due georgiani sono candidati al piolet d’or, ma probabilmente Nims non sa neanche cosa sia… 

Alcuni elementi della sua squadra sono veramente forti e bisogna riconoscere loro il merito di avere svolto un lavoro straordinario attrezzando tutta la via con le corde fisse per il l’85% tra C3 e C4, soprattutto sul lungo traverso verso destra che taglia tutta la parete e che a detta loro era pericoloso, mentre a me il manto nevoso sembrava abbastanza ben assestato, e poi ancora, aprendo l’ossigeno a manetta, di essere saliti come dei razzi, battendo la traccia da C4 fino in cima. Però da qui ad affermare che senza di loro noi non saremmo andati n cima mi sembra esagerato. Sicuramente ci avremmo messo più tempo, sicuramente non avremmo utilizzato così tanta corda fissa tra C3 e C4, ma sono sicuro che saremmo comunque arrivati in cima.

Questa spedizione per me è andata molto bene, mi sono trovato benissimo con la coppia russa e abbiamo formato una buona squadra, molto efficiente e veloce, forte. Non ho mai avuto il presentimento di non arrivare in cima, non ho mai avuto incertezze o paure con loro in montagna, in alta quota, tutto ha sempre funzionato molto bene e in armonia. In più c’era questo diversivo del film che Vitaly voleva girare e quindi ci portavamo dietro sempre del peso addizionale relativo al drone e alle telecamere professionali. Però la soddisfazione di vedere le immagini girate col drone intorno agli 8000 mt è unica.

Forse è questo che ha dato fastidio a Nims, il fatto che noi fossimo indipendenti e non ci piegassimo ai suoi dettami che tirava fuori come fosse il padrone del campo. Noi, io e i russi, seguivamo il nostro programma, indipendentemente da quello che facevano gli altri, poi ovviamente, abbiamo collaborato e in alcune occasioni abbiamo anche modificato i nostri programmi per venire incontro alle esigenze di tutti e dare il nostro contributo. 

Comunque è andata così: i georgiani sono stati i primi ad arrivare, quasi un mese prima di noi, e in un mese, a causa del brutto tempo e di altro, non sono mai andati oltre il C2, non posizionando mai nessuna corda fissa ma solo sistemando quelle vecchie sul muro Kinshofer.

Quando siamo arrivati noi ci hanno chiesto subito collaborazione e noi eravamo ben felici di collaborare ma seguendo il nostro programma di acclimatamento che ovviamente non combaciava con il loro che avevano già fretta di andare oltre i 6000 mt.

E hanno iniziato un po’ a risentirsi. Dopo  6 giorni comunque partiamo per andare a dormire al C2 portando su delle corde fisse  che, d’accordo con i Georgiani, sistemiamo nella parte bassa, mentre loro si devono occupare della parte alta, e quindi collaborando.

Dopo dieci giorni circa siamo già pronti per fare il secondo e ultimo giro di acclimamento e andare a dormire a C3 e magari a C4.Tutto sotto l’attenta supervisione dei georgiani che partono un giorno prima perché per loro è già troppo aspettare un giorno in più.

Nel frattempo, qualche giorno prima , arrivano al campo base Stefy Troguet [alpinista andorrana] accompagnata da Alì Sadpara, il vero signore di questa montagna e persona rispettabilissima e pjacevole. Come il vero signore della montagna prende in mano la situazione e inizia a coordinare e riesce ad ottenere l’aiuto di un portatore d’alta quota che era lì al servizio di un turista australiano per portare fino a C2 400 mt di corda che servirà poi ai georgiani per attrezzare sopra C2.

Sto poveretto poi scendendo scivolerà su un pendio ripido con la corda attorcigliata alla mano rompendosela e mettendo fine alla sua stagione lavorativa.

In tutto questo Nims non è ancora arrivato, o meglio arriverà la sera prima della nostra partenza alle 2:00 del mattino per il lungo tragitto fino a C2.

Arrivo a C2 proprio nel momento in cui i georgiani (che erano partiti un giorno prima) rientrano in tenda dopo una giornata di lavoro ad attrezzare verso C3, dicono che hanno attrezzato un sacco di via almeno fino a 6400, in realtà non hanno posizionato alcuna corda fissa ma solo disseppellito delle vecchie che non sono proprio in buono stato e sicuramente non sono arrivati a 6400 mt. Massimo a 6300.

Subito dicono che vogliono parlarci per mettersi d’accordo per l’indomani, hanno paura di fare un attimo più di fatica del dovuto, mi chiedono e mi stressano, alla fine dico loro di parlare con Vitaly che è lui il leader expedition, ed effettivamente lui è più diplomatico. Rimaniamo d’accordo che il giorno dopo partiamo noi per primi, finalmente si rilassano.

Il giorno dopo, la mattina nevica forte e tira vento, proviamo comunque a salire ma dopo mezz’ora Anton ci richiama a più miti consigli e ci fa rientrare in tenda. Il giorno dopo ancora il tempo è bellissimo, partiamo alla volta del C3 a cca 6600 mt. Si vede lontano un miglio che i georgiani attendono, fanno melina e aspettano che partiamo perché non sia mai che facciano un po’ più di fatica di quella che devono… .Noi svolgiamo il nostro programma: riprese col drone, riprese con la macchina foto e poi partiamo. Anton come sempre ultimo a chiudere il gruppo e controllare che tutto vada bene e poi risistemare eventuali corde fisse sistemate male. L’angelo custode. Vitaly invece in mezzo che perde tempo con inquadrature e riprese, e io che scalpito per salire veloce.

Chiaramente gli zaini sono pesanti ma io mi sento stranamente bene, salgo veloce, percorro tutto il tratto liberato dai georgiani ma mi stupisco che sia così breve, poco male, tanto la neve del giorno prima aveva coperto la vecchia traccia e ho dovuto ribattere tutto, quindi continuo, sempre io in testa, inizio a liberare la vecchia corda fissa e metro dopo metro mi accorgo che posso utilizzarla fino a quasi C3, chiaramente a volte è sotto la morsa del ghiaccio e mi devo fermare a liberarla. Finisce il tratto di roccia e inizia la parete ghiacciata che in 200 mt di dislivello porta a C3. Non molla mai è ripida, a volte è di ghiaccio blu e a volte è ricoperta da uno strato leggero di neve che facilita il compito, comunque anche qui la corda fissa da liberare da neve e ghiaccio. Svolgo sempre tutto io il lavoro e nel tardo pomeriggio siamo a montare la tenda al C3. Qui ci fermeremo 2 notti, poi tutti giù al BC in un giorno.

Devo segnalare anche, sotto il muro Kinshofer, alcune corde fisse sistemate male dagli sherpa, che nel frattempo si sono mossi fino a C2 facendo dei depositi. Naturalmente Anton ha dovuto fermarsi e perdere un sacco di tempo ed energia per risistemarle e io mi sono sentito tutta una serie di bestemmie in russo quando poi ci ha raggiunto a C1.

Arrivati al BC, il tempo di versarci una tazza di the che arriva Nims a presentarsi con Alì e dopo i convenevoli ci chiede subito che tipo di lavoro avevamo fatto e quanta corda fissa ci fosse su ecc ecc. 

Di tutto questo lavoro fatto fin qua però Nims nel suo report non tiene conto. Non importa, noi due giorni di riposo e poi saremo pronti per l’attacco alla vetta. Concordiamo con Nims un giorno per partire per la cima che poi verrà spostato per due volte per beccare la finestra di tempo favorevole ma anche per venire incontro alle esigenze dell’acclimamento di Stefy. Comunque il giorno prefissato e definitivo è il 30 giugno. Arrivano anche a popolare il BC come ultimi ospiti lo spagnolo Sergi Mingote, l’italiano Mattia Conte e il brasiliano Moses. Mattia è il meno acclimatato dei tre, arrivando direttamente da Milano, quindi decide di non cercare di seguire tutti sulla vetta ma di seguire un suo ciclo di acclimatamento diverso, mentre Sergi e Moses esattamente un mese prima erano in cima al Lhotse, quindi possono permettersi di fare come gli sherpa, di partire subito per la cima.

Partiamo tutti il 30 giugno, gli sherpa a mezzanotte, Sergi e Moses alle 2:00, noi alle 4:00. Arriviamo per ultimi chiaramente e volutamente, e appena il tempo di montare la tenda, entrarci e fare un pisolino che Nims viene a bussare alla porta e vuole parlare con me. Ma perché tutti vogliono parlare con me penso, è Vitaly il capo spedizione. Comunque gli apro e mi dice che l’indomani noi dobbiamo aprire la traccia con tutti gli altri (Sergi, Moses, i Georgiani) che poi loro, gli sherpa, ci pensano loro da C3 in su e che devo portare pure su 150 mt di corda.

I russi lo mandano educatamente a cagare, mentre io, più diplomatico, gli spiego che l’indomani mattina dobbiamo fare delle riprese col drone ecc. e che poi volentieri avrei dato il mio contributo, partendo dopo ma con la traccia già fatta avrei raggiunto la testa del gruppo e avrei collaborato, solo che non avevo fatto i conti con lo zaino pesantissimo e che alla fine non mi ha permesso di raggiungere la testa del gruppo per quanto mi sforzassi, ma di rimanere sempre ad un tiro di corda di distanza, facendo sembrare da dietro che facessi melina e non volessi apposta raggiungere la testa del gruppo. Anton mi aveva anche detto di fregarmene e di non prendere la corda, che loro due di sicuro non la prendevano, ma io invece sono troppo buono e l’ho fatto per mantenere buoni rapporti.

Arrivati a C4 sono anche stato redarguito da Nims che non avevo fatto il mio dovere ecc. C’è mancato poco che non gli tirassi la sua cazzo di corda in faccia. Il giorno dopo, da C3 fino alla cima nulla da dire, hanno fatto un ottimo lavoro.

 Vitaly Lazo, selfie cima del Nanga Parbat

Cala Cimenti, selfie in cima sul Nanga Parbat

Per quanto riguarda i francesi loro hanno sempre giocato un po’ fuori dal gruppo, arrivavano dalla cima dello Spantik e dalla sua probabile prima discesa con gli sci, quindi erano già abbastanza acclimatati, poi hanno ultimato la loro fase di acclimamento sul ghiacciaio Diama, costeggiando tutto il versante Diamir e salendo sulle pendici del Nanga Parbat da un altro versante arrivando fino a quota 7400 alla ricerca di una possibile nuova linea di discesa che avrebbero anche trovato. Loro hanno dichiarato fin da subito che non avrebbero usato le corde fisse e così dicono di aver fatto, sollevando i dubbi di praticamente tutti al BC.

Avendo tempi diversi di acclimatamento non hanno aspettato la partenza comune ma sono partiti prima per il tentativo finale alla vetta dalla via Kinshofer. Il giorno che noi siamo partiti per il C2 loro stavano facendo il primo tentativo di cima e alle 19:00 stavano ancora salendo intorno a quota 7900 nella bufera. Racconteranno poi che sarebbero arrivati intorno a quota 8000 e scesi poi nella notte col brutto tempo e senza lampada frontale fino a C4, che trovare la tenda è stata un’impresa. Il giorno dopo hanno riposato e poi il giorno dopo hanno provato di nuovo, Boris è arrivato in cima e Tiphaine si è fermata a 7800 mt. Noi eravamo appena arrivati al C3 che li vedevamo scendere dal pendio sommitale. Il giorno dopo sono scesi fino al BC e noi li abbiamo incontrati sul traverso che porta al C4. In totale hanno passato ben 4 notti a 7200 mt. Che assi. Scendendo sotto C3 poi, per non togliere gli sci, hanno fatto una variante alla via di salita scendendo su lingue di neve in mezzo a paurose zone di ghiaccio blu. Onore al merito, sono stati bravi. Devo anche fare una correzione ad una mia insinuazione precedente in cui asserivo che avevano usato le corde fisse posizionate da noi, e quindi sfruttato il nostro lavoro senza contribuire neanche un minimo, ebbene ecco il chiarimento che abbiamo avuto direttamente su Messenger: 

Tiphaine Duperrier: Hi Cala! 

Thanks for your text, it’s very of you. I can certify that we didn’t use the fixed ropes after camp 2. 

We were roped together and protect ourselves on the ice wall. 

Was so painfull! 

For the descent, we’ve just hold on the rope for 100m. Was to icy to ski. 

Would be nice to talk in front of a beer as you said, then you are welcome in val d’Isère for à ski session 

Anyway, I wish you the best for the next part of your trip, I hope everything will be fine. 

Tiph

 

 sulla Kinshofer (ph Vitaly Lazo)

 

Alla fine di tutto questo penso che io ho scalato il Nanga Parbat con i miei compagni ed è stato grandioso, ho condiviso questo viaggio con vecchi amici come Sergi, con nuovi come Moses e Mattia, e perché no, anche con i georgiani, e poi ho avuto modo di conoscere Stefy, e questo fenomeno strano che è Nims, che diciamo che proprio alpinista non è, e poi ho riincontrato sherpa che già conoscevo e con cui abbiamo riso e scherzato. Del Nanga mi rimarranno emozioni forti e questa incredibile sciata sotto le stelle, Di quello che dicono gli altri o dei meriti che si prendono non me ne curo più di tanto.

 

2.Dal tuo primo racconto, sappiamo che hai compiuto circa 600 metri in discesa con gli sci (da 8060mt a circa 7400mt ?); per quanto riguarda il resto della Kinshofer, che tratti sei / siete riusciti a sciare ?

Abbiamo sciato da C4 fino a C3, poi senza sci fino a sotto il muro Kinshofer, quindi sotto C2 e poi di nuovo sciato fino alla fine della neve o del ghiaccio.

Vitaly Lazo , Nanga Parbat
  1. detto che una discesa integrale della Kinshofer è virtualmente impossibile, non fosse altro per il famoso tratto di muro verticale tra C1 e C2, sono molto curioso della linea che avevi immaginato a fianco o in prossimità del Mummery . E’ possibile, secondo te, con le giuste condizioni meteo, una discesa quasi integrale fino al ghiacciaio ?

Sì è possibile ed è già anche stata realizzata, ad esempio hanno sciato la via che Messner fece in salita in solitaria in cinque giorni. La linea che avevo preso in considerazione io purtroppo era per metà ricoperta di ghiaccio. Chissà, magari in futuro e con le giuste condizioni di innevamento qualcuno la farà. 

  1. Il vostro team mi è apparso molto affiatato e con uno spirito molto più sereno e scanzonato degli altri protagonisti sul Nanga ; avete affrontato momenti duri e drammatici assieme, non solo la gioia della vetta : come è andata con Vitaly e Anton , cosa ti rimane umanamente di questa esperienza durissima ?

Durante questa spedizione Mattwey, il cameraman che è rimasto al BC,  mi ha fatto un sacco di interviste e in una di quelle finali mi ha fatto più o meno la stessa domanda, e io ho risposto quasi di getto dicendo che prima eravamo una squadra (team), adesso siamo amici. Ci siamo incontrati ad Islamabad che quasi non ci conoscevamo, poi giorno dopo giorno ci siamo avvicinati sempre di più, io sono entrato nelle loro dinamiche di coppia già affiatata in montagna e loro hanno incominciato sempre più ad apprezzare le mie qualità. Alla fine siamo diventati molto di più che una squadra, amici appunto.

 

  1. non è un argomento semplice ma vorrei chiederti se hai percepito in qualche modo, a livello mentale o emozionale la presenza di Tomek Mackiewicz, di Daniele Nardi e Tom Ballard ; o se nei momenti drammatici, come la valanga che vi aveva quasi colpito, hai pensato ai rischi su un 8000mila come questo.

Quando scali un 8000 è inevitabile fare pensieri sulla morte, ho perso diversi amici sugli 8000, e più che la presenza di Tomek o Nardi, che non conoscevo, il mio pensiero, quando sono su questi colossi Himalayani, va a loro.

 

  1. So che non è affatto finita la tua esperienza in Pakistan : ci racconti del trekking e di cosa stai per affrontare, dopo le fatiche sulla parete Diamir ?

Ora mi sposterò nel Baltoro, dopo il trekking che mi porterà al campo base dei Gasherbrum, con un mio amico che mi raggiungerà dall’Italia, proverò a scalare e poi a scendere con gli sci una montagna ancora inviolata. Più bassa rispetto al Nanga Parbat, 6900 mt, ma sarà una spedizione diversa, con ancora il sapore dell’esplorazione e senza avere assolutamente la certezza della riuscita. In ogni caso la cosa più importante è sempre e solo una: tirare delle belle curve in alta quota, e poco importa chi ha posizionato le corde fisse e quanti metri..

 

 

 

 

Leave a Reply