storia di una valle nascosta del Karakorum circondata da splendide pareti di granito

di Matteo Bedendo – alpinista, fotografo / edit Federico Bernardi per MontagnaMagica

Il Karakorum, alpinisticamente parlando, nell’immaginario collettivo , è spesso associato alle grandi vette che si ergono lungo il Ghiacciaio Baltoro, teatro di epiche spedizioni e scalate sin dall’inizio del 1900.

Il K2, i Gasherbrums, il Broad Peak, il Chogolisa e le Trango Towers , il Laila Peak : le montagne che richiamano alla mente grandi sfide del passato e del presente.

Eppure il Karakorum include decine di vallate più nascoste e meno conosciute, meno accessibili ma con vallate, ghiacciai, montagne e pareti di granito di straordinaria bellezza e potenzialità alpinistica, di altezze comprese tra i 4500 metri e gli oltre 7000, che riservano – ai pochi che vi si avventurano – emozioni e ricchezza di possibilità di esplorazione praticamente inesauribili.

Matteo Bedendo, un giovane e talentuoso fotografo e alpinista, ha esplorato, fotografato e scritto di uno di questi luoghi, nel 2016 : la Nangma Valley, situata a circa 50 km a sud e parallela al grande ghiacciaio del Baltoro e del K2.

Vi proponiamo di seguito il suo straordinario report storico e in calce all’articolo la gallery fotografica.

                                                  Nangma Valley – segnaposto sulla cima Amin Brakk (Google Maps)

La scorsa estate ho avuto il privilegio di fotografare la valle più sorprendente che abbia mai visto.

La valle di Nangma è un luogo esteticamente sublime, segretamente incastonato nel cuore del Karakorum.

Benché abbia visto qualche esploratore occidentale già negli anni sessanta, questa valle rimane tutt’ora sconosciuta a buona parte degli appassionati di alpinismo e arrampicata. Chiunque conosca questa catena montuosa ha probabilmente sentito parlare della valle di Charakusa, dominata dall’immensa parete nord del K6; tuttavia la valle che arriva a questa montagna da sud – chiamata Nangma – deve ancora mostrare a buona parte del mondo il suo immenso potenziale alpinistico e naturalistico.

Quando Eduard Koblmiller mise piede nella valle durante la vincente spedizione al K6 del 1970, la descrisse come un luogo di “insolita e primordiale bellezza”.

La valle di Nangma sembra un dipinto impressionista, fatta di contrasti di colore estremi e linee astratte che puntano il cielo con stupefacente verticalità. Qualcuno la definisce la “Yosemite del Pakistan” benché qua, oltre a chilometrici castelli di granito, ci sia posto anche per l’alpinismo d’alta quota – tecnico e difficile – tipico delle montagne del Karakorum. La bellezza della valle è quasi commovente e, al contrario di altri e ben più celebri luoghi, i campi base sono solo ad un intensa giornata di cammino dalla strada.

La valle è raggiungibile dal villaggio di Kande, lungo la valle di Hushe. Deve esserci stato un lungo momento di crisi di creatività dal momento che quasi tutti i villaggi si chiamano Kande, Khane, Kunde o Kanday. Il Kande che dovrete raggiungere è l’ultimo.

Avere con sé una guida è obbligatorio, benché secondo la legge questa sia un “open zone”: al checkpoint militare lungo la valle i militari fermano chiunque ne sia sprovvisto. Fortunatamente non è richiesto alcun ufficiale di collegamento o alcun briefing/debriefing a Islamabad – tutto può essere quindi organizzato direttamente a Skardu, con gran risparmio di tempo, costi e burocrazia. La valle di Hushe vede ogni anno qualche alpinista/trekker in uscita dal Gondogoro La, celebre passo d’alta quota che conduce – con percorso alternativo al classico – a Concordia e al K2. Ma a Kande non esiste alcuna guesthouse o struttura per turisti; pochi anni fa l’intero villaggio è stato distrutto da una frana ed è stato ricostruito poco più a nord. La vostra guida, se siete fortunati come lo siamo stati noi, potrà rimediarvi una stanza degli ospiti a casa di qualche contadino. Campeggiare lungo la valle è sicuramente un opzione; eventuali portatori possono essere reclutati direttamente la sera prima, nel villaggio.

Benché si abbia il grande sospetto che questa valle diventerà famosa per il granito, le vie di pura roccia e le immense torri come l’Amin Brakk, non si può iniziare a parlare di una montagna diversa dal K6 (7282m).

Non solo la prima salita al K6 è stata effettuata proprio da questa valle, ma è tutt’ora l’unica salita alla cima principale. L’impressionante via aperta da Raphael Slawinski e Ian Westeld nel 2013 sulla parete nord – che li ha portati alla vittoria del Piolet d’Or – si è conclusa sulla cima Ovest.

La vera cima del K6 è stata raggiunta solamente nel 1970 da una spedizione Austriaca che ne ha calcato la vetta con quattro membri: Eduard “Edi” Koblmueller, Gerhard Haberl, Christian von der Hecken and Gerd Pressl. Per Koblmuller si tratta del primo grande successo in Asia, che sarà seguito da una serie di impressionanti salite di altissimo livello soprattutto in Karakorum: sarà il primo a raggiungere la vetta principale del Chogolisa (salvandosi miracolosamente dopo il cedimento di una cornice) e salirà vie difficili su leggendarie montagne quali Batura, Cho Oyu, Diran, Rakaposhi e Nanga Parbat. La “via Austriaca” attraversa tutta la base della montagna e supera un colle fino ad attaccare la “spalla” dalla valle adiacente (l’accesso diretto da qua si sarebbe rivelato molto più lungo) e raggiungere poi la cresta sud-est.

I salitori valutano alcuni tratti nella parte alta come V+ /A2. Molte corde fisse sono state usate. L’anno prima una spedizione Italiana ha tentato di scalare il K6 da un’altra via: invece di proseguire verso la “spalla” la via sale bruscamente a sinistra lungo una rampa di ghiaccio e poi segue la cresta ovest (attraversando il K6 West) fino ad una serie di pinnacoli rocciosi che, apparentemente, si sono rivelati troppo difficili. Il primo tentativo risale invece ad una spedizione inglese del 1961. Da segnalare una nuova recente via (Bennet – Zimmerman, USA, 2015) al K6 West, con difficoltà di misto fino ad M6 e ghiaccio fino a 90°.

Kapura (6544m) è una elegante piramide di roccia e ghiaccio che si innalza dalla cresta ovest del K6. Celebre per essere stata salita solo in tempi recenti – nel 2004 – da Steve House, ha visto una sola salita dalla Nangma Valley nel 2013, da parte di una coppia di alpinisti Portoghesi. Paulo Roxo e Daniela Teixeira hanno realizzato una via che termina sulla cima sud a circa 6350m di quota: si chiama “Never Ending Dreams”, si sviluppa per 1300 metri e presenta difficoltà di M4 e ghiaccio fino a 70°.

La valle di Nangma, come ho detto prima, ha potenziale per diventare una Yosemite dell’Oriente, con pareti perfette e asciutte che si innalzano direttamente dal campo base. Tuttavia la montagna simbolo di questa valle non ha una parete comoda, né tanto meno vicinissima ad un eventuale campo base.

La cima è una confusa festa di cornici e l’uscita dalla parete non può avvenire senza un equipaggiamento da ghiaccio e una discreta abilità nel muoversi su questo tipo di terreni.

L’Amin Brakk è uno dei monoliti di roccia più imponenti del Karakorum e del pianeta. Nonostante la quota non estrema (circa 6000 metri, nonostante sulle mappe figuri un po’ più basso), essa è il vero protagonista di questo remoto angolo di Pakistan. La sua parete ovest ha l’aspetto di un siluro alto milleduecento metri e terribilmente verticale. Anzi, la prima parte presenta un caso più unico che raro di placche strapiombanti. La compattissima “pancia” che si innalza dalle marce e ghiacciate rocce basali non ha infatti l’aspetto di qualcosa che possa essere scalato in libera da un essere umano, benché non sia da escludere un sistema di fessure che la attraversi. E’ un El Capitan dell’asia, ma è ben più difficile – e grande: le guide locali ribadiscono fieramente che esso è “ben più arduo delle Torri di Trango”.

Scoperta di recente, ha visto un primo tentativo spagnolo arenarsi a 300 metri dalla cima nel 1996, dopo quindici giorni di permanenza in parete. E’ solo nel 1999 che altri Spagnoli, Silvia Vidal, Pep Masip e Miguel Puigdomenech, raggiungono la cima dopo trenta giorni consecutivi in parete. La loro via, “Sol Solet” ha uno sviluppo di ben 1650 metri e buona parte dei tiri sono stati scalati in artificiale, con difficoltà in artificiale fino ad A5 ed in libera fino a 6c+. Oltre 500kg di materiale sono stati trasportati in parete (quasi la metà era acqua) e una trentina di spit sono stati piantati durante la salita, concentrati soprattutto nei tiri dove il granito si è rivelato compatissimo e liscio; due giorni di calata sono stati necessari per scendere e ripulire interamente la parete. La montagna è stata chiamata Amin Brakk come omaggio al loro cuoco, Amin. Pochi giorni dopo la cima è stata raggiunta di nuovo da una cordata Ceca: “Czech Express” sale più a destra rispetto a “Sol Solet” e ha difficoltà di artificiale di A3 e uno sviluppo maggiore rispetto alla via degli Spagnoli. Il ghiaccio arriva a 70°.
La via “Namkor” di Adolfo Madinabeitia e Juan Miranda sale invece tra le due vie sopracitate, ha uno sviluppo di 1550 metri ed ha richiesto trentun giorni di permanenza in parete, di cui buona parte passati nel portaledge a causa del maltempo. Ben diciassette dei trentuno tiri sono stati saliti in libera (fino al 6b+), mentre le difficoltà maggiori sono state incontrate nei due tiri di A5.
Nel 2004 una spedizione Russa, dopo aver salito la montagna in parte per una nuova via, ha visto il primo e unico B.A.S.E jump della sua storia. Valery Rozov (scomparso di recente durante un salto sull’Ama Dablam) si è lanciato da un punto vicino alla cresta sommitale a trecento metri dalla cima e, nonostante sia passato pericolosamente vicino ad una cengia durante i primi secondi di volo, l’intera spedizione si è conclusa con un successo.

Il campo base classico delle spedizioni sul lato destro orografico della valle è un luogo pittoresco e magico. Le pareti che lo sovrastano sono di per sé un obiettivo appagante per un purista della roccia. Zang Brakk e Denbor Brakk sono due cime di 4800 metri che non passano certo inosservate per estetica e verticalità – e sono anche un ottimo ripiego nel caso gli obiettivi più ambiziosi della valle (leggasi Amin Brakk) si rivelassero.. troppo ambiziosi, appunto. Il granito è compatto e colorato e le possibili vie da salire sono ancora tantissime.

Zang Brakk è sicuramente una delle torri più erotiche della valle, complice un aspetto davvero attraente e – soprattutto – l’accesso istantaneo: la parete inizia letteralmente al campo base. Lo sviluppo delle vie che arrivano dalla base alla cima oscilla tra i 540 e i 750 metri. La prima salita si deve nuovamente a Pep Masip e Silvia Vidal che nel 1998 hanno perlustrato l’area per poter poggiar lo sguardo personalmente sull’Amin Brakk, che avrebbero scalato l’anno successivo. La via è lunga 540 metri e la maggior parte dei tiri ha difficoltà in artificiale fino ad A3. La coppia riferisce di aver trovato, pochi metri oltre l’attacco della via, dei vecchi spit di orgine sconosciuta. Nel 2000 sono nate tre nuove vie. Due vie sono state aperte da un team Coreano e presentano difficoltà simili – 6a + A4-. La terza via è stata aperta da una coppia di arrampicatrici britanniche e termina a poca distanza dalla cima. “Ramchikor” è lunga 600 metri ed è stata gradata 5c + A2 dalle apritrici. Una recente addizione è la via “Hasta la Vista David”, di Silvestro Stucchi, Elena Davila, Anna Lazzarini ed Enea Colnago. La via percorre la parete sud ovest per ben 750 metri con difficoltà di VI+ e A1.
Libby Peter e Louise Thomas, autrici di “Rachikor” sullo Zang Brakk, sono anche le prime salitrici del Denbor Brakk – per una via piuttosto laboriosa (sfasciumi e cresta) dalle difficoltà tecniche moderate. Nel 2009 l’ovvia cresta sud della montagna è stata scalata (fino alla cima sud) dagli Americani Estes e Hepp, che l’hanno descritta come una delle peggiori arrampicate della loro vita, buona parte a causa dell’intenso lavoro di “giardinaggio” che i due si sono trovati a dover praticare. Una via Polacca più diretta si svolge sul più grosso dei tre pilastri che caratterizzano la montagna ed è stata chiamata Dancer in the Dark. Benchè il Denbor Brakk sia anch’esso vicinissimo al campo base, esso richiede (salvo fare un giro molto più lungo) l’attraversamento di un impetuoso fiume-cascata glaciale. Necessaria una corda fissa per evitare grossi rischi ad ogni attraversamento.

Dopo questo lungo elogio al granito perfetto della valle è il caso di spezzare l’articolo con una stupenda piramide di ghiaccio: Drifika (6447m). La montagna, il cui nome è una storpiatura di una parola locale che significa “Palazzo dei Fantasmi” è piuttosto nascosta. La sua presenza non è intuibile dalla valle principale e per arrivarci bisogna superare di un bel pezzo l’Amin Brak – attraversando infiniti pendi morenici. Le poche persone che hanno posato gli occhi sul suo profilo perfetto probabilmente l’hanno fatto da Nord, dalla valle di Charakusa – dove sono avvenute anche la prima e seconda ascensione (rispettivamente, Giapponesi e Italiani). Da sud la montagna si presenta altrettanto splendida, ma ultimamente un po’ flagellata – nella stagione estiva – dal torrido caldo Pakistano: foto del 2004 mostrano ripidi couloir di neve abbondante che, allo stato attuale, sono stati sostituiti da cumuli di sfasciumi in costante crollo. La roccia qua non è più granito ma, con una buona copertura, il Drifika mostra una serie di linee logiche e interessanti. Delle poche spedizioni che la montagna ha visto da questo versante, è quella Slovena del 2004 che più si è avvicinata al successo. Il loro dietro front a poche decine di metri dalla cima è stato obbligato dopo l’aver assistito all’incidente mortale capitato ad un membro della spedizione basca, poche centinaia di metri sotto di loro. La via di Matija “Matic” Jost e compagni si chiama “White River” ed è tanto logica quanto bella: l’esposizione è garantita per i 1200 metri di via (60° ghiaccio, un breve salto a 90° su seracco). Allo stato attuale la parte bassa non è percorribile nei mesi più caldi a causa degli interminabili crolli di sfasciumi. Nel 2007 una nuova via Ceca raggiunge la cima Ovest attraverso la cresta sud-ovest (M4, roccia marcia).

Nella valle glaciale che vede fronteggiarsi Amin Brakk e Drifika, c’è spazio per un altra salita su ghiaccio. Korada Peak (5944m) è stato salito dagli stessi Sloveni di “White River”, Gregor Blazic, Matija Jost, Vladimir Makarovic. Pur non essendo enorme per gli standard del Karakorum (ha il difetto di trovarsi tra due montagne stupende) ha un’aspetto remoto e attraente. La via è stata salita e scesa in 25 ore e benché per buona parte sia “solo” un ripido pendio di ghiaccio, supera una difficile fascia rocciosa alta sessanta metri. E’ valutata TD+ dagli apritori.

Una montagna piuttosto evidente nella valle si chiama Shingu Charpa (o “Great Tower”, ca. 5800m).

Scalata per la prima volta dai Coreani Shin Dong-Chul, Bang Jung-Ho e Hwang Young-Soon nel 2000. Dopo aver scartato l’idea di salire la cresta nord, hanno attrezzato con corde fisse l’ovvio couloir nevoso sulla parete ovest e hanno poi proseguito su roccia delicata – sempre a rischio crolli a causa anche delle frequenti precipitazioni. Il vero motivo dell’interesse verso questa montagna rimane però la sua cresta nord. Essa è alta quasi milleseicento metri ed è un capolavoro di estetica. Tanto logica quanto ciclopica, la sua storia rimane un po’ controversa. Nota e tentata già dal 2000, ha visto un team russo percorrerla quasi integralmente fino alla cima nel 2006. I russi però hanno effettuato la salita in due tempi, cioè scendendo a circa un terzo e poi tornando nello stesso punto attraverso una scorciatoia lungo la parete est. Inoltre, benché Igor Chaplinsky sostenga di aver raggiunto la cima in libera, è ormai noto che i tre non hanno scalato gli ultimi cento metri di ghiaccio a causa di “mancanza di materiale”. Anche l’aver salito in libera tutta la cresta si è rivelato un falso. Destino simile per gli Americani Kelly Cordes e Josh Wharton che nello stesso anno sono stati respinti dal durissimo ghiaccio nero sommitale dopo aver faticosamente percorso tutta la cresta (con molti tratti in artificiale). Percorrere questa cresta integralmente, fino alla cima, rimane una delle sfide aperte più ambiziose della valle.
La seconda salita della montagna è avvenuta l’anno successivo da parte di Alexander Klenov, Mikhail Davy e Alexander Shabunin – team Russo – attraverso la parete est. La via si chiama “Never More” e interseca sul finale la cresta nord: il grado è altissimo e lo sviluppo piuttosto elevato (1600m, 7a, M5, A3).

Le possibilità nella valle sono infinite, sono da citare però la misteriosa Changui Tower (spesso “Changi Tower”), la cui parete est è già stata scalata almeno due volte.

L’altezza della torre dovrebbe attestarsi sui 5800 metri, sebbene alcune vecchie mappe e report indichino 5300. La montagna si trova sul versante meno celebre dell’Amin Brakk, dove la valle curva in direzione del K6, ed è probabilmente la seconda struttura più alta dell’aggressivo e complesso massiccio di granito. Una seconda Changi Tower (6500m), nota già negli anni settanta e invisibile dalla valle di Nangma, si alza alla base più orientale del K6, e presenta una difficile scalata d’alta quota su misto e ghiaccio, con roccia molto compatta.
Una delle torri dall’accesso più rapido (perlomeno tra quelle di aspetto definito e imponente) è la Logmun Tower (o “Green Tower”, ca 4600m). Avendo posto il campo base sul fondo della valle e non sulla destra orografica (quindi nel caso Amin Brakk, Zang Brakk e compagni non siano di vostro interesse..) questo enorme pilastro triangolare è la struttura verticale più ovvia. Le poche vie tracciate presentano arrampicata libera fino al 6a/6b+ e qualche punto in artificiale fino ad A3: l’arrampicata è sempre molto continua ed impegnativa, e spesso le fessure sono da ripulire dalla vegetazione. Lo sviluppo resta notevole anche se si tratta di un pilastro di quota non esagerata: si parte da un minimo di 600 metri ad un massimo di 850.

Lungo tutta la valle esistono centinaia di torri e pareti vergini di granito perfetto, nonché una discreta scelta di boulder. Nonostante un buon numero di remotissime pareti di ghiaccio e una montagna difficile, alta e leggendaria come il K6, è ovviamente il granito a fare da padrone da queste parti.

La Yosemite del Pakistan è pronta ad accogliere gli scalatori più esigenti che, oltre ad una buona dose di fantasia e abilità tecnica, sono alla ricerca di un nuovo paradiso terrestre, remoto ma accessibile, dove vivere un alpinismo moderno ed esplorativo allo stesso tempo

 

GALLERIA DELL’ESPLORAZIONE NELLA NANGMA VALLEY

tutte le foto sono di Matteo Bedendo – vietata la diffusione senza esplicito consenso – tutti i diritti riservati (c) Matteo Bedendo Photography

hushe valley
nangma valley
amin brakk

 

 

Dopo la bella prima del K6 Central di Jeff e Priti Wright, un altro duo francese ha effettuato una notevole prima in Karakorum ! 

“Revers gagnant”

Fine Pierrick
Welfringer Symon

2500m / 90° / M4+ / WI4+
16-20/10/2020

Ecco il loro racconto, ringraziando Ali Saltoro di Alpine Adventure Guides per la solita disponibilità nell’aggiornarci :

 

Fine Pierrick/Welfringer Symon in cima al Sani Pakkush (ph Fine/Welfringer)

Arrivati ​​all’inizio di ottobre sul ghiacciaio Toltar ci siamo acclimatati intorno al nostro campo base situato alla base della massiccia parete sud del Sani Pakkush (6953mt), finora inviolata.

Dopo due settimane di acclimatamento ci siamo sentiti pronti per cimentarci in questa grande sfida alpinistica. Le cattive condizioni meteorologiche ci hanno fatto aspettare alcuni giorni ma finalmente il sole e bel tempo per una settimana ci hanno permesso di tentare la difficile prova.
Il primo giorno, dopo una partenza anticipata alle 2 del mattino dal nostro campo base , abbiamo incontrato le prime difficoltà a quota 5000m proprio all’inizio della parete, con alcuni tiri di ghiaccio sostenuti; seguiti poi da alcuni più facili tratti innevati e di misto. A circa 5600m abbiamo fatto uno dei tiri più difficili di M4 + / M5 ,per poi trovare una piccola cengia che ci ha concesso un bivacco un pò scomodo.
Il secondo giorno siamo riusciti a salire in parete e abbiamo fatto due fantastici tiri di ghiaccio puro. A circa 6200m cercavamo un bivacco disperato ma non riuscivamo a trovarlo !

Alla fine siamo stati costretti ad aspettare l’alba appoggiati al muro.
Il terzo giorno eravamo davvero esausti, dopo questi due brutti bivacchi. Abbiamo deciso di mettere la nostra tenda a quota 6400m sulla cresta sommitale, dove finalmente abbiamo trovato uncomodo crepaccio per riposarci.
Il 19 ottobre abbiamo deciso di tentare la vetta leggeri, senza tanti attrezzi. Abbiamo lasciato il bivacco e abbiamo percorso gli ultimi 500 m sulla cresta sommitale innevata. Cresta di qualità in cambiamento costante, sempre più difficile arrivare in vetta, ma dopo 7 ore di duro lavoro, a volte scavando nella neve fresca, siamo arrivati ​​alle 14  completamente esausti sulla cima del Sani Pakkush a 6953mt !

Abbiamo trascorso il nostro ultimo giorno scendendo da questa massiccia parete di 2500 m, effettuando dalle 20 alle 25 doppie .

Nel tardo pomeriggio del 20 ottobre, siamo tornati sani e salvi al campo base, vuoti di tutte le nostre energie e di molte emozioni nelle nostre menti.

la parete sud del Sani Pakkush ph Fine/Welfringer)